Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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1 agosto 2018
sant’Alfonso Maria de’ Liguori


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

All’inizio del mese di agosto del 1847, il vicario apostolico di Ceylon (Sri Lanka), cerca in Francia missionari per la sua diocesi. « Andate allora a Marsiglia ! gli viene raccomandato. Lì c’è un vescovo dal cuore grande come quello di san Paolo : grande come il mondo… Fategli notare bene che si tratta di salvare povere anime, povere, molto povere… Questa sarà la parola irresistibile. » Il prelato si presenta ed espone la sua richiesta : « Ahimè ! Come soddisfare il vostro desiderio ? » replica mons. de Mazenod. Il vescovo di Ceylon non esita : « Ma, Monsignore, si tratta di povere anime, le più povere, ve l’assicuro… le più sventurate della terra… Per carità, date loro dei missionari ». Toccato nel cuore, mons. de Mazenod apre le braccia e abbraccia il suo confratello piangendo : « Li avrete subito ! »

Figlio della nobiltà provenzale, Eugène de Mazenod nasce a Aix il 1° agosto 1782 dal matrimonio di Charles-Antoine, signore di Saint-Laurent du Verdon e presidente della Corte dei Conti, con Marie Rose Eugénie Joannis. Fin dall’infanzia, Eugenio dà prova di una non comune forza di carattere. Per ottenere ciò che desidera, non piange ma lo esige con un energico « Voglio ! » All’età di quattro anni, assiste, con i suoi genitori, dalla balconata, a un’opera teatrale. Indignato per l’atteggiamento di uno spettatore della platea che fischia abbondantemente gli attori, esclama, brandendo il pugno : « Vedrai, se scendo giù ! » Ha tuttavia molto buon cuore e non esita a pagare di persona. Ancora giovane, durante una visita ad amici di famiglia, alle soglie dell’inverno, si stupisce che non via sia fuoco nel focolare. Gli viene risposto che sono troppo poveri per riscaldare ogni giorno. Preso dalla compassione, egli lascia precipitosamente la stanza e torna poco dopo spingendo con gran fatica una grossa carriola di legno che rovescia trionfalmente davanti alla porta : « Ecco della legna, riscaldatevi ora ! » Un altro giorno, scambia i suoi abiti con quelli di un carbonaio che trema per il freddo. La madre lo rimprovera : « Non sta bene che il figlio di un Presidente sia vestito come un carbonaio ! » La risposta arriva immediata : « Bene, sarò un Presidente carbonaio ! »

Terminare con un prete

Nel 1789, Eugenio è convittore presso il Collegio Borbone di Aix. La Rivoluzione imperversa : il Presidente fugge a Nizza (allora in Piemonte) con la sua famiglia e i suoi fratelli, il Cavaliere, capitano di vascello, e il canonico Fortuné, già vicario generale di Aix. Eugenio comincia a familiarizzarsi con l’italiano. A partire dall’inizio dell’anno scolastico a settembre, il Presidente invia il figlio al Real Collegio di Torino. Nonostante l’handicap iniziale della lingua, Eugenio è il primo della sua classe. Ben presto, spinti dagli eserciti rivoluzionari, i Mazenod raggiungono anch’essi Torino. Partecipano ai circoli di resistenza formati dalla nobiltà emigrata nella speranza di restaurare la monarchia. Ma nel 1794 bisogna fuggire di nuovo fino a Venezia. Per vivere, i fratelli Mazenod si fanno commercianti. Eugenio è allora lasciato a se stesso. La Provvidenza, però, veglia : un santo sacerdote, don Bartolo Zinelli, gli fa proseguire gratuitamente gli studi e lo introduce presso i suoi genitori, che lo accolgono come un figlio. L’alternanza dello studio, degli esercizi di devozione e degli svaghi onesti tiene il ragazzo lontano dalle compagnie pericolose. Il prete gli dà questa parola d’ordine : “Nulla contro Dio, nulla senza Dio. » In Eugenio si risveglia la vocazione sacerdotale. Per metterlo alla prova, il suo prozio, ex vicario generale di Marsiglia, lo interpella : « Non lo sai che sei l’ultimo rampollo della famiglia e che devi propagarne il nome ? » Un po’ offeso, Eugenio risponde : « E allora ? Non sarebbe un onore per la nostra famiglia terminare con un prete ! »

Gli eserciti della Repubblica, guidati dal generale Bonaparte, avanzano ancora. Nel 1797, i Mazenod sono costretti a fuggire verso Napoli e poi Palermo. Per Eugenio, la vita è molto piacevole presso la nobiltà siciliana. In mezzo alle feste e agli eventi modani, riprende studi letterari e storici ; ma alla fine del suo soggiorno siciliano, delle letture romantiche hanno notevolmente raffreddato la sua fede. Nel 1801 viene firmato un concordato tra Napoleone e papa Pio VII. Eugenio rientra in Francia l’anno successivo. Qui, intrattenimenti chiassosi e mondani peggiorano il suo disagio. Tenta di sposarsi, ma questo progetto non va a buon fine. Nel 1807, Eugenio legge il “Genio del Cristianesimo” di Chateaubriand. Questa opera gli pare superficiale : « La fede cristiana non deve poggiare sulle sabbie mobili delle impressioni sentimentali, egli annota, ma sulla roccia stabile delle prove classiche razionali. » È in questa prospettiva che egli si dedica allo studio per rispondere in particolare alle argomentazioni gianseniste di un membro della sua famiglia. Un Venerdì Santo, gli viene donata una grazia di conversione : « Ho cercato la felicità fuori di Dio provocando la mia infelicità, scriverà negli appunti presi durante un ritiro. Quante volte, nella mia vita passata, il mio cuore tormentato si slanciava verso Dio dal quale si era allontanato !… Durante questa cerimonia, la mia anima si slanciava verso il suo fine ultimo, Dio, di cui sentiva vivamente la perdita. » Dopo matura riflessione, si orienta verso il seminario di Saint-Sulpice a Parigi, e scrive a sua madre : « Il Signore vuole che io rinunci a un mondo in cui è quasi impossibile salvarsi, a tal punto vi regna l’apostasia ; che io mi dedichi a ravvivare la fede che si spegne tra i poveri, per la sua gloria e la salvezza delle anime che ha redente con il suo prezioso sangue. »

Questione insolubile

Sotto la direzione di padre Emery, superiore della Compagnia dei sacerdoti di Saint-Sulpice, Eugenio fa rapidi progressi nelle scienze ecclesiastiche e nella vita interiore. Si assoggetta a un’ascesi severa e apre il proprio cuore alle classi sociali che considerava ancora poco tempo prima inferiori, e da cui provengono molti dei suoi condiscepoli. Il suo zelo per le missioni s’infiamma a contatto con compagni ferventi come Forbin-Janson, futuro vescovo di Nancy e fondatore dell’opera della Santa Infanzia. A causa delle esigenze del tempo, gli studi sono ridotti a tre anni, e l’accento viene messo sull’apologetica (esposizione dei fondamenti razionali della fede) e sulla morale. Orientato verso il suo futuro ministero, Eugenio non cerca di acquisire la scienza per se stessa. Sul margine di uno dei suoi testi sui contratti, egli annota : « Tutto questo mi annoia » ; e a proposito di una controversia sulla modalità di efficacia dei sacramenti : « Questione insolubile e inutilissima. »

Durante la prigionia imposta da Napoleone a papa Pio VII e alla Curia romana (1809-1814), Eugenio serve come agente di collegamento per padre Emery, l’anima della resistenza cattolica. Eugenio confiderà in seguito a un amico vescovo : « Ancora diacono, e poi giovane prete, mi è stato dato, nonostante la vigilanza più rigorosa di una polizia sempre sospettosa, di dedicarmi, nelle relazioni quotidiane, al servizio dei cardinali romani, allora trasferiti a Parigi e poco dopo perseguitati per la loro fedeltà alla Santa Sede. I pericoli ai quali mi esponevo senza sosta erano compensati nella mia anima dalla gioia di essere utile a questi esuli illustri e di ispirarmi sempre più al loro spirito. » I maestri sulpiziani, che non nascondono la loro opposizione agli atti dell’imperatore, vengono espulsi dal seminario. Lo lasceranno solo dopo aver nominato in segreto dei sostituti : tra di loro, Eugenio svolgerà la funzione di direttore. Il giovane diacono rifiuta tuttavia di essere ordinato prete dall’arcivescovo di Parigi, nominato da Napoleone senza il consenso del Papa, e si rivolge a un amico del suo prozio, l’anziano vescovo di Amiens. Dopo l’ordinazione, il 21 dicembre 1811, questo prelato gli propone di diventare suo vicario generale con diritto di successione, ma il nuovo prete rifiuta l’offerta per poter assolvere, per un anno, all’incarico affidatogli dai suoi insegnanti, e soprattutto per mantenere la libertà di evangelizzare i poveri, secondo il motto che adotterà in seguito : Pauperes evangelizare (cfr. Lc 4, 18).

« Miei rispettabili fratelli »

Il padre de Mazenod arriva ad Aix-en-Provence un anno dopo. Pronuncia il suo primo sermone in provenzale per essere compreso dai più umili. Le sue calde parole infiammano i cuori : « Chi siete secondo il mondo ? Gente disprezzata… Fratelli miei, miei cari fratelli, miei rispettabili fratelli, agli occhi della fede, voi siete figli di Dio, fratelli di Gesù Cristo, eredi del regno eterno. » Il giovane prete prende a cuore l’educazione dei bambini, perché vede sorgere una generazione che ignora il nome stesso di Dio. « L’impresa è difficile, ammette, non me lo nascondo. Non è nemmeno priva di pericoli, dal momento che non mi propongo niente di meno che di contrastare con tutte le mie forze le visioni bieche di un governo sospettoso, che perseguita e distrugge tutto ciò che non lo asseconda. Ma non temo nulla, perché metto tutta la mia fiducia in Dio. » Egli si trova bene presto a capo di una ventina di giovani che forma alla pietà sotto l’apparenza del gioco, e che ama come un padre. Per la sua dedizione nei confronti dei prigionieri contrae il tifo. Per quaranta giorni, sfiora la morte ; ma, grazie alle preghiere dei suoi “figli” che, con le loro economie, fanno dire delle Messe, alzandosi un’ora prima per assistervi senza nuocere ai loro studi, la salute ritorna.

Nel 1814, l’impero napoleonico crolla. Eugenio può finalmente sviluppare la sua opera a favore della gioventù e tenere delle missioni nelle parrocchie rurali. Nel suo cuore nasce il progetto di una comunità che si dedichi alle missioni popolari nonché alla formazione del clero. Il 25 gennaio 1816, fonda, con quattro confratelli, i Missionari di Provenza, e li installa in un ex convento di carmelitane. La nuova comunità è esente dalla giurisdizione dei parroci, il che suscita la reazione di alcuni di loro, che accusano d’ingerenza il padre de Mazenod, perché i giovani da essa evangelizzati e che superano ora il numero di trecento, provengono da tutte le parrocchie. Ma il sacerdote vuole proteggere i suoi ragazzi dalla dissipazione e dall’irregolarità che regnano altrove.

Le missioni parrocchiali si moltiplicano : durano da quattro a cinque settimane. Di mattina, si insegnano il Credo, i sacramenti, i comandamenti di Dio, il Padre nostro. Di sera, si predica sulla morte, sul giudizio, sull’inferno, sul purgatorio, sul paradiso. Le confessioni occupano sette sacerdoti dalle cinque del mattino fino a mezzanotte per più di una settimana. In otto anni, vengono rinnovate quaranta parrocchie. « La religione, egli afferma, era persa in questo paese senza la missione : essa trionfa. »

Il pensiero dei novissimi, cioè delle realtà ultime, ci aiuta a cogliere la portata degli atti che noi compiamo liberamente in questo mondo. È ora il tempo della scelta tra la via della vita e quella della perdizione eterna, come lo sottolinea san Paolo : Non fatevi illusioni : Dio non si lascia ingannare. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione ; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna… Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede (Gal 6, 7-8, 10). Così, papa Paolo VI affermava : « Ecco uno dei canoni fondamentali della vita cristiana : essa deve essere vissuta in funzione del suo destino escatologico, futuro ed eterno » (Udienza del 28 aprile 1971).

Dolorosa inazione

Il giovane sacerdote ha mantenuto, nonostante la sua umiltà, le sue grandi arie da aristocratico e un atteggiamento tagliente che gli procurano inimicizie tenaci. Tuttavia, egli si preoccupa di più di consolidare la sua opera, che sussiste solo grazie a un vicario generale. Tenta quindi di ottenere un’approvazione reale, ma invano. Immagina allora di far giocare le sue conoscenze parigine perché suo zio Fortuné venga nominato in una delle sedi episcopali di Provenza, e possa sostenerlo. Messo di fronte al fatto compiuto, questi non oserebbe contrariare il re con un rifiuto. Mentre tutti gli sforzi sembravano vani, alla fine Fortuné viene nominato al vescovado di Marsiglia. Per cinque anni, tuttavia, Eugenio dovrà rimanere nel convento delle carmelitane di Aix-en-Provence, perché il governo ha in progetto la soppressione della sede episcopale di Marsiglia.

Il 16 agosto 1818 il vescovo di Digne chiama i Missionari di Provenza a dirigere il santuario mariano di Nostra Signora di Laus, nelle Alpi. Questa nuova missione provoca l’elevazione della Società a Congregazione vincolata da voti, al fine di garantire l’unità delle due case. Il padre de Mazenod ne redige le Regole. Vi si può leggere : « La Chiesa, questa bella eredità del Salvatore, da Lui acquistata a prezzo di tutto il suo sangue, è stato devastata, ai nostri giorni, in modo crudele… A parte il sacro deposito che si conserverà sempre intatto fino alla fine dei tempi, del cristianesimo rimangono solo le tracce di quello che è stato. Che cosa fece nostro Signore Gesù Cristo ? Scelse alcuni apostoli e discepoli, che riempì del suo spirito… e li mandò alla conquista del mondo, che presto avrebbero sottomesso alle sue sante leggi. Che cosa dobbiamo fare noi a nostra volta per riuscire a riconquistare a Gesù Cristo tante anime che hanno scosso via il suo giogo ? Lavorare seriamente a diventare santi… avere in vista unicamente la gloria di Dio, l’edificazione della Chiesa, la salvezza delle anime… e poi, pieni di fiducia in Dio, gettarci nella lotta e combattere fino alla morte per la maggior gloria di Dio. Che nobile impresa ! »

Nel 1821, la comunità adotta i tre voti di povertà, castità e obbedienza e, nonostante una crisi passeggera, se ne trova rafforzata. Viene fondata una terza casa a Marsiglia e arrivano dei novizi. Nel 1823, viene deciso il mantenimento della sede episcopale della città e confermata la nomina di Fortuné de Mazenod. Eugenio e il suo più stretto collaboratore diventano vicari generali della diocesi. Questo incarico lo costringe a un gran lavoro d’ufficio che gli ripugna, ma che egli offre al Signore in riparazione dei suoi peccati, nell’amarezza di trovarsi lontano dalle missioni. Il 17 febbraio 1826, le Regole ricevono l’approvazione di papa Leone XII, che sancisce il nuovo nome della Società : “Oblati di Maria Immacolata”. « Questo nome piace al cuore e all’orecchio, scrive il superiore ai suoi figli… Rallegriamoci di portare il nome di Maria e le sue insegne… Nel nome di Dio, siamo santi ! » Nel 1829, una grave malattia lo conduce alle soglie della morte. Egli si ristabilisce, ma deve trascorrere la convalescenza in Svizzera dove la rivoluzione parigina del 1830 lo costringe a prolungare il soggiorno. Essendo allora completamente vietate le missioni parrocchiali dal nuovo governo della Francia, egli prende la decisione di inviare gli Oblati a lavorare alle missioni lontane, perché, afferma, « ci vuole un elemento di zelo per una Congregazione nascente, l’inazione sarebbe mortale ».

« La mia felicità e la mia gioia »

Nel maggio 1831, il consiglio comunale di Marsiglia e il consiglio generale votano la soppressione della sede vescovile non appena diventerà vacante. Per evitare questo provvedimento, mons. Fortuné de Mazenod ottiene da papa Gregorio XVI l’elevazione di suo nipote all’episcopato, con diritto di successione. Eugenio si reca a Roma dove viene consacrato vescovo, il 1° ottobre 1832. Egli si rivolge a Dio : « Non mi accadrà nulla che tu non abbia voluto, e la mia felicità e la mia gioia saranno sempre nel fare la tua volontà. » Di ritorno in Francia, esercita il suo ministero senza essere stato nominato dal re Luigi Filippo ; pertanto, viene attaccato dall’amministrazione. Si difende con coraggio di fronte ai tribunali ; tuttavia, la Santa Sede giudica preferibile, e gli chiede, di vivere temporaneamente ritirato. È un duro colpo : tuttavia egli si sottomette, nella sofferenza, e si abbandona alla Provvidenza. Nel 1837, mons. Fortuné de Mazenod si dimette ed Eugenio gli succede come vescovo di Marsiglia.

Durante il suo episcopato, che durerà ventitré anni, mons. Eugenio de Mazenod si prodiga per il suo popolo, che istruisce direttamente in provenzale, e per il suo clero di cui supervisiona personalmente la formazione. Egli esorta costantemente i sacerdoti a vivere in piccole comunità. Da 171 all’inizio del suo episcopato, il loro numero salirà a 378 una ventina d’anni dopo. Il prelato fonda ventidue nuove parrocchie, costruisce o rinnova quaranta chiese, edifica una nuova cattedrale nonché la spettacolare basilica di Nostra Signora della Guardia, che domina la città. Dieci comunità religiose maschili e sedici femminili vengono accolte o istituite nella diocesi. « Il mio sistema è quello di sostenere lo zelo di tutti coloro che vogliono dedicarsi a una vita di perfezione… Quand’anche queste varie associazioni dovessero avere solo la durata della vita di coloro che vi si consacrano a Dio, sarebbe comunque sempre un grande vantaggio. »

Egli incoraggia l’adorazione eucaristica e ripristina la liturgia romana nella sua integralità. Mons. de Mazenod prende anche parte attiva nella lotta per la libertà dell’istruzione secondaria. Quest’ultima, a partire dalla Rivoluzione francese, è monopolizzata dall’Università, laica e dominata dagli anticlericali. Il vescovo ritiene che « se la gioventù francese continua ad essere educata dall’Università, verrà un giorno in cui la fede sarà quasi del tutto scomparsa in Francia ». Poiché secondo lui la questione è di fondamentale importanza, egli aderisce al movimento per la libertà dell’insegnamento insieme a vescovi come mons. Pie e mons. Dupanloup, pubblicisti come Louis Veuillot e Montalembert. Tenta di federare i vescovi per farli uscire dal loro riserbo e condurli a un’azione comune : « Nessuna protesta isolata ; tutte devono scoppiare alla luce del sole ! Solo il ricorso di tutto l’episcopato alla pubblicità » può attirare l’attenzione delle autorità e costringerle a pronunciarsi definitivamente. I giornali, più che mai, sono oggi « il grande mezzo per farsi sentire ». Egli sottolinea che i vescovi non sono dei « subordinati che richiedono umilmente all’autorità » un favore, ma i « difensori » e i « custodi, a dispetto di tutto, dei diritti e degli interessi della Chiesa ».

Il Concilio Vaticano II ha ricordato per il nostro tempo questo diritto a una giusta libertà dell’insegnamento : « I genitori, avendo il dovere ed il diritto primario e irrinunciabile di educare i figli, debbono godere di una reale libertà nella scelta della scuola. Perciò i pubblici poteri, a cui incombe la tutela e la difesa della libertà dei cittadini, nel rispetto della giustizia distributiva, debbono preoccuparsi che le sovvenzioni pubbliche siano erogate in maniera che i genitori possano scegliere le scuole per i propri figli in piena libertà, secondo la loro coscienza… Lo Stato dunque deve… promuovere tutto l’ordinamento scolastico tenendo presente il principio della sussidiarietà ed escludendo quindi ogni forma di monopolio scolastico. Tale monopolio infatti contraddice ai diritti naturali della persona umana, allo sviluppo e alla divulgazione della cultura, alla pacifica convivenza dei cittadini » (Dichiarazione Gravissimum educationis, 6).

Le missioni più difficili

Con un paziente lavoro su se stesso, il vescovo di Marsiglia si sforza di disciplinare il proprio carattere difficile e governa la sua diocesi con saggezza illuminata e una ferma bontà. Rimanendo il superiore degli Oblati di Maria Immacolata, coglie le opportunità che si presentano per moltiplicare gli istituti in Francia, Gran Bretagna e Irlanda. Tra il 1841 e il 1847, invia i suoi figli in America del Nord, in particolare nelle zone ancora inesplorate del Canada, in Asia (Ceylon) e Africa (Natal), poiché il suo zelo per la salvezza delle anime lo spinge ad accettare le missioni più difficili. Ovunque gli Oblati fanno conoscere l’opera missionaria del loro Padre, nelle parrocchie come nei seminari. Nuovi membri affluiscono : sono 115 i postulanti per l’anno 1847-1848. Nel 1861, mons. de Mazenod può contare 414 oblati di cui 6 vescovi, all’opera su quattro continenti, nonostante 69 decessi già avvenuti. Il fondatore ha impresso lo slancio alla sua magnifica congregazione, senza trascurare di dotarla dei quadri giuridici e umani necessari perché possa proseguire senza di lui. Egli rimane vicino ai suoi figli attraverso la corrispondenza e soprattutto davanti al Santissimo Sacramento : « È lì che ci incontriamo », scrive loro, pieno di riconoscenza per la loro dedizione. Li ama ciascuno di un immenso amore che egli non si spiega se non con un prodigio del Cuore amante di Gesù. Sfinito dagli anni e dalle attività, il vescovo di Marsiglia sopporta la sua ultima malattia con coraggio, prima di morire il 21 maggio 1861. È stato canonizzato da Giovanni Paolo II, il 3 dicembre 1995.

Il testamento lasciato da sant’Eugenio de Mazenod ai suoi figli spirituali è anche una luce per illuminare i nostri passi : « Praticate bene tra voi la carità, la carità, la carità e, al di fuori, lo zelo per la salvezza delle anime ! »

Dom Antoine Marie osb

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