Beato Valentin Paquay

16 Aprile 2025

Beato Valentin Paquay

Carissimi Amici,

Papa san Giovanni Paolo II vedeva nella povertà volontaria della vita religiosa una risposta all’idolatria del denaro di cui soffre il nostro mondo, segnato da «un materialismo avido di possesso, disattento verso le esigenze e le sofferenze dei più deboli e privo di ogni considerazione per lo stesso equilibrio delle risorse naturali. La risposta della vita consacrata sta nella professione della povertà evangelica, vissuta in forme diverse e spesso accompagnata da un attivo impegno nella promozione della solidarietà e della carità» (Esortazione apostolica Vita consecrata, nn. 89-90). Il beato Valentinus Paquay ha abbracciato un tipo di vita consacrata specificatamente fondata sulla pratica della povertà.

Beato Valentin PaquayJan Louis Paquay è nato a Tongeren (Tongres in francese), nel Limburgo belga, il 17 novembre 1828. Città antica, Tongeren è dominata dalla chiesa di Nostra Signora, del XIII secolo, centro di pellegrinaggio mariano. Il padre del ragazzo, Hendrik, di origine vallona, è un agricoltore; la madre appartiene a una famiglia borghese locale. Dopo il loro matrimonio, nel 1821, gestiscono una locanda nel villaggio, che consente loro un modesto agio. Essi danno alla luce prima tre bambini che muoiono in tenerissima età per un’epidemia, poi arrivano una bambina, Maria, e Gian Luigi. Quest’ultimo viene battezzato il giorno stesso della sua nascita. Nella famiglia Paquay nasceranno altri cinque bambini. La preoccupazione principale di questi genitori profondamente cristiani è l’educazione religiosa e morale dei loro figli. Gian Luigi ha un carattere impetuoso, che si cerca di correggere, ma che a volte si manifesterà ancora quando sarà diventato un religioso.

All’età di cinque anni, il bambino viene mandato a scuola presso il collegio comunale di Tongeren. Si distingue per la sua attitudine agli studi, ma anche per la sua devozione, la sua docilità e la sua gentilezza. Nel 1835, alcuni Padri Redentoristi (membri di un Ordine fondato nel 1732 da sant’Alfonso de’ Liguori) vengono a predicare una missione parrocchiale di quindici giorni nella chiesa di Nostra Signora di Tongeren. Molti fedeli vi prendono parte, ascoltando le prediche, partecipando alle cerimonie e confessandosi ai religiosi. Gian Luigi si confessa per la prima volta: aspetta a lungo il suo turno, lasciando passare sistematicamente gli adulti. Il confessore se ne accorge, lo chiama e lo ascolta. Toccato dalla grazia, il ragazzo percepisce che la sua vocazione è quella di esercitare un ministero simile. Da quel momento, in lui si manifesta un’attrazione per la preghiera. Dopo una seria preparazione, fa la sua prima Comunione nel 1840, all’età di dodici anni.

Nel 1845, l’adolescente viene ammesso al corso di retorica presso il seminario minore di Sint-Truiden (Saint-Trond). Diligente negli studi, non è però uno studente brillante, ma la sua devozione e il suo spirito religioso impressionano chi viene a contatto con lui. Non appena si libera un posto come chierichetto alla chiesa di Nostra Signora, viene designato per occuparlo.. Ogni mattina, prima di andare a lezione, serve una Messa con fervore. La sua delicatezza di coscienza degenera in scrupolo. Racconterà che in quel periodo era arrivato, per un periodo di due mesi, a confessarsi tutti i giorni.

Lo scrupolo è un timore mal fondato di commettere un errore. Nei suoi Esercizi spirituali, sant’Ignazio ne descrive con finezza la manifestazione: «Si chiama abbastanza comunemente scrupolo un giudizio libero e volontario con il quale definiamo che un’azione è peccato quando non lo è; per esempio, quando a qualcuno accade di ritenere di aver peccato calpestando inavvertitamente due fili di paglia a forma di croce. Ora, questo è, propriamente parlando, un giudizio errato più che uno scrupolo. Ma, dopo aver calpestato questa croce, o dopo aver fatto, detto o pensato una qualsiasi cosa, mi viene dal di fuori il pensiero di aver peccato, mentre d’altra parte mi sembra interiormente di non aver peccato. Provo in questo un turbamento:, in quanto dubito e non dubito: ora, questo è propriamente uno scrupolo e una tentazione che il nemico fa nascere in me» (nn. 346-347).

Poiché il vero scrupolo è involontario e spontaneo, lo si curerà non impedendo che sorga, ma trattandolo con disprezzo, cercando nel contempo di «stabilirsi solidamente in un giusto mezzo» (Esercizi di sant’Ignazio, n. 350). A tal fine, è di grande aiuto e, almeno per un certo tempo, necessaria, l’obbedienza completa e fiduciosa alle direttive di un confessore esperto. Lo scrupolo, infatti, si nasconde sotto giudizi errati che ingannano sotto l’apparenza del bene. È quindi molto utile l’aiuto del confessore per rettificare questi giudizi e non lasciarsi trascinare da essi in vie nocive Il sacerdote del resto insegnerà gradualmente al suo penitente a fare a meno del suo aiuto. La preghiera e l’abnegazione sono anch’esse mezzi potenti per contribuire a mettersi nella disposizione giusta per liberarsi dallo scrupolo.

Non fare le cose a metà

La pietà mariana di Gian Luigi è intensa. Un anno dopo la sua prima Comunione, all’età di tredici anni, in seguito a una predica, fa voto di castità perpetua ai piedi di Nostra Signora di Tongres. Assiduo alle prediche, soprattutto durante la Quaresima, quando si svolgono ogni giorno, è particolarmente commosso dall’evocazione della Passione di Nostro Signore, che suscita in lui profondi sentimenti di amore verso il suo Salvatore. L’unico difetto della sua vita nel seminario minore consiste nel suo costante rifiuto di partecipare ai giochi dei compagni ; tuttavia il suo modo di rifiutare è così garbato che nessuno si offende. Preferisce la lettura e soprattutto le visite al Santissimo Sacramento. Nel 1847, la morte del padre lo getta in un grande dolore ; diventa allora ancor più serio. In quel periodo, Gian Luigi prova un certo timore di essere chiamato alla vita religiosa ; sorvola rapidamente sui brani dei libri spirituali che ne trattano. Ma il pensiero della morte lo fa riflettere : « Avrò la possibilità di confessarmi nell’ora della mia morte ? Non ne so nulla… Quali saranno allora le mie disposizioni interiori ? Dove morirò ? Sarà in un chiostro ? Sarà nell’abito di san Francesco ? Per me è un mistero, ma qualunque cosa accada, mi preparerò alla morte fin da questo momento. » Ben presto i suoi superiori percepiscono effettivamente in lui una vocazione religiosa. In effetti, nel 1849, ottenuta la benedizione della madre, finisce con il confessare ai compagni di seminario che desidera una vita più austera e più perfetta al servizio di Dio : il giorno dopo, entra tra i francescani. Ha ventun anni. Dopo un periodo di prova, viene ammesso, con altri sette giovani, alla vestizione, che segna l’inizio del noviziato. Fa quest’ultimo a Tielt, vicino a Gent, uno dei centri della provincia francescana belga. In queste ferventi disposizioni, scrive : « Colui che si fa religioso per un altro scopo che non sia quello di farsi santo è uno sciocco nel pieno senso della parola… » e : « Non bisogna fare le cose a metà… Non accontentiamoci di una buona volontà. »

«Quanto alla significazione della santità della Chiesa, scrive papa san Giovanni Paolo II, un’oggettiva eccellenza è da riconoscere alla vita consacrata, che rispecchia lo stesso modo di vivere di Cristo. Proprio per questo, in essa si ha una manifestazione particolarmente ricca dei beni evangelici e un’attuazione più compiuta del fine della Chiesa che è la santificazione dell’umanità. La vita consacrata annuncia e in certo modo anticipa il tempo futuro, quando, raggiunta la pienezza di quel Regno dei cieli che già ora è presente in germe e nel mistero, i figli della risurrezione non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli di Dio (cfr Mt 22,30)» (Vita consecrata, 25 marzo 1996, n. 32).

Una responsabilità che incute timore

Quando emette i suoi voti, il 4 ottobre 1850, Gian Luigi diventa fratel Valentinus. In precedenza, aveva scritto una lettera alla madre e alle zie per chiedere loro perdono per tutti i dispiaceri che aveva potuto causare loro ; considera, infatti, l’impegno dei voti religiosi come l’inizio di una nuova vita alla quale desidera accostarsi nella più grande purezza. Segue poi il corso di filosofia a Rekem e in seguito quello di teologia a Sint-Truiden. Lascerà in queste case il ricordo di un giovane religioso assetato di progresso spirituale e di conoscenze utili per la salvezza delle anime. Alla vigilia della sua ordinazione sacerdotale, colto dalla paura di fronte alla responsabilità che avrebbe assunto, si nasconde. Tuttavia, viene trovato e accetta di diventare prete. La cerimonia si svolge a Liegi il 10 giugno 1854. Fratel Valentinus ha ventisei anni.

Pochi giorni dopo, viene inviato al convento di Hasselt (Belgio), dove eserciterà il suo ministero per circa cinquant’anni. Nel mese di agosto, riceve la potestà di confessare (cioè l’autorizzazione ad amministrare il sacramento della Penitenza) nonché il permesso di predicare e inizia immediatamente questi ministeri nei quali eccelle. Così, quando nel 1857 i suoi superiori lo mandano a Tielt, i fedeli di Hasselt rimangono sconvolti: insistono così tanto con i superiori che dopo dieci mesi il Padre viene loro restituito. Egli stesso accoglie ordine e contrordine in grande spirito di fede, vedendo in essi la volontà di Dio. Ben presto la sua grande dedizione e la sua profonda umiltà gli valgono il soprannome di “Heilig Paterke” (il “piccolo padre santo”).

Gli viene assegnato un confessionale nella basilica di Nostra Signora, dove trascorre la maggior parte delle sue giornate. La sua accoglienza e la sua misericordia attirarono le folle a tal punto che, come per il Curato d’Ars, questo ministero diventa il suo apostolato principale. Oltre ad essere dotato di sapienza e prudenza, è favorito da luci soprannaturali e da una certa capacità di leggere le anime, liberandole talvolta da un grande peso. Quindi davanti al suo confessionale c’è sempre la fila. Molti penitenti testimonieranno che in sua presenza la loro coscienza si è aperta come mai prima. In genere, è breve e molto riservato nelle sue ammonizioni, ma i penitenti si rialzano commossi e convertiti. Altre volte, è lui stesso a enumerare i peccati del penitente come se ne fosse stato testimone, oppure a ricordare certe colpe dimenticate, non come accusatore ma sempre con grande discrezione; il penitente non è né umiliato né sopraffatto, perché si sente compreso e perdonato.

Il servitore del perdono

«Celebrando il sacramento della Penitenza, insegna il Catechismo della Chiesa cattolica, il sacerdote compie il ministero del Buon Pastore che cerca la pecora perduta, quello del Buon Samaritano che medica le ferite, del Padre che attende il Figlio prodigo e lo accoglie al suo ritorno, del giusto Giudice che non fa distinzione di persone e il cui giudizio è ad un tempo giusto e misericordioso. Insomma, il sacerdote è il segno e lo strumento dell’amore misericordioso di Dio verso il peccatore. Il confessore non è il padrone, ma il servitore del perdono di Dio. Il ministro di questo sacramento deve unirsi all’intenzione e alla carità di Cristo. Deve avere una provata conoscenza del comportamento cristiano, l’esperienza delle realtà umane, il rispetto e la delicatezza nei confronti di colui che è caduto; deve amare la verità, essere fedele al magistero della Chiesa e condurre con pazienza il penitente verso la guarigione e la piena maturità. Deve pregare e fare penitenza per lui, affidandolo alla misericordia del Signore» (CCC, nn. 1465-1466).

Dal canto suo, il penitente deve predisporsi a ricevere la grazia, la quale non agisce mai senza la libera cooperazione dell’uomo. La prima disposizione è la contrizione. Questa è un dolore dell’anima e un’esecrazione del peccato commesso con la risoluzione di non peccare più in futuro. In secondo luogo, la confessione delle proprie colpe al sacerdote costituisce una parte essenziale del sacramento della Penitenza: i penitenti devono, nella confessione, elencare tutti i peccati mortali di cui sono consapevoli dopo essersi seriamente esaminati, anche se questi peccati sono molto segreti. Senza essere strettamente necessaria, la confessione delle mancanze quotidiane (peccati veniali) è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa. Infatti, la confessione regolare dei nostri peccati veniali ci aiuta a formare la nostra coscienza, a lottare contro le nostre inclinazioni malvagie, a lasciarci guarire da Cristo, a progredire nella vita dello Spirito. L’assoluzione rimuove il peccato, ma non rimedia a tutti i disordini che il peccato ha causato (cfr. CCC, nn. 1451, 1456 e 1458). Per riparare il danno causato dal peccato, il penitente deve compiere ancora alcuni atti imposti dal confessore: questa è la soddisfazione, detta anche penitenza, che costituisce il terzo atto del penitente (cfr. Compendio del Catechismo, n. 303). «Tutto il valore della Penitenza, aggiunge il Catechismo, consiste nel restituirci alla grazia di Dio stringendoci a lui in intima e grande amicizia. Il fine e l’effetto di questo sacramento sono dunque la riconciliazione con Dio… Questo sacramento ci riconcilia con la Chiesa. Il peccato incrina o infrange la comunione fraterna. Il sacramento della Penitenza la ripara o la restaura» (CCC, nn. 1468-1469).

La sollecitudine con la quale padre Valentinus si reca in confessionale non deriva da un gusto personale. Come per ogni altra cosa, egli attinge le sue motivazioni dalla fede e dall’obbedienza soprannaturali. La sua particolare attenzione va ai peccatori maggiormente immersi nel male o nell’ignoranza. Dopo aver confessato per diverse ore, gli accade di mettersi in ginocchio per pregare; il confratello sagrestano, venuto a chiudere la chiesa, lo trova addormentato per la stanchezza sui gradini dell’altare… Egli esercita anche il ministero di confessore ordinario o straordinario di diverse comunità religiose. Anime in ricerca della loro vocazione si mettono talvolta sotto la sua direzione; questa è caratterizzata da una grande discrezione. Molti gli devono il fatto di aver trovato la luce e di essere così diventati sacerdoti, religiosi o religiose. Predica anche missioni e ritiri. I suoi ascoltatori sentono che trasmette loro il frutto della sua preghiera. Il suo ministero si estende ai malati e ai morenti. Quando, di notte, si bussa al convento per cercare un confessore per un moribondo, è quasi sempre lui che viene richiesto specificatamente per nome. Rimane allora, generalmente, di notte come di giorno, a lungo accanto al malato. Un giorno, si parla a padre Valentinus di un malato che non vuole assolutamente vedere un prete; egli si reca ugualmente alla casa. Si fa annunciare, chiedendo il permesso di fargli visita e, sorprendentemente, il malato accetta. Quando se ne va, il malato, che si è confessato, è pieno di gioia. Nel 1864, scoppia a Hasselt un’epidemia di vaiolo. Vittima della sua dedizione, il Padre è a sua volta colpito dalla malattia ed è costretto a rimanere a letto per cinque settimane. Un confratello che l’ha curato con diligenza si ammala ben presto anche lui. Appena convalescente, padre Valentinus ottiene di curarlo egli stesso.

Pregare sempre

Nelle sue omelie, egli si fa apostolo della devozione al Sacro Cuore di Gesù e all’Eucaristia. Incoraggia tutti coloro che possono riceverla alla Comunione frequente, anticipando i decreti di san Pio X. Pratica in modo poco comune il precetto del Signore sulla necessità di pregare sempre (Lc 18,1). Tenendo sempre in mano il suo rosario o il breviario, recita l’uno o l’altro non appena può. Quando va fuori dal convento, varcata la porta, inizia il rosario. Ciò non sempre è gradito a chi lo accompagna che, a volte, avrebbe preferito approfittare dell’occasione per intrattenersi con lui. Padre Valentinus desidera lasciare Hasselt per sfuggire alla venerazione che gli viene riservata. Quando deve soggiornare in un altro convento, cerca sempre di occupare l’ultimo posto, con i fratelli conversi. Nominato più volte vice guardiano del suo convento e anche guardiano (cioè superiore), in queste funzioni dimostra una grande bontà e una profonda umiltà. Nel 1890, viene eletto visitatore della provincia. Se si parla della sua santità, molto spesso riesce a volgere il complimento in scherzo. Riceve tuttavia grazie straordinarie che si sforza di nascondere, ma alcune delle sue estasi hanno avuto testimoni. Queste grazie straordinarie non lo distolgono dalla pratica dell’obbedienza. Qualunque cosa stia facendo, al primo rintocco di campana s’interrompe, vedendo in questa chiamata la voce di Dio. Quando predica un ritiro a una comunità di suore, obbedisce alla superiora come se fosse il proprio superiore. La sua obbedienza alle prescrizioni dei medici è così perfetta che essi stessi ne restano stupiti.

Entrato nell’Ordine di San Francesco, dove la povertà è particolarmente onorata, padre Valentinus non possiede assolutamente nulla. Nella sua cella si trovano solo i pochi libri che gli sono necessari. Indossa i suoi abiti finché non sono completamente logori e, quando la decenza lo costringe a cambiarli, chiede di recuperare vecchi vestiti riportati al guardaroba da un confratello. Quando invece gli viene chiesto di adempiere alla funzione di fratello questuante, accetta con gioia questo compito ingrato. Se deve recarsi in un paese vicino, a sette chilometri di distanza, per confessare, fa il viaggio a piedi. Quando va a predicare ritiri o missioni, parte senza valigia, portando con sé solo il breviario.

La vera ricchezza

«Prima ancora di essere un servizio per i poveri, la povertà evangelica è un valore in se stessa, in quanto richiama la prima delle Beatitudini nell’imitazione di Cristo povero. Il suo primo senso, infatti, è testimoniare Dio come vera ricchezza del cuore umano. Ma proprio per questo essa contesta con forza l’idolatria di mammona, proponendosi come appello profetico nei confronti di una società che, in tante parti del mondo benestante, rischia di perdere il senso della misura e il significato stesso delle cose» (san Giovanni Paolo II, Vita consecrata, n°90). In un discorso sulla vita economica, papa Francesco affermava: «Il denaro è importante, soprattutto quando non c’è e da esso dipende il cibo, la scuola, il futuro dei figli. Ma diventa idolo quando diventa il fine. L’avarizia, che non a caso è un vizio capitale, è peccato di idolatria perché l’accumulo di denaro per sé diventa il fine del proprio agire… Quando il capitalismo fa della ricerca del profitto l’unico suo scopo, rischia di diventare una struttura idolatrica» (4 febbraio 2017).

Dopo quaranta anni di servizi pastorali presso la basilica di Nostra Signora Virga Jesse e dieci anni presso la chiesa di San Rocco, entrambe a Hasselt, il Padre sente che la sua fine è prossima. Annuncia addirittura a una delle sue penitenti che gli restano solo otto mesi di vita. Soffre di bronchite cronica. L’inverno 1904-1905 è particolarmente penoso, ma il Padre cerca di nascondere le sue sofferenze.. L’11 dicembre, si reca ancora al suo confessionale, ma i suoi penitenti si rendono ben conto che è esausto. Il giorno successivo, le sue condizioni sono tali che non può alzarsi. A un visitatore che esprime compassione, dichiara: «Non è niente; non devo forse soffrire qualche cosa poiché l’ho meritato? Mi fanno male le gambe, è vero… ma Dio vuole così.» Il 15 dicembre, riceve gli ultimi sacramenti. Con uno sforzo notevole, riceve la Comunione in ginocchio, poi chiede alla comunità di perdonagli gli scandali che può aver causato. La mattina presto del 1° gennaio 1905, assiste a una messa celebrata nell’infermeria. A mezzogiorno, risponde ancora alle preghiere dell’Angelus; smette di respirare alle 15, all’età di 76 anni. La sua tomba attira numerosi pellegrini. È stato beatificato da san Giovanni Paolo II nel 2003. Liturgicamente, viene commemorato il 1° gennaio.

«Padre Valentin Paquay, affermava papa san Giovanni Paolo II, è davvero un discepolo di Cristo e un sacerdote secondo il cuore di Dio. Apostolo della misericordia, trascorreva lunghe ore nel confessionale, con un dono particolare per rimettere i peccatori sulla retta via, ricordando agli uomini la grandezza del perdono divino. Ponendo al centro della sua vita di sacerdote la celebrazione del Mistero eucaristico, invitava i fedeli ad accostarsi spesso alla comunione del Pane di Vita» (Omelia della beatificazione, 9 novembre 2003). Ricorrendo regolarmente ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza (Is 12,3) che sgorgano dal Cuore di Gesù.

Beata Anna di San Bartolomeo

Beata Maria Laura Mainetti

Venerabile Edel Marie Quinn

Beato Nicolas Sténon