San Philippe Smaldone

14 Agosto 2024

San Philippe Smaldone

Carissimi Amici,

Nel 1868, un giovane seminarista napoletano esce desolato dal palazzo arcivescovile; il suo arcivescovo gli ha appena annunciato che non lo ordinerà sacerdote, a causa dei risultati insufficienti da lui ottenuti negli esami. Riflettendo su questo «scherzo del destino» che sembra mettere fine al sogno della sua vita, il giovane decide di diventare insegnante di giovani sordomuti abbandonati. La Provvidenza di Dio si servirà di questo insuccesso per dare alla Chiesa una nuova famiglia religiosa.

San Philippe SmaldoneFilippo Smaldone è nato il 27 luglio 1848 a Napoli, primogenito di una famiglia di sette figli. I suoi genitori, Antonio e Maria Concetta, appartengono alla piccola borghesia. Antonio gestisce un’attività di materiali edili in un quartiere popoloso di Napoli. I sette bambini ricevono una intensa educazione cristiana e sono incoraggiati a praticare le opere di carità. Filippo studia alla «Cappella Serotina» di Santa Maria della Purità e lì acquisisce il gusto per le cose di Dio. Nel 1858, fa la sua prima Comunione. Le «Cappelle Serotine», centri di catechesi e di formazione spirituale destinati al popolo, sono state fondate a Napoli da sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), Dottore della Chiesa; ne esistevano settanta all’epoca di Filippo, che vi riceve un catechismo vivo e accessibile. Impara a pregare il Rosario.

L’Italia è agitata da diversi decenni dal movimento del Risorgimento. A una legittima aspirazione all’indipendenza nazionale si mescola spesso un sentimento di ostilità verso la Chiesa e il clero. Nel 1860, il condottiero Garibaldi sbarca in Sicilia alla testa di mille volontari; di lì risale fino a Napoli, che conquista in seguito al tradimento delle truppe del re Borbonico Francesco II. Il Regno delle Due Sicilie viene presto annesso da Vittorio Emanuele II, autoproclamatosi re d’Italia. Avendo protestato contro questo colpo di stato, il cardinale Riario Sforza, arcivescovo di Napoli, viene bandito dalle nuove autorità, mentre vengono arrestati un centinaio di sacerdoti influenti.

In questo contesto difficile, guidato dal suo confessore, Filippo Smaldone sente nel suo cuore la chiamata di Gesù a seguirlo nel sacerdozio. Nel settembre 1863, all’età di quindici anni, viene ammesso nel clero napoletano e veste l’abito talare. Continua ad abitare a casa e prosegue i suoi studi umanistici in un collegio diocesano. A causa dell’esproprio dei beni ecclesiastici da parte del governo, i seminaristi non possono ricevere gli Ordini se non godono di una rendita annua. Il padre di Filippo non ha i mezzi per fornirgliela, ma un prete amico s’impegna a procurargliela. Nel dicembre 1866 il cardinale Riario Sforza, di ritorno dall’esilio, conferisce a Filippo i primi due ordini minori, primo passo verso il sacerdozio.

Tuttavia, questo prelato, peraltro eccezionale – Benedetto XVI, nel 2012, ha promulgato un decreto che riconosce le sue virtù eroiche – è molto esigente riguardo alle capacità intellettuali dei seminaristi. Dopo aver esaminato la documentazione di Filippo Smaldone, il cardinale, pur riconoscendo le sue qualità morali, lo congeda per insufficienza intellettuale; alcuni santi hanno incontrato difficoltà analoghe, in particolare san Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars. Ma nel cuore del giovane persiste la percezione che Dio lo vuole sacerdote e il suo confessore, don Biagio Giustiniani, lo incoraggia a cercare un altro vescovo che lo accolga nella sua diocesi; lo raccomanda all’arcivescovo di Rossano di Calabria, mons. Pietro Cilento. Questi fa venire Filippo per il Natale del 1868; edificato dal giovane, si dichiara ben presto pronto a incardinarlo, cioè ad aggregarlo al suo clero diocesano. Ottiene per questo, nel febbraio 1869, l’autorizzazione di papa Pio IX.

Nello stesso anno, Filippo viene ingaggiato come insegnante per bambini sordomuti. La «Pia Casa» in cui arriva è stata fondata a Napoli il 21 giugno 1856 da un sacerdote, don Luigi Aiello. Questi aveva sognato una congregazione religiosa con due rami, maschile e femminile, dedita all’istruzione dei bambini sordomuti. Nel 1862, non riuscendo a fondare questo istituto, don Aiello, che sente venir meno le sue forze (morirà nel 1866), affida l’educazione delle ragazze sorde alla congregazione delle Suore Stimmatine. Dei ragazzi si occuperanno i «Frati Bigi», francescani di Casoria; è nel loro convento napoletano che Filippo Smaldone inizia, sotto la direzione di don Apicella, successore di don Aiello, a insegnare il catechismo ai ragazzi. Dopo aver terminato gli studi ecclesiastici, Filippo Smaldone viene ammesso al sacerdozio da mons. Cilento, su parere favorevole del suo padre spirituale e di don Apicella. Viene ordinato a Napoli il 23 settembre 1871 da un vescovo missionario. Mons. Cilento permette al giovane sacerdote di restare a Napoli per studiare e occuparsi dei sordi. Abitando nella casa paterna, Filippo esercita in città un apostolato discreto. Ma l’opera della «Pia Casa» incontra gravi difficoltà di funzionamento. Nel 1873, don Apicella la toglie ai «Frati Bigi», che la trascuravano, e la trasferisce a Santa Maria dei Monti, ma questo cambiamento non migliora molto la situazione. Don Smaldone ne soffre e sente crescere nel suo cuore il desiderio di andare come missionario in un paese lontano. Questo progetto preoccupa i suoi genitori, che fanno notare a Filippo che l’apostolato dei sordi è una vera opera missionaria, dal momento che questi bambini sono totalmente abbandonati, soprattutto dal punto di vista spirituale. A quel tempo, nella Chiesa, non si osa dare i sacramenti ai sordi dalla nascita (a parte il Battesimo), a causa della loro ignoranza religiosa dovuta alla loro disabilità. La loro salvezza eterna è quindi in pericolo, per la mancanza di un’istruzione religiosa metodica e di una vita sacramentale.

Un rispetto speciale

Assistita dallo Spirito Santo, la Chiesa ha riflettuto su questo problema.. Il « Direttorio per la catechesi », pubblicato il 23 marzo 2020 dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, afferma : « Le persone con disabilità sono chiamate alla pienezza della vita sacramentale, anche in presenza di disturbi gravi. I sacramenti sono doni di Dio e la liturgia, prima ancora di essere compresa razionalmente, chiede di essere vissuta : nessuno quindi può rifiutare i sacramenti alle persone con disabilità » per il solo fatto del loro handicap (n. 272). Nello stesso spirito, il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna : « Coloro la cui vita è minorata o indebolita richiedono un rispetto particolare. Le persone ammalate o handicappate devono essere sostenute perché possano condurre un’esistenza per quanto possibile normale » (n. 2276).

Informato esattamente della situazione e dei pensieri di Filippo, il suo confessore, don Giustiniani, gli assicura che il suo desiderio di essere missionario viene da Dio, ma che la terra che è chiamato da Dio a evangelizzare non è un paese lontano: «La tua Cina è qui, a Napoli; i tuoi infedeli sono i sordomuti. Dio ti vuole qui!» Filippo accetta questo parere; nel 1876 si stabilisce a Santa Maria dei Monti, dove da allora in poi eserciterà il suo apostolato a tempo pieno. Ben presto, il cardinale Riario Sforza, edificato, lo reintegra nel clero napoletano. Nel 1880, don Smaldone viene inviato come esperto a un congresso internazionale sull’educazione dei sordi, a Milano. Lì, mette a punto il suo metodo educativo basato sull’oralità, che perfezionerà nel corso degli anni.. Questo metodo consiste nell’insegnare gradualmente alle persone sorde a leggere le labbra degli altri (quella che viene chiamata lettura labiale) e a pronunciare le sillabe. Esso è ora superato dal metodo della lingua dei segni, che si è rivelato più fruttuoso.

Una supplica alla Madonna

Nell’estate del 1884 scoppia a Napoli un’epidemia di colera.. Ci saranno più di 12.000 casi e 5.500 morti. Al seguito del suo nuovo arcivescovo, il cardinale Sanfelice, che scenderà in strada per soccorrere egli stesso i malati, don Smaldone si dedica anima e corpo a questo apostolato. In compagnia di un gruppo di fedeli, si reca al santuario di Pompei, recentemente aperto da un laico, il beato Bartolo Longo, per implorare la Madonna di aiutare i napoletani. Filippo ha redatto in questi termini una supplica deposta davanti alla statua di Maria : « I sottoscritti, peccatori umiliati e confusi, ricorrono alla Regina del Rosario di Pompei, Santa Maria della Vittoria, per supplicarla di voler placare la giustizia di Dio offesa dai loro peccati, affinché li preservi prima di tutto dalla morte eterna dell’inferno, poi dal colera che affligge terribilmente questa terra. S’impegnano a portare un’offerta a questo santuario non appena sarà cessata l’epidemia e se nessuno di loro ne morirà. »

Il 13 settembre, mentre si dedica senza misura ad aiutare i malati di colera, Filippo è colpito dalla malattia; in serata, le sue condizioni vengono considerate disperate. Un quotidiano napoletano annuncerà la morte di questo prete «martire del dovere». Bartolo Longo lo piange; tuttavia, un giorno di ottobre, vede arrivare Pasquale Smaldone, fratello di Filippo, il quale gli annuncia che quest’ultimo è vivo: mentre dava tutti i segni di una morte imminente, si era avvolto il rosario al polso, recitando instancabilmente il Rosario e invocando la Vergine di Pompei. Il giorno dopo, era fuori pericolo. Bartolo Longo conclude il suo racconto: «Don Smaldone è stato salvato dal comune “naufragio” dalla mistica corona del Rosario di Maria». Filippo ben presto viene a Pompei per celebrare una messa di ringraziamento.

Tuttavia, la «Pia Unione» che riuniva dal 1875 sacerdoti dediti all’educazione dei sordomuti non riesce a costituirsi in congregazione religiosa stabile. Don Smaldone s’interroga sulla Volontà di Dio. Ritiene di discernere quest’ultima nella fondazione di una congregazione di suore dedite all’evangelizzazione e all’educazione dei sordi. Tre giovani ragazze sono pronte a realizzare con lui questo progetto, che egli affida alla Madonna del Rosario. Una richiesta pressante per fondare una casa per bambini sordi è stata inviata all’opera napoletana da parte di notabili di Lecce, città principale della Terra di Otranto, 400 km a est di Napoli. I padri Apicella e Smaldone arrivano a Lecce nel marzo 1885 con le tre giovani che hanno da poco vestito l’abito religioso. Sono accolti con gioia dall’Arcivescovo, mons. Luigi Zola.

Tuttavia, gli inizi dell’opera sono difficili. Sacerdote zelante ma confusionario, don Apicella lascia Lecce dopo qualche mese, prelevando i magri fondi raccolti per la fondazione e lasciando in difficoltà don Smaldone e le tre suore. Filippo ne informa mons. Zola, che reagisce energicamente, dichiarandosi deluso e ingannato dai fondatori. I donatori leccesi chiedono allora a Filippo il rimborso delle loro donazioni. Egli però non si scoraggia e resta sul posto. Nel settembre del 1885, una giovane madre affida all’opera nascente la sua bambina di dieci mesi, Serafina, che presenta i sintomi della sordità. A poco a poco, vengono accolte altre pensionanti. Nell’ottobre del 1887, il sindaco di Lecce, dopo aver ispezionato la casa, scrive la seguente relazione: «Le bambine, oggi in numero di otto, dormono in letti separati e sono nutrite e curate in modo veramente degno di lode… Questo istituto è molto utile, ma lo stato delle sue finanze non gli permette di accogliere più di otto pensionanti; esso dipende interamente dalle donazioni dei cittadini leccesi». Questa relazione favorevole restituisce a don Smaldone la simpatia degli abitanti, che riprendono il loro sostegno economico, a cui si aggiunge quello del Comune. Egli può ringraziare la Provvidenza alla quale si era completamente abbandonato.

Sotto l’emblema del Cuore trafitto

Filippo non vuole fare nulla senza il consenso di mons. Zola ; quest’ultimo ritira le sue riserve iniziali e prende da allora in poi a cuore l’istituto in via di sviluppo. Il 25 marzo 1886, don Apicella conferisce a don Smaldone piena autorità sulla fondazione di Lecce. L’anno successivo, l’arcivescovo erige a pia associazione di diritto diocesano l’istituto delle « Salesiane dei Sacri Cuori », in riferimento a san Francesco di Sales ; questo santo è venerato come il patrono celeste dei sordi. Il vescovo di Ginevra ha infatti preso sotto la sua protezione per diciassette anni, dal 1605 alla sua morte, un giovane sordo della sua diocesi, Martin ; lo ha egli stesso pazientemente istruito e catechizzato. Inoltre, aveva scelto come emblema per l’ordine della Visitazione un cuore trafitto e circondato da una corona di spine, con le iniziali di Gesù e di Maria. Don Smaldone riprenderà questo emblema per il suo istituto religioso.

Nel 1895, l’arcivescovo di Lecce ritiene giunto il momento di erigere a congregazione religiosa le Suore Salesiane dei Sacri Cuori. Mons. Zola attribuisce a sé, nel decreto, l’iniziativa dell’opera e il ruolo di fondatore. Sembra dimenticare che don Smaldone, che in questo testo non viene neppure nominato, era stato l’unico promotore del progetto; senza la sua perseveranza nonostante le amare parole del prelato, la congregazione non sarebbe mai esistita. Ma, nella sua umiltà, Filippo non proferisce una parola. Si rallegra nel vedere aumentare il numero delle suore e può rispondere a numerose richieste di fondazione, in particolare a una a Roma nel 1896, che diventerà in seguito la Casa Generalizia. L’anno successivo, su richiesta delle autorità di Bari, don Smaldone inizia ad accogliere in questa città bambini malati poveri, ma non necessariamente audiolesi. Dopo aver inviato alcuni salesiani a Roma e a Firenze per formarsi a questo tipo di educazione, accoglie nel 1900 delle bambine cieche. Nel 1902, grazie all’aiuto del nuovo arcivescovo di Lecce, può acquistare un ex convento di carmelitane, le «Scalze», dotato di una bella chiesa barocca.

“Al completo”

Tuttavia, durante l’estate del 1907, il Comune di Lecce, caduto nelle mani dei socialisti, sospende ogni aiuto economico alle Suore Salesiane. Per questi ideologi, tutte le opere educative devono essere nelle mani dello Stato laico. Viene orchestrata una campagna denigratoria dai giornali anticlericali. Una commissione comunale soggiorna per tutto il mese di agosto nella « Pia Casa » per una minuziosa indagine, nella speranza di trovare motivi di biasimo ; viene pubblicata una relazione ostile. Nonostante giornali imparziali abbiano rilevato gli errori e le calunnie contenuti in questo testo, don Smaldone trascorre questi giorni nell’angoscia. Soffre soprattutto per le perfide accuse contro la purezza delle religiose e contro il suo proprio onore sacerdotale. Senza cercare di giustificarsi, lui e le Salesiane ricorrono a una preghiera più pressante. La Provvidenza non manca di aiutarli fornendo loro un numero sufficiente di benefattori per compensare il ritiro della sovvenzione comunale. A partire dall’ottobre 1907, Filippo può rispondere alla calunnia aprendo a Lecce un collegio superiore per ragazze, che presto sarà al completo.

L’arcivescovo di Lecce desiderava per l’istituto salesiano un riconoscimento ufficiale del Papa. Tuttavia, dopo la campagna denigratoria del 1907, la Santa Sede desidera chiarire la situazione e nomina un Visitatore Apostolico che visita successivamente tutte le case dell’istituto. Don Smaldone accetta con gioia questo controllo romano. Nel 1912, la congregazione venne affiliata all’ordine francescano. Nel 1915, la Santa Sede pubblica il «Decreto di Lode», tappa preliminare per l’approvazione definitiva della Congregazione, che avrà luogo nel 1925.

Don Filippo attinge il suo dinamismo apostolico a una profonda vita contemplativa; ciascuna delle sue decisioni è stata maturata a lungo nella preghiera. Le sue due devozioni principali sono il culto della Santa Eucaristia e l’amore per la Santissima Vergine Maria. La sua devozione eucaristica si manifesta in uffici religiosi accuratamente preparati e splendidi che attirano folle alla Chiesa delle Scalze. Egli fonda un’associazione eucaristica di Sacerdoti Adoratori e un’altra di Dame Adoratrici.. Don Smaldone predica due verità fondamentali tratte dagli scritti di sant’Alfonso Maria de’ Liguori: «Chi prega si salva, chi non prega si danna»; e: «Il vero servo di Maria non può dannarsi».

Nel 2007, papa Benedetto XVI affermava: «La vera preghiera consiste proprio nell’unire la nostra volontà a quella di Dio. Per un cristiano, pertanto, pregare non è evadere dalla realtà e dalle responsabilità che essa comporta, ma assumerle fino in fondo, confidando nell’amore fedele e inesauribile del Signore… Cari fratelli e sorelle, la preghiera non è un accessorio, un optional, ma è questione di vita o di morte. Solo chi prega, infatti, cioè chi si affida a Dio con amore filiale, può entrare nella vita eterna, che è Dio stesso» (4 marzo); e ancora: «Non c’è frutto della grazia, nella nostra storia della salvezza, che non abbia come strumento necessario la mediazione della Madonna» (11 maggio).

La devozione mariana si concretizza nell’istituto attraverso numerose pratiche. Nel 1889, don Smaldone potrà inviare a Bartolo Longo una relazione circostanziata sulla guarigione miracolosa di una bambina, Marta. Affetta da un tumore maligno al ginocchio, ritenuto inoperabile, doveva essere portata all’ospedale di Molfetta per essere amputata, intervento molto rischioso. Poco prima della partenza, una suora, vedendola che tentava di rialzarsi, appoggiata sulle sue stampelle, ha l’ispirazione di dirle: «Marta, alzati e cammina, te lo ordina la Vergine di Pompei»; le toglie le stampelle e, con sorpresa dei presenti, la bambina sale le scale, camminando normalmente; è perfettamente guarita. Un regalo di Maria!

Non c’è educazione senza amore

Filippo ha come primo principio : « Non si può educare se non si ama ». Ai suoi occhi conta di più la carità nei confronti dell’allievo che la tecnica utilizzata. Nel 1893, pubblica un regolamento interno in cui espone i suoi metodi d’insegnamento ai sordi. Secondo lo spirito di san Francesco di Sales, a chi insegna a questi bambini fragili feriti dalla loro disabilità si raccomandano dolcezza, pazienza e comprensione. Sono vietate le punizioni corporali e i rimproveri duri. Don Smaldone e le sue suore accettano la sfida di insegnare con precisione ai sordi i grandi misteri della fede cristiana come quello della Presenza reale di Gesù nell’Ostia consacrata. Il fondatore ripete alle sue religiose che sono responsabili della salvezza eterna delle bambine a loro affidate, perché l’apertura di queste ultime alla fede, alla speranza e all’amore di Dio dipendono dall’educazione che daranno loro.. In cambio, promette il Paradiso a quelle che avranno dato il meglio di sé in questo compito educativo.. Egli stesso sarà per cinquant’anni l’esempio vivente di tale donazione ispirata da un ardente amore verso Dio e verso il prossimo.

Poco dopo il suo giubileo d’oro sacerdotale (il cinquantesimo anniversario della sua ordinazione), celebrato nel settembre 1921 alla presenza di tutti i notabili di Lecce, don Smaldone si ammala di diabete e comincia ad avere disturbi cardiaci, per cui è ben preso costretto a interrompere i suoi numerosi apostolati all’esterno. Questa inazione forzata gli costa molto. Il caldo intenso dell’estate del 1922 lo sfinisce e riesce a malapena a celebrare la Messa. Mentre le sue forze diminuiscono, la sua adesione interiore alla Volontà di Dio si rafforza; soffrendo molto, edifica coloro che lo assistono con la sua pazienza e il suo spirito soprannaturale. Il 4 giugno 1923, cento anni fa, rende serenamente l’anima a Dio. Filippo Smaldone è stato proclamato beato da papa san Giovanni Paolo II nel 1994 e canonizzato da papa Benedetto XVI il 15 ottobre 2006.

La congregazione delle Salesiane dei Sacri Cuori comprende attualmente circa 350 suore suddivise in quaranta case. Dal 1972, esercitano il loro apostolato, oltre che in Italia, in America Latina (sette case in Brasile), in Africa (Benin, Ruanda, Tanzania), in Polonia e nelle Filippine. Le Salesiane educano bambini non udenti e ipoudenti di ambo i sessi: si prendono cura anche di bambini con altre disabilità.

«Nei sordomuti san Filippo Smaldone vedeva riflessa l’immagine di Gesù ed era solito ripetere che, come ci si prostra davanti al Santissimo Sacramento, così bisogna inginocchiarsi dinanzi ad un sordomuto. Raccogliamo dal suo esempio l’invito a considerare sempre indissolubili l’amore per l’Eucaristia e l’amore per il prossimo. Anzi, la vera capacità di amare i fratelli ci può venire solo dall’incontro col Signore nel sacramento dell’Eucaristia» (Omelia della canonizzazione).

Capitano Auguste Marceau

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