29 Agosto 2023
San Junipero Serra
Carissimi Amici,
Durante un viaggio apostolico in California, nel 1988, san Giovanni Paolo II si è recato sulla tomba di Junípero Serra, oggi onorato come santo dalla Chiesa. Il Papa precisava così il senso del suo pellegrinaggio: «Molto spesso, nei momenti cruciali delle vicende umane, Dio chiama uomini e donne cui affida ruoli di importanza decisiva per il futuro sviluppo della società e della Chiesa… A maggior ragione ci rallegriamo quando le loro conquiste sono accompagnate da una santità di vita che può dirsi veramente eroica. È questo il caso di Junípero Serra che la Provvidenza divina chiamò ad essere apostolo della California.» Una statua di questo umile sacerdote è presente a Washington nella Sala delle Statue del Campidoglio americano.
Junípero Serra è nato nel 1713 a Petra nell’isola di Maiorca (la principale delle Isole Baleari, Spagna). Riceve al battesimo il nome di Miguel José. I suoi genitori, Antonio Nadal Serra e Margarita Rosa Ferrer, sono contadini analfabeti, ma ricchi di fede e di vera carità. Da bambino, Miguel saluta i passanti con la pia formula locale, che propagherà in America e che gli sopravviverà: «Amate Dio!» A causa della sua salute fragile, i suoi genitori ritengono che non potrà fare né il contadino né lo scalpellino, le due professioni dominanti nel villaggio. Notando in lui attitudini intellettuali, gli permettono di frequentare la scuola tenuta nel paese dai francescani. Il giovane vi rimarrà per dieci anni come scolaro presso i francescani.
L’anima conta più del corpo
All’età di sedici anni, l’adolescente chiede di entrare come religioso in questo Ordine e prende il nome di Fra Junípero, in ricordo di frate Ginepro, uno dei primi compagni di san Francesco d’Assisi, la cui personalità semplice e spontanea lo attira. Novizio nel convento di San Francesco di Palma, rimane incantato dal silenzio, dall’Ufficio divino, dalle lezioni incentrate soprattutto sulla vita del fondatore. In compenso, con suo grande dispiacere, la sua salute fragile gli farà avere diverse dispense tra cui quella della levata notturna (i religiosi si alzavano in piena notte per cantare l’ufficio del mattutino); si preoccupa per la sua ammissione definitiva. Ma i suoi superiori, per i quali conta di più la qualità dell’anima che il vigore del corpo, lo accolgono nell’Ordine francescano, dove egli si impegna definitivamente con la professione religiosa il 15 settembre 1731. A partire da quel momento, i suoi problemi di salute praticamente scompaiono, a tal punto che potrà, durante la sua vita di missionario, percorrere a piedi distanze straordinarie. A Palma, fra Junípero completa brillantemente un triennio di studi filosofici, poi un altro di teologia. Viene ordinato sacerdote nel 1737. I suoi superiori lo indirizzano verso l’insegnamento, per il quale lo considerano dotato. Diventa professore di filosofia e, cinque anni dopo, di teologia, all’Università Lulliana di Palma, fondata dal beato Raimondo Lullo (1232‑1315), dove è molto apprezzato. Ma non può accontentarsi di questo ministero intellettuale e, nel suo tempo libero, predica al popolo in tutta l’isola.
Durante la sua formazione, il giovane religioso è stato colpito dalla lettura dei racconti di missionari del suo Ordine che si sono stabiliti in America Latina. All’età di trentacinque anni, Fray Junípero risponde a una nuova chiamata di Dio, che ha pazientemente percepito nel suo cuore e ottiene dal suo superiore il permesso di partire come missionario per la «Nuova Spagna» (il Messico). Dopo un soggiorno di otto mesi a Cadice, dove viene trattenuto da ostacoli amministrativi e materiali, s’imbarca nel 1749 su una nave in partenza per l’America, con altri venti francescani e dieci domenicani.. Il viaggio dura 90 giorni; le riserve d’acqua sono state calcolate male e, negli ultimi giorni, sarà necessario razionare severamente i passeggeri. «Per avere meno sete, ho deciso di parlare di meno»,dice fra Junípero. Il suo coraggio e la sua regolarità sono un incoraggiamento per tutti.. La nave fa scalo a Porto Rico, nelle Antille Occidentali, per procurarsi acqua e provviste. Un piccolo romitorio funge da rifugio per i francescani, che organizzano una missione per il tempo dello scalo, per supplire all’esiguo numero di sacerdoti residenti sull’isola. Alla sua partenza, Junípero potrà dire che tutti i portoricani si sono confessati. Il 1° novembre, dopo una falsa partenza che per poco non finisce in un naufragio, la nave salpa per il continente. La traversata sarà difficile a causa del sovraccarico della nave. Il 2 dicembre, i passeggeri scorgono la costa messicana, ma una violenta tempesta li allontana. Il 4, l’equipaggio si ammutina contro il capitano e il pilota. I missionari si riuniscono per pregare e decidono di onorare in modo particolare, se usciranno vivi da questo pericolo, il santo di cui sarà tirato a sorte il nome. Sarà santa Barbara, martire del IV secolo , la cui festa cadeva proprio quel giorno. Arrivano a Vera Cruz il 9 dicembre e il giorno successivo celebrano una Messa di ringraziamento in onore di Santa Barbara, alla quale Junípero dedicherà in seguito una missione di California, origine della città di Santa Barbara.
8000 chilometri a piedi
Mentre i suoi compagni fanno il viaggio su carri trainati da cavalli messi loro a disposizione dal governo, padre Serra decide con un confratello, per risparmiare tempo, di percorrere a piedi la distanza di 500 km fino a Città del Messico. Lungo la strada, una puntura d’insetto gli provoca un’infiammazione a una gamba, che egli non cura; ne risulta una ferita infetta che lo tormenterà per il resto della sua vita. Giungono infine nella capitale dove, il 1° gennaio 1750, celebrano una Messa di ringraziamento presso il santuario di Nostra Signora di Guadalupe e poi raggiungono il collegio missionario francescano di San Fernando. Prima di iniziare il suo apostolato, padre Junípero Serra chiede ai suoi superiori di indicargli un direttore di coscienza per se stesso: la sua prima preoccupazione resta il cammino verso la perfezione. Ben presto viene inviato in una missione fondata nel massiccio montuoso della Sierra Gorda, a nord-ovest di Città del Messico (oggi nello stato di Querétaro), presso gli indios Pames, ancora pagani. Avendo imparato velocemente la lingua indigena, non senza l’aiuto dello Spirito Santo, egli traduce le preghiere come anche il catechismo; predica in lingua indigena e insegna inni agli indios. Si prodiga per migliorare le loro condizioni di vita iniziandoli all’agricoltura, all’artigianato e agli scambi commerciali. Junípero utilizzerà ovunque gli stessi metodi di osservazione benevola e di adattamento alle condizioni di vita locali. Durante i suoi nove anni in Sierra Gorda, padre Serra fonda quattro missioni (ora iscritte nella lista del patrimonio culturale dell’umanità dall’UNESCO), percorre più di 8000 chilometri, spesso a piedi nonostante l’handicap della sua ferita alla gamba – cammina sempre con un bastone. Quando viene richiamato a Città del Messico, la maggior parte degli indios con cui è stato in contatto sono diventati cattolici; la loro situazione economica e il loro stile di vita sociale e individuale sono migliorati.
Nel 1767, il re di Spagna Carlo III decreta l’espulsione dei gesuiti da tutti i possedimenti della corona, compresi quelli del vicereame della Nuova Spagna: i ministri e i cortigiani intrisi dello «spiritofilosofico» hanno persuaso il sovrano che i gesuiti stavano diffondendo la voce che fosse un bastardo. Nell’America ispanica, è quindi necessario sostituire i gesuiti cacciati; per questo il governo fa appello ai francescani. Padre Serra viene nominato amministratore delle missioni della Bassa California (penisola situata a ovest del Messico). Poco dopo il suo arrivo alla missione di Loreto, apprende che la Spagna desidera colonizzare la costa dell’Alta California, ambìta da inglesi e russi, stabilendo missioni e postazioni militari.. Si presenta allora un’opportunità che Fray Junípero sognava e per la quale pregava da molto tempo: seminare il buon seme del Vangelo in una terra non ancora arata.. Si offre subito volontario«per erigere la Santa Croce e innalzare il suo stendardo» e viene designato come capo della nuova missione.
All’inizio del 1769, Junípero Serra inizia il suo viaggio con entusiasmo, anche se la sua gamba infetta lo costringe a viaggiare su un mulo. Quando arriva a San Diego (ora negli Stati Uniti, nel sud dello stato della California), è pieno di gioia. Non tutto però è roseo: durante il tragitto, una ventina di soldati sono morti di scorbuto e le provviste sono esaurite. Il Padre scrive allora ai suoi superiori: «Fate in modo che tutti coloro che vengono qui come missionari non immaginino di venire per altro che per subire prove per l’amore di Dio e la salvezza delle anime.» San Diego sarà la sede della prima missione californiana. Gli indios di questa regione vivevano in modo molto primitivo: non conoscevano l’agricoltura e la loro alimentazione si limitava alla raccolta di frutti e radici selvatiche, alla caccia e alla pesca. Non indossavano vestiti e, per proteggersi dal freddo invernale, si coprivano il corpo con pelli, piume e fango.
L’urgenza di evangelizzare
Per fondare una missione, padre Junípero procede sempre allo stesso modo. Dopo aver individuato un luogo adatto fornito di acqua, fa costruire, nell’ordine, una cappella dove si stabilisce il culto, una capanna per alloggiare i confratelli, quindi un fortino (piccola costruzione fortificata), dove ci si potrà rifugiare in caso di attacco. Poi accoglie cordialmente gli indios che non mancano di venire per curiosità. Una volta instaurati sufficienti vincoli di fiducia, li invita a stabilirsi vicino alla missione. Nei suoi viaggi di esplorazione e di fondazione, il Padre porta sempre con sé attrezzi agricoli e bestiame (soprattutto cavalli) perché possano essere utilizzati dagli indios. I francescani e i loro collaboratori trasmettono inoltre agli amerindi le tecniche di lavorazione del legno, del ferro e della pietra nonché della tessitura. I missionari non si limitano a permettere agli indios di beneficiare del progresso tecnico della civiltà europea. Il loro fine ultimo è far conoscere a questi uomini, fino ad allora prigionieri delle superstizioni animiste, della stregoneria e di numerosi vizi, la luce del Vangelo e il disegno di salvezza di Gesù Cristo per ciascuno di loro. Si moltiplicano le conversioni e i battesimi.
Nella sua enciclica Redemptoris missio (7 dicembre 1990), san Giovanni Paolo II ha sottolineato con forza la legittimità dell’evangelizzazione e il dovere per la Chiesa di essere missionaria: «L’annunzio e la testimonianza di Cristo, quando sono fatti in modo rispettoso delle coscienze, non violano la libertà. La fede esige la libera adesione dell’uomo, ma deve essere proposta, poiché le moltitudini hanno il diritto di conoscere la ricchezza del mistero di Cristo, nel quale crediamo che tutta l’umanità può trovare, in una pienezza insospettabile, tutto ciò che essa cerca a tentoni su Dio, sull’uomo e sul suo destino, sulla vita e sulla morte, sulla verità… Per questo la Chiesa mantiene vivo il suo slancio missionario e vuole, altresì, intensificarlo nel nostro momento storico» (n° 8). «La Chiesa non può fare a meno di proclamare che Gesù è venuto a rivelare il volto di Dio e a meritare, con la Croce e la Risurrezione, la salvezza per tutti gli uomini.» (n° 11). «Coloro che sono incorporati nella Chiesa cattolica devono sentirsi dei privilegiati e, per ciò stesso, maggiormente impegnati a testimoniare la fede e la vita cristiana come servizio ai fratelli e doverosa risposta a Dio, memori che la loro eccellente condizione non è da ascrivere ai loro meriti, ma a una speciale grazia di Cristo; per cui, se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, lungi dal salvarsi, saranno più severamente giudicati» (n° 11 – Concilio Vaticano II, Lumen gentium). Lo stesso Papa, nell’esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Asia (6 novembre 1999), sottolinea che «l’evangelizzazione, come gioiosa, paziente e progressiva predicazione della morte salvifica e della Risurrezione di Gesù Cristo, deve essere una priorità assoluta». Non vi è infatti altro nome [se non quello di Gesù] dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati (discorso di san Pietro, At 4,12).
Sempre avanti!
Nel 1770, Junípero Serra accompagna una spedizione spagnola via terra in Alta California, guidata da Gaspar de Portolá i Rovira. Questo viaggio si conclude con la fondazione del «presidio» (postazione militare e civile) di Monterey (80 km a sud di San Francisco), dove padre Serra stabilisce il 3 giugno 1770 la missione di San Carlo Borromeo. L’anno successivo, per evitare contrasti con il governatore del presidio e per trovare terreni migliori da coltivare, sposta la missione più a sud, vicino al fiume Carmel. Vi stabilisce il suo quartier generale per i quattordici anni che gli rimarranno da vivere. Tra il 1770 e il 1782, fedele al suo motto «Sempre avanti!», fonderà le prime nove missioni dell’Alta California, nonostante l’opposizione del governatore della California, Neves, discepolo di Voltaire. Nel 1794, esse riuniranno 4650 indios e 38 francescani. Altre dodici missioni francescane verranno fondate dopo la morte di padre Serra, fino al 1823. Nel 1776, durante un altro viaggio di esplorazione, padre Palóu celebra la Messa davanti a una capanna e vi fonda, sotto l’autorità di padre Serra, la missione San Francesco d’Assisi, origine della metropoli di San Francisco. Un’altra missione, Santa Maria degli Angeli, porterà il nome del santuario di Assisi dove morì san Francesco. Attorno ad essa sorge oggi la metropoli di Los Angeles.
Junípero e i suoi confratelli a volte entrano in conflitto con le autorità civili. Nell’agosto 1770, Pedro Fages, governatore del presidio di Monterey, permette dei disordini; alcuni soldati maltrattano gli indigeni e rapiscono donne indios per farne concubine. Poiché il governatore dispone del completo controllo della posta, Serra decide di recarsi di persona a Città del Messico, per far valere presso il viceré Bucareli una «Representación» (rimostranza), che esige che gli indios siano trattati come persone umane e propone misure concrete in questo senso. Il viaggio (3200 km a piedi), reso complicato dal suo carattere clandestino e dalle difficoltà di salute del Padre, sessantenne; durerà tre anni. La «Representación» di padre Serra, che a volte è stata qualificata come «Dichiarazione dei diritti degli amerindi», viene accettata dall’autorità civile spagnola e verrà applicata in modo abbastanza generale.
Ottenere di più attraverso la mitezza
Il 4 novembre 1775, alcuni indios Kumeyaay attaccano la missione di San Diego, ne distruggono gli edifici e uccidono fra Luís Jayme. Questo misfatto provoca delle azioni giudiziarie da parte del potere civile; due anni dopo, venti indigeni vengono condannati a morte. Non tutti sono assassini; padre Serra scrive seduta stante al viceré ricordandogli una precedente richiesta: «Se qualche indigeno, pagano o cristiano, dovesse uccidere me o altri confratelli, dovrebbe essere perdonato.» Il viceré Moncada sa per esperienza che i francescani ottengono di più con la mitezza che i soldati con la severità; per questo acconsente di nuovo a questa supplica: i ribelli sfuggono alla pena capitale.
Junípero Serra ha battezzato più di 5000 indios in California. Dopo aver ricevuto dal Papa una delega di poteri allora rarissima, ha amministrato ad altri 6000 il sacramento della Cresima, atto normalmente riservato al vescovo. Sentendo avvicinarsi la sua fine, parte per un ultimo giro nelle sue care missioni. «La mia vita è in California, scrive e, se Dio vuole, è qui che spero di morire.»Tornato esausto a Monterey il 20 agosto 1784, continua comunque a pregare, cantare e ballare con gli indigeni. Un medico che lo visita il giorno dopo lo avverte che il suo stato di salute è grave e che deve curarsi. Ma le cure somministrate al malato non producono alcun effetto. Nella notte tra il 27 e il 28, il Padre chiede di ricevere gli ultimi sacramenti. Recita con i missionari presenti i salmi penitenziali e le litanie dei santi; cerca in alcuni momenti di inginocchiarsi sul suo inginocchiatoio. Poi riceve l’assoluzione con indulgenza plenaria. Al mattino, padre Palóu lo trova sdraiato, con un’espressione di grande serenità sul volto, con in mano il grande crocifisso che portava con sé a partire dal suo arrivo nel Nuovo Mondo: padre Junípero Serra ha reso l’anima a Dio, praticamente senza agonia. Immediatamente si diffonde la notizia della sua morte e il popolo accorre. La salma viene religiosamente trasportata in chiesa. I laici ottengono che questa rimanga aperta tutta la notte per poterlo vegliare. Il giorno seguente si celebrano le esequie solenni. Sono giunti seimila indios nonostante il breve tempo intercorso dalla morte; la piccola guarnigione locale e l’equipaggio di una nave spagnola in rada sarebbero stati totalmente impotenti se si fosse verificato qualche disordine; ma tutto avviene con calma e in un grande fervore. Viene montata la guardia per impedire il furto delle reliquie da parte di fedeli indiscreti. Ancora oggi, le reliquie di san Junípero si possono venerare a Monterey-Carmel, nella basilica di questa missione da lui stesso fondata.
In anticipo sul suo tempo
Sebbene Junípero sia stato celebrato per più di due secoli da personalità americane sia religiose che laiche, la sua memoria è stata messa in discussione da qualche decennio da parte di movimenti rivoluzionari americani; questo francescano che papa Francesco ha chiamato «uno dei padri fondatori degli Stati Uniti» (nel 1848, questo paese ha strappato l’Alta California al Messico), è accusato di aver promosso il colonialismo e ridotto in schiavitù gli amerindi. Questo fermento è culminato nel selvaggio sbullonamento delle statue del santo a Los Angeles e San Francisco da parte di rivoltosi nel giugno 2020. In risposta a questi atti assurdi, i vescovi della California hanno dichiarato il 22 giugno: «La verità storica è che Junípero Serra ha ripetutamente insistito presso le autorità spagnole perché le comunità amerinde fossero trattate meglio. Junípero Serra non era semplicemente un uomo del suo tempo. Lavorando con gli amerindi, era un uomo in anticipo sul suo tempo, che ha fatto immensi sacrifici per difendere e servire la popolazione indigena e operare contro un’oppressione che va ben oltre l’era delle missioni.» Dal canto suo, mons. José H. Gómez, arcivescovo di Los Angeles e presidente della Conferenza episcopale americana, confida: «Credo che fra Junípero sia un santo per la nostra epoca, il fondatore spirituale di Los Angeles, un difensore dei diritti umani e il primo santo ispanico di questo paese. San Junípero non è venuto per conquistare; è venuto per essere un fratello. “Siamo tutti venuti qui e vi siamo rimasti con gli unici scopi del benessere degli indios e della loro salvezza”, ha scritto di lui e dei suoi confratelli.»
Junípero Serra è stato canonizzato il 23 settembre 2015 da papa Francesco a Washington D..C. (Stati Uniti). Si tratta di una “canonizzazione equipollente”: a motivo della comprovata venerazione popolare per il Santo, non è necessaria la constatazione di un miracolo. «Fra Junípero Serra, dice il Papa nella sua omelia, ha saputo vivere quello che è “la Chiesa in uscita”, questa Chiesa che sa uscire e andare per le strade, per condividere la tenerezza riconciliatrice di Dio. Ha saputo lasciare la sua terra, le sue usanze, ha avuto il coraggio di aprire vie, ha saputo andare incontro a tanti imparando a rispettare le loro usanze e le loro caratteristiche. Ha imparato a generare e ad accompagnare la vita di Dio nei volti di coloro che incontrava rendendoli suoi fratelli. Junípero ha cercato di difendere la dignità della comunità nativa, proteggendola da quanti ne avevano abusato.»
Santa Teresa di Lisieux, al termine della sua breve vita terrena, confidava un giorno a una suora addolorata nel vederla, malata, muoversi con tanta difficoltà nel suo convento: «Cammino per un missionario!» Come lei, ciascuno di noi può partecipare alla missione, o direttamente, o indirettamente offrendo a Dio preghiere, sacrifici e sofferenze perché, secondo la richiesta di Gesù Cristo, il Vangelo sia annunciato con tutta franchezza, fino agli estremi confini della terra (cfr. At 1,8; 2,29).












