Venerabile Chiara di Soria

1 Maggio 2024

Venerabile Chiara di Soria

Carissimi Amici,

«L’Eucaristia è all’origine di ogni forma di santità ed ognuno di noi è chiamato a pienezza di vita nello Spirito Santo. Quanti santi hanno reso autentica la propria vita grazie alla loro pietà eucaristica!.. La santità ha sempre trovato il suo centro nel sacramento dell’Eucaristia», scriveva papa Benedetto XVI nell’Esortazione apostolica Sacramentum caritatis del 27 febbraio 2007 (n. 94). Lo testimonia la vita di madre Clara de Soria, clarissa del XX secolo, riconosciuta venerabile da papa Francesco il 3 aprile 2014.

Venerabile Chiara di SoriaClara de Soria Sánchez García è nata il 14 febbraio 1902 a Torre en Cameros, provincia di Logroño (Spagna). È la terza di sette figli. Il padre, Leopoldo Sánchez, è insegnante; la madre si chiama Agustina García. La bambina riceve al Battesimo il nome di Juana de la Conceptión. Sua madre l’ha consacrata, ancor prima della sua nascita, a san Pasquale Baylon (1540-1592), semplice frate francescano che attingeva la sua forza nell’Eucaristia e trascorreva lunghe ore in adorazione silenziosa davanti al Santissimo Sacramento. Poco dopo, la famiglia si trasferisce a Rollamento e poi a Rebollar, in provincia di Soria. In una famiglia profondamente cristiana, Giovanna, con il suo temperamento sia vivace che forte e il suo cuore generoso, si rende gradita a tutti. A nove anni, inizia a insegnare il catechismo ai suoi fratelli e sorelle minori. Il giorno della Prima Comunione di uno di loro, compone una piccola preghiera, chiedendo per lui la vocazione sacerdotale: «Piccolo Pascual (così si chiamava) non ti piacerebbe diventare sacerdote? Celebreresti la Santa Messa e ci distribuiresti la Comunione». Stimola i suoi famigliari come anche le sue amiche a fare sacrifici. A casa, svolge varie faccende domestiche. Secondo la sorella, sceglieva sempre i lavori più faticosi, lasciando a lei quelli più facili.

Ma la ragazzina già mostra un forte gusto per la solitudine e trascorre facilmente del tempo in preghiera. Appena può, scappa a visitare il Santissimo Sacramento e vi rimane il più a lungo possibile. Ama andare a Messa perché lì Cristo si sacrifica per nostro amore e si dona a noi come cibo e bevanda spirituali. Non potendo, a quell’epoca, ricevere la Santa Comunione tutti i giorni, ma desiderando ardentemente essere unita a Cristo, chiede alla madre: «Di’ al parroco di fare l’elevazione dell’Ostia a Messa il più in alto e il più a lungo possibile, perché io possa fare bene la comunione spirituale». Molto presto, la madre le insegna a prendersi cura dei poveri e Giovanna dà prova di una generosità senza limiti. Durante alcune grandi feste, la sua famiglia offre un pasto ai poveri del luogo; la ragazza rimane a lungo con loro, servendoli, anche a costo di privarsi del suo dolce preferito.

Pur dotata di una chiara e profonda intelligenza, non desidera proseguire gli studi più a lungo, perché si sente chiamata alla vita religiosa contemplativa. Fin da quando può ricordare, ha sentito questa chiamata di Dio a diventare religiosa. Affermerà: «Avevo sentito dire che c’erano suore di clausura nel loro convento che lodavano Dio incessantemente e mi sono detta: sarò una suora come loro.» Arde in lei il fuoco della Parola di Dio, fuoco che non può contenere, che la spinge a esclamare in ogni istante: Ecco io vengo, per fare, o Dio, la tua volontà (Eb 10,7). Per usare le sue stesse parole, vuole diventare una “lode della gloria di Dio”. Ma i suoi genitori, pur essendo buoni cristiani, non la capiscono e la iscrivono alla Scuola Normale di Soria. Giovanna obbedisce, ma si sente fuori posto nel mondo un po’ superficiale e turbolento degli studenti: la sua anima aspira alla casa del Signore. Si dimostra tuttavia servizievole e disponibile a rendere ogni tipo di servizio alle sue compagne. Riesce brillantemente nei suoi studi, ma soffre molto di non poter realizzare il suo desiderio. Nel febbraio 1922, non potendo più resistere, scrive una lettera sconvolgente al fratello maggiore, che aveva già cominciato a insegnare: «Non posso più studiare; la mia vocazione è quella di essere religiosa, e devo rispondere a questa chiamata del Signore.» Molto contrariato, questi comunica la missiva ai suoi genitori, che alla fine accettano, non senza difficoltà, la vocazione della figlia; ben presto provano una vera gioia nel pensare che avranno una figlia monaca… Ma nel giorno inizialmente previsto per il suo ingresso in convento, il padre muore improvvisamente di un’embolia cerebrale. Giovanna percepisce la difficile situazione della madre divenuta vedova e dei fratelli e sorelle minori, mentre i due maggiori sono sposati; ma comprende anche che deve obbedire a quel Dio che la chiama e che la sua obbedienza sarà fonte di grazie per i suoi famigliari. Entra quindi nel convento delle Clarisse di Soria, il 15 agosto 1922. L’Ordine delle Clarisse, fondato nel 1211 ad Assisi da san Francesco e santa Chiara, venne introdotto in Spagna nel 1223. «Entrare in convento, dirà lei in seguito alle sue novizie, è morire al mondo e, per morire, bisogna passare attraverso l’agonia. Le agonie che si attraversano sono vere agonie, ma le gioie che si provano dopo rendono molto piccole le sofferenze del passato.»

La solitudine di Gesù

La comunità in cui entra Giovanna è composta allora da sedici suore. Ben presto, si presenterà un’altra postulante. La maestra delle novizie è una buona religiosa, semplice, animata dallo spirito francescano ; all’inizio, però, non capisce Giovanna, che ne soffre molto. Nel febbraio 1923, ha luogo il capitolo triennale del convento ; la maestra delle novizie e la badessa vi scambiano i rispettivi ruoli. Madre Gregoria Purroy, la nuova maestra delle novizie, è una donna spirituale, intelligente, fine e delicata, ma nemmeno lei percepisce la profondità della vita interiore di Giovanna. Il 18 febbraio 1923, quest’ultima riceve, con l’abito religioso, il nome di suor Clara de la Conceptión. La sua grande devozione al Signore nel Tabernacolo e al Bambino del Presepio si sviluppa e si concretizza in poesie. Con suo grande rammarico, la Regola seguita dalla comunità non è la Regola primitiva di santa Chiara, che non permetteva alcuna proprietà, ma una Regola ammorbidita, approvata da papa Urbano IV. « Passeggiando un giorno durante la ricreazione con la mia Madre Maestra e chiedendole riguardo a questa seconda Regola, lei dirà, ne ho appreso chiaramente il significato. Che cosa fare ? Ho chiesto al Signore e ho trovato la soluzione : osservare bene la Regola che avevo trovata e chiedere costantemente al Cielo, con assoluta fiducia, che la Comunità arrivi a professare la prima Regola. » Lei prova anche un grande dispiacere nel constatare che Gesù nel Santissimo Sacramento è spesso solo, al di fuori delle ore dell’Ufficio Divino e della Messa.

Nel febbraio 1924, suor Clara viene ammessa alla professione temporanea, ma rimane nel noviziato, che rallegra con il suo buon umore. Nel 1925, si presentano altre due giovani postulanti… Lei ne è felice, perché prova una sete inestinguibile di vedere anime consacrarsi a Dio… È lei che le inizia alla vita delle clarisse, comunicando loro il suo desiderio dell’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento e del ritorno alla prima Regola. Tre anni dopo, nel 1927, all’età di venticinque anni, emette i suoi voti perpetui. Inizia allora per lei un lungo periodo di prova spirituale: indicibile tristezza, aridità, ripugnanze, profonda amarezza d’animo. Cerca nella Sacra Scrittura la luce che ha cessato di illuminare la sua anima. Il suo spirito di fede le permette di agire con fedeltà, come se niente fosse, conservando la sua fiducia, contro ogni speranza (cfr. Rm 4,18), in Colui che lei ha scelto di servire… Continua a irradiare gioia e a mostrarsi servizievole, silenziosa e obbediente. La sua salute, che era un po’ cagionevole durante il noviziato, si rivela ormai solida. Le è stata affidata da qualche tempo la responsabilità di assistente dell’economa; svolge questo incarico con zelo e grande spirito di sacrificio. Nel 1933, viene nominata tourière (suora rotara), cioè addetta all’accoglienza alla porta del monastero; rimarrà tale fino al suo abbaziato nel 1941…

« Con Lui, mi offro ! »

La Messa è il centro e il punto culminante della sua vita. In unione con il sacerdote, ella offre la divina Vittima per la salvezza del mondo intero e offre se stessa : « Padre, ti offro Gesù, con Lui offro me stessa, mio Dio. »

Nell’enciclica Ecclesia de Eucharistia, papa san Giovanni Paolo II scriverà: «Quando la Chiesa celebra l’Eucaristia, memoriale della morte e risurrezione del suo Signore, questo evento centrale di salvezza è reso realmente presente e si effettua l’opera della nostra redenzione. Questo sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano che Gesù Cristo l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come se vi fossimo stati presenti. Ogni fedele può così prendervi parte e attingerne i frutti inesauribilmente. Questa è la fede di cui le generazioni cristiane hanno vissuto lungo i secoli. Questa fede il Magistero della Chiesa ha continuamente ribadito con gioiosa gratitudine per l’inestimabile dono. Desidero ancora una volta richiamare questa verità, ponendomi con voi, miei carissimi fratelli e sorelle, in adorazione davanti a questo Mistero: mistero grande, mistero di misericordia. Che cosa Gesù poteva fare di più per noi? Davvero, nell’Eucaristia, ci mostra un amore che va fino all’estremo» (cfr. Gv 13,1), un amore che non conosce misura» (17 aprile 2003, n… 11).

Il desiderio di suor Clara di vedere il Signore adorato dal mondo intero cresce di giorno in giorno. Come la cerva anela ai corsi d’acqua (cfr. Sal 41,2), la sua anima cerca il volto di Dio. «Un giorno del 1936, dirà, ho capito, nel coro, che il Signore voleva l’esposizione permanente del Santissimo Sacramento in quella chiesa e che dovevo dirlo a Padre Julio (suo direttore di coscienza)… Poiché eravamo in guerra (la guerra civile e religiosa degli anni 1936-1939) e il Padre era nell’altra zona, non potendo fare questa comunicazione, ho lasciato la faccenda a Gesù… Dopo qualche tempo, il Padre è venuto a Soria e gli ho raccontato tutto. La sua risposta è stata: “Dio lo vuole!”» Questa prospettiva viene accolta con entusiasmo dalle suore giovani del convento. Nel 1938, suor Clara ne parla in comunità. La sua badessa si mostra favorevole, ma si avvertono forti resistenze tra le monache anziane, che vedono in questo provvedimento un incarico troppo gravoso. Il progetto è rinviato “per amore di pace”.

Al Capitolo del 1938, a suor Clara viene richiesto dalla comunità di essere sua badessa. Ha trentasei anni; secondo la legge, è necessario averne quaranta per adempiere a questo incarico. Per umiltà, rifiuta l’abbaziato e ogni altra carica. Ma soffre profondamente e versa lacrime amare, evocando le parole del salmista: Le lacrime sono mio pane giorno e notte (Sal 41,4), perché si crede colpevole, con il suo rifiuto, di ritardare l’istituzione dell’adorazione del Santissimo Sacramento. Passano tre anni e, nel 1941, suor Clara, che non ha ancora quarant’anni, è eletta badessa. Viene concessa la dispensa dell’età richiesta a Roma e madre Chiara viene insediata come badessa l’11 giugno. In seguito alla recente guerra civile, il costo della vita è notevolmente aumentato: la nuova badessa soffre di non poter nutrire le sue monache come vorrebbe, ma confida nella divina Provvidenza, moltiplica le preghiere ai santi e compie sforzi notevoli per migliorare la situazione. Alla vigilia di certe feste, le suore pregano, durante la ricreazione, per chiedere il cibo per l’indomani e vedono arrivare tutto ciò di cui hanno bisogno, persino il dolce… «La Divina Provvidenza non viene mai meno», scriverà la Madre.

Una gioia intensa

Nel novembre di quell’anno, dopo il ritiro della comunità, viene istituita l’adorazione perpetua davanti al tabernacolo, con le monache che si alternano giorno e notte. Nel 1942, vengono approvate dalla Santa Sede nuove costituzioni per le Clarisse ; comprendono la possibilità dell’esposizione permanente del Santissimo Sacramento. La gioia delle suore è intensa. L’11 agosto, vigilia della solennità di santa Chiara, un sacerdote espone il Signore nell’ostensorio per l’adorazione perpetua.

«Nell’Eucaristia, il Figlio di Dio ci viene incontro e desidera unirsi a noi, scriveva papa Benedetto XVI nell’esortazione Sacramentum caritatis. L’adorazione eucaristica non è nient’altro che lo sviluppo esplicito della celebrazione eucaristica, la quale è in se stessa il più grande atto di adorazione della Chiesa. Ricevere l’Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo… L’atto di adorazione al di fuori della santa Messa prolunga e intensifica quanto s’è fatto nella celebrazione liturgica stessa… E proprio in questo atto personale di incontro col Signore matura poi anche la missione sociale che nell’Eucaristia è racchiusa e che vuole rompere le barriere non solo tra il Signore e noi, ma anche e soprattutto le barriere che ci separano gli uni dagli altri… Vorrei qui esprimere ammirazione e sostegno a tutti quegli Istituti di vita consacrata i cui membri dedicano una parte significativa del loro tempo all’adorazione eucaristica. In tal modo essi offrono a tutti l’esempio di persone che si lasciano plasmare dalla presenza reale del Signore» (nn. 66-67).

Paradosso supremo, Gesù nel Santissimo Sacramento è insieme la gioia e il martirio di madre Clara. Il suo cuore arde del fuoco dell’amore per l’Eucaristia: «Dobbiamo essere, afferma, serafini per l’amore; dobbiamo ardere d’amore per l’Eucaristia!» Ma questo amore costituisce anche il suo martirio: il minimo sospetto, anche lontano, di vedere soppressa l’esposizione del Santissimo Sacramento le provoca la più profonda sofferenza.

La grande devozione della Madre verso la Santa Vergine, che la porta a recitare ogni giorno l’intero Rosario, le ispira anche, nel 1945, la decisione di proclamare Maria, nel mistero della sua Immacolata Concezione, badessa perpetua del monastero. «Accetta, Madre mia, chiede a Maria, l’incarico del governo della Comunità che Dio nostro Signore mi ha affidata e che, con sommo piacere della mia anima, oggi ti dono… Tu sei la divina pastora che guiderà questo piccolo gregge per condurlo a Gesù. Noi, le badesse elette e canonicamente nominate, siamo costituite come tue umili pastorelle».

Far fruttificare

Madre Clara è a disposizione di tutte le suore ; ognuna può rivolgersi a lei con la fiducia di una figlia e la familiarità di una sorella. Conosce, come nessun’altra, i difetti delle sue consorelle, ma non si sofferma su di essi ; piuttosto cerca di guardare e sostenere le loro qualità : « Occorre incanalare le attitudini delle monache ponendole in posizioni e funzioni che possano farle evolvere, dichiara… Non dobbiamo sprecare nulla, tutto è dono di Dio… Dobbiamo farlo fruttificare. » Si adopera soprattutto alla crescita spirituale della comunità, offrendole incontri di formazione. Assidua lettrice della Sacra Scrittura e dei suoi più autorevoli commentatori, distribuisce con il suo insegnamento, durante capitoli o conferenze, i tesori che ha accumulati.

Dopo molte pratiche, la comunità di Soria chiede alla Santa Sede, per il tramite del vescovo, il passaggio ufficiale alla prima Regola, che consente alle Clarisse di vivere senza reddito se non il lavoro delle loro mani e le elemosine spontanee; il rescritto di papa Pio XII che lo concede arriva il 22 maggio 1953, accolto dalle suore con grande gioia. Misteriosamente, ogni volta che il Signore concede alla Madre una grazia insigne, questa grazia è preceduta da una prova dolorosa che ella cerca di sopportare con gioia e generosità.

Attratte dalla luce di Gesù nel Santissimo Sacramento, molte giovani postulanti chiedono l’ammissione al monastero, tanto che nel 1956 il numero delle monache supera la quarantina. Ma la Madre sogna una comunità di cinquanta religiose e, con fede fiduciosa, pone cinquanta sassolini vicino al tabernacolo perché il Signore, con la sua potenza creatrice, li trasformi in monache. Questo sogno diventerà realtà: sotto l’abbaziato di madre Clara, la comunità raggiungerà le cinquantasette religiose. A poco a poco, grazie alla diversità delle attitudini, il lavoro si organizza e le difficoltà economiche dell’inizio dell’abbaziato si attenuano. Una piccola fattoria si sviluppa sotto la guida efficiente e disinteressata di un veterinario.

Nel 1954, a seguito della Costituzione Apostolica Sponsa Christi di Pio XII, vengono istituite le federazioni di monasteri. Madre Clara viene eletta consigliera della nascente Federazione di Cantabria, dove i suoi ideali trovano presto eco. Successivamente, altre comunità decidono di federarsi con quelle di Cantabria e di formare un noviziato comune, quello di Soria.

In mani migliori

Rieletta ogni tre anni secondo le Costituzioni, madre Clara svolgerà l’incarico di badessa per diciotto anni… Tuttavia, dalla fine del secondo triennio, la sua eventuale rielezione è subordinata alla formale autorizzazione della Congregazione dei Religiosi. Concedendo questa autorizzazione nel 1955, la Congregazione avverte che questo sarà l’ultimo triennio consecutivo. Dopo il capitolo del 1958, madre Clara lascia quindi l’incarico abbaziale. Essere sollevata dalle responsabilità e potersi donare pienamente all’obbedienza sono per lei una gioia, perché si sente più libera di dedicarsi alle cose di Dio. Adempie quindi con letizia le più piccole osservanze, nonché i desideri della nuova badessa e di ognuna delle consorelle. A un religioso che le chiede se dopo tanti anni di superiorato non sente che le manchi qualche cosa, lei risponde semplicemente : « Niente affatto, la carica è passata ora in mani migliori ! »

Allo scadere del suo abbaziato, madre Clara viene nominata Vicaria e Maestra delle Novizie, funzioni che manterrà fino alla morte. Si dedica con grande zelo alle sue novizie, provvedendo a tutte le loro necessità, sia spirituali che materiali. Nella sua grande umiltà, sa appoggiarsi all’assistente del noviziato che le è stata data. In caso di difficoltà che riguardano la disciplina, consegna la soluzione completamente nelle sue mani, dicendo: «Lo farà meglio di me». Si riserva il catechismo e l’apprendimento del canto corale. Per rendere più facile e piacevole l’insegnamento della dottrina cristiana, la riassume in poesie che fa cantare alle monache su arie popolari o da lei composte. Le piace anche fare con le sue novizie letture dialogate per stimolare la loro attenzione; le abitua a una sana autonomia di pensiero e a prendere iniziative, soprattutto quando discerne in loro attitudini speciali. Nelle sue conferenze, cerca di far capire che tutti i benefici vengono da Dio e che l’umiltà è il cemento di tutte le virtù.

La salute di madre Clara si mantiene fino alla fine della sua vita, ma lei parla della sua morte con grande naturalezza: «Vieni, ripete, mia sorella morte, vieni, ho fretta di vederti, per volare con il mio Amato alla dimora celeste!» Due settimane prima della sua morte, cadendo si frattura diverse costole, il che le causa forti dolori. Aveva annunciato che se ne sarebbe andata senza rumore. Prevedendo la propria morte, comunica ogni giorno come viatico e afferma: «Come sarebbe bello se un giorno, dopo aver fatto la Comunione, venissi trovata morta nel mio stallo, nel coro!» Pochi minuti prima di morire, assicura a una delle suore della cucina che morirà presto, senza dar loro lavoro. Quel 22 gennaio 1973, verso le undici del mattino, mentre attraversa il chiostro per recarsi nell’ufficio della Madre Vicaria, si accascia senza un grido, colpita da un infarto miocardico fulminante.

Seguendo l’esempio della venerabile madre Clara de Soria, andiamo pieni di gioia e di meraviglia verso l’Eucaristia, per fare l’esperienza della verità della Parola di Gesù ai suoi discepoli: Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt 28,20).

Beata Maria dell'Incarnazione

John Bradburne

Capitano Auguste Marceau

San Manuel Gonzalez Garcia