Beato Enrique Suso

7 Ottobre 2025

Beato Henri Suso

Carissimi Amici,

Si legge nella Vita del beato Enrico Suso che sua madre non poteva assistere a una Messa senza versare lacrime di compassione sulle sofferenze di Gesù e Maria nella Passione. Divenuto domenicano, Enrico svilupperà a sua volta una devozione molto intensa a Gesù nella sua Passione, prendendo l’abitudine di seguirlo in una lunga via crucis.

Beato Henri SusoHeinrich Seuse von Berg nasce nel quartiere povero della città di Überlingen, sulle sponde del Lago di Costanza, intorno al 1295, da padre commerciante di stoffe e madre proveniente da una nobile famiglia della Svevia. Il padre, pieno dello spirito del mondo, combatte talvolta con una certa violenza il modo di vivere della moglie dolce e molto pia, piena dello Spirito di Dio. La fede intensa di quest’ultima le permette di superare queste prove. Nascerà loro anche una figlia che si donerà a Dio nell’Ordine di San Domenico. Enrico e la sorella ricevono una seria formazione religiosa e, grazie ad essa, acquisiscono un amore per la natura, creazione dell’Amore divino. La loro madre muore un Venerdì Santo all’ora della morte di Gesù… Dopo la morte del padre, Enrico avrebbe avuto una visione della madre che lo supplicava di intercedere per quest’ultimo, condannato ad un lungo purgatorio a causa della sua vita mondana. Egli avrà la rivelazione che le sue preghiere sono state esaudite.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna: «Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, soffrono però dopo la loro morte di una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo… Questo insegnamento poggia anche sulla pratica della preghiera per i defunti di cui la Sacra Scrittura già parla: Perciò [Giuda Maccabeo] fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato (2Mac 12,45). Fin dai primi tempi, la Chiesa onora la memoria dei defunti e offre per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti: “Rechiamo loro soccorso e commemoriamoli. Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal sacrificio del loro padre (cfr. Gb 1,5), perché dovremmo dubitare che le nostre offerte per i morti portino loro qualche consolazione? Non esitiamo ad aiutare coloro che se ne sono andati e a offrire per loro le nostre preghiere” (san Giovanni Crisostomo)» (nn. 1030, 1032).

Enrico entra tra i Domenicani di Costanza all’età di tredici anni, intorno al 1310 e, secondo una tradizione, per venerazione verso la madre, prende come cognome Seuse, latinizzato in Suso. I superiori dell’Ordine lo accettano a un’età così precoce come eccezione, perché discernono in lui una chiara vocazione divina. L’Ordine dei Predicatori è allora molto fiorente e i suoi conventi sono diffusi in tutta l’Europa cristiana, ma la disciplina non è più così rigorosa come ai suoi inizi e il chiostro di Costanza è sulla china della rilassatezza. In realtà, fino all’età di diciotto anni, la vita religiosa di Enrico manca di fervore, come lo ammetterà egli stesso. Egli comprende e vuole il beneficio dell’obbedienza religiosa e pronuncia i suoi voti in tutta sincerità, ma senza grandi desideri di ascesi personale. Si dedica agli studi: il latino, che padroneggerà perfettamente, la logica e la retorica, poi le Costituzioni dei Domenicani, la filosofia e la teologia secondo l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino.

Durante questi anni, egli intende lodare la divina Sapienza della quale si dice sia un’amica di elezione. Il suo cuore s’innamora di questa Sapienza, ma rimane attratto dalle gioie temporali e nella sua anima si svolge una lotta interiore. Eppure desidera ardentemente vedere la Sapienza. Un giorno, quando ha diciotto anni, questa gli appare «distante, ma molto vicina al suo cuore». Gli si mostra nello stesso tempo sublime e umile. A volte gli appare sotto le sembianze di una vergine pura e incantevole, altre volte sotto quelle di un giovane di squisita bellezza. «Figlio mio, essa gli dice, donami il tuo cuore.» Entusiasta di fronte a questa bellezza, Enrico irradia una felicità divina. Tuttavia, dopo questa grazia, le tentazioni ritornano e lo travolgono, spingendolo ad amare le cose presenti piuttosto che quelle future.

La misericordiosa Sapienza

In seguito a una nuova visione, un giorno della festa di sant’Agnese, Suso comprende che la Sapienza è più particolarmente l’attributo del Figlio in seno alla Trinità.

Anche san Luigi Maria Grignion de Montfort (1673-1716) spiegherà: «La Sapienza sostanziale e increata è il Figlio di Dio, la seconda Persona della Santissima Trinità, in altre parole la Sapienza eterna nell’eternità, o Gesù Cristo nel tempo…” (L’amore dell’eterna sapienza, nn. 13, 19).

La Sapienza dice a fratel Enrico: «Sono io, la tenera, la misericordiosa Sapienza, che ho spalancato l’abisso della mia infinita misericordia per accoglierti con dolcezza, te e i cuori pentiti. Sono io, la dolce Sapienza, che mi sono fatta povera e miserabile per ricondurti alla tua dignità; sono io che ho sofferto la morte crudele per restituirti la vita… Sono io, tuo fratello, guarda, sono io il tuo sposo! Ho a tal punto completamente dimenticato tutto ciò che puoi aver fatto contro di me che è come se non fosse mai successo, purché tu ritorni ormai completamente a me e che non ti separi più da me» (Libretto dell’eterna Sapienza, cap. ).

Comprendendo il pericolo dei contatti con il mondo, fratel Enrico non si reca più in parlatorio se non in caso di necessità. I Padri del Deserto diventano i suoi maestri. Legge negli scritti di san Giovanni Cassiano: «È Cristo morente sulla croce che deve essere nostro modello». Desiderando unirsi quanto più possibile alla Passione del Signore attraverso la contemplazione, segue il consiglio che gli dà la Sapienza: «Quanto agli altri esercizi, povertà, digiuno, veglie e tutte le altre mortificazioni, orièntale verso questo fine (la contemplazione) e praticali nella misura in cui potranno farti progredire.» Da valoroso soldato di Cristo, egli inizia a dedicarsi a grandi penitenze. Profondamente innamorato di Cristo, incide nella propria carne (esempio da non seguire!) le lettere IHS, che significano Gesù.

Dopo il 1320, Suso, terminato il ciclo ordinario degli studi, viene inviato a Colonia allo studium generale dell’Ordine, per approfondirvi la sua conoscenza della Bibbia e della teologia scolastica. Segue con avidità l’insegnamento di illustri docenti, ma più particolarmente i commenti biblici di Meister Eckhart, professore che apprezza molto. Quest’ultimo, con i suoi consigli personali, aiuta il suo allievo a superare un grave scrupolo che avrebbe potuto mettere in pericolo la sua vocazione. Fratel Enrico gli resterà profondamente riconoscente. Ma Meister Eckhart deve affrontare le contestazioni di molti, tra cui due padri domenicani e, a partire dal 1325, viene sospettato di professare dottrine eterodosse. Nel 1327, protesta la sua ortodossia e dichiara di ritrattare tutti gli errori che avrebbero potuto insinuarsi nei suoi sermoni e nei suoi scritti. Eppure, nel 1329, papa Giovanni XXII, che risiede ad Avignone, dichiara sospette, nella bolla In agro dominico, ventotto tesi di Meister Eckhart. Questi era morto il 28 gennaio 1328 e probabilmente Suso non era più a Colonia.

Nel 1992, il cardinale Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha dichiarato che la riabilitazione di Eckhart richiesta alla Santa Sede dal capitolo generale dei domenicani non aveva ragion d’essere, perché questo autore non è stato condannato personalmente.

Suso redige un Libretto della Verità dove riprende le tesi del suo maestro sopprimendo ogni equivoco.

Soffrire valorosamente il disprezzo

Pieno di fervore spirituale, egli soffre della leggerezza degli studenti e degli insegnanti che non cercano la santità della vita ma la pretesa e il vanto. Ritorna a Costanza verso il 1327 e vi riprende uno stile di vita piuttosto solitario, pur assumendo l’incarico di lettore (professore di primo grado presso i domenicani). In questa veste, insegna e dirige gli studi di tutti i confratelli, missione particolarmente importante tra i Domenicani dediti allo studio. Tuttavia, il suo insegnamento non è sempre ben accetto, perché è ancora considerato come un discepolo di Eckhart. Denunciato come eretico da due dignitari dell’Ordine, viene inviato a un capitolo generale tenuto nei Paesi Bassi, probabilmente quello di Maastricht nel 1330. Vi si presenta tutto tremante e gli vengono rivolti rimproveri severi con minacce di punizioni rigorose. Al suo ritorno a Costanza, gli viene tolto l’incarico di lettore. Un giorno, vedendo un cane che gioca con un pezzo di stoffa, egli considera questo come un segno della Provvidenza che lo chiama a fare penitenze non più esteriori ma interiori, a essere il pezzo di stoffa, giocattolo dei suoi confratelli. Getta allora nel Reno gli strumenti di penitenza di cui si serviva. Prostrato davanti al crocifisso, chiede al Signore: «Insegna dunque al tuo servo a soffrire valorosamente, per il tuo amore, disprezzo e scherno». La vera santità passa infatti attraverso l’accettazione delle prove che la Provvidenza permette. In realtà, egli diventa oggetto di calunnie e denigrazioni e si vede abbandonato da diversi suoi amici.

«La penitenza, dirà la signora Royer, una mistica dell’inizio del XX secolo, confidente del Sacro Cuore di Gesù, non consiste nell’ingegnarsi nella ricerca di sacrifici o di vie straordinarie, ma è dire “amen” a tutte le occasioni di mortificarsi che la vita s’incarica senza sosta di proporci. È accettare la croce che Dio ci pone continuamente sulle spalle.» Sulla stessa linea, suor Lucia, la veggente di Fatima, scriverà al vescovo di Leiria: «Dio è addolorato nel vedere un numero così piccolo di anime in stato di grazia e disposte a rinunciare a tutto ciò che Egli richiede loro per aderire alla sua Legge. Ed è proprio la penitenza che il Buon Dio richiede adesso, è il sacrificio che ciascuno deve imporsi… Dio vuole per mortificazione lo svolgimento semplice e onesto dei compiti quotidiani e l’accettazione delle pene e delle tribolazioni. E desidera che si mostri chiaramente questa via alle anime, perché molti immaginano che “penitenza” significhi grandi austerità e, non avendo né la forza né la magnanimità per affrontarle, si scoraggiano» (20 aprile 1943).

Gli “Amici di Dio”

Il duca Ludovico IV di Baviera (1286-1347) si è fatto incoronare imperatore del Sacro Romano Impero Germanico nel 1328, senza l’approvazione di papa Giovanni XXII; questi lo scomunica, il che provoca gravi conseguenze sociali. La cristianità si divide in sostenitori del Papa o dell’imperatore. L’Ordine domenicano si mostra nel suo insieme fedele al Papa. Suso soffre molto di questa divisione. Altri flagelli si abbattono allora sulla società: le cavallette divorarono i raccolti nel 1338; tre anni dopo, delle inondazioni causano enormi danni. Nel 1348, la peste nera semina il terrore in tutto l’Occidente e provoca la morte di almeno un terzo della popolazione; alcuni terremoti causano la morte di circa cinquemila persone. Di fronte a questi mali, i cristiani ferventi rafforzano la loro vita spirituale. Si sentono spinti a consolare con molto amore Cristo, Dio sofferente, che tanti altri trascurano. Una vasta rete di devozione si estende su tutta la Germania meridionale. Si chiamano “amici di Dio” e hanno come intento quello di amare il Salvatore, unirsi ai suoi santi misteri con la preghiera e i sacramenti, impegnarsi nell’imitazione della sua vita e conoscere, se Egli ne fa loro la grazia, la perfetta unione con lui.

Sollevato dall’incarico di lettore, padre Enrico, che allora ha circa quarant’anni, si vede affidare un ministero di direzione spirituale presso delle suore del suo Ordine, poi di altre comunità, come le Benedettine. Queste suore apprezzano molto la sua guida e nutrono per lui una vera e propria venerazione. Suor Elsbeth Stagel, una suora di un convento domenicano vicino a Winterthur, diventa sua figlia spirituale. Iniziata alla dottrina di Meister Eckhart, è avida dei suoi insegnamenti. Egli le rivela molti segreti della sua propria vita. Scrive anche numerose lettere che testimoniano le sue sante amicizie.

Suso percorre quindi a piedi la Svizzera, l’Alsazia e la valle del Reno. Non passa mai nei pressi di una chiesa senza andare a salutare l’Ospite divino. La sua anima poetica si delizia nell’ammirare la campagna e nell’intrattenersi con la Sapienza. «Amato Signore», scrive, se non sono degno di lodarti, la mia anima desidera tuttavia che ti lodi il cielo quando, nella sua più incantevole bellezza, è illuminato in tutta la sua chiarezza dallo splendore del sole e dall’innumerevole moltitudine delle stelle luminose. Ti lodino i bei prati della campagna quando, nelle delizie dell’estate, risplendono della loro naturale nobiltà nel manto variopinto dei loro fiori e nella loro squisita bellezza… Non vi è nel tempo miglior preludio alla dimora dei cieli che lodare Dio nella gioia e nell’esultanza» (Libretto dell’eterna Sapienza, cap. 24). Si legge ancora nella Vita : «Le braccia della mia anima si tendono, tutte cariche della moltitudine innumerevole delle creature, ed è per incitarle tutte a cantare gioiosamente la loro riconoscenza al Creatore…». Infatti, come spiega sant’Ignazio, «le altre realtà (diverse dall’uomo) sono state create per aiutare quest’ultimo a conseguire il fine per il quale Dio lo ha creato», vale a dire: «Lodare, onorare e servire Dio» (Esercizi Spirituali, n°23).

Spezzare il pane

Accade a volte a Suso di partire alla ricerca delle pecore smarrite nei quartieri poveri e nelle campagne. Vuole «spezzare il pane per la gente comune e distribuirlo alle folle». La sua spiritualità s’ispira non solo alla Bibbia ma anche ai Santi Padri, in particolare a sant’Agostino. Per lui, è chiaro che l’interpretazione della Scrittura deve concordare con l’opinione comunemente accettata nella Chiesa…

«È chiaro dunque che la sacra Tradizione, la sacra Scrittura e il magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che nessuna di queste realtà sussiste senza le altre, e tutte insieme, ciascuna a modo proprio, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime» (Vaticano II, Dei Verbum, n°10, § 3; cfr CCC, n°95).

Verso il 1348, Suso scrive il Libretto dell’Eterna Sapienza, l’unico la cui completa autenticità è fuori dubbio. Negli anni 1330, forse addirittura nel 1339, aveva già pubblicato un libro abbastanza simile per argomento, l’Orologio della Sapienza , ma che è tuttavia piuttosto diverso nello stile e nel tono. In quello della Eterna Sapienza, egli scrive per animare o sviluppare l’amore di Dio nei cuori. La Sapienza gli dice: «Se vuoi contemplarmi nella mia Divinità increata, devi imparare a conoscermi e amarmi nella mia natura umana che ha sofferto, perché questa è la via più rapida verso la beatitudine eterna». Così Suso invita il suo lettore a meditare con lui sulla Passione di Cristo. La Sapienza prosegue: «Vedi: la contemplazione assidua delle mie amabili sofferenze trasforma un uomo semplice in un maestro perfetto. È un libro vivo in cui si trovano ogni sorta di cose. Quanto è felice l’uomo che l’ha in qualsiasi momento davanti agli occhi e lo studia! Quanta sapienza e quante grazie può acquisire; quanta consolazione e dolcezza! Quale avversione al peccato, quale senso costante della mia presenza!» (cap.14). Suso evoca anche la Vergine e la sua presenza al Calvario in un’indicibile afflizione.

Il dialogo con la Sapienza comporta anche le visioni delle sofferenze dell’inferno e della gioia immensa del Regno dei cieli, due verità rivelate da Gesù stesso. Il desiderio di Suso è quello di «rimuovere gli uomini dal profondo solco della loro vita peccaminosa per condurli alla vera bellezza».

Egli mostra chiaramente le due vie di cui il Catechismo dice: «La via di Cristo conduce alla vita, una via opposta conduce alla perdizione » (Mt 7,13). La parabola evangelica delle due vie è sempre presente nella catechesi della Chiesa. Essa sta ad indicare l’importanza delle decisioni morali per la nostra salvezza.» (CCC, n. 1696). Anche il Concilio Vaticano II ricorda la posta in gioco della vita quaggiù: «Siccome poi non conosciamo il giorno né l’ora, bisogna che, seguendo l’avvertimento del Signore, vegliamo assiduamente, affinché meritiamo, finito il corso irrepetibile della nostra vita terrena, di entrare con lui al banchetto nuziale ed essere annoverati fra i beati, e non ci venga comandato, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove ci sarà pianto e stridore dei denti» (Lumen Gentium , n. 48).

Il Catechismo insegna: «Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono così come egli è, a faccia a faccia» (CCC, n. 1023).

Suso descrive il cielo: «Nella patria celeste, sei talmente circondato da amici che colui che ti è più estraneo, in mezzo a questa folla innumerevole, ti ama con più amore e fedeltà di quanti ne abbiano mai potuto testimoniare un padre o una madre… Guarda tu stesso la bella pianura celeste: ah! ecco tutte le delizie dell’estate, ecco i prati nella luce di maggio, ecco la valle delle vere gioie! Ecco, tra coloro che si amano, scambi di sguardi gioiosi; ecco arpe, viole, ecco canti, salti, danze, girotondi, una gioia perfetta e senza fine, ecco ogni desiderio esaudito, ecco la gioia senza sofferenza in una sicurezza che durerà per sempre.» E conclude: «Ah! Signore, fa’ che la mia anima non perda mai di vista questo duplice spettacolo dell’inferno e del paradiso, affinché io non rimanga mai più privo della tua amicizia!» (cap. 12)

Il Libretto dell’Eterna Sapienza comprende una seconda parte in cui Suso insegna l’arte di morire bene. L’uomo non ha da temere la morte quando vi si è preparato: «Preparati alla partenza, perché, in verità, tu sei come un uccello sul ramo e come un uomo che, dalla riva, spia il passaggio della nave veloce su cui deve imbarcarsi e che lo condurrà verso il paese straniero dal quale non ritornerà mai più» (cap. 21). Seguono due meditazioni sul sacramento dell’Eucaristia e sulla lode di Dio in ogni momento.

Le opere di Suso hanno avuto un grandissimo successo alla fine del Medioevo. Tra i suoi lettori conosciuti ci sono Tommaso da Kempis, il presunto autore de L’imitazione di Gesù Cristo e il martire inglese san Giovanni Fischer.

«Aiutatemi a pregare!»

Rifiutandosi di obbedire agli ordini scismatici di Ludovico di Baviera, i Domenicani devono andare in esilio. Lasciano Costanza e si rifugiano a Diessenhoven. Suso viene nominato priore della comunità. È sottoposto a prove di ogni genere a causa del suo apostolato, a ostilità nei suoi confronti, a problemi di salute e a una terribile calunnia sui suoi costumi che lo tortura interiormente. Viene inviato al convento di Ulma nel 1347-48, da dove intraprende numerosi viaggi pastorali. I suoi ultimi anni sono sereni. Il 25 gennaio 1366, Suso è in agonia. Sul suo duro letto, prega Cristo: «Ti prego di purificarmi nel tuo Sangue prezioso, Tu così clemente!» Poi, chiama i suoi santi prediletti, san Domenico, san Tommaso, san Nicola: «Alzate le mani, aiutami a pregare il Cielo!» Quando i confratelli, inginocchiati attorno al suo letto, intonano la Salve Regina, egli aggiunge: «Consegno la mia anima nelle tue mani, o mia sposa, o Madre mia!… Ti raccomando i miei in uno stesso amore». Poi rende la sua anima a Dio. È stato beatificato nel 1831 da papa Gregorio XVI. La sua festa si celebra il 25 gennaio.

Chiediamo al beato Enrico Suso di farci conoscere e amare la Sapienza eterna, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio e di fortificarci per rendergli testimonianza.

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