30 Luglio 2025
Santa Philippine Duchesne
Carissimi Amici,
«Oggi, scriveva papa san Giovanni Paolo II, l’appello alla conversione che i missionari rivolgono ai non cristiani è messo in discussione o passato sotto silenzio. Si vede in esso un atto di “proselitismo”; si dice che basta aiutare gli uomini a essere più uomini o più fedeli alla propria religione, che basta costruire comunità capaci di operare per la giustizia, la libertà, la pace, la solidarietà. Ma si dimentica che ogni persona ha il diritto di udire la “buona novella” di Dio che si rivela e si dona in Cristo, per attuare in pienezza la sua propria vocazione» (Redemptoris missio, 7 dicembre 1990, n. 46). Canonizzando santa Rosa Filippina Duchesne, il 3 luglio 1988, lo stesso Papa presentava un esempio di zelo missionario. Nel XIX secolo, questa santa religiosa ha contribuito alla missione della Chiesa nel Nord America.
Rosa Filippina Duchesne nasce a Grenoble il 29 agosto 1769. È figlia di Pierre-François Duchesne, avvocato presso il Parlamento del Delfinato, e di Rose-Euphrasine Perier. Per via materna, appartiene a una famiglia molto ricca. Al Battesimo, la bambina è posta sotto la protezione di santa Rosa da Lima, prima santa del continente americano, e dell’apostolo san Filippo. Fin dall’infanzia, dà prova della rigidità e della tenacia del carattere Duchesne, che cercherà di ammorbidire con sforzi perseveranti. Sa però dimenticare se stessa per dedicarsi agli altri. Dichiara: «Il più grande dei miei piaceri è fare del bene!» Piena di desideri per ciò che è grande e generoso, nutre una grande considerazione per le missioni: «La mia prima stima per lo stato missionario, scriverà, venne dalle conversazioni di un buon padre gesuita che aveva svolto la sua attività di missione in Louisiana…. Avevo solo otto o dieci anni e tuttavia consideravo fortunati i missionari.»
Filippina viene messa in pensione presso le Suore della Visitazione, ordine monastico fondato nel 1610 da san Francesco di Sales e santa Giovanna di Chantal. Le suore sono di clausura, ma gestiscono scuole per ragazze. Una di queste scuole, Sainte-Marie-d’en-Haut, si trova a Grenoble. La fede mette allora radici profonde nell’anima di Filippina e il timore di Dio le fa fuggire tutto ciò che potrebbe offendere lo sguardo divino. L’amore del Cuore di Gesù le si imprime nell’anima. Molti dipinti e iscrizioni che si vedono nel monastero trasmettono queste forti parole di san Francesco di Sales: «Nella santa Chiesa di Dio, tutto appartiene all’amore, tutto si fonda sull’amore, tutto sfocia nell’amore e tutto è amore. Dio, che ha creato l’uomo a sua immagine, vuole che tutto nell’uomo, come in Dio, sia ordinato dall’amore e per l’amore.»
All’età di dodici anni, la giovane fa la sua prima Comunione. Percepisce allora la chiamata a darsi tutta a Gesù nella vita religiosa e diventa molto fervente. «Da allora, riferisce la sorella, non considerò più il mondo se non come un luogo di esilio e la vita religiosa le sembrò l’unica in grado di rispondere al desiderio della sua anima». Venuti a conoscenza di questo desiderio della figlia, i genitori la riprendono a casa e la introducono nella vita mondana; ma, in mezzo ai concerti e ai balli, dove appare a suo agio, Filippina pensa a realizzare la sua vocazione. A casa, si prende cura dei mendicanti che si presentano alla porta, pur continuando i suoi studi. S’impegna in particolare nel latino per comprendere meglio la Sacra Scrittura. Giunta all’età di diciassette anni, rifiuta un vantaggioso matrimonio che le viene proposto, poi rinuncia a ogni mondanità. Un anno dopo, nel 1787, Filippina entra nel convento della Visitazione, nonostante l’opposizione dei genitori. Il desiderio di esercitare un giorno l’incarico di educatrice della gioventù nei collegi le ha fatto preferire la Visitazione al Carmelo, che pur amava molto. Edifica le sue consorelle con il suo amore incondizionato per Gesù e con l’ardore della sua carità. Di sera, dopo una giornata intensa, veglia, con il permesso delle sue superiore, e prega a lungo durante la notte. Al termine del suo noviziato, le viene rifiutato il permesso di pronunciare i voti religiosi dal padre, che chiede che aspetti di avere venticinque anni; egli le permette tuttavia di restare nel convento. Su consiglio di un prete prudente, la ragazza si sottomette.
Nel 1789, scoppia in Francia la Rivoluzione; dal 1791, le Visitandine di Grenoble vengono disperse e il loro convento chiuso. Filippina torna a vivere in famiglia in una tenuta dei Duchesne situata nel dipartimento della Drôme. Si dedica ai carcerati e ai preti refrattari. Alla fine della tormenta rivoluzionaria, nel 1801, essendole stato chiesto di prendersi cura dei bambini abbandonati o orfani, Filippina prende in affitto l’ex convento di Sainte-Marie-d’en-Haut; vi si stabilisce con alcuni bambini e invita le monache visitandine espulse a ritornarvi. Alcune ex suore ritornano, ma risulta impossibile ristabilire la vita religiosa. Sentendo allora parlare di Maddalena Sofia Barat (1779-1865) che ha appena fondato le Dame del Sacro Cuore nel 1802 ad Amiens, le si offre, insieme alla sua casa. La signora Barat accetta e si reca a Sainte-Marie nel 1804 con tre delle sue suore. Dopo un breve noviziato, Filippina Duchesne pronuncia i suoi primi voti religiosi nel 1805, all’età di trentasei anni. Essendo la Società del Sacro Cuore dedita all’insegnamento, la casa di Sainte-Marie viene trasformata in un collegio.
Una notte nel nuovo continente
Nel 1806, Dom Augustin de Lestrange, abate del monastero cistercense di La Trappe, viene invitato a predicare alla comunità. Impressionata dal riferimento alla missione nordamericana da cui è tornato il predicatore, Filippina sente nuovamente la chiamata a partire in missione. Nella notte di adorazione eucaristica del Giovedì Santo, riceve una grazia speciale, che confida a madre Barat : « Tutta la notte sono stata nel nuovo continente… Portavo in ogni luogo il mio tesoro (il Santissimo Sacramento)… Avevo anche molto da fare con tutti i miei sacrifici da offrire : una madre, delle sorelle, dei parenti, una montagna… Quando Lei mi dirà : “Ecco, La mando”, Le risponderò subito : “Parto !” ». Per 12 anni, madre Sofia la forma pazientemente per farne una suora missionaria perfetta. La incoraggia alla dolcezza : « Voi che amate tanto il buon Francesco di Sales, le scrive, perché non avete preso ispirazione da lui quando eravate alla sua scuola ? Quanta dolcezza egli insegnava ad avere con se stessi e con tutti ! » Alla fine del 1815, Filippina si reca a Parigi per un consiglio generale della Società. Promossa segretaria generale, le viene affidato l’incarico di fondare una comunità nella città, in rue des Postes. Nel gennaio del 1817, mons. Guillaume-Valentin Dubourg, primo vescovo della Louisiana, vi si presenta e chiede delle suore per l’educazione delle giovani nella sua diocesi (la Louisiana di allora era un territorio molto vasto che si estendeva dai Grandi Laghi dell’America del Nord fino al Golfo del Messico a sud, lungo il fiume Mississippi, che ha una lunghezza di più di 3700 km). Filippina è pronta a partire.
Un’idea idilliaca
Nel 1818, nominata superiora di tutte le case che sarebbero state fondate in America, madre Filippina si reca a Bordeaux con quattro suore. La partenza in nave per il Nuovo Mondo avviene il 21 marzo. Dopo settanta giorni di viaggio reso faticoso dalle tempeste, arrivano a New Orleans, nel giorno della festa del Sacro Cuore. Il primo gesto di madre Duchesne è quello di inginocchiarsi e di baciare la terra, con gli occhi bagnati di lacrime. Dopo altri quarantadue giorni di viaggio per risalire il corso del Mississippi, su un battello a vapore a ruote, le cinque suore raggiungono finalmente Saint-Louis, una modesta cittadina di seimila abitanti, fondata dai francesi nel 1764, situata circa 1000 chilometri più a nord. Mons. Dubourg le accoglie molto calorosamente. Poi si trasferiscono a Saint-Charles, a pochi chilometri di distanza, una delle due città più antiche a ovest del Mississippi, fondata nel 1765. Lì, le suore aprono la prima casa della congregazione fuori dall’Europa. È solo una capanna di legno e le suore sono sottoposte a tutte le austerità di una vita di pioniere : freddo estremo, lavoro duro, mancanza di denaro, lentezza della posta tra l’America e la Francia. Madre Filippina, tra l’altro, incontra grande difficoltà nell’apprendimento dell’inglese. L’istituto è duplice : collegio e scuola gratuita per le ragazze povere. Ma la penuria, la fame e la mancanza di allieve costringono le suore a chiuderle entrambe l’anno successivo. « Una volta ci facevamo un’idea idilliaca di istruire le ragazze docili e innocenti del paese, ma la pigrizia e l’ubriachezza colpiscono le donne come gli uomini… » scrive madre Filippina con nostalgia.
La Chiesa cattolica negli Stati Uniti non è fiorente. Gli immigrati sono spesso avventurieri privi di senso morale. I gesuiti, ristabiliti da papa Pio VII nel 1815, si sviluppano rapidamente, ma si limitano a fondare collegi maschili sulla costa atlantica. Per le ragazze, non esiste un istituto scolastico. Nella società vige ancora il regime della schiavitù e le suore, non potendo loro stesse abolire questa istituzione disumana, impiegano schiavi per i loro vari lavori. Eppure, dichiarerà il Concilio Vaticano II, il Vangelo «annunzia e proclama la libertà dei figli di Dio, respinge ogni schiavitù che deriva in ultima analisi dal peccato, onora come sacra la dignità della coscienza e la sua libera decisione, ammonisce senza posa a raddoppiare tutti i talenti umani a servizio di Dio e per il bene degli uomini, infine raccomanda tutti alla carità di tutti» (Gaudium et spes, n. 41).
Invitate da mons.. Dubourg, madre Duchesne e le sue suore attraversano il fiume e arrivano in pieno inverno a Florissant. Questa località, alla confluenza del Mississippi e del Missouri, assomiglia a un villaggio francese. Il vescovo ha scelto di risiedere lì per essere più vicino alle tribù dei nativi americani. Viene messa a disposizione delle suore una fattoria. Ben presto arrivano delle allieve. Per la celebrazione del Natale del 1819 viene costruita una cappella. Entrano nella comunità delle postulanti e madre Filippina apre senza indugio un noviziato. Diffonde il culto del Sacro Cuore. Sotto la sua influenza, il vescovo dedica al Sacro Cuore la chiesa che fa costruire a Florissant. Madre Sofia Barat aveva detto alle sue figlie in partenza per l’America: «Se in quel paese voi non faceste altro che innalzare anche un solo altare al Sacro Cuore di Gesù, basterebbe per darvi la felicità per l’eternità!» Avvengono conversioni tra gli Algonchini e gli Osage; gli Irochesi, influenzati dai protestanti inglesi, non sono accessibili.
Allieve ribelli
Nel 1821 viene offerto da una ricca vedova un vasto terreno a Grand Coteau vicino a New Orleans. Madre Filippina vi si reca e fonda un collegio dove si iscrivono diciassette ragazze. Questa fondazione permetterà di accogliere le figlie delle famiglie benestanti di New Orleans. La Madre ritorna poi a Florissant dove il lavoro è difficile perché le allieve sono ribelli e poco inclini alla regolarità. Nel 1823, arriva un gruppo di undici gesuiti belgi, tra cui padre De Smet, che considererà madre Filippina come « la più grande santa del Missouri e probabilmente di tutti gli Stati d’America ». Sotto la direzione di padre Van Quickenborne, questi sacerdoti danno grande impulso alla missione del Missouri. Si stabiliscono nella regione, conquistate dall’entusiasmo di mons. Dubourg, anche altre congregazioni missionarie, come quella dei Lazzaristi.
Credere o non credere in Gesù Cristo non è indifferente. A chi non conosce il Signore, manca una verità essenziale.. «A volte, scrive papa Francesco, perdiamo l’entusiasmo per la missione dimenticando che il Vangelo risponde alle necessità più profonde delle persone» (Esortazione Evangelii gaudium, 2013, n. 265).
«La tentazione oggi, affermava papa san Giovanni Paolo II, è di ridurre il cristianesimo a una sapienza meramente umana, quasi scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una “graduale secolarizzazione della salvezza”, per cui ci si batte, sì, per l’uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontale. Noi invece, sappiamo che Gesù è venuto a portare la salvezza integrale, che investe tutto l’uomo e tutti gli uomini, aprendoli ai mirabili orizzonti della filiazione divina… Ogni uomo ha bisogno di Gesù Cristo, il quale ha sconfitto il peccato e la morte e ha riconciliato gli uomini con Dio… La Chiesa non può fare a meno di proclamare che Gesù è venuto a rivelare il volto di Dio e a meritare, con la Croce e la Risurrezione, la salvezza per tutti gli uomini» (Redemptoris missio, n°11). Per questo, è compito di ogni fedele annunciare Cristo con la testimonianza della vita e con la parola (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 904-905). «Non c’è modo di essere cristiani senza abbracciare il mondo nella propria ambizione, senza desiderare ardentemente il giorno in cui Cristo raccoglierà tutti gli uomini sotto l’invocazione del suo Nome» (padre Lacordaire – 1802-1861, Lettera a un giovane).
Padre Delacroix, parroco di una parrocchia vicino a New Orleans, si rivolge nuovamente a madre Duchesne nel 1826 per creare una fondazione a Saint-Michael, non lontano dalla grande città. Questa fondazione avviene in condizioni di grande povertà e di straordinaria fiducia nella divina Provvidenza. Nel 1827, madre Filippina rileverà un istituto delle Figlie della Croce a Bayou-la-Fourche, non lontano da Saint-Michael, con le nove suore della casa e le nove pensionanti.
Solitudine dolorosa
Anche nel 1827, viene offerta una casa dal parroco di Saint-Louis. Madre Filippina vi apre un orfanotrofio, un collegio e una scuola diurna. Ma Mons. Dubourg, il grande sostegno della Madre, alle prese da tempo con innumerevoli difficoltà, intriso di amarezze, vittima di tradimenti, ritorna in Francia dove viene nominato vescovo di Montauban. La Madre sente molto dolorosamente questa partenza, che le lascia un gran senso di solitudine : « Oggi non abbiamo più un amico zelante all’infuori di Gesù, scrive, ogni altro sostegno langue e si allontana da noi ». Nell’ottobre 1828, su richiesta dei gesuiti, riprende vita la scuola di Saint-Charles. Sei case costeggiano ora la valle del Mississippi. Madre Filippina viene riconfermata superiora delle case della Congregazione del Sacro Cuore in Louisiana. Ha sessant’anni e la sua salute è spesso cagionevole. Inoltre, si ritiene incapace. Scrive a madre Barat, nella primavera del 1829 : « Per me, sono solo più un bastone logoro e buono da buttare via il primo giorno… Tutto va storto nelle mie mani. Mi vedo come un vecchio leone che non ha più alcun mezzo per agire e che si sente sopraffatto e punto da tutto. »
Nel 1834, è a Florissant. Le sue responsabilità non le impediscono di trascorrere spesso le sue notti accanto ai malati. Svolge anche compiti della vita quotidiana come riparare i vestiti, curare l’aia e il giardino, senza per questo trascurare l’istruzione religiosa. Le bambine riconoscono: «Ci rendeva vive e reali le verità divine.» Ma soprattutto rispetta la priorità dell’Ufficio Divino. Appena sente la campana che annuncia l’Ufficio, si reca in raccoglimento alla cappella. L’amore che dimostra per la sua congregazione è intenso. Durante la ricreazione, racconta alle giovani suore gli inizi dell’istituto e le opere della santa madre Maddalena Sofia Barat nei tempi eroici in Francia.
Nel 1840, viene nominata una nuova superiora generale per le missioni in America. Sollevata da ogni responsabilità, madre Filippina ritorna a Saint-Louis per dedicarsi maggiormente alla preghiera. Nel 1841, ottiene l’autorizzazione a realizzare con tre compagne una fondazione, voluta da padre De Smet, tra i Potawatomi, popolazione indigena della regione dell’Alto Mississippi trasferita a forza ad ovest e parzialmente convertita. Molti obiettano che la salute di madre Filippina è peggiorata, ma il padre gesuita che dirige la missione insiste: «Deve venire! Non potrà fare molto lavoro, ma assicurerà il successo della missione con la sua preghiera. La sua presenza attirerà ogni grazia dal cielo sui nostri lavori.» Un centinaio di indiani a cavallo accolgono la Madre con entusiasmo. Le fanno da guardia d’onore fino alla casa della Missione Santa Maria di Sugar Creek, fondata nel marzo 1839 dai gesuiti, sotto forma di scuola per i Potawatomi e di azienda agricola.
Dei santi amerindi
«Ci sono, riferirà madre Filippina, dei meticci che sono dei santi. Ce ne sono anche tra i “selvaggi”. si vede in questa missione ciò che non si vede altrove, a tal punto la fede che vi regna ricorda i primi tempi della Chiesa… Una volta battezzati, gli ex pagani non conoscono più l’ubriachezza, né il furto, né il brigantaggio… I Potawatomi si riuniscono la mattina per la preghiera in comune, la Messa e l’istruzione; fanno ugualmente insieme la preghiera della sera.» La superiora locale riferisce che per due volte l’Ostia santa, sfuggendo dalle mani del sacerdote, era andata a posarsi da sola sulle labbra di una povera donna. Madre Duchesne osserva che il cristianesimo trasforma non solo l’anima degli indigeni ma anche i tratti della loro fisionomia. Una donna amerindia raccontava di essere stata istruita nella religione dalla Santa Vergine stessa, che vedeva spesso, e le sublimi virtù della sua vita e della sua morte confermarono la sincerità della sua ingenua testimonianza. Un buon “indiano” aveva sentito il suo angelo custode insegnargli progressivamente tutta la storia della Passione di Cristo. Ben presto, la devozione ai Cuori di Gesù e di Maria si estende alla nazione delle Teste Piatte. Ma altre tribù vicine rimangono ancora dedite alla pratica del cannibalismo.
Tuttavia, dopo i primi momenti di gioia, l’evangelizzazione si rivela difficile. Il coraggio della Madre, però, non diminuisce e le sue lunghe ore di preghiera contemplativa inducono gli amerindi a chiamarla «la donna che prega sempre». «Signore, Tu solo sei il Centro nel quale trovo riposo, dice a Gesù. Dammi il Tuo braccio per sostenermi, le Tue spalle per portarmi, il Tuo petto per appoggiarmi, la Tua Croce per sostenermi, il Tuo Corpo per nutrirmi. In Te, Signore, dormo e riposo in pace.» È costretta però a rinunciare a potersi mai far sentire nella lingua indiana: «È difficile e del tutto barbara. Parole interminabili da otto a dieci sillabe, nessun dizionario, nessuna grammatica, nessun libro… Non credo di poter imparare una lingua del genere!» La sua salute non resiste a lungo alla vita dura e al clima gelido del luogo e nel luglio 1842 ritorna a Saint-Charles. Lì, il suo apostolato attraverso la preghiera edifica e incoraggia le sue consorelle e le allieve. Riceve nell’Eucaristia grandi grazie che traspaiono all’esterno. Muore a Saint-Charles il 18 novembre 1852 verso mezzogiorno, mormorando i nomi di Gesù, Maria e Giuseppe. Ha ottantatré anni.
«L’attività missionaria rappresenta ancor oggi la massima sfida per la Chiesa, scriveva papa san Giovanni Paolo II… Si fa sempre più evidente che le genti che non hanno ancora ricevuto il primo annunzio di Cristo sono la maggioranza dell’umanità… Tutti i credenti in Cristo debbono sentire, come parte integrante della loro fede, la sollecitudine apostolica di trasmetterne ad altri la gioia e la luce. Tale sollecitudine deve diventare, per così dire, fame e sete di far conoscere il Signore quando si allarga lo sguardo agli immensi orizzonti del mondo non cristiano» (Enciclica Redemptoris missio, n. 40). L’esempio e l’intercessione presso Dio di santa Rosa Filippina Duchesne ci aiuteranno ad annunciare Cristo, là dove il Signore ci ha posti.











