Lettera

Blason   Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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12 maggio 2021
san Pancrazio, martire


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

«Il confessore è chiamato quotidianamente a recarsi nelle “periferie del male e del peccato”… e la sua opera rappresenta un’autentica priorità pastorale. Confessare è priorità pastorale. Per favore, che non ci siano quei cartelli : “Si confessa soltanto lunedì, mercoledì dalla tal ora alla tal ora”. Si confessa ogni volta che te lo chiedono. E se tu stai lì (nel confessionale) pregando, stai con il confessionale aperto, che è il cuore di Dio aperto. » Padre Giacomo da Balduina ha compiuto la sua missione di confessore con un grande spirito di fede.

Beniamino Angelo è l’ottavo dei dieci figli di Giacomo Filon e Giuseppina Marin. È nato il 2 agosto 1900 nei pressi di Padova, nel Veneto. Suo padre mantiene ampiamente la sua famiglia amministrando la vasta tenuta agricola del barone Ugo Treves. Giuseppina è l’anima della casa, situata a Balduina ; sotto la sua guida pia e diligente, Beniamino cresce pacificamente in un ambiente familiare vivace. Sempre pronto a rendere servizio, si adatta ai desideri dei suoi fratelli e sorelle. Il giovane è affascinato dalle cerimonie religiose alle quali la famiglia assiste nella vicinissima chiesa parrocchiale. Ammira i sacerdoti e impara rapidamente a servir Messa. A casa, organizza una piccola parrocchia composta da bambini dei dintorni. Dice la sua “messa” su un altare costruito dal fratello maggiore, Francesco : i grembiuli della madre costituiscono i paramenti liturgici. In assenza di un pulpito, pronuncia il sermone dall’alto di una sedia. Durante solenni funerali, dà la sepoltura agli animali morti. Arriva fino a “sposare” gli amichetti, con serietà e gravità. Questi giochi di bambini sono, in Beniamino, il prolungamento di una vita interiore che si esprime nella preghiera personale, in disparte, e nell’assiduità nel servire il sacerdote all’altare. A dieci anni, riceve il sacramento della Cresima e fa la sua prima Comunione l’anno successivo.

Il conte di Padova

A scuola, tuttavia, il ragazzo incontra difficoltà : l’assimilazione delle lezioni è laboriosa e i risultati non arrivano. La maestra ne può solo lodare la puntualità, la disciplina e la buona volontà durante i suoi tre anni di scuola elementare a Balduina. Per i successivi quattro anni, lo scolaro va a scuola a Lendinaria, nella vicina provincia di Rovigo. Il suo carattere riservato e solitario lo rende presto il bersaglio dei monellacci locali, tanto più che una rivalità li oppone ai padovani. Un giorno, Beniamino, che, raro lusso, effettua i suoi spostamenti in bicicletta, viene preso di mira da due scapestrati gelosi : « Ecco che passa il conte di Padova ; facciamogli l’inchino e tiriamogli un sasso. » Il bambino pacifico viene colpito alla testa, ma perdona ai suoi compagni. Tornerà a casa più di una volta ferito. A Lendinaria, Beniamino ha trovato un convento di Cappuccini dove tutto lo attira. L’amicizia dei frati, accoglienti e sorridenti, il loro abito cinto dalla corda con i tre nodi, l’ufficio cantato nella cappella lo affascinano. Subito, entra senza indugio in quella casa religiosa. Del resto, i suoi genitori offrono regolarmente ospitalità ai frati mendicanti in viaggio e molti discepoli del Poverello (San Francesco d’Assisi) hanno condiviso la mensa familiare. A contatto con i frati scalzi, dalla barba fiorente e dalla povertà gioiosa e semplice, si fa sentire nel ragazzo la chiamata di Dio.

Quando si confida in proposito con i suoi genitori, questi si rallegrano. Ma delle liti dividono la parrocchia e l’ingresso del giovane al seminario minore viene più volte rinviato. Alla fine, padre Carlo Trentin, un sacerdote dal carattere forte, prende sotto la sua protezione il ragazzo e lo raccomanda ai Padri Cappuccini : « Il mio giovane parrocchiano ha sempre avuto un comportamento impeccabile : umile, modesto, obbediente, assiduo nel frequentare la chiesa, ama le cerimonie religiose ; serve la Messa con un raccoglimento veramente edificante ; è un insegnante premuroso per i bambini del catechismo ; ogni giorno si avvicina alla santa Mensa : non ha mai avuto altro pensiero se non quello di adempiere nel modo migliore ai suoi doveri familiari e ai suoi obblighi religiosi ; ecco perché posso tranquillamente affermare che la sua vita è sempre stata l’esempio più edificante di un figlio pio, modesto, veramente e profondamente cristiano. » Il ragazzo entra quindi nel seminario minore “serafico” (la casa di formazione dei futuri Cappuccini) di Rovigo il 13 ottobre 1917. Ha diciassette anni e si trova circondato da compagni di dieci o undici anni, ma si integra bene e si piega di buon grado alla disciplina. Un suo ex compagno, padre Alberto da Dueville, ha lasciato questo ritratto di lui : “Riservato, molto timido, forse anche un po’ malinconico, aveva capacità piuttosto limitate. Di corporatura normale ma di costituzione fragile, aveva un fisico gracile. Dal suo viso pallido, anemico, emanava sempre un’amabile dolcezza. La sua conversazione, piuttosto rara, era sempre calma, semplice, breve, ma piena di saggezza… Quando, molto raramente, gli veniva rivolto un rimprovero, manteneva una calma piena di dignità. »

Non tagliato per la vita religiosa

Nel marzo 1918, Beniamino viene chiamato sotto le armi. Assegnato al 68° reggimento di fanteria di stanza a Milano, non esita a condividere le sue razioni con i suoi compagni e non si lamenta mai. Quando è in licenza, si reca al presbiterio più vicino per offrire i suoi servizi. Lascerà il ricordo di un giovane pio, sereno, paziente e sorridente. Dopo la sua smobilitazione, nel 1921, non tarda a riprendere gli studi presso il seminario minore. Il 28 settembre 1922, prende l’abito marrone di Cappuccino nel convento di Bassano del Grappa, dove riceve il nome di fra Giacomo da Balduina. Durante il suo anno di noviziato, si inizia alla vita conventuale, agli uffici liturgici del coro, ma anche alle faccende domestiche. Un giorno, il suo maestro dei novizi gli dice senza mezzi termini : « Caro figliolo, non sei fatto per fare il frate. A studiare non riesci, a far la questua ti vergogni… » Il novizio insiste : « Se è vero che non posso diventare un religioso, abbiate ancora un po’ di pazienza e carità verso di me ; laverò i piatti, dormirò nella stalla se non c’è posto per me nel convento. » La risposta soddisfa il Padre e fra Giacomo pronuncia i suoi voti temporanei il 29 settembre 1923 ; in questa occasione, si sente lodato così davanti a sua madre : « Cara signora, non le nasconderò che Suo figlio mi lascia molto perplesso, perché non sa far nulla eccetto pregare. »

Si aprono allora davanti al giovane professo tre anni di studi. In quel periodo, un suo condiscepolo vanta in sua presenza una confraternita : la “Pia unione delle anime vittime”. Fra Giacomo gli risponde che non ha più nulla da donare : si è già offerto come vittima per i sacerdoti e ha pronunciato l’atto eroico di carità verso le anime del purgatorio, in questa forma : « O mio Dio, in unione con i meriti di Gesù Cristo, tuo Figlio, e con quelli della Santa Vergine Maria, ti offro, a favore delle anime del Purgatorio, tutte le opere soddisfattorie che farò durante la mia vita e tutte quelle che mi saranno attribuite dopo la mia morte. » L’8 dicembre 1926, il giovane Cappuccino fa la sua solenne professione nelle mani del vicario provinciale. Inizia quindi un secondo triennio di studi teologici a Venezia. Con gran stupore dei superiori, i suoi risultati sono più che discreti. Tuttavia, durante l’anno 1927-1928, la sua salute peggiora improvvisamente con sintomi preoccupanti. Egli si muove solo più lentamente, a piccoli passi precipitosi, come se stesse per cadere in avanti. Se è in genere nel pieno possesso delle sue facoltà intellettuali, si esprime però solo con difficoltà. Quando fa caldo, la sua lingua diventa impacciata, non riesce né a ricordare né a ragionare. A questo si aggiungono disturbi intestinali e insonnia. Quindi rimane da solo nella cella per lunghe ore.

Una gioia tranquilla

Nel maggio 1928, un medico diagnostica un morbo di Parkinson che non smette di peggiorare. Fra Giacomo frequenta ancora alcune lezioni e padre Paolino da Premariacco gli riassume e spiega le altre in privato. I superiori della provincia di Venezia mettono in dubbio l’opportunità di un’ordinazione : tuttavia, con il parere favorevole di padre Paolino, fra Giacomo viene dispensato da un anno di studi. Poiché la sua malattia non è ancora troppo avanzata, riceve gli ordini minori, il suddiaconato, il diaconato e poi, il 21 luglio 1929, il sacerdozio, dalle mani del venerabile Pietro La Fontaine, patriarca di Venezia. Il 4 agosto, canta una prima Messa nella sua parrocchia di Balduina. Padre Carlo Trentin lo accoglie con orgoglio e pronuncia un discorso vibrante in questa occasione. Padre Giacomo, ormai sacerdote per l’eternità, irradia una gioia tranquilla. Farà memoria ogni anno, in ringraziamento, del bel giorno della sua ordinazione, che considererà sempre come un dono del Cielo. Per un altro anno, prosegue lo studio della teologia a Venezia, nella misura delle sue possibilità.

Viene quindi inviato in Slovenia per quindici mesi, poi a Udine in Friuli. Lì, il convento dei Cappuccini è come un’oasi dove coloro che vogliono riconciliarsi con Dio e iniziare una nuova vita in tutta discrezione sono i benvenuti. Padre Giacomo dedica la sua vita al ministero della confessione. Gli è stata predisposta una cella dotata di una griglia nel muro, che gli permette di ascoltare i penitenti senza doversi spostare. Per sedici anni, vi riceverà ogni giorno decine di persone, accogliendo a qualsiasi ora, davanti all’immagine del Cristo incoronato di spine, coloro che si presentano come a un dispensario dove si riceve il perdono di Dio.

Il potere di rimettere i peccati, che Cristo conferisce ai suoi apostoli fin dalla sera della sua Risurrezione (cfr. Gv 20,23) come primo frutto della sua Passione e morte, si applica al più grande male che possa toccarci. Perché, ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, « agli occhi della fede, nessun male è più grave del peccato, e niente ha conseguenze peggiori per gli stessi peccatori, per la Chiesa e per il mondo intero » (CCC, n° 1488). Tuttavia, sottolinea san Giovanni Paolo II, « il ministero specifico dei sacerdoti non esclude, ma comporta l’esercizio del “sacerdozio comune” dei fedeli… “Chi ha creato te senza di te, dice sant’Agostino, non ti giustificherà senza di te”. Il ruolo attivo del cristiano nel sacramento della Penitenza consiste nel riconoscere le proprie colpe con una confessione che, salvo casi eccezionali, è fatta individualmente al sacerdote ; con l’esprimere il proprio pentimento per l’offesa fatta a Dio : “contrizione” ; col sottoporsi umilmente al sacerdozio istituzionale della Chiesa, per ricevere il “segno efficace” del divino perdono ; con l’offrire la “soddisfazione” imposta dal sacerdote come segno di partecipazione personale al sacrificio riparatore di Cristo che si è offerto al Padre come ostia per le nostre colpe e, infine, col rendere grazie per il perdono ottenuto » (Udienza generale del 15 aprile 1992, n° 7).

« La mia felicità ne risulta immutata »

Padre Giacomo diventa il confessore ordinario di due terzi del clero di Udine. Si mostra sempre disponibile, per il grande conforto dei suoi penitenti, fino al punto di interrompere il pasto o la siesta, nonostante un’infiammazione cerebrale che non gli dà requie e che è un grosso peso per lui. Il vescovo ausiliario di Udine, mons. Luigi Cicuttini scriverà : « Sono stato, per anni, un penitente del venerato padre Giacomo. Mi ha sempre accolto con un cuore di padre, e me ne sono sempre andato con il cuore confortato. Diceva poche parole ; ma il sorriso del suo volto, la sua paterna bontà erano tali che lasciavano nel cuore un celestiale conforto. » Il Padre sperimenta tuttavia degli insuccessi nel suo ministero, ma queste stesse delusioni lo ancorano più profondamente nella fede, nella speranza e nella carità, come lo esprime in una preghiera che ci ha lasciata : « Signore, le creature che ho amate per amor tuo mi hanno abbandonato, ma la mia felicità ne risulta immutata, perché solo tu, Signore, non mi abbandonerai, e spero, con la tua grazia, di non abbandonarti mai. » 

Ricevete lo Spirito Santo ; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi (Gv 20, 22-23). Con queste parole, Gesù costituisce i suoi apostoli veri giudici delle disposizioni interiori di chi sollecita il perdono delle proprie colpe. Un incarico temibile per un uomo, anch’egli peccatore ! Come potrebbe il sacerdote assolverlo, se non coltiva una relazione intima con Colui che ha dato la vita per salvare i peccatori ? « Il “buon confessore”, afferma papa Francesco, è, innanzitutto, un vero amico di Gesù Buon Pastore. Senza questa amicizia, sarà ben difficile maturare quella paternità, così necessaria nel ministero della Riconciliazione. Essere amici di Gesù significa innanzitutto coltivare la preghiera. Sia una preghiera personale con il Signore, chiedendo incessantemente il dono della carità pastorale ; sia una preghiera specifica per l’esercizio del compito di confessori e per i fedeli, fratelli e sorelle che si avvicinano a noi alla ricerca della misericordia di Dio. Un ministero della Riconciliazione “fasciato di preghiera” sarà riflesso credibile della misericordia di Dio ed eviterà quelle asprezze e incomprensioni che, talvolta, si potrebbero generare anche nell’incontro sacramentale. Un confessore che prega sa bene di essere lui stesso il primo peccatore e il primo perdonato. Non si può perdonare nel Sacramento senza la consapevolezza di essere stato perdonato prima. E dunque la preghiera è la prima garanzia per evitare ogni atteggiamento di durezza che inutilmente giudica il peccatore e non il peccato. Nella preghiera è necessario implorare il dono di un cuore ferito, capace di comprendere le ferite altrui e di sanarle con l’olio della misericordia, quello che il buon samaritano versò sulle piaghe di quel malcapitato per il quale nessuno aveva avuto pietà (cfr. Lc 10,34). Nella preghiera dobbiamo domandare il prezioso dono dell’umiltà, perché appaia sempre chiaramente che il perdono è dono gratuito e soprannaturale di Dio, del quale noi siamo semplici, seppur necessari, amministratori, per volontà stessa di Gesù ; ed Egli si compiacerà certamente se faremo largo uso della sua misericordia. Nella preghiera, poi, invochiamo sempre lo Spirito Santo, che è Spirito di discernimento e di compassione » (17 marzo 2017).

Al sicuro accanto al tabernacolo

Un giorno padre Giacomo viene inviato a consultare un illustre specialista di neuropatologia che esercita a Udine. La diagnosi è infausta : « Constato che questo Padre è affetto da sindrome parkinsoniana encefalica. La malattia peggiorerà progressivamente e fatalmente, mettendo il paziente fuori combattimento fra qualche anno. » Il Padre viene curato con scopolamina, una sostanza che ritarda la progressione della malattia e ne sospende i sintomi. Nel 1934, il suo superiore scrive : « La cura bulgara è stata davvero miracolosa per padre Giacomo, che ora cammina diritto, parla facilmente, non trema più. La gamba destra si trascina ancora un po’… La cura sarà lunga : abbiamo scritto in Bulgaria per i farmaci. » Sopraggiunge la seconda guerra mondiale : la scopolamina diventa quasi introvabile. Si chiede allora per il Padre il permesso di continuare a celebrare, nella sua stanza e seduto, la Messa votiva della Santa Vergine. Gli allarmi aerei lo terrorizzano ; quando urlano le sirene e tutti vanno nei rifugi, egli si rifugia nella cappella accanto al tabernacolo, dove si sente al sicuro e può ritrovare la calma.

Padre Giacomo offre le sue difficoltà in silenzio, anche quando il dolore è intenso : « Sto bene », ripete spesso. In effetti, di solito ha un viso sereno, disteso e tranquillo. Ma una lettera a sua sorella Cesira, del 1938, solleva leggermente il velo : « Avrei molte cose da dirti… per il momento è meglio tacere e pregare, perché il Signore compia in noi tutto ciò che è bene per noi e ci dia la forza di sopportare, con una rassegnazione cristiana, le prove di questa povera vita. » “Sopportare tutto per amore di Gesù” diventa il suo motto. Un sacerdote rivelerà che, quando era seminarista e malato, aveva ricevuto da padre Giacomo questa confidenza : « Io, invece, non posso attendermi nulla di meglio. Mi sono offerto vittima a Dio per la santificazione dei sacerdoti. Dio ha accettato l’offerta e ha disposto che l’encefalite letargica fosse lo strumento più adatto al raggiungimento del mio ideale. Padre Giacomo, tuttavia, non irradia tristezza. Non gradendo vedere attorno a sé volti preoccupati, non esita a spianare le fronti angustiate condividendo dolci o aprendo una bottiglia che penitenti generosi gli hanno portato e che serba con il permesso del superiore. Mantiene però lo spirito di mortificazione : nonostante la sua dispensa, continua a pregare coraggiosamente l’ufficio liturgico e, sebbene sia esonerato dal digiuno eucaristico, obbligatorio a partire dalla mezzanotte a quell’epoca, prima della sua messa prende solo la tisana di belladonna che gli è stata prescritta.

« Indovinate dove… »

Già nel 1941, aveva rivelato a sua sorella Cesira una grazia ricevuta mentre pregava per i suoi genitori defunti : « Ho pensato così tanto a loro che la mia anima sospirava ardentemente il giorno in cui avrebbe potuto riunirsi con questi cari genitori nel paradiso dove essi ci attendono, e una voce mi ha detto : “Coraggio, il tuo esilio finirà presto, perché il giorno in cui potrai riunirti con i tuoi cari genitori in paradiso non è più molto lontano.” Perdonami, cara sorella, se le mie parole ti immergono nella tristezza, ma è la pura verità » ; e cerca di tranquillizzarla. In comunità, si sente più libero. Un confratello testimonierà : « Parlava abbastanza spesso della sua morte prossima con vera gioia. Dava l’impressione di saperne qualche cosa : “Morirò presto, diceva… Indovinate dove morirò…” Noi gli chiedevamo se voleva scherzare. “Non scherzo affatto… Morirò presto, vicino alla Madonna, mia madre.” »

Un giorno del 1948, chiede al suo superiore il permesso di andare a Lourdes. Poiché gli viene fatto notare che il suo stato di salute non permette assolutamente un viaggio del genere, sostiene umilmente che i sacerdoti della città desiderano che lui li accompagni e che potranno facilmente venirgli in aiuto. Vuole pure lui andare a vedere la Santa Vergine, anche a costo della sua vita. L’autorizzazione richiesta gli viene alla fine concessa ; raggiante, dichiara al suo provinciale : « Vado a Lourdes, ma non ne tornerò. » Il 20 luglio, sale sul treno speciale e, l’indomani, dopo 35 ore di viaggio, raggiunge la meta. La sua stanchezza, tuttavia, gli impedisce di recarsi direttamente alle piscine. Chiede che dicano il rosario con lui. Le sue condizioni poi peggiorano rapidamente e alle 23.00, dopo aver recitato il Magnificat, rende la sua anima a Dio. È il diciannovesimo anniversario della sua ordinazione ; ha 48 anni. Il 23 luglio, viene sepolto nel cimitero di Lourdes. Da allora, molti fedeli vengono a raccogliersi sulla sua tomba, che adornano di fiori freschi, anche in inverno. Vengono concesse delle grazie e gli ex voto si moltiplicano.

Il processo per la sua beatificazione si è aperto il 2 dicembre 1977. Padre Bernardino da Siena, postulatore generale dei Cappuccini, scriveva all’arcivescovo di Udine : « L’attività di padre Giacomo, durante la sua breve esistenza di 48 anni, di cui 26 in convento, si è limitata, in quanto malato, a soffrire e, in quanto sacerdote, a dispensare il perdono nel sacramento della riconciliazione. Nella prima attività, egli ha mostrato come un cristiano riesca, con l’aiuto dall’alto, ad affrontare la sofferenza, sia fisica che morale, senza lamentarsi, e persino con un sorriso, anzi offrendo se stesso a Dio come vittima per la santificazione dei sacerdoti. Poi, nel ministero della confessione esercitato con la stessa costanza e la stessa bontà del suo contemporaneo san Leopoldo Mandić,… ha mostrato come questo ministero nascosto riesca a valorizzare la vita di un sacerdote e a sostenere i suoi fratelli nella grazia e nel bene. Egli è stato, in particolare per i sacerdoti della diocesi di Udine, quello che san Leopoldo Mandić fu in quella di Padova : in lui si manifestò la misericordiosa bontà di Dio. »

A Lourdes, la Vergine senza peccato si fa sempre più accogliente per i peccatori. Le anime più colpevoli cercano il contatto purificatore di colei che si chiama “l’Immacolata Concezione”. Un istinto infallibile dice loro che lei saprà comprenderli, amarli, consolarli, dando loro un cuore nuovo, uno spirito nuovo. Con padre Giacomo da Balduina e su invito della Madonna di Lourdes, « preghiamo e facciamo penitenza per la conversione dei peccatori ».

Dom Antoine Marie osb

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