31 Gennaio 2023
eato Hyacinthe Cormier
Carissimi Amici,
«In padre Cormier, affermava san Giovanni Paolo II, la Chiesa vuole riconoscere ed onorare l’azione dell’intelletto umano, illuminato dalla fede. Infatti, il fondatore dell’Università dell’Angelicum (a Roma) ci ricorda che Dio ci chiede di utilizzare le facoltà del nostro spirito, riflesso del suo, per rendergli gloria. Uomo assetato di verità, egli ha saputo anche donarsi a suoi fratelli come priore, come provinciale e come maestro generale dell’Ordine domenicano, nel rispetto delle sue tradizioni secolari. Egli ha guidato i figli di san Domenico con la sua saggezza e competenza per condurli a Dio, per fare di loro autentici figli e testimoni del Regno » (Omelia della Messa di beatificazione, 20 novembre 1994).
Henri Cormier è nato a Orléans, in Francia, l’8 dicembre 1832, giorno della festa dell’Immacolata Concezione ; avrà sempre una grande devozione per la Santa Vergine. Suo padre, che gestisce una drogheria, trova grande diletto nella musica : gusto artistico che erediteranno i suoi due figli ; muore tuttavia pochi anni dopo la nascita di Enrico. La signora Félicité Cormier si occupa quindi da sola dell’educazione dei due bambini. Enrico ama al di sopra di tutto la preghiera, il rosario in particolare, e servire la Messa. Conserverà un ricordo commosso della sua prima Comunione. Negli studi scolastici, riesce bene ma si mostra piuttosto pigro. Entrato nel seminario minore di La Chapelle-Saint-Mesmin (nei pressi di Orléans) nel 1846, prova tutti gli strumenti musicali prima di scegliere l’organo. Dotato di una voce molto bella, si nasconde e rimane introvabile quando ci si vorrebbe congratulare con lui per i suoi assoli ben riusciti. Si dedica anche alla pittura e apprezza molto i paesaggi campestri. « Dipingo per l’eternità », è una delle sue affermazioni preferite. Enrico riceve un premio di letteratura dall’Accademia di Orléans.
Troppo a lungo ingrato
Il suo fratello maggiore, Eugène, seminarista, muore nel 1847. Enrico percepisce da quel momento con maggior gravità il senso della vita e della morte in relazione all’eternità. La sua grande sensibilità gli provoca molte sofferenze, ma la sua ricerca della bellezza lo fa rivolgere verso lo splendore della vita eterna. Ogni settimana, la signora Cormier percorre i dieci chilometri che separano la sua casa dal seminario minore per informarsi sulla sua salute e sul suo lavoro. Al termine degli studi, Enrico si trasferisce al seminario maggiore di Orléans, dove acquisisce un profondo amore per la disciplina. Nei suoi appunti di ritiro del primo anno si può leggere : « Sono pervaso dalla necessità di donarmi tutto a Dio… Sono stato ingrato per troppo tempo… » Gli piace molto lo studio della filosofia e poi della teologia, ma la devozione resta la sua priorità. Attratto dal desiderio di predicare il Vangelo e dalla preghiera del rosario, che recita ogni giorno, si fa accogliere nel Terz’Ordine di San Domenico. Per vivere più poveramente al servizio del Cristo povero, si priva delle piccole comodità della casa.
« La storia del rosario scriveva san Giovanni Paolo II, mostra come questa preghiera sia stata utilizzata specialmente dai domenicani, in un momento difficile per la Chiesa a motivo del diffondersi dell’eresia. Oggi siamo davanti a nuove sfide. Perché non riprendere in mano la corona con la fede di chi ci ha preceduto ? Il rosario conserva tutta la sua forza e rimane una risorsa non trascurabile nel corredo pastorale di ogni buon evangelizzatore » (Lettera Apostolica, Rosarium Virginis Mariæ, 16 ottobre 2002, n° 17).
Su incoraggiamento del nuovo vescovo di Orléans, mons. Dupanloup, il giovane seminarista dedica molto tempo ed energia all’insegnamento della dottrina cristiana e del catechismo.
Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda l’importanza della catechesi : « I fedeli laici partecipano all’ufficio profetico di Cristo accogliendo sempre più nella fede la sua Parola e annunciandola al mondo con la testimonianza della vita e con la parola, l’azione evangelizzatrice e la catechesi. Quest’azione evangelizzatrice acquista una particolare efficacia dal fatto che viene compiuta nelle comuni condizioni del secolo » (n° 190).
Durante le vacanze, Enrico si distende in famiglia ma non dimentica né la devozione né lo studio. Poco dopo aver ricevuto i primi ordini minori, pronuncia il voto di castità. Consapevole dei doni che Dio gli ha fatti, Enrico prende risoluzioni di umiltà : « Diffiderò molto di me stesso… Metterò la mia fiducia solo in Dio… Quello a cui devo tendere è diventare un uomo di preghiera. »
Vocazione nulla
Attirato dalla persona di san Domenico, Enrico incontra padre Lacordaire, restauratore dei domenicani in Francia. Esce da questo colloquio piuttosto scoraggiato : « Vocazione nulla o non matura », gli ha dichiarato il religioso. Tuttavia, un altro frate domenicano esprime un parere diverso e ravviva in lui l’ideale della vita religiosa. Il 17 maggio 1856, Enrico viene ordinato sacerdote per la diocesi di Orléans, con dispensa di età, da mons. Dupanloup. La sua decisione rimane però quella di entrare tra i Frati Predicatori. Sostenuto dal direttore del seminario, ottiene il permesso di lasciare la diocesi. Al termine della sua prima Messa, annuncia alla madre la sua imminente partenza. Lei ne prova un grande dolore.
Fondato all’inizio del XIII secolo da san Domenico, l’Ordine dei Predicatori ebbe un rapido sviluppo ; alla fine del secolo, contava già più di 400 priorati e circa 15.000 religiosi. La Rivoluzione del 1789 lo annienterà in Francia. Nel 1839, un sacerdote francese, padre Lacordaire, entra nel noviziato romano dell’Ordine e, nel 1843, fonda il primo convento domenicano restaurato, a Nancy, nonostante una forte opposizione da parte delle autorità civili e di alcune correnti dell’episcopato francese. Nel 1850, viene ristabilita la provincia francese dell’Ordine.
Entrato nel noviziato dei domenicani, a Flavigny-sur-Ozerain, padre Cormier riceve l’abito, con il nome di frate Giacinto, a cui aggiungerà in seguito quello di Maria. La sua mitezza gli attira i cuori. Tra i novizi, servire la sua Messa è sentito come un privilegio. Di questo periodo felice, egli dirà : « Non soffrivo che di non soffrire. » Sotto la direzione dei suoi diversi maestri dei novizi, egli acquisisce un solido spirito domenicano. Nel tempo libero, quando non prega il rosario, legge o la Regola (di sant’Agostino) o le Costituzioni. Attento alla lettera dell’obbedienza, ne cerca soprattutto lo spirito : « Dobbiamo chiedere a Dio, con lacrime e gemiti, lo Spirito che vivifica dal di dentro. »
« La vita nello Spirito ha un suo ovvio primato, ricordava san Giovanni Paolo II. In essa la persona consacrata ritrova la propria identità e una serenità profonda, cresce nell’attenzione alle provocazioni quotidiane della Parola di Dio e si lascia guidare dall’ispirazione originaria del proprio Istituto. Sotto l’azione dello Spirito vengono difesi con tenacia i tempi di orazione, di silenzio, di solitudine e si implora dall’Alto con insistenza il dono della sapienza nella fatica di ogni giorno » (Esortazione Vita consecrata, 25 marzo 1996, n. 71).
Tuttavia, lo stato di salute del giovane religioso, che soffre di emottisi (sbocchi di sangue), ne rimette in discussione la vocazione. I superiori dubitano della sua capacità di fare professione come domenicano. Questa prova è accresciuta dall’intervento della madre, che lo spinge a lasciare l’abito religioso per riprendere il suo ministero di sacerdote diocesano. Nonostante tutto, il novizio mantiene la sua fiducia in Dio e ricorre all’intercessione di Maria : « Abbandono alla Santa Vergine ; abbandonare a lei la mia salute. Ella si è presa cura di quella di Gesù Cristo, si prenderà cura della mia… Sì, Signore, fa’ del mio essere tutto ciò che vorrai. » Il 29 giugno 1857, padre Giacinto viene ammesso a fare professione per soli due anni, mentre gli altri novizi emettono i loro voti perpetui.
Una vita interiore amabile e forte
In occasione di un passaggio a Flavigny, padre Jandel, allora maestro generale dell’Ordine, rimane colpito dal fervore di padre Cormier e dalla relazione molto favorevole del maestro dei novizi su di lui. Decide di condurlo a Roma, dove il clima più mite sarà favorevole alla sua salute, e di farne il suo segretario. L’intenzione del Padre generale è ristabilire l’Ordine nella sua disciplina originaria, con i suoi lunghi tempi di preghiera e la vita comune. In questo, egli si oppone a padre Lacordaire, che desidera soprattutto favorire gli studi e l’apostolato dei religiosi. Per raggiungere il suo scopo, padre Jandel intraprende una sintesi delle Costituzioni, molte delle cui prescrizioni non sono più applicabili. Il compito di padre Giacinto consiste nell’esaminare gli antichi documenti dell’Ordine per riportare le osservanze all’essenziale ; acquisisce così una conoscenza profonda dello spirito domenicano. Per i suoi confratelli, egli desidera una « vita interiore illuminata, amabile e forte. Questa vita deve risultare dalle nostre osservanze, che la sapienza di Dio ha stabilite a questo scopo. » Non chiede mai di godere di dispense per se stesso, nonostante il suo precario stato di salute.
In effetti, al termine dei suoi due anni di voti temporanei, le emorragie riprendono, rendendo più che mai incerta la possibilità di una professione perpetua. In quello stesso periodo, sua madre, che ha fatto da sola il viaggio da Orléans a Roma, tenta un’ultima volta di distoglierlo dalla vita religiosa ; ma, sopraffatta dalla determinazione del figlio e toccata dalla grazia, alla fine accetta la sua vocazione. Il beato papa Pio IX concede a padre Giacinto il permesso di pronunciare i voti definitivi, se però i sintomi della sua malattia scompaiono per trenta giorni. Dopo ventinove giorni, il Padre è colpito da una nuova emorragia. Padre Jandel intercede allora presso il Papa, che autorizza la professione. La cerimonia ha luogo il 23 maggio 1859, nella chiesa di Santa Sabina, tenuta dai domenicani a Roma. Con sorpresa di tutti, il Padre, che sembrava in punto di morte, si riprende gradualmente. Dopo un periodo di riposo, viene nominato sotto-maestro dei novizi.
Due anni dopo, padre Giacinto parte per la Corsica, dove viene nominato maestro del nuovo noviziato di Corbara. I suoi rapporti con il priore della casa si rivelano delicati : quest’ultimo, infatti, invece di optare per una formazione basata sulla pazienza e l’osservanza della Regola, vuole ottenere risultati immediati. Padre Giacinto arriva a proporre le sue dimissioni al maestro generale, il quale, con il suo rifiuto, gli rivolge queste righe : « In mezzo a tutte queste tempeste, non perdete il coraggio, ma mantenete la pace e la fiducia in Dio. Restate unito a Nostro Signore. Questi momenti di prova sono presagio di consolazioni. » Nel 1863, egli diventa priore di quella casa di Corbara che rimarrà a lungo segnata dall’impulso da lui dato. Annota nel suo diario : « L’eccellenza della fama dei Fratelli nasca dalla povertà e dalla mortificazione della vita claustrale, nonché da una carità affabile per tutti ! » Nel 1865, padre Cormier viene nominato provinciale della provincia di Tolosa, culla dell’Ordine, recentemente restaurata ; eserciterà tale responsabilità fino al 1874 ; poi, dal 1874 al 1891, esercita, di volta in volta e in luoghi diversi, le funzioni di priore conventuale o di provinciale.
Alimentare lo spirito buono
Nel 1891, si tiene a Lione un Capitolo generale : padre Giacinto viene eletto definitore dell’Ordine (il definitore rappresenta la sua provincia al Capitolo generale e a Roma). Il nuovo maestro generale, padre Früwirth, lo chiama al suo fianco. Questi due temperamenti così diversi a volte si scontrano, ma padre Giacinto mostra il suo spirito di fede nei piccoli avvenimenti di ogni giorno : « Una giornata senza sacrificio, dice, è come un paese senza chiesa ; tutto vie è materiale e triste. » Ben presto, gli viene affidato l’incarico di procuratore, il che gli conferisce il secondo posto nell’Ordine. Il procuratore si occupa degli affari dell’Ordine nei suoi rapporti con le istituzioni ecclesiali o civili. Padre Giacinto è anche consultore di varie congregazioni della Curia e i papi Leone XIII e poi san Pio X gli affidano diverse missioni delicate. In tutte queste funzioni, egli cerca prima di tutto le realtà spirituali : « È vero che, in occasione degli affari, posso trovare il mezzo per alimentare lo spirito buono… » Nel 1899, papa Leone XIII lo vuole nominare cardinale, ma l’ostilità del governo francese nei confronti dei religiosi lo costringe a rinunciarvi.
Il 21 maggio 1904, durante un Capitolo generale, padre Giacinto viene eletto maestro generale dell’Ordine. Nonostante i suoi settantadue anni, accetta questo incarico, che ricoprirà fino al 1916, in uno spirito soprannaturale. A questa notizia, papa san Pio X esprime la sua soddisfazione : « È un santo… mi rallegro vivamente ! » Prima dell’elezione, aveva del resto dichiarato al Padre : « Se si tratta di qualche cosa che vi riguarda e che è importante, bisognerà chinare il capo ! » Il nuovo generale ha come progetto quello di promuovere una forte vita spirituale nei conventi, basata sull’osservanza della Regola e delle Costituzioni, che prevalga sugli studi superiori, ma senza sopprimerli. Nella sua prima lettera circolare, egli espone le sue opinioni : « Far rifiorire in tutto l’Ordine, nei conventi come nei singoli, propagare al di fuori lo stesso spirito di preghiera, di umiltà, di obbedienza, di povertà, di abnegazione, di pietà per il prossimo e di zelo per l’integrità della fede di cui era animato il nostro santo patriarca Domenico ». In questo spirito, il Padre, nonostante la sua età, intraprende la visita di tutti i conventi dell’Ordine, in un contesto politico di persecuzione della Chiesa che impone ai religiosi condizioni di vita molto difficili. Nel 1903, i domenicani francesi vengono espulsi dai loro conventi ; devono cercare rifugio in altri paesi.
« Bisognerà obbedire ! »
La salute di padre Giacinto resta sempre fragile ; tuttavia scrive : « Grazie a Dio la mia salute è abbastanza buona. Seguendo le mie abitudini e la mia dieta a casa, posso lavorare tutto il giorno. » Si sforza di non lasciar apparire i suoi momenti di stanchezza ; durante gli spostamenti rifiuta ogni comodità, mentre i suoi collaboratori lo pregano di risparmiarsi. Il Santo Padre dice di lui con umorismo : « Questi bravi santi vengono a chiederci di beatificarli, ma non sanno obbedire… » Al termine di un’udienza privata, san Pio X dichiara amichevolmente a frate Damiano, incaricato di assistere padre Giacinto : « Dovete prendervi cura di lui. Se non lo curate bene, vi scomunico ! Voi avete un buon aspetto, ma quel povero vecchio, guardate com’è magro ! » ; aggiunge, rivolto a padre Giacinto : « Bisognerà obbedire a frate Damiano ! » Il Padre si sottometterà fino alla morte a questa richiesta del Papa. La sua debolezza e la sua umiltà gli suggeriscono di dimettersi ; ma le persone attorno a lui e il Papa vi si oppongono.
Il generalato di padre Cormier coincide con il periodo difficile del modernismo. Deve prendere le difese dei suoi religiosi, in particolare di padre Lagrange, accusato di infedeltà alla dottrina cattolica nella sua esegesi, non senza moderarlo nelle sue affermazioni. Il suo desiderio è che « l’Ordine rimanga fedele alle proprie tradizioni di ardente ricerca della verità in piena sottomissione alla Santa Sede ». Egli promulga una nuova ratio studiorum (organizzazione degli studi) per l’Ordine e svolge un ruolo importante nella riorganizzazione del Collegio San Tommaso a Roma, comunemente chiamato Angelicum. In conformità con il modo di vedere di papa Leone XIII, incoraggia la fedeltà alla filosofia e alla teologia tomiste. Padre Cormier dà all’Angelicum il proprio motto di maestro generale : Caritas veritatis (la carità della verità). Contribuisce inoltre all’istituzione delle università di Friburgo, Gerusalemme e Lovanio. Ridona anche vita al Terz’Ordine domenicano e restaura o erige nuove province domenicane nel mondo. Tuttavia, la preoccupazione principale del Padre rimane quella per i noviziati. Le tensioni tra Chiesa e Stato, soprattutto in Francia e in Italia, poi la prima guerra mondiale, durante la quale tanti religiosi vengono inviati agli eserciti (il più delle volte come cappellani o barellieri), gli procurarono grande dolore. Il Giovedì Santo del 1916, poco prima della fine del suo mandato, tiene un discorso all’Università romana sul tema della vita intima con Gesù, che è considerato il suo testamento spirituale agli insegnanti e agli studenti. Vi sottolinea il primato della vita interiore e dell’unione con il Salvatore.
Un rimedio troppo forte
Dotato di una magnanima propensione a non credere alla malvagità, padre Giacinto è spesso vittima di questa generosa incredulità. Alcune persone non lo trovano abbastanza vigoroso in determinate situazioni, ma egli risponde : « Un rimedio troppo forte potrebbe portar via non il male ma il malato. » Quando impone sanzioni, queste sono dettate dalla saggezza e dalla carità. Nella sua umiltà, afferma che « basta usare in coscienza i mezzi che si hanno, al resto pensa Dio, facendovi contribuire anche le nostre debolezze ».
« Se viviamo agitati, arroganti di fronte agli altri, finiamo stanchi e spossati, afferma papa Francesco. Ma quando vediamo i loro limiti e i loro difetti con tenerezza e mitezza, senza sentirci superiori, possiamo dar loro una mano ed evitiamo di sprecare energie in lamenti inutili. Per santa Teresa di Lisieux “la carità perfetta consiste nel sopportare i difetti altrui, non stupirsi assolutamente delle loro debolezze”. San Paolo menziona la mitezza come un frutto dello Spirito Santo (cfr Gal 5,23). Propone che, se qualche volta ci preoccupano le cattive azioni del fratello, ci avviciniamo per correggerle, ma con spirito di dolcezza (Gal 6,1), e ricorda : e tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu (ibid.)… Reagire con umile mitezza, questo è santità ! » (Esortazione Apostolica, Gaudete et exsultate, 19 marzo 2018, nn 72-74).
Al termine del suo generalato nel 1916, padre Giacinto si ritira nel convento attiguo alla Basilica di San Clemente a Roma. Molto tempo dopo, i religiosi si ricorderanno delle sue lunghe ore di preghiera. Da giovane domenicano, il Padre diceva infatti : « Quando non potrò più dedicarmi alle opere esterne, quando mi sarà impossibile predicare, insegnare, anche salmodiare, dirò ancora il rosario ; e se non potrò più, lo terrò ancora nelle mani o davanti agli occhi. Sarà sotto forme diverse la mia pazienza per soffrire, la mia preparazione per morire. » Recita ogni giorno due rosari completi, uno per la Chiesa e il Papa, l’altro per l’Ordine domenicano e altre intenzioni. Continua a celebrare quotidianamente la sua Messa. Nonostante il suo desiderio di nascondere i favori soprannaturali che riceve, viene visto più volte in estasi o in levitazione. Si lamenta talvolta di venir troppo curato : « Il mio ritiro in questa casa ha lo scopo di aiutarmi a morire bene. E sembra fatta per impedirmi di morire, a tal punto è stata organizzata con cura e vi sono assistito con premura… » Il declino della sua salute procede più rapidamente a novembre. Soffre serenamente, dicendo : « Mio Dio, prendimi ! » e : « Ho detto al buon Dio di fare in fretta, ma non vuole ! » Il 17 dicembre, settimo centenario dell’approvazione dell’Ordine domenicano, rinnova i suoi voti alla presenza del maestro dell’Ordine e della comunità, partecipa al canto del Salve Regina e spira serenamente. Il suo ultimo gesto è quello che fa il sacerdote dicendo il Dominus vobiscum, come per affidare al Signore tutti i presenti. Il suo corpo riposa sotto l’altare della chiesa dell’Angelicum.
« Padre Cormier, dichiarava san Giovanni Paolo II, ha costantemente vissuto della verità e l’ha trasmessa a tutti i suoi fratelli domenicani con umiltà e perseveranza. Egli non aveva forse unito la verità alla carità nel suo motto : Caritas veritatis ? Egli diceva infatti che donare la verità è “la carità più bella” » (20 novembre 1994). Chiediamo alla Madonna del Rosario questa grazia di essere testimoni di Cristo che è la Verità, con la nostra vita e il nostro amore per il prossimo.












