23 Ottobre 2024
Beato Francesco Faà di Bruno
Carissimi Amici,
Un giorno, in pieno secolo XIX, mentre il professor Francesco Faà di Bruno sta dando un’ardua dimostrazione dall’alto della sua cattedra di matematica all’Università di Torino, il suono di una campanella annuncia il passaggio del Santo Viatico (l’Ostia consacrata) che un sacerdote porta a una persona morente. Senza alcun rispetto umano, il professore scende dalla sua cattedra e s’inginocchia vicino alla finestra. Colti da uno stupore ammirativo, anche gli studenti finiscono per inginocchiarsi. Chi è dunque questo professore, divenuto prete e beatificato da papa san Giovanni Paolo II il 25 settembre 1988?
Francesco Faà di Bruno è nato ad Alessandria, in Piemonte, il 25 marzo 1825, dodicesimo e ultimo figlio del marchese Luigi Faà di Bruno e di Carolina Sappa. La sua famiglia, di antichissima nobiltà, abita nei pressi della cascina dove è nato don Bosco; ma le due famiglie, di condizioni sociali molto diverse, non si frequentano. La devozione, le arti e la concordia caratterizzano la casa dei Faà di Bruno, in cui regna la felicità. Fin dalla tenera età, i bambini partecipano alla distribuzione di elemosine ai poveri. Francesco, di salute fragile, viene affidato al nonno paterno e trascorre la sua prima infanzia al castello dei Bruno, dove trae beneficio dalla vita all’aria aperta. Nel 1834, sua madre muore di malattia e di sfinimento. Poco prima, aveva confidato al marito: «Non è poi tanto difficile essere buoni: basta voler bene per fare il bene.». Poco dopo, Francesco perde anche il nonno.
Nel giugno del 1840, all’età di quindici anni, terminati gli studi classici, Francesco esita tra la vita religiosa e la carriera militare. Nella sua famiglia, ci sono già quattro esempi di vite consacrate a Dio: i suoi fratelli Carlo Maria, delle Scuole Pie, e Giuseppe, pallottino, e due sue sorelle, Enrica, visitandina e Camilla, dama del Sacro Cuore. Egli sceglie la carriera militare, pensando che potrebbe lasciarla se volesse in seguito consacrarsi a Dio. All’Accademia militare di Torino, si distingue per la sua disciplina e il suo successo negli studi. Nell’agosto 1846, viene nominato luogotenente nel Regio Corpo di Stato Maggiore generale. In quel periodo, molti partecipano all’insurrezione nazionale contro l’occupazione austriaca. Nel 1848, durante la prima guerra d’indipendenza, Francesco è al fianco di Carlo Alberto (re di Piemonte-Sardegna), in una truppa comandata dal duca Vittorio Emanuele, del quale diventa aiutante di campo. Quando la sua divisione sta per ricevere il battesimo del fuoco, Francesco scrive alla sorella Maria Luigia, esortandola a pregare anche per i suoi compagni d’armi. Teme che «in momento così fatale, non curino a purgarsi e confortarsi, sempre per quella negligenza delle cose divine, della quale, vestitisi in pace, non possono spogliarsi più nemmeno in guerra.» Lui, che si sforza di vivere costantemente in stato di grazia (senza peccato grave) si preoccupa per chi non ci pensa. Dopo le sconfitte di Custoza e Novara, dove ha visto cadere il fiore della gioventù, s’interessa soprattutto della sorte finale di tanti suoi compagni e amici.
La salvezza eterna dovrebbe essere la preoccupazione primaria di ogni uomo. Salvare la propria anima significa ottenere la partecipazione alla vita di Dio nel Cielo per l’eternità: «Dio…, per un disegno di pura bontà ha liberamente creato l’uomo per renderlo partecipe della sua vita beata» (Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1). Appena muore, ogni uomo viene giudicato da Cristo in un primo giudizio detto “particolare”: «È il giudizio di retribuzione immediata, che ciascuno, fin dalla sua morte, riceve da Dio nella sua anima immortale, in rapporto alla sua fede e alle sue opere.. Tale retribuzione consiste nell’accesso alla beatitudine del Cielo, immediatamente o dopo un’adeguata purificazione, oppure alla dannazione eterna nell’inferno» (ibid., n. 208). Alla fine del mondo, ci sarà un secondo giudizio di cui il Compendio del Catechismo ci dice: «Il giudizio finale (universale) consisterà nella sentenza di vita beata o di condanna eterna, che il Signore Gesù… emetterà a riguardo dei giusti e degli ingiusti (At 24,15), riuniti tutti insieme davanti a lui. A seguito di tale giudizio finale, il corpo risuscitato parteciperà alla retribuzione che l’anima ha avuto nel giudizio particolare» (n. 214). Poiché il Paradiso e l’inferno sono eterni, è della massima importanza guadagnar l’uno ed evitare l’altro. «Salvaci dalla dannazione eterna e accoglici nel gregge degli eletti», chiede per noi la Chiesa nel Canone romano (Preghiera eucaristica I).
Alla fine del 1849, Vittorio Emanuele II, divenuto re dopo l’abdicazione del padre Carlo Alberto, nomina Francesco «precettore di matematica dei Prìncipi reali». Al fine di permettergli di perfezionarsi in questa scienza, lo invia a Parigi. Francesco conseguirà una licenza in matematica il 10 marzo 1851. Vi frequenta la fervente parrocchia di Saint-Sulpice. Padre Armand de Pontlevoy, gesuita, diventa il suo direttore spirituale e Francesco segue gli Esercizi di sant’Ignazio. S’impegna nelle Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli e incontra il beato Federico Ozanam. Alla Sorbona, stringe una profonda amicizia con il matematico Cauchy, fervente cattolico, che diventa il suo modello.
Essere utile agli altri
Tornato a Torino, constata che gli anticlericali hanno ottenuto la revoca della sua nomina di precettore dei figli del re, perché gli vengono affidati altri incarichi. Scrive al fratello Alessandro : « Non mi sento al mio posto… l’istruirmi e l’essere utile altrui sono i cardini della porta della mia felicità » (23 agosto 1852). Trovandosi un giorno in mezzo a un gruppo di ufficiali, Francesco viene offeso da uno di loro che lo insulta pubblicamente. I compagni lo spingono a battersi in duello : mantenendo la calma, egli schiva la provocazione. Di fronte alle difficoltà che incontra nell’esercito e consapevole che il suo rifiuto di entrare nella massoneria ostacola la sua carriera militare, rassegna le sue dimissioni, nel marzo 1853, per dedicarsi interamente agli studi. Redige allora un “Manuale del soldato cristiano”, raccolta di insegnamenti e preghiere adatti al soldato, che avrà un’ampia diffusione.
Francesco intrattiene buoni rapporti con don Bosco. Un discepolo di quest’ultimo, don Giovanni Battista Francesia, racconterà che nei primissimi tempi dell’oratorio «il cadetto Faà di Bruno fu veduto varie volte all’Oratorio, all’ora della Messa del nostro don Bosco, deporre in sacrestia la sciabola e, in divisa da ufficiale, servirgli la Messa in modo inappuntabile, con la più grande devozione» e che si confessava e faceva la Comunione, per cui ne erano tutti edificati.. Don Bosco, che si occupa dei ragazzi fin dalla sua ordinazione sacerdotale nel 1841, ispira a Francesco il desiderio di prendersi cura delle giovani di umili condizioni, spesso abbandonate. Francesco apre per loro una scuola di canto sacro, simile a un oratorio. Musicista fin dalla sua infanzia, compone una raccolta di canti, “La Lira Cattolica”, che si diffonderà nelle parrocchie del Piemonte. In quello stesso periodo, trascorre lunghe ore in preghiera nella chiesa delle suore Sacramentine, dove si svolge l’adorazione perpetua. «Pregate, pregate sempre, scriverà: tutto dipende dalla preghiera!»
L’unico affare
Nel maggio 1854, ritorna a Parigi e vi consegue ulteriori diplomi universitari in matematica e in astronomia. Nel 1856, inventa per sua sorella Maria Luigia, che perde la vista, un sistema di scrittura e di lettura per ciechi, anteriore al braille, che sarà utile a molti e ricompensato con numerosi premi. A Parigi, durante la Quaresima del 1856, un suo amico torinese si ammala e finisce per morire. Francesco scrive alla sorella : « Per me questa malattia è stata il più utile dei ritiri pasquali
Per me, ora, l’unico affare, se Dio mi sostiene, è di vivere da santo e di meritare di fare una buona morte. Tutto il resto è veramente inutile e non sono che giochi da ragazzi. » Nello stesso anno, diventa membro dell’Œuvre d’Orient, fondata il 4 aprile 1856 da professori laici alla Sorbona. Ritornato a Torino alla fine dell’anno, imitando quanto visto a Parigi, fonda i « Fornelli economici », locali dove si vendono dei prodotti alimentari a bassissimo prezzo, a favore degli operai e dei più poveri. Egli costituisce anche un’associazione che promuove il riposo dei giorni festivi, di cui san Giovanni Bosco diventa vicepresidente.
Le difficoltà incontrate dalle allieve della scuola di canto tormentano Francesco: alcune restano senza lavoro, senza guida, senza sostegno, senza una porta a cui bussare in caso di licenziamento. I suoi numerosi contatti gli permettono spesso di trovare loro del lavoro. Tuttavia, per potersene occupare meglio, acquista, nel 1859, un piccolo edificio e un terreno nell’allora malfamato borgo San Donato, dove installa “l’opera di Santa Zita”. «Particolare menzione merita, tra le iniziative sociali, diceva papa san Giovanni Paolo II, l’Opera di santa Zita per la promozione sociale e spirituale della donna (serve, disoccupate, apprendiste, madri nubili, malate, anziane): il beato promosse il sorgere di una vera “città della donna”, fornita di scuole, laboratori, infermeria, pensionati, tutto con propri regolamenti. In questa coraggiosa e profetica iniziativa egli profuse i beni di famiglia, i suoi guadagni e tutto se stesso» (25 settembre 1988). Per accogliere gratuitamente le ragazze e dare loro un’occupazione, allestisce sul suo terreno, attraversato da un canale, una lavanderia modello, con macchine da lui stesso progettate. Le donne ospitate formano un’associazione che le mantiene in collegamento con l’opera dopo la loro partenza. Le pensionanti hanno una forte vita spirituale: una cappella le accoglie ogni mattina per la Santa Messa e un po’ di meditazione, nel pomeriggio per una visita al Santissimo Sacramento e la sera per delle preghiere. Il fondatore, però, è vittima di molteplici calunnie e insinuazioni maligne. Quando passa per il borgo, viene deriso con l’appellativo “cavaliere degli stracci”. A chi si lamenta di analoghe vessazioni, risponde: «Lascia cantare i passeri!» Vent’anni dopo la fondazione dell’opera, più di 10.000 giovani donne hanno potuto essere assistite. Francesco accoglie anche ragazze umili e capaci di lavorare ma che hanno una debolezza mentale. Poste sotto il patrocinio di santa Chiara, saranno chiamate le “Clarine”. L’opera le fa uscire dalla miseria, se non anche dallo sfruttamento, e fornisce loro un’assistenza morale e religiosa. In cambio, esse svolgono molti compiti materiali, soprattutto nella lavanderia.
Nel 1861, l’Università di Torino conferisce a Francesco il titolo di professore aggregato, ma non gli conferirà mai quello di professore “ordinario”. A lui, tuttavia, è attribuita la progettazione o il miglioramento di alcuni strumenti scientifici e, in matematica, la “formula di Faà di Bruno”. Condividendo la preoccupazione di don Bosco per la diffusione della stampa immorale e non essendo riuscito a fondare un giornale cattolico, egli istituisce una biblioteca per il prestito. Nel 1872, ne istituirà un’altra, circolante, destinata soprattutto ai sacerdoti. Francesco fonda diversi pensionati: uno per le donne facoltose, con le quali pranza regolarmente, parlando con le straniere nella loro lingua madre, perché conosce il francese, l’inglese e il tedesco, uno per le operaie anziane, poi un altro ancora per i preti poveri e anziani.
Un’influenza determinante
Francesco è profondamente consapevole dell’influenza che una buona insegnante può avere sui propri allievi e sull’ambiente in cui vive. Attribuisce una fondamentale importanza alla formazione di maestre e istitutrici salde nella fede, ricche di sapere ma anche di virtù. Nel 1866-67, accetta quindi di farsi carico della direzione di una Scuola normale femminile che è in situazione molto precaria. Assume buoni insegnanti e tiene egli stesso lezioni di matematica, fisica, astronomia e morale. Segue le allieve una per una e fa loro prender coscienza del fatto che la loro sola presenza in un villaggio può trasformarlo completamente. Fonda anche un’opera a favore delle ragazze madri. Essa viene affidata a una signorina di grande discrezione, che offre a queste ragazze, da molti rifiutate, una generosa comprensione.
La sollecitudine di Francesco per le donne fa eco all’insegnamento della Chiesa. «Nel Cristianesimo, più che in ogni altra religione, faceva notare papa san Paolo VI, la donna ha fin dalle origini uno speciale statuto di dignità, di cui il Nuovo Testamento ci attesta non pochi e non piccoli aspetti» (6 dicembre 1976). Nella lettera Mulieris dignitatem, papa san Giovanni Paolo II scriveva: «La dignità della donna viene misurata dall’ordine dell’amore, che è essenzialmente ordine di giustizia e di carità… La Chiesa rende grazie per tutte le donne e per ciascuna… così come sono uscite dal cuore di Dio in tutta la bellezza e ricchezza della loro femminilità… così come assumono, insieme con l’uomo, una comune responsabilità per le sorti dell’umanità, secondo le quotidiane necessità e secondo quei destini definitivi che l’umana famiglia ha in Dio stesso» (15 agosto 1988, nn. 29, 31).
Dal 1863, Francesco si è lanciato nella costruzione di una chiesa dedicata alla Vergine del Suffragio, santuario destinato alla preghiera per i defunti di tutte le guerre. La sua carità si estende infatti alle anime del Purgatorio. «Il Purgatorio, ricorda il Compendio, è lo stato di quanti muoiono nell’amicizia di Dio, ma, benché sicuri della loro salvezza eterna, hanno ancora bisogno di purificazione, per entrare nella beatitudine celeste. In virtù della comunione dei santi, i fedeli ancora pellegrini sulla terra possono aiutare le anime del purgatorio offrendo per loro preghiere di suffragio, in particolare il Sacrificio eucaristico, ma anche elemosine, indulgenze e opere di penitenza» (nn. 210, 211). Accanto alla chiesa, viene innalzato un campanile originale alto 75 metri che lo stesso Francesco ha studiato in ogni dettaglio, contenente tante campane quante sono le note della scala musicale. Domina il tutto una statua di san Michele Arcangelo alta cinque metri.
Con delle religiose
Molte donne volontarie aiutano Francesco nelle sue opere. Pensando al futuro, questi progetta la fondazione di una congregazione religiosa femminile. « Chi mira a Dio, a lasciar per secoli una successione di bene, non può far senza religiose », scrive. Alla sua chiamata risponde la giovane Giovanna Gonella, poi altre che formano il nucleo delle Suore di Santa Zita, dette anche Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio ; esse avranno una speciale devozione verso Maria e daranno aiuto alle anime del Purgatorio. La fondazione avviene nel 1881. Gli inizi sono austeri : molto lavoro e molte preghiere, grande povertà. Il regolamento riflette lo spirito militare del suo autore, che si mostra esigente ma attrae con il suo amore per Dio e con il suo esempio. La sua intensa vita spirituale lo ha del resto fatto soprannominare “il certosino laico”.
Altre opere sono ancora attribuibili a Francesco, tra cui la pubblicazione di un opuscolo sull’Eucaristia, la gestione di un periodico, la direzione di un museo delle Missioni Cattoliche, un laboratorio di tipografia, un corso per ragazze adolescenti, una casa di convalescenza per giovani operaie dimesse dall’ospedale… Ma a poco a poco percepisce che il sacerdozio gli permetterebbe di guidare meglio le anime; del resto, una congregazione religiosa può essere diretta da un laico? Dopo aver a lungo riflettuto e consultato molte persone, si rivolge all’arcivescovo di Torino, mons. Gastaldi; ma quest’ultimo non vuole prendere in considerazione l’ordinazione se non dopo un minimo di sei mesi di formazione in seminario. Francesco ritiene che un ritiro prolungato dalle sue opere, in quel momento, avrebbe conseguenze irrimediabili. Deciso a non agire contro la volontà del suo arcivescovo, rimanda questo progetto a più tardi, poi si reca a Roma per un periodo di ritiro. Lì, persone influenti parlano di lui a papa Pio IX che già lo conosce per avergli fornito un considerevole aiuto economico. Comprensivo, il Santo Padre decide di assumersi la responsabilità della sua ordinazione, che ha luogo il 22 ottobre 1876, e gli dona un bellissimo calice. Francesco ha cinquantun anni. Ci vorranno sette mesi perché l’arcivescovo si plachi dopo questa vicenda; tuttavia, a partire dal 31 ottobre successivo, il prelato procede alla benedizione della chiesa di Nostra Signora del Suffragio. Per delicatezza, don Francesco non si presenta alla cerimonia; solo il giorno dopo, di buon mattino, celebra una prima Messa in quella chiesa. La sua devozione per l’Eucaristia si fa più intensa e gli accade anche di trascorrere lunghe ore alla presenza dell’Ostia Divina durante la notte. Francesco, che fin dalla giovinezza si è consacrato alla Santa Vergine, vede nella chiesa di Nostra Signora del Suffragio il mezzo per indicare Maria come mediatrice presso le anime del Purgatorio.
Ella non dimentica i suoi figli
«La Vergine, data a madre a tutti i cristiani da Gesù sul Golgota, egli scrive,… dimenticherà Ella quei figli suoi che già han lasciato la terra, ma ancor non sono giunti al cielo perché non abbastanza puri dalla macchia del peccato? Maria è la Madre universale, né saprebbe abbandonare i figli suoi mentre tuttora abbisognano del suo aiuto. Ella conosce i tormenti a cui sono sottoposte quelle anime dalla giustizia divina. Ella sa gli ardenti loro sospiri che son tutti d’amore e di desiderio di giungere al godimento dell’amore cui tende irresistibilmente il loro cuore; Ella vede in quelle infelici anime altrettante amanti di Lei e di Gesù… Maria appunto rivelava a santa Brigida (libro4): “Io sono Madre a tutti quanti stanno nel carcere del purgatorio.” E da cento veridiche rivelazioni si rileva che la Vergine le visita, le consola, intercede per esse e talvolta tutte le libera… La devozione a Nostra Signora del Suffragio giova a noi viventi sia a ricordarci questo carcere in cui dovremo pagare la pena anche delle minime colpe, sia a supplicare Maria Vergine che ci aiuti a evitare i peccati, le negligenze, le freddezze che, per dire così, sono tante legna del purgatorio; sia a farci amare la penitenza e la mortificazione, il fervore, che sono i mezzi per fare il nostro purgatorio in terra… Oh! quanta confidenza si sveglia nei nostri cuori a questi riflessi e quanto amore sentiamo crescere tosto in Maria!» (trattato Il Cuor di Maria).
Nel 1881, Francesco acquista un castello a Benevello, vicino ad Alba, dove apre una casa per l’istruzione e la formazione cristiana delle ragazze dai sette ai quindici anni.
Il 31 gennaio 1888, muore san Giovanni Bosco. Quando lo viene a sapere, don Francesco esclama: «È appena morto un santo!» Due mesi dopo, il 27 marzo, egli stesso consegna la sua anima a Dio. In un atto di consacrazione al Sacro Cuore di Gesù agonizzante nel Giardino, egli aveva scritto: «Che cosa vi renderò per un tale eccesso di amore? In attesa del momento supremo dell’agonia mi offrirò tutto intero a voi in olocausto… O Cuore di Gesù vi offro e vi consacro il mio corpo e accetterò con rassegnazione le malattie, le infermità, le sofferenze che vi piacerà di mandarmi. Vi offro e vi consacro la mia anima e mi sottometto fin d’ora a tutte le prove di aridità, di noia, di tristezza e di desolazione attraverso le quali dovrò passare.»
Francesco Faà di Bruno, diceva papa san Giovanni Paolo II nell’omelia di beatificazione, è «un gigante della fede e della carità» (25 settembre 1988) e, nel suo Messaggio alla Superiora Generale dell’Istituto Suore Minime di N.S. del Suffragio, osservava: «Animato sempre dall’anelito interiore di cooperare alla salvezza dei fratelli, si preoccupò della loro sorte finale. Meta ultima dell’uomo è, in effetti, l’incontro con Dio, incontro a cui occorre prepararsi fin d’ora con un costante impegno ascetico, rigettando il male e operando il bene… La prima e più alta forma di carità per i fratelli è l’anelito per la loro eterna salvezza.» (14 settembre 2002). Chiediamo al beato di farci praticare questa forma di carità!












