3 Settembre 2025
Beato Miguel Pro
Carissimi Amici,
Per le strade di Città del Messico, nel 1927, un giovane circola in bicicletta, vestito con una tuta da operaio. Va a lavorare… Il suo lavoro? Confessare e distribuire clandestinamente la santa Comunione a centinaia di persone in case private: ogni esercizio del culto cattolico è infatti vietato dal governo.. Questo “operaio” è in realtà un giovane prete gesuita che si traveste per eludere la sorveglianza della polizia. Da sei mesi c’è una taglia sulla sua testa. «Che spreco di soldi!», commenta Miguel Pro, non senza ironia.
Miguel Agustín Pro nasce il 13 gennaio 1891, terzo di undici figli, a Guadalupe, una cittadina mineraria nello stato di Zacatecas, nel Messico centrale. I suoi genitori, Miguel e Josefa, sono ferventi cattolici. Il giovane Miguel sviluppa una personalità vivace e attraente: la sua devozione si associa all’allegria e al senso dell’umorismo. A dieci anni, i suoi genitori lo mandano in una scuola rinomata a Città del Messico. Ma dei dolori di stomaco, che lo accompagneranno per tutta la vita, lo costringono ben presto a proseguire gli studi a casa. A quindici anni, aiuta il padre, ingegnere minerario, come segretario. A volte, scende anche nella miniera e chiacchiera con i minatori; ottimo imitatore, è in grado rapidamente di parlare il loro linguaggio. Sua madre prende l’iniziativa di occuparsi dei minatori malati e Miguel l’accompagna volentieri nelle sue visite caritative. La famiglia Pro fonda ben presto un piccolo ospedale, nel quale tre medici si offrono di prestare cure gratuite.
A Miguel piace chiacchierare con le amiche delle sorelle. A 18 anni, esce la sera, diventava mondano e trascura un po’ la sua vita spirituale. Sua madre ne è rattristata. Un giorno, gli chiede di portare al presbiterio della parrocchia un velo per il tabernacolo da lei ricamato. Lui si fa un po’ pregare, ma alla fine accetta. Al presbiterio, incontra due sacerdoti gesuiti che si recano in quella zona per una missione. «Buongiorno, giovanotto. Ci accompagni?» Miguel si lascia convincere e segue per una settimana gli esercizi spirituali della missione. Ne esce trasformato, avendo ritrovato la devozione e la pace dell’anima. Nel 1911, María de la Concepción, la sua sorella prediletta, entra in convento, cosa che suscita un vero dramma nel cuore del giovane – poco prima, un’altra delle sue sorelle aveva seguito la stessa strada. Ma questo esempio lo fa riflettere. Alcune settimane dopo, annuncia ai genitori la sua decisione di diventare gesuita.
Una volta accettata la sua richiesta dal provinciale, Miguel entra il 10 agosto 1911, all’età di vent’anni, nel noviziato di El Llano (Michoacan). A partire dal 15 agosto, festa dell’Assunzione di Maria, indossa l’abito talare. In questo luogo umido, contrae la malaria. Per aiutarlo a ritrovare la salute, gli vengono permesse delle passeggiate e viene aggiunta della frutta al suo menu. In seguito, un giovane novizio racconterà di lui: «Fratel Miguel aveva una conversazione umile e allegra; senza dar fastidio a nessuno, riusciva a infilare nelle sue parole piuttosto comiche delle pie riflessioni. Aveva una grande devozione per il Sacro Cuore Ciò che ammiravo in lui erano il suo spirito di sacrificio e la sua pazienza di fronte a tutte le miserie che ci colpivano a causa dello stato caotico del paese.». Padre Pulido, maestro dei novizi, ha testimoniato dal canto suo: «Ciò che più ho apprezzato in questo novizio è la sua allegria e il suo umorismo. Era il compagno ideale delle ricreazioni e delle feste. C’erano però in lui due uomini: il buontempone allegro delle ricreazioni e un religioso di eccezionale profondità.»
Il 15 agosto 1913, fratel Miguel viene ammesso a pronunciare i primi voti religiosi. Mentre sta per iniziare i suoi studi di filosofia, scoppia una rivoluzione. A partire dall’indipendenza del Messico nel 1810, i “Liberatori” del paese hanno cercato più volte di ridurre l’influenza sociale della Chiesa. Nel 1913, Venustiano Carranza prende il potere, appoggiandosi sugli elementi anticlericali dell’esercito e sulla massoneria. Inizia una persecuzione contro la Chiesa: preti arrestati, chiese profanate, ordini religiosi soppressi. Con i gesuiti di El Llano, suddivisi in piccoli gruppi, fratel Miguel deve fuggire nell’agosto 1914, travestito da contadino. Attraversa il paese devastato da bande di soldati. Di passaggio a Guadalajara, Miguel incontra la madre Josefa, priva di notizie del marito e ridotta in miseria. La signora Pro, che fa dei bucati per guadagnare il pane della famiglia, gli mostra un dipinto del Sacro Cuore, ormai la sua unica ricchezza. E aggiunge: «Figlio mio, anche se mi vedi chiedere l’elemosina, segui la tua vocazione. Non sappiamo se tuo padre sia vivo o morto, ma rimaniamo con Dio, nostro Padre».
Inalterabile allegria
Dopo 46 giorni di viaggio, i gesuiti messicani arrivano negli Stati Uniti e ben presto s’imbarcarono per la Spagna dove troveranno sedi adeguate. Dal 1915 al 1918, Miguel studia filosofia a Granada. I suoi compagni dell’epoca non parlano a suo riguardo di prodezze intellettuali, ma ricordano la sua devozione, il suo spirito di mortificazione e la sua inalterabile allegria.. A volte, in mezzo alle risate che provocava, lo si vedeva reprimere una smorfia : soffriva di dolori di stomaco cronici che cercava di nascondere per non essere di peso. Dal 1918 al 1922, secondo il programma di formazione del suo ordine, fratel Pro insegna in un collegio per bambini che i gesuiti hanno appena aperto nel Nicaragua. Gli edifici incompiuti lo proteggono male dal clima : la sua salute peggiora e il suo superiore Lo apprezza poco. Umiltà e fiducia nella divina Provvidenza lo aiutano a prendere le cose dal lato buono.
Miguel torna poi in Spagna per studiarvi teologia per due anni vicino a Barcellona. Nell’estate del 1924, fa il suo ritiro annuale a Manresa, dove sant’Ignazio aveva ricevuto dalla Santa Vergine l’ispirazione per gli Esercizi Spirituali. Dal 1924 al 1926, termina i suoi studi presso lo scolasticato di Enghien in Belgio dove sono riuniti 135 giovani gesuiti provenienti da tredici nazioni. I suoi superiori notano il suo dono per le lingue. Il secondo anno, Miguel ottiene il permesso di visitare, a scopo di evangelizzazione, la zona mineraria di Charleroi. Riesce a parlare con un gruppo di operai socialisti; il suo senso della replica colpisce nel segno. Nonostante i suoi scarsi risultati accademici e la sua salute poco brillante, ma a causa della sua devozione e del suo zelo apostolico, Miguel Pro viene ordinato sacerdote a Enghien il 31 agosto 1925 da un vescovo francese. Il nuovo prete inizia il suo quarto anno di teologia, ma ben presto il suo stato di salute peggiora: gli viene diagnosticata un’ulcera allo stomaco; deve essere ricoverato in ospedale e verrà operato tre volte. Nuova prova: nel febbraio 1926, riceve un telegramma che gli annuncia la morte della madre. Josefa sapeva che la sua missione sulla terra era terminata e aveva offerto la sua vita a Dio per suo figlio; era convinta che il Signore Gesù l’aveva ascoltata.
Tuttavia la salute di Miguel non migliora; viene mandato in una casa di convalescenza gestita da francescani a Hyères. Ben presto, il medico che lo cura dice in confidenza al religioso che lo accompagna: «È un caso disperato. Deve informarne i superiori. Al paziente non è stato detto nulla.» Padre Picard, responsabile dello scolasticato, informa allora Miguel del suo stato e aggiunge: «Ritorna in Messico per morire nel tuo paese.» Lo autorizza, al momento della partenza, a compiere un breve pellegrinaggio a Lourdes durante il quale padre Pro riceverà grandi grazie: «Quello che ho sentito là non è da scrivere, è stato uno dei giorni più felici… Alle nove, ho detto la Messa… Ho passato un’ora nella grotta, ho pianto come un bambino. Ora riparto con l’anima piena di consolazione. Per me, andare a Lourdes era incontrare la mia Madre Celeste, parlarle, chiederle; e l’ho incontrata, le ho parlato, le ho chiesto…» Egli s’imbarca a Saint-Nazaire, ormai senza alcuna cura medica.
Nella clandestinità
Il 7 luglio 1926, Miguel sbarca a Veracruz, camuffato in abiti civili. La Provvidenza lo protegge : l’ufficio della dogana non apre i suoi bagagli e l’ispettore dei passaporti non controlla i suoi documenti. Giunto a Città del Messico, si presenta al Padre provinciale Luis Vega, che lo manda in missione nella capitale. Passando da casa, apprende che suo fratello Humberto, di 24 anni, è in carcere per aver fatto resistenza alle leggi antireligiose. Un’ora dopo, il Padre inizia il suo ministero in una casa discreta, dove oggi si trova la parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe, Regina della Pace.
È proprio nel momento in cui Miguel Pro arriva a Città del Messico che la crisi dei rapporti tra Chiesa e Stato raggiunge il culmine. Il presidente imposto dall’esercito, Plutarco Elías Calles, massone imbevuto dell’ideologia marxista, inasprisce le disposizioni anticlericali della Costituzione del 1917: in 33 articoli, le leggi Calles proibiscono l’insegnamento religioso in tutte le scuole, bandiscono i preti stranieri, sopprimono gli ordini religiosi e nazionalizzano i beni della Chiesa. È vietato ogni apostolato sacerdotale e ogni atto di ministero al di fuori delle chiese. Constatando che le condizioni imposte dalle nuove leggi rendono impossibile la prosecuzione di qualsiasi ministero, i vescovi messicani decidono, con l’approvazione di papa Pio XI, di sospendere ogni esercizio pubblico di culto nel paese a partire dal 31 luglio 1926. Prima del fatidico giorno, padre Pro viene mobilitato per amministrare i sacramenti. Dalle 5 alle 11 e dalle 15 alle 20, il suo confessionale è preso d’assedio. Scrive qualche giorno dopo: «Come ho fatto a resistere? Io il fragile, io il delicato, io l’ospite interessante di due cliniche europee? Tutto ciò dimostra con la massima evidenza che se non fosse intervenuto l’elemento divino, che si serve di me solo come di uno strumento, tutto questo sarebbe finito da tempo.
Il 31 luglio, si consumano le sante Specie e in tutto il Messico i tabernacoli sono ormai vuoti. Le chiese abbandonate vengono profanate dalla soldatesca. La Messa viene celebrata clandestinamente. Padre Pro inaugura le «stazioni eucaristiche», in case in cui passa a un’ora convenuta per dare la santa Comunione. «Distribuisco da duecento a trecento Comunioni ogni giorno. Questo mi tiene occupato fino alle otto del mattino, senza contare il lavoro delle confessioni che ho il mercoledì, il giovedì e il venerdì pomeriggio.» Organizza circoli di studenti per aiutare questi ultimi ad approfondire la loro fede. Si prende cura anche degli impiegati e dei collaboratori domestici; sfidando il rifiuto sociale che le emargina, aiuta le ragazze madri e fonda un centro per la riabilitazione delle prostitute.
Per Cristo Re
Per rispondere alla persecuzione, la « Lega per la difesa delle libertà religiose » decide lo sciopero degli acquisti. I cattolici acquistano solo più lo stretto necessario e ritirano dalle banche tutto il denaro che vi avevano depositato. Questo sciopero provoca una crisi economica e finanziaria. Il dittatore Calles si preoccupa anche per la rivolta armata dei Cristeros (seguaci di Cristo Re).. Questi umili contadini si sono impegnati in una lotta impari contro la rivoluzione, per la libertà di culto e per il regno sociale di Cristo (la cui urgenza era stata appena ricordata da papa Pio XI nel 1925 istituendo la festa liturgica di Cristo Re). Le misure violente contro i preti si aggravano, arrivando fino all’omicidio ; i laici trovati con volantini contro il governo vengono fucilati senza processo.
Gesù Cristo è re. Lo ha affermato a Pilato: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce» (Gv 18,37). Il regno di Cristo è il regno della verità: verità su Dio, verità sull’uomo e sul suo destino eterno. San Giovanni Paolo II osservava il 23 febbraio 2002: «Alla metà dello scorso millennio ha avuto inizio, e dal Settecento in poi si è particolarmente sviluppato, un processo di secolarizzazione che ha preteso di escludere Dio e il cristianesimo da tutte le espressioni della vita umana. Il punto d’arrivo di tale processo è stato spesso il laicismo e il secolarismo agnostico e ateo, cioè l’esclusione assoluta e totale di Dio e della legge morale naturale da tutti gli ambiti della vita umana..»
Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna: «Il dovere di rendere a Dio un culto autentico riguarda l’uomo individualmente e socialmente. È “la dottrina cattolica tradizionale sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo” (cfr. Vaticano II, Dichiarazione sulla libertà religosa – Dignitatis humanæ, n°1). (…) La Chiesa in tal modo manifesta la regalità di Cristo su tutta la creazione e in particolare sulle società umane.» (CCC n°2105; cfr. encicliche Immortale Dei di Leone XIII e Quas Primas di Pio XI).
Il rifiuto di ogni verità da parte delle società umane porta al totalitarismo. «La Chiesa invita i poteri politici a riferire i loro giudizi e le loro decisioni all’ispirazione della verità su Dio e sull’uomo [della religione divinamente rivelata]: “Le società che ignorano questa ispirazione o la rifiutano in nome della loro indipendenza in rapporto a Dio, sono spinte a cercare in se stesse oppure a mutuare da una ideologia i loro riferimenti e il loro fine e, non tollerando che sia affermato un criterio oggettivo del bene e del male, si arrogano sull’uomo e sul suo destino un potere assoluto, dichiarato o non apertamente ammesso, come dimostra la storia”» (CCC n°2244).
Il 31 ottobre, sfidando il governo, 200.000 pellegrini si recano al santuario di Nostra Signora di Guadalupe, molto vicino a Città del Messico; padre Pro li incoraggia a cantare a pieni polmoni degli inni a Cristo Re. Il primo venerdì di novembre 1926, egli dà la santa Comunione a 1.300 persone. Descrivendo la sua vita quotidiana, nota con umorismo che il pericolo più grande per lui, ciclista, non è costituito dalla polizia, ma piuttosto dagli automobilisti «molto audaci». Con sangue freddo, riesce più volte a evitare la cattura. Trascorre persino una breve permanenza in prigione senza che la polizia scopra la sua vera identità.
Quello che avete di meglio come carità
All’inizio del 1927, padre Pro fonda commissioni di aiuto a favore di famiglie divenute indigenti a causa della loro fedeltà alla fede cattolica e della guerra civile. Coordina l’azione di una dozzina di persone incaricate di raccogliere generi alimentari. Lo si può veder portare a dei bisogni un grosso sacco di cibo, pur accontentandosi egli stesso di una dieta molto frugale. Assiste, spiritualmente e materialmente, delle comunità religiose femminili clandestine. Dalla sua prigione, invierà a una di esse i suoi ultimi soldi con un bigliettino : « È tempo per voi di riversare su di me quello che avete di meglio come carità. » Miguel aiuta anche le famiglie dei Cristeros, senza legarsi al movimento armato. Egli ritiene che i cattolici abbiano il diritto e il dovere di difendere i propri diritti politici, tra cui quello di praticare pubblicamente la religione. Manifesta in lettere e messaggi il suo desiderio del martirio : « Come desidero essere trovato degno di subire la persecuzioni per il santo nome di Gesù… ma sia fatta la sua volontà… Come desidero volare in Cielo con un colpo d’ali per poter suonare la chitarra e cantare con il mio angelo custode ! »
A marzo, il suo superiore gli ordina di nascondersi e di non uscire più, perché è attivamente ricercato dalla polizia. Egli commenta: «Quanto è difficile questa virtù dell’obbedienza! Credo che l’obbedienza sia il migliore dei sacrifici.» Tuttavia, egli obietta al suo superiore che la situazione non è così pericolosa e che la sua salute è molto migliorata: «Il mio stomaco ricorda a malapena di essere stato operato.» Ben presto autorizzato a riprendere il suo apostolato clandestino, padre Pro predica, sempre clandestinamente, numerosi ritiri secondo gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio. Per circolare in Città del Messico, inventa tutti i tipi di travestimenti: suonatore ambulante, operaio, autista, minatore, dandy, studente. Scrive nel suo diario: «Che gioia interiore riportare la pace in una famiglia operaia distrutta! Che gioia portare la Comunione a un vecchio di 94 anni! Che gioia ascoltare la confessione di un giardiniere italiano sotto un albero, o insegnare il catechismo a un comunista tra i trucioli e la segatura del suo laboratorio di falegname!»
Il 13 novembre 1027, quattro giovani cattolici lanciano una bomba contro l’auto del generale Obregón, il principale ministro di Calles. In seguito a questo fallito attentato, la polizia accerta che l’auto da cui è stata lanciata la bomba è appartenuta in passato a uno dei fratelli di Miguel Pro. In seguito all’indiscrezione di una donna e alle rivelazioni di un bambino spaventato, gli investigatori scoprono il nascondiglio del gesuita. Il 18 novembre alle tre del mattino, venti soldati armati fanno irruzione, con le armi in pugno, nella stanza dove dormono i tre fratelli Pro. Il Padre dice ai suoi fratelli: «Pentitevi dei vostri peccati» e, con voce sicura, pronuncia l’assoluzione sacramentale, aggiungendo: «Offriamo le nostre vite per la religione in Messico e facciamolo insieme affinché Dio accetti il nostro sacrificio.»
« Perché serva di esempio »
Miguel e suo fratello Roberto vengono portati in una cella umida e puzzolente (Humberto viene rinchiuso altrove). Durante i cinque giorni della loro detenzione, il Padre e i suoi compagni di prigionia dicono insieme le preghiere del mattino e della sera e il Rosario e cantano inni. Miguel incide sulla parete della cella : « Viva Cristo Re ! Viva Nostra Signora di Guadalupe ! » Venendo a sapere che padre Pro rischia di essere fucilato, Segura Vilchis, principale autore dell’attentato, si denuncia al generale Roberto Cruz, ispettore generale della polizia, e giura che i fratelli Pro non hanno nulla a che fare con l’organizzazione dell’attentato ; non erano nemmeno a conoscenza dei preparativi. Anche Miguel e i suoi due fratelli avevano giurato di essere innocenti e la polizia non aveva nessuna prova per una condann. Ma Calles e Obregón ordinano a Cruz di far fucilare padre Pro, « perché serva di esempio », senza ulteriori formalità.
Il 23 novembre 1927 alle 10 del mattino, Miguel e Humberto vengono condotti al luogo di esecuzione. Roberto verrà soltanto esiliato solo, per mancanza capi d’accusa. Lungo la strada, il Padre perdona il suo carceriere e i soldati. Ottiene un momento per pregare, cosa che fa in ginocchio con grande raccoglimento. Davanti al plotone di esecuzione, sotto lo sguardo indifferente di Cruz che fuma un sigaro, il giovane martire stende le braccia in croce e grida: «Viva Cristo Re!» Poiché respira ancora dopo la scarica, un soldato gli sferra il colpo di grazia. Facendo diffondere sulla stampa governativa le foto dell’esecuzione, Calles renderà padre Pro famoso in tutto il mondo. Con grande dispiacere delle autorità, il funerale, seguito da decine di migliaia di persone, è un trionfo. Quando la bara viene deposta nella tomba dei gesuiti, il padre del martire, don Miguel, intona spontaneamente il Te Deum..
Nonostante gli accordi di compromesso raggiunti nel 1929 tra il governo e il Vaticano, la persecuzione contro i cattolici è continuata in Messico fin verso la fine del XX secolo. Tra i tanti martiri della Rivoluzione messicana, padre Pro è stato, più di ogni altro, venerato dal popolo cattolico come un simbolo della Chiesa perseguitata. Il 25 settembre 1988 Miguel Agustín Pro è stato ufficialmente dichiarato martire e beato da papa san Giovanni Paolo II. Liturgicamente, viene commemorato il 23 novembre nella Compagnia di Gesù e in Messico.
Possiamo in ogni circostanza associarci a questa preghiera scritta dal beato Miguel nel suo diario, poco prima della sua morte: «Credo, Signore, ma rafforza la mia fede… Cuore di Gesù, ti amo, ma aumenta il mio amore. Cuore di Gesù, confido in Te, ma dona più vigore alla mia fiducia. Cuore di Gesù, ti dono il mio cuore, ma racchiudilo in Te, perché esso non sia mai separato da Te. Cuore di Gesù, sono tutto Tuo; ma abbi cura della mia promessa affinché io possa mantenerla fino al sacrificio completo della mia vita.»











