17 dicembre 2002

Giacomo Fesch

Carissimi Amici,

Venerdì santo. Crudelmente inchiodato alla Croce, Gesù subisce i sarcasmi dei due malfattori condannati al medesimo supplizio. Uno di essi lo insulta: Poichè sei Cristo, salva te stesso ed anche noi! Vedendo la pazienza di questo strano condannato, l’altro ladrone, colpito dalla grazia, prende le difese di Gesù: Non ha fatto nulla di male. Poi, si rivolge al Salvatore: Signore, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno. – In verità ti dico, oggi sarai con me nel Paradiso, gli risponde Gesù (ved. Luca 23). Con queste parole, Nostro Signore pronuncia la prima «canonizzazione» della storia. Non bisogna dunque «mai disperare della divina misericordia» (ved. Regola di san Benedetto, cap. 4): come la conversione del buon ladrone, la vita di Giacomo Fesch illustra questa bella sentenza.

Si è detto che l’educazione di un fanciullo inizia vent’anni prima della nascita, attraverso quella della madre; bisogna aggiungere: e attraverso quella del padre. Il padre di Giacomo, Giorgio Fesch, nacque a Liegi nel 1885, da genitori già quarantenni. Si stabilisce in Francia verso il 1920, in qualità di direttore di banca. Miscredente, fiero di esserlo e di manifestarlo, ostenta un «animo indipendente». Il suo cinismo nasconde amarezza, delusioni e disillusioni. La sua tavola, ricca, accoglie, in certi giorni, numerosi commensali. Tuttavia, sollecito sul lavoro, si afferma professionalmente.

Quarto figlio della famiglia, Giacomo viene al mondo senza esser stato desiderato, a Saint-Germain-en-Laye, il 6 aprile 1930, e riceve il Battesimo il 6 luglio seguente; suo padre ha 45 anni. la Signora Fesch condivide le idee del marito. Benchè non pratichi la religione, è una buona madre per i bambini piccoli che ama e cura con tenerezza. Ma quando essi raggiungono e superano i 13 o 14 anni, li trascura. I contatti di Giacomo con la madre diventeranno allora freddi e riservati.

Giacomo cresce senza che nulla gli vada a genio. Frequenta vari istituti scolastici, da cui si fa escludere a causa della sua pigrizia e indisciplina. È fiacco, apatico, instabile e vizioso. Ha sempre molto denaro e modella se stesso sulle massime del padre: amoralità, disprezzo del prossimo. Fa tuttavia la prima Comunione, secondo l’abitudine. Con un bracciale bianco, ha lo sguardo limpido. Ma ben presto dimentica tutto questo; da giovanotto, passa parte delle notti nei luoghi malfamati. Suo padre non se ne preoccupa.

Nel corso degli anni 1947-1948, Giacomo fa conoscenza con Piera Polack, il cui padre occupa un posto importante alla direzione delle Miniere di carbone alsaziane. D’origine cristiana, essa è stata battezzata ed ha fatto la prima Comunione. Prende l’iniziativa, sembra, di immettersi nella vita di Giacomo che lavora, più o meno, all’epoca, nella banca del padre.

I genitori di Giacomo non vanno d’accordo. Ne risulta un’atmosfera tesa. Il Signor Fesch, delizioso con gli estranei, si rivela, in famiglia, uno spirito sarcastico e orgoglioso. Nel 1950, la famiglia si sfascia. La Signora Fesch rimane a Saint-Germain-en-Laye, suo marito si stabilisce nella regione di Saumur. Se l’amore di Dio non risiede nel cuore dei coniugi, il matrimonio è spesso quanto mai fragile: l’esperienza della famiglia in cui nacque Giacomo Fesch lo dimostra tragicamente.

Un «matrimonio» senza amore

Nel 1950, Giacomo se ne va in Germania per compiere il servizio di leva. Piera, che sa di essere incinta, trova un lavoro a Strasburgo negli stabilimenti del padre, Signor Polack. Dopo lunghe esitazioni, finisce coll’avvertire Giacomo che il figlio che porta è suo. Egli attende di essere maggiorenne per sposare Piera civilmente, presso il municipio di Strasburgo, il 5 giugno 1951, un mese prima della nascita della piccola Veronica. Confesserà: «Mi sono sposato, prima di tutto, perchè mia moglie era incinta… Non amo mia moglie, andavo d’accordo con lei, ma su un piano amichevole…» Finito il servizio militare, trova un lavoro negli stabilimenti del Signor Polack. Ma, dopo aver commesso un’appropriazione indebita di fondi, si separa dal suocero e abbandona Piera; essa dirà, più tardi: «Era molto infelice, quando ci siamo separati. Sono certa che soffriva molto. Piangeva come un bambino. Non abbiamo mai cessato di vederci». Quando Giacomo va a trovare la figlia Veronica presso il suocero, non è invitato ad entrare: rimane sulla soglia per accarezzarla…

Allo scopo di aiutare il figlio, la Signora Fesch mette a sua disposizione la somma di un milione di franchi dell’epoca, per permettergli di creare un’impresa di trasporto di carbone (1953), ma Giacomo sperpera la metà della somma nell’acquisto di una macchina sportiva. Di quel periodo, scriverà più tardi: «Mi sono ritrovato solo, a Saint-Germain-en-Laye, ancora più squilibrato dopo quell’esperienza (la separazione da Piera), che mi lasciava un gusto di rimorso. Ho provato a lavorare… per un mese. Al primo insuccesso, ho lasciato perdere tutto…» Uno dei suoi amici, Giacomo Robbe, gli fa allora balenare un’avventura, a prima vista entusiasmante: «Che cosa c’è di più romantico, avventuroso e seducente che un amico che ti sussurra all’orecchio le meraviglie della vita libera di un navigatore solitario?» Giacomo Robbe non è cattivo, ma nocivo; intrattiene, con film e letture, il folle sogno di comprare una barca a vela per «fuggire lontano», ma, all’ultimo momento, abbandonerà il compagno… La barca a vela costa due milioni di franchi e Giacomo Fesch non ha denaro; suo padre rifiuta di finanziare un tal progetto.

Un’avventura che costerà cara

Un’idea folle si forma improvvisamente nello spirito di Giacomo: procurarsi la somma rubando! Accetta di rubare, perchè l’atto «deriva naturalmente dal suo modo di vedere le cose». I complici cui si rivolge, Robbe e Blot, decidono di aggredire un cambiavalute, il Signor Silberstein. Non hanno l’intenzione di ucciderlo. Tuttavia, Giacomo compie un lungo viaggio per impossessarsi di una pistola che appartiene a suo padre.

Il 25 febbraio 1954, la mattina, Giacomo ordina al Signor Silberstein la somma di franchi 2.220.000, in lingotti d’oro, che desidera ritirare la sera stessa. Verso le 18, parcheggia la macchina vicino all’ufficio del cambiavalute, prende la pistola messa in sicura. Robbe e Blot allora lo abbandonano. Il primo si rivolge ad un vigile urbano: «Venga, il mio miglior amico sta facendo una pazzia». Nel frattempo, Fesch ha colpito Silberstein alla testa, con il calcio della pistola, senza riuscire a farlo svenire. Il banquiere grida aiuto. Giacomo toglie la sicura della pistola, colpisce una seconda volta Silberstein con il calcio, e si tira maldestramente una pallottola nel dito. Afferra il denaro che si trova nella cassaforte (soltanto franchi 330.000) e scappa a gambe levate, inseguito da alcuni passanti. Si infila sotto la volta di un portone e si nasconde per un attimo in cima ad una scala di servizio, poi ridiscende. Viene riconosciuto. Un vigile urbano gli grida: «Mani in alto, o sparo!» Giacomo, più veloce, ha sparato attraverso la stoffa dell’impermeabile: la pallottola colpisce l’agente in pieno cuore e lo uccide. Giacomo continua a fuggire ed è finalmente arrestato da un poliziotto in pensione che gli lancia in faccia una pesante porta ferendolo: si accascia.

Piera, che non sospetta nulla, lo attende vicino all’ufficio del cambiavalute, in un caffè. Non è Giacomo che si presenta all’appuntamento, ma la polizia. Viene ben presto riconosciuta innocente e liberata, dopo esser stata confrontata con Giacomo, la cui testa è ancora tutta insanguinata a seguito del colpo ricevuto. Il 27 febbraio, l’assassino viene associato alle carceri della Santé: vi rimarrà per tre anni.

Poco dopo l’arresto di Giacomo, Dio riaccende nel cuore della Signora Fesch alcuni sentimenti religiosi, mai completamente spenti. Prima di morire di un cancro e di dolore, nel 1956, dirà: «Offro la mia vita, perchè mio figlio muoia bene».

L’aurora della conversione

In occasione della prima visita del cappellano, Giacomo esclama subito: «Non ne vale la pena! Non ho la fede». Il sacerdote lo visita comunque brevemente per simpatia tutti i giorni, come gli altri detenuti. Fra i libri che gli fornisce, uno solo ritene la sua attenzione: la narrazione delle apparizioni della Beata Vergine del Rosario a Fatima. La lettura inizia il ritorno di Giacomo alla fede cristiana. Maria è chiamata l’Astro precursore del Sole; infatti, quando la devozione per la Santa Vergine si accende in un’anima, è un segno certo che Dio verrà ben presto ad arricchirla della sua grazia. Inoltre, innumerevoli persone, docili alla richiesta di Nostra Signora di Fatima, recitano, dopo ogni posta del rosario, questa preghiera: «O Gesù mio, perdona i nostri peccati, preservaci dal fuoco dell’inferno e conduci in Cielo tutte le anime, soprattutto quelle che più necessitano della tua misericordia»; senza dubbio alcuno, questa preghierina esercita un’influenza salutare sulle anime peccatrici, ed in particolare su quella di Giacomo Fesch.

Un anno dopo il delitto, il 28 febbraio 1955, nel corso di una visita nella prigione, Piera apprende a Giacomo le conseguenze di una drammatica storia confidenziale, che la coppia aveva vissuto nell’angoscia nel dicembre del 1953, dunque prima dell’incarcerazione. La conversazione fa nascere nell’anima di Giacomo un dolore affettivo che gli toglie il sonno per parecchie notti. Il 1° marzo, sente distintamente una voce non terrena che gli dice: «Giacomo, ricevi le grazie della tua morte». Questo colpo produce istantaneamente la sua conversione. Nel Diario spirituale, precisa: «Quel giorno, ero a letto, con gli occhi aperti e soffrivo veramente, per la prima volta in vita mia, con una rara intensità, a causa di quel che mi era stato rivelato relativamente a certe questioni di famiglia, e fu allora che un grido mi sgorgò dal petto, un’invocazione d’aiuto: «Dio mio!» E, immediatamente, come un vento violento che passa senza che si sappia di dove viene, il Signore mi ha afferrato alla gola. E, a partire da allora, ho creduto, con una convinzione incrollabile, che non mi ha lasciato più». Giacomo non ha dedotto da un ragionamento l’esistenza di Dio, ha incontrato Colui che, solo, era capace di trasformarlo avvolgendolo nella sua tenerezza. La paura non c’entra, perchè l’assassino spera ancora, a quell’epoca, di sfuggire alla pena di morte.

Tappe verso la luce

Dopo il passaggio dall’ateismo al cristianesimo, si produce, il 2 dicembre 1955, una seconda conversione. Giacomo si eleva al fervore eroico che consiste nel ricevere la morte dalle mani di Dio, per sè, e per gli altri: «Sono esaudito, scrive: mi si salva, mio malgrado, mi si toglie dal mondo perchè mi ci perderei… Il castigo che mi aspetta non è un debito che devo rimborsare, ma un dono che il Signore mi fa». Si documenta ampiamente sull’anima e sui fini ultimi dell’uomo, sull’inferno, la vita dei Beati in Cielo, la Croce. È un vero e proprio noviziato della vita eterna. Malgrado la sorveglianza incessante dei secondini, prega in ginocchio. Il suo apostolato di neofita si fa ardente presso i membri della sua famiglia e degli altri detenuti; li tratta con rudezza, per risvegliarli dalla loro miscredenza, soprattutto Piera, che vuol convertire, per amore, perchè l’incarcerazione ha suscitato in lui un vero e profondo amore per lei: «C’è in me una doppia trasformazione, le scrive: la possibilità di amarti ed il fatto che ti amo». L’ama, ma impara, per esperienza, che il vero amore, sulla terra, non esiste senza la sofferenza. A poco a poco, la fede si risveglia nell’anima di Piera. Qualche giorno prima della morte di Giacomo, andrà a comunicarsi, dopo più di dieci anni di vita passati lontano dalla Chiesa.

La religione senza sconti

Giacomo è ora convinto di star per morire, perchè Gesù gli ha fatto capire, a due riprese, che riceveva grazie in vista della morte. Gli dispiace che il cappellano non insista sufficientemente sulla salvezza eterna. «Questo cappellano, scrive, è un uomo dotto… ma giunge al punto di presentare una sintesi di concetti filosofici e religiosi che è lungi dalla semplicità evangelica».

Quanto a lui, senza essere un maniaco dell’inferno, è conscio dei propri errori e tendenze malvage; considera direttamente la dannazione, come una reale possibilità. Tuttavia, tutto il suo diario parla d’amore vero e di ferma speranza del Cielo. «La mia morte è redentrice, anche se sembra ingiusta. Non bisogna lottare contro quello che è stato deciso da Dio… e che deriva da una grande misericordia». La spiritualità di questo detenuto pentito corrisponde alla verità del Vangelo. Nell’Esortazione Apostolica Reconciliatio et pænitentia, del 2 dicembre 1984, Papa Giovanni Paolo II ricorda: «La Chiesa non può omettere, senza grave mutilazione del suo messaggio essenziale, particolare ed universale, una catechesi costante su quel che il linguaggio cristiano tradizionale designa come i quattro ultimi fini dell’uomo: la morte, il giudizio (particolare e universale), l’inferno e il paradiso; in un contesto culturale che tende a racchiudere l’uomo nell’ambito della vita terrena, più o meno coronata di successo, si chiede ai Pastori della Chiesa una catechesi che apra ed illumini con le certezze della fede l’aldilà della vita presente; dietro le misteriose porte della morte si profila un’eternità di gioia nella comunione con Dio o di pena nell’allontanamento da Dio. Soltanto in questa visione escatologica (che concerne la sorte dell’uomo dopo la morte) si può avere l’esatta misura del peccato e sentirsi spinti in modo decisivo alla penitenza e alla riconciliazione» (n. 26).

I segreti del cuore

Fra il 1° agosto e il 1° ottobre 1957, Giacomo redige un diario spirituale, indirizzato alla figlia Veronica, allora in età di sei anni. Rivela meno la familiarità con i suoi, che la sua intimità con Dio. Giacomo ha scoperto Gesù, e desidera ardentemente farlo scoprire a Veronica: «Quel che ho, te lo do, per quel giorno in cui, divenuta donna, potrai, attraverso questo scritto, seguire la vita di colui che fu il tuo papà e che non ha cessato un solo istante di amarti». Il diario si conclude così: «Se, alla fine di queste pagine, sarò riuscito a farti sentire quel che può essere la vita, la vera vita, quella che inizia in questo mondo per sbocciare là dove tutto è luce, se avrai potuto intuire la grandezza ed il prezzo di un’anima, e lo scarso interesse di un successo terreno, queste righe non saranno state vane, e forse tu stessa, un giorno, confrontata a Dio sa che prova, attingerai a quest’esempio tanto vicino a te la forza ed il coraggio di discernere da che parte viene la luce».

Prende, a poco a poco, l’abitudine di discernere i pensieri che vengono da Dio e quelli che vengono dal demonio. Quando Gesù gli fa sentire la sua presenza, scrive: «Vorrei morire, perchè sono troppo colmo di gioia… Non c’è più che un canto di riconoscenza che debba sgorgare dai nostri petti». Ma momenti di sofferenza interiore non mancano: «Il barometro della mia spiritualità, che era fermo su «variabile», sta discendendo sempre più verso la pioggia e la nebbia: il mondo e le sue seduzioni riguadagnano il terreno che avevano perso sotto l’invasione della grazia… Se non posso impedire che pensieri più o meno torbidi invadano il mio spirito, nulla mi può impedire di mettermi in ginocchio e di recitare le preghiere, anche se l’attenzione non è più tanto costante… Questa lotta si fermerà dove il buon Dio vorrà che si fermi… Il mio unico merito consiste nel fatto che sarò io a ricevere la mannaia sul collo!… Va da sè che non è affatto piacevole, ma quanto sarò lieto poi!… Un solo quarto d’ora, di fronte all’eternità!…»

Nel frattempo si svolgono l’istruttoria ed il processo di Giacomo, causa che scatena dibattimenti appassionati davanti alla Corte d’Assise e nella stampa. La sentenza è pronunciata il 6 aprile 1957, vigilia della Passione: è la condanna a morte (la pena di morte è stata in vigore in Francia fino al 1981). L’11 luglio, il ricorso in Cassazione è respinto. Rimane da chiedere la grazia al Presidente della Repubblica.

La contemplazione del crocifisso

A mano a mano che si avvicina l’ora dell’esecuzione, Giacomo si unisce sempre più strettamente alla Passione di Gesù, e giunge al punto di dire: «Ho il cuore colmo di gioia. Niente più angosce, niente più timori, la Santa Vergine me li ha tolti». Prova spesso a mettersi al posto di Gesù nella Passione: «Sono soprattutto i chiodi che devono far male, la mano trattenuta di forza lungo il legno, la punta che viene appoggiata sulla mano per centrarla bene; e poi la martellata energica, e le carni che scoppiano, e il sangue che sprizza… E dopo la prima mano, la seconda! Poi i piedi!… Quindi il minimo movimento del corpo deve far sfregare le piaghe intorno ai chiodi e provocare dolori insostenibili… E che pensare delle sofferenze di una madre che contempla tutto questo e non può far nulla per soccorrere il figlio; povera Santa Vergine, umile, in lacrime e silenziosa ai piedi della croce…»

Il 30 settembre 1957, verso la fine del pomeriggio, l’avvocato Baudet avverte il suo cliente, Giacomo Fesch, che il ricorso in grazia è stato rifiutato. L’esecuzione è fissata per la mattina seguente. Giacomo regolarizza la propria situazione matrimoniale, sposando ufficialmente Piera davanti alla Chiesa, grazie al parroco di Saint-Germain-en-Laye. Il 1° ottobre, alle tre del mattino, si alza e rifà il letto. Le ultime righe del suo Diario sono eloquenti: «Fra cinque ore, vedrò Gesù. La pace mi invade e le mie preghiere scorrono come miele… Santa Vergine, abbi pietà di me! Credo che finirò qui, a questo punto, il presente diario, poichè sento rumori inquietanti. Purchè riesca a resistere. Santa Vergine, soccorrimi! Addio a tutti, che il Signore vi benedica». L’ultima lettera sarà per il Padre spirituale: «Sono in attesa, nel buio e nella pace… Ho gli occhi fissi sul crocifisso e non distolgo lo sguardo dalle piaghe del mio Salvatore. Ripeto instancabilmente: «È per Te». Voglio conservare quest’immagine fino alla fine, io che soffrirò talmente poco… Attendo l’Amore».

Verso le 5, il cappellano e l’avvocato di Giacomo entrano nella cella. Egli si confessa un’ultima volta e fa la Comunione. È in una pace profonda. Nel suo cuore, vi è la certezza del Cielo vicinissimo, non cessa di ripeterlo. Gli si legano le mani dietro alla schiena; dice al cappellano: «Il crocifisso, Padre, il crocifisso!» Nell’emozione generale, bacia il suo Signore e si lascia portare sul patibolo. L’esecuzione ha luogo otto minuti dopo. Ai giorni nostri, il primo ottobre corrisponde alla festa di santa Teresa di Gesù Bambino, che Giacomo apprezzava molto; come lei, ha offerto la propria vita all’Amore Misericordioso. All’annuncio della morte del marito, Piera si procura il di lui Diario spirituale e lo legge integralmente il giorno stesso.

Nel dicembre 1993, il Cardinale Lustiger, arcivescovo di Parigi, ha aperto l’inchiesta preliminare alla beatificazione di Giacomo Fesch: «Spero, ha detto, che sarà un giorno venerato come figura di santità». La sua conversione, infatti, ci invita a non disperare mai della misericordia di Dio e dell’intercessione di Nostra Signora.

Come Rut la Moabita, che piacque a Booz e ottenne da lui il permesso di spigolare nel suo campo le spighe lasciate dai mietitori (Rut 2, 1-13), la Santa Vergine Maria va raccogliendo preziosamente nel campo della Chiesa e del mondo le anime perse, la anime abbandonate, quelle che nessuno vuole più: essa se le mette, in un certo modo, nel grembiule, le protegge contro il Giudice terribile davanti a cui, essa sola, ha saputo trovar grazia, e le introduce, come furtivamente, nei granai eterni del Padre.

O misericordiosissima Vergine Maria, sii la nostra guida, la nostra luce e la nostra consolazione sulla via che conduce al Paradiso. Degna guidarci, come tenendoci per mano, verso la Città celeste di cui sei Regina, affinchè ivi benediciamo per l’eternità il Padre delle misericordie e il Dio di ogni consolazione.

È con questi pensieri di fiducia in Maria, Madre della Misericordia, che preghiamo secondo tutte le Sue intenzioni, senza dimenticare i Suoi defunti.