Lettera

Blason   Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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8 dicembre 2021
Immacolata Concezione della B.V. Maria


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Canonizzata il 14 settembre 1975 da papa Paolo VI, Elizabeth Ann Seton è il primo fiore ad illustrare il calendario dei santi del Nord America. Madre di famiglia rimasta vedova, ha fondato una congregazione religiosa che oggi conta circa 14.000 religiose distribuite in novanta paesi.

Dar da mangiare ai poveri

Elizabeth Ann Bayley è nata a New York il 28 agosto 1774, secondogenita del dottor Richard Bayley, chirurgo, e di Catherine Charlton. Entrambi discendono da famiglie che sono all’origine dell’insediamento britannico della città. Principale ufficiale medico del porto di New York, Richard si occupa degli immigrati che passano un controllo medico e rimangono in quarantena sulla Staten Island. Egli cura anche gli abitanti della città, specialmente durante le epidemie, come quella della febbre gialla. Il nonno materno di Elisabetta è stato per trent’anni rettore della chiesa episcopaliana di Sant’Andrea a Staten Island. La ragazza viene educata nella Chiesa episcopaliana (forma americana dell’anglicanesimo) negli anni successivi all’indipendenza degli Stati Uniti. Ha solo tre anni quando perde la madre, nel 1777. Qualche tempo dopo, suo padre sposa in seconde nozze Charlotte Amelia Barclay. Quest’ultima partecipa alle opere di beneficenza della sua chiesa e talvolta porta con sé la giovane Elisabetta per donare cibo e vestiario ai poveri. Dopo la nascita del loro quinto figlio, la coppia si separa. Il sig. Bayley decide di andare a Londra per perfezionare i suoi studi. Accolte nella famiglia di uno zio materno, Elisabetta e la sorella vivono momenti difficili, in assenza di una madre. Nel suo diario, tuttavia, la ragazza annota le sue riflessioni sulla bellezza della natura e della musica. Vi si trovano anche aspirazioni spirituali e religiose. Le piace andare a cavallo e diventa una brava pianista.

Nel 1794, Elisabetta sposa William Seton, un ricco armatore-commerciante di venticinque anni. Per la sua professione, egli ha viaggiato in Europa e ha amici fino in Italia. Poco dopo il loro matrimonio, i giovani sposi si trasferiscono in una bella casa di Wall Street, uno dei quartieri più ricchi di New York. La famiglia di William professa la fede episcopaliana ed Elisabetta prosegue, in compagnia della cognata Rebecca, le visite di beneficenza iniziate molto tempo prima con la matrigna, arrivando fino ad assistere i moribondi poveri nei loro ultimi istanti. Diventa tesoriera dell’opera di beneficenza. Dalla coppia dei Seton nascono cinque figli e i coniugi accolgono nella loro casa anche i sei fratelli e sorelle più giovani di William. Ma i conflitti tra Francia e Inghilterra, poi tra Stati Uniti e Inghilterra, causano loro gravi rovesci di fortuna, per cui finiscono con il perdere la loro casa. La salute di William, che da tempo soffre di tubercolosi, peggiora, e i medici gli consigliano un soggiorno in Italia. Elisabetta e la figlia maggiore, Anne, di otto anni, lo accompagnano. Arrivati a Livorno, il 18 novembre 1803, da New York dove imperversa la febbre gialla, vengono messi in quarantena in un misero lazzaretto. Elisabetta scrive nel suo diario : « Non solo sono decisa a portare la croce, ma l’ho baciata. E in quel momento, mentre rendevo gloria a Dio per le sue consolazioni, William è stato colto da una crisi quasi al di sopra delle sue forze. » E più oltre : « Dopo che tutto si era addormentato, ho recitato da sola il nostro piccolo ufficio : cosa che William non ha potuto fare oggi. » Questo ufficio comprendeva delle preghiere mattutine e serali che gli sposi avevano composte attingendo ai rari libri anglicani a loro disposizione. Elisabetta vive questa quarantena in una preghiera piena di consolazione : « Considero la mia posizione come un tesoro. Se il mio corpo è in prigione, la mia anima è in libertà, in un tale stato di libertà che finché questo corpo e questa anima saranno uniti su questa terra, non gusterò forse nulla di simile. » Anche la piccola Anne sembra trasportata spiritualmente in regioni che non appartengono alla sua età, ma capisce molto bene che suo padre sta morendo. Leggendo l’episodio della prigionia di san Giovanni Battista, gli dice : « Sì, papà, Erode l’ha imprigionato, ma la signora Erodiade gli ha dato la libertà. – No, mia cara, gli ha fatto tagliare la testa. – Appunto, sì, papà, lei lo ha fatto uscire dalla prigione e lo ha mandato a Dio ! »

Un profondo desiderio di Cristo

Il 17 dicembre, termina la quarantena, ma William è sfinito. La bellezza del paesaggio, durante il viaggio verso Pisa, gli restituisce tuttavia il sorriso. Degli amici, i Filicchi, hanno preparato per loro una casa confortevole in questa città. Ma ben presto la malattia di William riprende il sopravvento ed egli chiede di ricevere il “sacramento”. I Seton non hanno la fortuna di avere i sacramenti della Chiesa cattolica, l’Eucaristia e l’Unzione degli infermi, ma seguono le pratiche ricevute nella loro chiesa : con tutta la sua devozione, Elisabetta versa un po’ di vino in un bicchiere recitando alcune preghiere, poi bevono l’uno dopo l’altro questo calice di rendimento di grazie, volgendo i loro sguardi verso l’eternità. Questo gesto evoca il primo calice di ringraziamento che Gesù diede ai suoi apostoli (Lc 22,17-18). Un profondo desiderio di Cristo scaturisce dai cuori di Elisabetta e di suoi marito. Il capitano della nave che li aveva trasportati viene a trovarli il giorno di Natale e William gli affida la moglie perché egli la riporti negli Stati Uniti. Questa sollecitudine del marito morente commuove profondamente Elisabetta. William rende l’anima a Dio il 27 dicembre, con queste parole : « Mio Cristo Gesù, abbi pietà di me ! E ricevimi ! Mio Cristo Gesù… »

I fratelli Filicchi, Filippo e Antonio, soci d’affari di William, sono dei veri amici : spontaneamente, si occupano di tutte le formalità per il funerale e prendono a casa loro Elisabetta e la figlia. Questo primo contatto con famiglie cattoliche impressiona profondamente la giovane vedova. I Filicchi le accompagnano a Firenze, incomparabile città d’arte nel suo naturale scrigno di natura toscano. A contatto con i tesori della natura e dell’arte, Elisabetta ritrova il gusto per la vita, senza per questo dimenticare il suo amato sposo. Nello stesso tempo, si scopre con sorpresa a provare una profonda attrazione per il raccoglimento di una celebrazione cattolica : « Caddi in ginocchio nel primo posto libero e versai un fiume di lacrime. » Troppo intelligente e sincera con se stessa per soffocare queste sensazioni nuove, interroga i Filicchi sulla differenza tra le confessioni cattolica ed episcopaliana. Antonio le risponde con semplicità : « Solo una è vera, e senza di essa non si può piacere a Dio. » Questa chiara affermazione fa, in breve tempo, una lunga strada nell’anima di Elisabetta. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, afferma san Paolo (Ef 4,5). 

In effetti, « il Signore Gesù, unico Salvatore, non stabilì una semplice comunità di discepoli, ma costituì la Chiesa come mistero salvifico… I fedeli sono tenuti a professare che esiste una continuità storica – radicata nella successione apostolica – tra la Chiesa fondata da Cristo e la Chiesa Cattolica : è questa l’unica Chiesa di Cristo » (Congregazione per la Dottrina della Fede, documento Dominus Jesus, 6 agosto 2000). 

Antonio ha adempiuto al dovere dei laici cristiani : essere collaboratori della verità (3Gv,8). Come afferma san Tommaso d’Aquino, « istruire qualcuno per condurlo alla fede è il compito di ogni credente », che compie così un’opera di misericordia spirituale (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, CCC, nn. 904 e 2447).

Fare il segno della croce

Il 18 febbraio1804, la giovane vedova e sua figlia s’imbarcano per il loro viaggio di ritorno in America. Elisabetta indossa l’abito delle vedove toscane, che diventerà in seguito quello delle religiose da lei fondate. I Filicchi le accompagnano fino alla banchina ; con grande delicatezza, le hanno fatto accettare il denaro di cui avrà bisogno nel prossimo futuro. Ma Anne, poi sua madre, colpite dalla scarlattina, devono ritardare la loro partenza. I Filicchi approfittano di questo ritardo per parlare di religione con la giovane donna, che percepisce sempre di più la solidità della fede cattolica : « Possiedono Dio nel Sacramento, dice a se stessa… Egli dimora nelle loro chiese. L’altro giorno, in un momento di estrema angoscia, mentre passava il Santissimo Sacramento, sono caduta in ginocchio… ho gridato a Dio che mi benedicesse, se era lì presente. » Fa anche l’esperienza della maternità della Santa Vergine : « Che, attraverso sua Madre, noi possiamo trovarlo più sicuramente ! » I fratelli la accompagnano, meravigliati delle grazie che Dio le dona : « Antonio, lei dice, mi ha insegnato a fare il segno di croce e in che spirito farlo. »

All’arrivo a New York, il 4 giugno, tutta la famiglia è lì tranne la cognata Rebecca, che sta morendo di tubercolosi. Elisabetta le spiega la sua fede nella Chiesa cattolica, che Rebecca accoglie pienamente prima di morire, colma di gioia, il 18 luglio. Elisabetta, invece, scatena una tempesta nell’ambiente episcopaliano, per il quale la fede è legata a una sorta di patriottismo religioso. In questa fase dolorosa, Elisabetta viene aiutata da padre Cheverus, sacerdote incaricato della missione di Boston. Al ritorno da un viaggio in Irlanda, quest’ultimo trova un biglietto di Elisabetta che si dice pronta per il grande passo : « Cerco solo Dio e la sua Chiesa ; attendo la pace da questa parte e assolutamente non dalla parte degli uomini. »

Nel febbraio del 1805 Elisabetta entra per la prima volta nella modesta chiesa cattolica di New York, allora l’unica in quella città, dedicata a San Pietro. Le leggi anticattoliche, ereditate dalla Chiesa d’Inghilterra, sono state abolite solo pochi anni prima e la comunità cattolica è molto ristretta, composta principalmente da emigranti irlandesi. Davanti al tabernacolo, la giovane donna apre il suo cuore : « Ah ! mio Dio, lasciami restare qui ! » Fa la sua adesione formale al cattolicesimo il 14 marzo successivo, nelle mani di padre Matthew O’Brien, domenicano irlandese ; subito riceve l’Eucaristia, che diventa il suo nutrimento quotidiano. Lei che in Italia aveva provato il cocente rammarico di non poter fare la Comunione, gioisce : « Com’è radioso il sole a quest’ora del mattino quando esco ogni giorno per prepararmi a questa santa Comunione ! » Un anno dopo, riceve il sacramento della Confermazione dalle mani di mons. John Caroll, primo vescovo della prima diocesi eretta negli Stati Uniti, a Baltimora nel 1798. In questa occasione, la giovane vedova confida al vescovo il suo desiderio di una vita completamente dedicata al Signore.

Come istruire gli altri ?

A poco a poco Elisabetta si separa dai suoi vecchi amici episcopaliani, che non accettano la sua conversione ; alcuni, tuttavia, si convertono, tra questi diversi giovani appartenenti alla famiglia di origine del marito. In occasione della sua conversione, una ragazza deve persino lasciare la casa dei genitori e rifugiarsi presso Elisabetta. Quest’ultima ha fondato un’accademia per ragazze, ma la sua conversione al cattolicesimo le fa perdere tutte le sue allieve. Elisabetta pensa di emigrare in Canada, dove i cattolici sono più numerosi. Tuttavia, mons. Caroll e padre Cheverus, che desiderano fondare istituti cattolici, non si dimenticano di lei. Nel 1807, il Papa ha eretto quattro nuove diocesi negli Stati Uniti, facendo di Baltimora la sede metropolitana. Diventato arcivescovo, mons. Caroll decide di creare il primo seminario americano a Mount Saint Mary. Padre Louis Du Bourg, sacerdote sulpiziano francese, che fonda allora una scuola cattolica presso il nuovo seminario, parla con la giovane vedova dell’istituzione di una scuola per ragazze di cui lei potrebbe prendere la direzione. Dopo riflessioni e consultazioni, Elisabetta accetta e parte per Baltimora.

Nel settembre 1808, la scuola apre le sue porte, con le figlie della signora Seton e quattro pensionanti. Nel gennaio 1809, le vengono affidate altre bambine per prepararle alla prima Comunione. Padre Du Bourg, tuttavia, ha vedute più profonde ; rispondendo ai desideri di Elisabetta, la inizia alla vita religiosa. Alcune giovani si uniscono all’opera nascente e si stabilisce una vita regolare. Si inizia persino a chiamare Elisabetta “Madre”. Inginocchiandosi di fronte al gruppetto delle sue nuove figlie, madre Seton dice loro : « Come potrei istruire gli altri, io che conosco così poco me stessa, che sono così miserabile e imperfetta ? » Ma confidando nella potenza della grazia di Dio, dirà : « Noi sappiamo con certezza che Dio ci chiama a una vita di santità. Sappiamo che Egli ci dà tutte le grazie necessarie in abbondanza. Quindi, sebbene noi stesse siamo così deboli, questa grazia può portarci a superare tutti gli ostacoli. »

Le suore adottano un abito uniforme, quello che la fondatrice indossa da quando è ritornata dall’Italia. Padre Du Bourg viene nominato superiore ecclesiastico. Il 2 giugno 1809, quattro suore compaiono per la prima volta in pubblico con il loro abito, insieme con madre Seton che, da sola, emette i suoi primi voti di obbedienza, castità e povertà nelle mani di mons. Caroll. Nasce la prima congregazione femminile sul suolo americano. Il suo motto riunisce tre frasi del Nuovo Testamento : L’amore del Cristo ci spinge (2Cor 5,14) – Ai poveri è predicata la buona novella (Mt 11,5) – Un cuore solo e un’anima sola (At 4,32). Convertita al cattolicesimo, la giovane cognata di Elisabetta, Cecilia Seton, si presenta allora per entrare nella comunità. Viene accolta con gioia, nonostante la sua salute cagionevole. Il suo arrivo accelera la realizzazione del progetto di trasferire la comunità in una proprietà acquisita in montagna, dove l’aria è più salubre, a Emmitsburg, nel Maryland, a settantacinque chilometri da Baltimora. Il trasferimento avviene nel 1809. La casa non è però pronta per accogliere le suore, che si ammassano temporaneamente nell’alloggio di padre Dubois, altro sulpiziano, responsabile della missione locale. In questo periodo iniziale, bisogna scendere al fiume per fare il bucato. Ma l’importante per la Madre è il compimento della volontà di Dio : « L’obiettivo principale che vi propongo nei nostri compiti quotidiani è fare la volontà di Dio ; poi farla come Egli vuole. Infine, farla perché è la volontà di Dio. » Infatti, Dio, che ci ama infinitamente, dirige tutti gli eventi attraverso la sua Provvidenza e fa concorrere tutto al bene di coloro che lo amano (Rm 8,28). Madre Elisabetta si attiva per la costruzione di una scuola, con collegio e alloggio per le suore. Dall’Italia, i Filicchi sovvenzionano generosamente le sue opere ; lei scrive loro spesso, arrivando fino a chiedere loro un giorno con tutta semplicità su quale somma di denaro possa contare. Riceve anche l’aiuto di un ricco convertito, il signor Samuel Cooper, che in seguito entrerà nel seminario di Mount Saint Mary e diventerà prete. Un anno dopo, la piccola scuola è diventata l’Accademia di San Giuseppe, dedicata all’educazione delle ragazze cattoliche.

Porte basse

Durante tutta la sua vita religiosa, madre Elisabetta beneficia del sostegno dei suoi confessori successivi, sacerdoti sulpiziani. Questo aiuto le è particolarmente prezioso quando, nel 1810, viene assegnato al suo istituto un nuovo superiore ecclesiastico, padre David. Per diversi mesi la fondatrice si scontra con l’incomprensione di questo sacerdote, che arriva a voler provocare il suo allontanamento dalla casa madre. Ma verrà ben presto sostituito da padre Dubois, con grande sollievo delle suore. Nel 1811, la comunità prende il nome di Suore della Carità di San Giuseppe e adotta la regola di san Vincenzo de’ Paoli e di santa Luisa de Marillac. Come le figlie di san Vincenzo, le suore hanno « per clausura l’obbedienza e per grata il timor di Dio ». La Madre le incoraggia alla preghiera : « Dobbiamo pregare incessantemente, in tutti gli avvenimenti e le mansioni della nostra vita ; questa preghiera è l’abitudine di elevare il nostro cuore verso Dio, in una costante comunicazione con Lui. » Le guida anche all’umiltà. « Le porte del Cielo sono basse. Solo gli umili potranno entrare. »

La fondatrice deve portare molte croci, dovute a incomprensioni interne, alla morte di due delle sue figlie e di diverse giovani religiose. Di fronte a queste prove, ella riconosce : « La fede risolleva l’anima. La speranza la sostiene. L’esperienza dice che questo deve accadere. E la carità ci dice… sia così ! Così sia ! » Malata da molto tempo, lei stessa afferma di andarsene « per un pendio molto dolce e impercettibile verso la cara eternità. Già la distruzione della natura ha talmente accorciato la prospettiva davanti ai miei occhi che non riesco a vedere nulla oltre il momento presente… Faccio quello che posso per rimanere sullo stretto sentiero che conduce a Dio solo. » Interiormente, madre Seton attraversa una profonda crisi di aridità, di siccità e persino di angoscia. Nulla appare al di fuori, ma le lettere al suo direttore spirituale lo rivelano. Questa sofferenza non le impedisce di scrivere : « Cerco di fare di ogni mio respiro un incessante rendimento di grazie. » Ricordando le sue amiche, scrive loro : « Le circostanze della vita ci separano dai nostri amici più cari, ma non disperiamo, Dio è come un cannocchiale che permette alle anime di vedersi tra di loro. Più siamo unite a Lui con l’amore, più siamo vicine a coloro che gli appartengono. »

Figli della Chiesa

Madre Seton si occupa anche di catechizzare i bambini dei dintorni. Alcune ragazzine povere vengono alla scuola, ma, nel 1812, la maggior parte delle allieve proviene dalle classi agiate che provvedono alle spese del collegio e della didattica. Ben presto le proporzioni s’invertiranno e ci saranno fino a quaranta ragazze povere che riceveranno gratuitamente lezioni, libri e pasti. Occasionalmente vengono svolte dalle Figlie della Carità altre opere, come la cura dei poveri e degli ammalati. Ben presto, però, l’arcivescovo di Baltimora chiede una fondazione nella sua città episcopale. Nel 1814, madre Seton invia uno sciame a Filadelfia. Nel 1817, la diocesi di New York accoglie anch’essa delle suore che all’inizio si prendono cura dei tanti orfani della città.

All’inizio dell’estate del 1820, la salute della Madre peggiora : tosse, emicranie, febbre. Di fronte all’insistenza di padre Dubois, si inizia la costruzione di un nuovo edificio presso il convento-scuola, e la Madre deve sopportare la fatica della sorveglianza del cantiere. Ben presto, è costretta a restare a letto, ma si mostra fedele nel seguire la regola nel miglior modo possibile e nell’incoraggiare le suore. A metà settembre, riceve il sacramento dell’Estrema Unzione. Tuttavia, si verifica un miglioramento. La festa del Natale viene celebrata con una certa angoscia perché tutte sanno che la superiora sta morendo. Il primo gennaio, questa riceve per l’ultima volta la Comunione. Dopo aver ancora ringraziato tutte le suore presenti, dice loro : « Siate figlie della Chiesa ! Siate figlie della Chiesa ! » Una notte, una suora che la veglia la sente pronunciare le parole di una preghiera che papa Pio VII ha appena composta : « Sia fatta, lodata e in eterno esaltata la giustissima, altissima e amabilissima volontà di Dio in tutte le cose ! » Poco prima dell’alba del 4 gennaio 1821, all’età di quarantasei anni, rende l’anima a Dio. Viene sepolta nel cimitero della comunità. Là, si trova ora il Santuario Nazionale di Santa Elisabetta Anna Seton. Accanto a madre Seton era presente la sua ultima figlia, Catherine Seton (1800-1891), che diventerà suora nella Congregazione irlandese delle Sisters of Mercy (Suore della Misericordia). Nel 1821, esistevano negli Stati Uniti venti case. In seguito, molte di esse, tra cui quella di New York, diventeranno istituti separati.

Santa Elisabetta Seton ha sofferto nella sua ricerca della verità e per rimanere fedele a questa verità riconosciuta. L’appartenenza alla Chiesa di Cristo ha assunto per lei un’importanza tutta speciale. Possa ottenere anche per noi una grande fedeltà alla Chiesa, Sposa di Cristo, e una dedizione sempre più intensa al suo servizio !

Dom Antoine Marie osb

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