Beato Tito Brandsma

20 Giugno 2023

Beato Tito Brandsma

Carissimi Amici,

«Padre Tito Brandsma è una figura poliedrica, quasi a noi coetanea, che si impone per la sua elevata statura morale, diceva papa san Giovanni Paolo II; sacerdote integerrimo, docente universitario, consulente ecclesiastico per la stampa cattolica, scrittore e giornalista. Una vita spesa per Cristo, fino all’eroica immolazione in difesa della verità e della fede cattolica contro le aggressioni del totalitarismo, nell’oscuro periodo dell’invasione nazista dell’Olanda… Con intrepido coraggio, pari alla limpida serenità d’animo, padre Tito affrontò il suo calvario, passando da una prigione all’altra fra le strazianti atrocità inflitte ai reclusi, e suggellando la sua testimonianza a Cristo col sacrificio supremo nel campo di sterminio di Dachau» (Discorso ai fedeli giunti a Roma per la beatificazione, 4 novembre 1985).

Beato Tito BrandsmaTitus Brandsma (padre) e sua moglie, Tjitje Postma, gestiscono una fattoria nella Frisia olandese (Paesi Bassi settentrionali). Hanno già quattro figlie quando nasce, il 23 febbraio 1881, un primo figlio maschio, che riceve il giorno successivo il Battesimo con il nome di Anno. Un fratellino sarà l’ultimo della famiglia. In questa regione a forte maggioranza protestante, sono cattolici ferventi, vanno a Messa tutti i giorni e pregano ogni sera in famiglia. Membro del consiglio parrocchiale e del consiglio comunale, il padre è cantore alla messa domenicale. Cinque vocazioni sbocceranno in questa famiglia (tre delle figlie e i due ragazzi).

Una livrea regale

Nato fragile, Anno rimarrà tale per tutta la vita, ma la sua intelligenza e la sua sensibilità sono vivaci. Allievo presso i Francescani, dotato di una memoria prodigiosa, sarà presto il primo della sua classe. Tuttavia, soffre spesso di dolori allo stomaco, il che non gli impedisce di pattinare quando la Mosa è gelata. Ben presto, è attratto dalla vita religiosa. Una particolare devozione a Maria e lo spirito di preghiera lo orientano verso i Carmelitani ed entra nel loro convento a Boxmeer. La disciplina lì è dura; le celle del noviziato sono riscaldate solo da una stufa nel corridoio. Scrive tuttavia ai suoi genitori: «Lo spirito del Carmelo mi ha conquistato.» Il 22 settembre 1898 riceve l’abito religioso con il nome di fra Tito. Lo scapolare della Madonna del Carmelo gli appare come l’uniforme della guardia d’onore di Maria: «Né talismano, né amuleto, ma un segno d’onore e una livrea regale.» Emette i suoi primi voti il 3 ottobre 1899. La sua salute, però, lo fa dispensare da alcuni uffici, in particolare quello della notte. Già prima dei vent’anni, compone un’antologia delle opere di santa Teresa d’Avila di circa trecento pagine, che i suoi superiori riterranno utile pubblicare.

Nel 1901, giunge da Roma padre Uberto Driessen, carmelitano dottore in filosofia, per dare nuovo impulso agli studi nella provincia fiamminga. Fra Tito si dedica ad aiutare gli studenti che faticano a capire il maestro, ma dopo tre mesi, affetto da gravi disturbi gastrici, deve mettersi a letto per un po’ di tempo. Ben presto padre Driessen, nominato Procuratore generale, torna a Roma. Dopo la sua professione perpetua, fra Tito si reca al convento di Oss per studiarvi teologia. Ordinato sacerdote il 17 giugno 1905, parte per proseguire i suoi studi a Roma, dove consegue il dottorato in filosofia nel 1909. Viene allora nominato professore di filosofia e di teologia presso il convento di Oss. Padre Hubert Driessen, divenuto provinciale per i Paesi Bassi, gli affida la direzione degli studi per i Carmelitani olandesi. Con la sua voce bassa e un po’ monotona, padre Tito riesce a convincere gli studenti che filosofia e teologia non sono scienze puramente speculative, ma che permettono una migliore conoscenza di Dio e alimentano la vita spirituale.

Nel 1916, intraprende la traduzione in olandese delle opere di Santa Teresa d’Avila. Membro e segretario dell’Unione Cattolica di Frisia, traduce in frisone (una lingua germanica) l’Imitazione di Gesù Cristo e sarà uno degli artefici dell’istituzione di una cattedra di frisone presso l’Università cattolica di Nimega. Nella sua vita quotidiana, rende tutti i servizi possibili, consigliando coloro che lo consultano, correggendo articoli per la pubblicazione, cercando casa per i senzatetto. Dopo la Grande Guerra, istituisce settimane missionarie per finanziare le opere dei Carmelitani in Brasile. Nell’estate del 1921, predica missioni in Olanda. Ma la stanchezza ed emorragie intestinali lo sopraffanno e deve mettersi a letto. Il suo coraggio e la sua volontà di guarire gli permettono tuttavia di riprendere i suoi lavori a partire dal mese di ottobre.

Padre Tito chiede generosamente di partire con la missione carmelitana per Giava, allora colonia olandese. Ma i suoi superiori considerano più utile la sua presenza nella provincia fiamminga, soprattutto dopo la sua nomina nel 1923 a professore presso la nuova Università Cattolica di Nimega. Lì, tutto deve essere organizzato, dalla costruzione di un nuovo convento carmelitano nelle vicinanze – del quale sarà del resto nominato priore – fino all’accoglienza degli studenti. Organizza congressi annuali per far conoscere l’università e la cultura cattolica fiamminga, anche all’estero. Nello slancio che accompagna l’istituzione, da parte di papa Pio XI, nel 1925, della festa di Cristo Re, contribuisce all’erezione a Oss di una statua gigante di Cristo Re.

Occhi e orecchie affascinati

Nel 1926, egli partecipa al movimento dell’Apostolato della riunificazione in vista della riunione delle Chiese orientali separate con la Chiesa romana e ottiene la fondazione della cattedra di teologia orientale a Nimega. Manifesta inoltre la sua simpatia per gli Armeni perseguitati ed estende la sua carità a tutti i cristiani non cattolici. Le sue responsabilità all’università vanno di pari passo con la preoccupazione per l’istruzione secondaria e la fondazione di scuole medie inferiori e superiori. Compie diverse visite al Ministero dell’Istruzione per ottenere sovvenzioni statali a loro favore. Eletto rettore dell’Università di Nimega nel 1932, per tre anni si dimostra un eccellente amministratore, capace di gestire situazioni molto delicate. Il giorno dopo il termine del proprio incarico, nel 1935, torna tranquillamente ai suoi corsi e apostolati. Si dedica anche al ministero del sacramento della Penitenza. Ben presto invitato negli Stati Uniti per un giro di conferenze, manifesta il suo interesse per le minoranze e per la stampa cattolica. Durante questo viaggio, soggiorna presso il monastero del Monte Carmelo di Niagara Falls: la bellezza e l’immensità della natura lo immergono nel mistero del Dio Creatore e gli fanno percepire il suo Amore, mentre i suoi occhi e le sue orecchie rimangono affascinati dallo splendore delle cascate del Niagara .

In mezzo a tante occupazioni, padre Tito mantiene una vita interiore intensa. S’impegna a fare di ogni sua azione una preghiera e una lode: «La preghiera, dice, è vita, e non un’oasi nel deserto.» Papa Benedetto XVI espliciterà lo stesso pensiero: «La vera preghiera consiste proprio nell’unire la nostra volontà a quella di Dio. Per un cristiano, pertanto, pregare non è evadere dalla realtà e dalle responsabilità che essa comporta, ma assumerle fino in fondo, confidando nell’amore fedele e inesauribile del Signore… Cari fratelli e sorelle, la preghiera non è un accessorio, un optional, ma è questione di vita o di morte. Solo chi prega, infatti, cioè chi si affida a Dio con amore filiale, può entrare nella Vita eterna, che è Dio stesso.» (4 marzo 2007).

Scrive padre Tito: «Se ogni essere umano volesse vivere alla presenza di Dio e se tutti noi vivessimo in una totale dipendenza rispetto a questa presenza, la luce del Signore sarebbe così viva in noi che non potremmo fare a meno di agire secondo le sue leggi. Gli uomini devono ritrovare Dio e vivere nella sua luce: questo è ciò che viene chiamato mistica. Lo spirito mistico non si oppone alla natura, al contrario: non è forse la vocazione umana vedere Dio?» Avendo studiato a fondo i mistici, specialmente quelli del suo Ordine e del suo paese, si fa apostolo della teologia spirituale, concentrandosi di più sull’insegnamento dei santi che sui fenomeni straordinari. In occasione della beatificazione di santa Teresa di Lisieux, nel 1923, egli scrive: «In genere da un santo ci si aspetta qualche cosa di speciale, qualche cosa di fuori dal comune… Qui, tuttavia, si vede la santità così prosaica e ordinaria che, dall’esterno, non vi si vede la santità. Ma, appunto, è questa la vera santità.» Gli sta a cuore la povertà: «Senza la povertà, il religioso non è altro che un fariseo. Qui nei Paesi Bassi, più che altrove, siamo troppo attaccati a tutti i tipi di cose e abusiamo della comodità.» Tuttavia, per lavorare bene, si procura un riscaldamento adeguato e i libri che gli sono necessari. La sua vita spirituale lo rende anche molto attento agli altri; sa offrire a un ospite un sigaro o una tazza di caffè, rinunciandovi del resto per se stesso.

Una voce energica

Nel 1933, Adolf Hitler sale al potere in Germania. Egli opera una spettacolare ripresa economica, ma instaura una dittatura basata su un’ideologia estremamente dannosa, segnata dal razzismo. Padre Tito è uno dei primi a denunciarla. Già nel 1934, in una lettera pastorale, i vescovi dell’Olanda proibiscono ai cattolici di fare propaganda per il nazismo. Nel 1935, esce ad Amsterdam un opuscolo intitolato “Voci olandesi sul trattamento degli ebrei in Germania”. Tra queste voci, c’è quella, energica, del professor Brandsma. Questa posizione assunta da padre Tito non passa inosservata in Germania: a Berlino, un giornale pubblica un articolo offensivo, intitolato “Quel professore maligno”; in seguito a questo articolo, a Nimega circola una campagna denigratoria che lo accusa di essere favorevole al comunismo. Nel 1937, Pio XI condanna, a pochi giorni di distanza, il nazismo (Enciclica Mit Brennender Sorge ) e il comunismo (Enciclica Divini Redemptoris ). Il Papa individua nel nazismo un neo-paganesimo che provoca un’apostasia e un rinnegamento dell’unica Chiesa di Cristo.

Nelle sue lezioni di filosofia, padre Tito non esita a mostrare tutta la perversità dell’ideologia nazista, scaturita dalla filosofia di Nietzsche e incentrata sulla volontà di potenza. Nel suo libro intitolato: “Itinerario spirituale del Carmelo”, scrive: “Il neo-paganesimo può ripudiare l’amore, ma la storia ci insegna che, malgrado tutto, vinceremo questo neo-paganesimo con l’amore. Non abbandoneremo l’amore. L’amore ci riguadagnerà il cuore di questi pagani. La natura è più forte della filosofia. Una filosofia respinga e condanni pure l’amore e lo chiami debolezza, ma la testimonianza viva dell’amore rinnoverà sempre la sua potenza per conquistare e attrarre il cuore degli uomini. » Pio XI afferma: «Il primo e il più ovvio dono di amore del sacerdote al mondo è di servire la verità, tutta intera la verità, smascherare e confutare l’errore, qualunque sia la sua forma o il suo travestimento» (Mit Brennender Sorge, n. 46).

Di fronte alla persecuzione

Nel maggio 1940, le truppe tedesche invadono i Paesi Bassi, pur neutrali nel conflitto europeo. Un anno dopo, religiosi e sacerdoti vengono privati del diritto di dirigere le scuole. L’arcivescovo di Utrecht chiede allora a padre Brandsma, in qualità di presidente dell’Unione delle scuole cattoliche, di intervenire presso il ministero a favore della libertà di insegnamento. Quest’ultimo ottiene promesse che non saranno mantenute. Nell’agosto 1941, alle scuole cattoliche viene intimato di espellere gli studenti ebrei. Tito dichiara: «La Chiesa non fa nessuna discriminazione di razza o di popolo. Non possiamo non ammettere questi bambini nelle nostre scuole.» Anche la stampa cattolica è oggetto di conflitto con l’occupante. Tito, che nel 1935 era stato nominato consigliere ecclesiastico dei giornalisti cattolici, dichiara che la libertà di coscienza deve essere rispettata. Il 18 dicembre, il ministero della propaganda informa la stampa olandese che le è vietato rifiutare l’inserimento di articoli provenienti dal movimento nazional-socialista. Il 31 dicembre, Tito scrive una lettera ai giornalisti cattolici esortandoli a ignorare questo divieto: i giornali che accettassero di inserire questi articoli perderebbero il loro carattere cattolico. In un colloquio, l’arcivescovo consiglia a padre Tito la prudenza: «Vi arresteranno più facilmente di me. – Lo so, risponde il carmelitano, ma io posso agire più facilmente di voi. »

Nel gennaio 1942, su richiesta dell’arcivescovo, il Padre compie un viaggio attraverso il paese per incontrare i vescovi e i direttori di giornali cattolici e convincerli ad attuare le direttive della sua lettera del mese precedente. Il 15 gennaio, le autorità tedesche impongono a tutti i giornali di pubblicare due comunicati entro due giorni. Il 16, l’arcivescovo minaccia di sanzioni chi sostenga il movimento nazista. Attenta alla sua opposizione abile e tenace, la Gestapo segue da vicino padre Tito, quel «piccolo religioso, piccolo ma pericoloso». Il 19 gennaio, si presentano al convento due visitatori: sono agenti della Gestapo venuti ad arrestarlo. Il Padre, che è appena tornato dopo aver tenuto una lezione, ma che prevedeva il suo arresto, si presenta loro: «Eccomi!» Gli annunciano che lo devono portare al treno delle 18.30 per Arnhem e iniziano con una perquisizione minuziosa della sua stanza, dove non trovano nulla di compromettente. All’avvicinarsi dell’ora del treno, il Padre si rivolge loro: «Signori, è ora! I treni olandesi non hanno l’abitudine di essere in ritardo, nemmeno per aspettare i poliziotti tedeschi!» Per le scale, incontrano il direttore del quotidiano cattolico di Nimega, venuto a consultare il Padre: «Mi dispiace, ma non posso riceverLa: questi signori sono venuti ad arrestarmi… Rimandiamo il colloquio a un altro momento in seguito!» All’uscita dell’edificio, c’è la comunità; il Padre chiede al priore il permesso di uscire…

Un elemento pericoloso

Il 20 gennaio, viene trasferito nella sezione politica del carcere di Scheveningen, nei Paesi Bassi, e subisce il suo primo interrogatorio. Alcuni vescovi gli avevano consigliato di dare loro la colpa di tutto, ma aveva rifiutato. Padre Tito spiega all’ufficiale Hardegen come la fede dia ai figli della Chiesa la forza di sopportare tutti i sacrifici. L’ufficiale conclude che l’arcivescovo e padre Tito sono i principali artefici della resistenza agli ordini del partito. Il giorno successivo, il carmelitano consegna alle persone che lo interrogano una relazione scritta sull’incapacità del partito nazista olandese di influenzare in profondità la società olandese, profondamente imbevuta di cultura cristiana. Nella conclusione dei suoi interrogatori, l’ufficiale lascia apparire la sua ammirazione per la determinazione del Padre, ma ritiene che debba essere tenuto in carcere, fino alla decisione delle autorità superiori, come elemento pericoloso per la politica del Reich. Padre Tito rimane cinquanta giorni a Scheveningen. Trasforma la sua cella di prigione in una cella di religioso: al mattino, recita le preghiere della Messa, fa la Comunione spirituale; poi ci sono l’orazione e le Ore del Breviario. Durante la sua detenzione, redige sette capitoli di una biografia di santa Teresa d’Avila che aveva iniziata e che un suo confratello porterà a termine dopo la sua morte. Rivolgendosi al Signore, egli dice: «Quando Ti guardo, o Gesù, capisco che Tu mi ami come il più caro dei tuoi amici!» E ancora : «Tu, o Gesù, sii vicino a me, non sono mai stato così vicino a Te. Resta con me. Resta con me, mio dolce Gesù. La tua vicinanza rende buona ogni cosa per me.» In seguito, confiderà: «Raramente mi sono sentito così felice.»

Il 12 marzo viene trasferito nel campo di Amersfoort, luogo di lavori forzati: circa dieci ore di lavoro al giorno, a scavare la terra gelata per allestire un campo di tiro. Scrive tuttavia ad alcuni confratelli: «Ho l’opportunità di stare all’aria aperta e di parlare con dei conoscenti. Tutto sta andando bene per me; non preoccupatevi.» Molto poco nutriti, i prigionieri dimagriscono rapidamente. Il Padre soffre di malesseri e vertigini; poi, colpito da dissenteria, deve andare in infermeria. Trova però la forza per sostenere il morale degli altri: lo chiamano “zio Tito” e tutti cercano la sua compagnia. Approfittando di una certa tolleranza dei guardiani, il Venerdì Santo tiene una conferenza davanti a un centinaio di detenuti sul significato della sofferenza: «Gesù è il nostro esempio; Egli è la nostra forza; la sua vita, la sua Passione sono il primo oggetto della nostra contemplazione.»

«Nella sofferenza, osserva san Giovanni Paolo II, padre Tito sapeva di essere profondamente legato a Cristo. Questo gli ha dato una calma cristiana anche nei confronti dei suoi aguzzini e gli ha dato la forza di rispondere con amore all’odio che subiva. La sua solidarietà con i compagni di prigionia e la fede che ha vissuta – che lo ha fatto persino pregare per i suoi carnefici – hanno trasmesso luce e speranza a tutti coloro che condividevano con lui la crudeltà e la disumanità del campo» (4 novembre 1985).

«Non possiamo tollerarlo!»

Il 28 aprile, di ritorno a Scheveningen, viene nuovamente interrogato a lungo da Hardegen, che constata che la prova dei lavori forzati non ha fatto vacillare la sua determinazione. L’ufficiale pronuncerà la seguente sentenza: Tito «non è anti-tedesco ma contrario al nazismo e questo non possiamo tollerarlo». Il Padre condivide la sua cella con due giovani prigionieri protestanti. Durante i loro lunghi colloqui, racconta loro la sua vocazione. Insieme, meditano la Bibbia e pregano, anche per i loro guardiani. Uno di questi, colpito dalla gioia radiosa di Tito, si confessa a lui. «Consideriamo meraviglioso aver avuto come compagno di prigionia padre Brandsma, diranno i due prigionieri. Siamo convinti che fosse un uomo straordinario e che sia ora in paradiso. È morto martire per la sua fede.» Sabato 16 maggio, il Padre viene trasferito a Kleve, in Germania, in un carcere di smistamento dei deportati. La vita vi è più sopportabile. I prigionieri non sono condannati al lavoro e godono di una relativa tranquillità. C’è una cappella dove Tito può partecipare alla Messa e fare la Comunione la domenica e nei giorni festivi. La sua più grande sofferenza è allora la fame. Il 13 giugno, viene associato a un gruppo di prigionieri inviati al campo di concentramento di Dachau. Ogni giorno, durante le marce forzate, poi nel campo, dei guardiani lo picchiano. Dei suoi aguzzini, egli arriva a dire: «Sono anch’essi figli del buon Dio e chi sa se qualche cosa rimane in loro». Dichiarato idoneo al lavoro, nonostante il suo stato di affaticamento, deve ogni giorno fare due ore di cammino e undici ore di lavoro, per la realizzazione di un parco. Il 12 luglio scrive tuttavia ai suoi: «Sto bene. Ancora una volta, con l’aiuto di Dio, mi adatto.» Ma le sue forze vanno diminuendo e fatica a tenere il passo, il che gli procura nuove percosse, nonostante la protezione dei suoi compagni di prigionia. Trascorre trentasette giorni a Dachau, dove fa spesso la Comunione, perché dei sacerdoti tedeschi detenuti celebrano la Messa di nascosto. In cinque anni, in effetti, passeranno per il campo 2600 ecclesiastici e ve ne moriranno 1600. Il 26 luglio 1942, un’infermiera dà il colpo di grazia a padre Tito iniettandogli dell’acido fenico.

Il 20 luglio, i vescovi cattolici d’Olanda avevano pubblicato una lettera per stigmatizzare le persecuzioni naziste contro gli ebrei. Il 27, un decreto del Commissario del Reich per i Paesi Bassi ordina: «Tutti gli ebrei cattolici saranno deportati nel corso di questa settimana. »Fu così che Edith Stein venne arrestata e deportata con la sorella e migliaia di ebrei verso il campo di sterminio di Auschwitz, dove verrà messa a morte in una camera a gas il 9 agosto.

In occasione della beatificazione di padre Tito, san Giovanni Paolo II affermava: «Il beato Tito Brandsma diceva: “Chi vuole guadagnare il mondo a Cristo deve avere il coraggio di entrare in conflitto con esso”. Egli stesso ha vissuto in questo modo e ce ne ha dato l’esempio. Anche voi abbiate il coraggio di non conformarvi al mondo, per amore di Cristo, di resistere alle sue tentazioni ing11annevoli e di seguire fedelmente le sole vie di Dio!»

Papa Francesco lo ha già canonizzato il 15 maggio 2022.

Beata Laura Vicuña

Generale Gaston de Sonis

Santa Dulce dei Poveri

San Junipero Serra