Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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6 febbraio 2018
santi Paolo Miki e Compagni, Martiri


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

«Alla nostra umanità disorientata che non sa più trovare Dio o che lo sfigura, che cerca una parola sulla quale fondare la sua speranza, Elisabetta della Trinità dà la testimonianza di una disponibilità perfetta alla Parola di Dio », dichiarava san Giovanni Paolo II, nella sua omelia per la beatificazione di questa carmelitana (25 novembre 1984). Il giorno dopo, rivolgendosi ai pellegrini, il Papa aggiungeva : « Testimone ammirevole della grazia del Battesimo sbocciata in un essere che l’accoglie senza riserva, ella ci aiuta a trovare a nostra volta le vie della preghiera e del dono di noi stessi ».

Quella mattina della domenica 18 luglio 1880, presso il campo militare di Avor, nei pressi di Bourges, l’angoscia regna attorno alla casetta dove la signora Catez è in attesa del suo primo bambino : « Ho avuto una figlia, spiegherà in seguito, Marie-Élisabeth, condannata prima della sua nascita perché i due medici che erano accanto a me avevano dichiarato a mio marito che bisognava sacrificare la bambina, il cui cuore non batteva più ; ma Dio vegliava e, all’ultimo Vangelo della Messa che avevo chiesta al cappellano e che veniva celebrata nella cappella del campo, la piccola Élisabeth faceva il suo ingresso nella vita, molto bella, molto vivace. »

Una Confessione che lascia il segno

Nel mese di novembre del 1882, la famiglia Catez si stabilisce a Digione. Il 20 febbraio 1883, nasce una seconda figlia, Marguerite, soprannominata “Guite”. Un profondo affetto legherà le due sorelle che, tuttavia, sono diverse nel temperamento : tanto Elisabetta è vivace e ardente, quanto Guite si mostra dolce e riservata. Figlia e nipote di ufficiale, Elisabetta ha, in effetti, ereditato un carattere ben temprato. « Da bambina, testimonierà Guite, Elisabetta era molto collerica, molto vivace, impulsiva… natura molto sensibile, molto affettuosa, per la quale la punizione più dura era la privazione delle carezze della madre. » Il 2 ottobre 1887, il signor Catez muore improvvisamente, nelle braccia di Elisabetta che ha solo sette anni. Essendo diminuiti i mezzi finanziari, la signora Catez e le due figlie lasciano la loro villa per un appartamento, sempre a Digione. La vita riprende, e le collere anche… Elisabetta cerca di dominarsi per far piacere ai famigliari. La madre le parla di Dio, e la bambina inizia ad andare al catechismo : il suo cuore retto e profondo viene toccato ; si sforza di dimenticare se stessa per far piacere agli altri e a Gesù. Verso la fine dell’anno, fa la sua prima Confessione. Questo giorno rimarrà impresso nel suo spirito come quello della sua “conversione” e del suo risveglio riguardo alle cose divine. Madre Germana, la Priora (superiora) del Carmelo, confermerà : « Elisabetta stessa mi ha confidato che la sua risoluzione veramente meditata e perseverante di vincere se stessa nelle sue violenze risale alla sua prima Confessione. »

Durante le vacanze estive del 1888, Elisabetta si trova a Saint-Hilaire (nel dipartimento francese dell’Aude) con la famiglia. Il parroco del luogo, il canonico Angles, riceve una confidenza da parte sua : « Era sera, scriverà nel 1907 a madre Germana… Elisabetta era riuscita ad arrampicarsi sulle mie ginocchia. Svelta, si chinò verso il mio orecchio e mi disse : “Signor Angles, sarò religiosa ; voglio essere religiosa !” Mi ricorderò a lungo di questo timbro angelico… e anche dell’esclamazione un po’ irritata della madre : “Che cosa dice, la pazzerella ?”… La signora Catez, ansiosa, mi chiedeva se credevo seriamente a una vocazione ; ed io risposi con parole che, come una spada, le trafissero l’anima : “Ci credo !” » Il 19 aprile 1891, Elisabetta fa la sua prima Comunione nella chiesa parrocchiale di San Michele di Digione. Il suo incontro intimo con Gesù vivente, presente nel suo cuore, è un momento di grazia e di gioia che produce una nuova trasformazione interiore. « A partire da quel giorno, mai più collera ! », scriverà sua madre. Nel pomeriggio, Elisabetta si reca al Carmelo, e madre Maria di Gesù le rivela che il suo nome significa “Casa di Dio”.

Due mesi dopo, riceve il sacramento della Cresima. « A partire da quel momento, testimonia un’amica, Marie-Louise Hallo, la devozione di Elisabetta aumentò ulteriormente, faceva spesso la Comunione e dopo versava abbondanti lacrime. » Sua madre si spaventa di una pietà che considera troppo intensa, ma Elisabetta sente crescere in sé la fame di quell’Amico che la nutre e la fortifica meravigliosamente. Gesù è sempre più per lei “il Diletto dell’Eucaristia”. Ma, per anni, non le sarà permesso fare la comunione più di una o due volte alla settimana, secondo l’uso del tempo. Tuttavia, lei può visitare e adorare quel Diletto presente nel tabernacolo. Desidera entrare nel Carmelo, ma sua madre non è di questo parere : le proibisce di andare al parlatorio del vicinissimo monastero e la spinge a scoprire la vita del mondo. Elisabetta diventa civettuola ; ama indossare bei vestiti e gioielli, e partecipa con entusiasmo alle serate mondane, pur sforzandosi di mantenere la presenza di Dio.

« Il mio segreto »

A partire dall’età di otto anni, Elisabetta era entrata nel Conservatorio di musica. L’ortografia rimarrà sempre un po’ carente in lei, ma le lunghe ore trascorse davanti al suo pianoforte, in compagnia di Chopin, Schumann, Liszt e altri grandi compositori, sviluppano il suo profondo senso della bellezza. A tredici anni, vince il primo premio del Conservatorio e, l’anno successivo, il premio di eccellenza. Rivelerà un giorno il suo segreto, scrivendo a un’amica : « Pregherò per Madeleine perché il buon Dio la invada fino ai mignoli ; allora, sfido chiunque a rivaleggiare con lei. Che non s’innervosisca ; le donerò il mio segreto : bisogna che lei dimentichi tutti quelli che la ascoltano e si creda sola con il divino Maestro ; allora si suona per Lui con tutta la propria anima, e si traggono dal proprio strumento suoni pieni, a un tempo possenti e dolci. Oh ! quanto amavo parlarGli così ! » Quando Elisabetta suona, è, in effetti, con « l’Amico di tutti gli istanti », il Dio tutto Amore che riempie il suo cuore.

Nel frattempo, Elisabetta partecipa alle attività della parrocchia : insegna il catechismo, canta nel coro, trascina dei giovani in chiesa per pregare durante il mese di Maria. Ma il suo desiderio di essere tutta di Gesù non cessa di crescere. Una mattina, al termine della Messa, riceve una grazia speciale : « Stavo per compiere quattordici anni, racconterà a madre Germana, quando un giorno, durante il mio ringraziamento, mi sentii spinta irresistibilmente a scegliere Gesù per unico sposo e, senza indugio, mi legai a Lui con il voto di verginità. Non ci dicemmo nulla, ma ci donammo l’uno all’altro amandoci così intensamente, che la risoluzione di appartenere tutta a Lui divenne in me ancor più definitiva. » Alcune settimane dopo, di nuovo alla fine della Messa, le viene data un’indicazione : « Mi sembrò, dirà lei, che venisse pronunciata nella mia anima la parola “Carmelo”. » Ma sua madre non vuole tuttora accettare la sua vocazione. Rispettando questa volontà, Elisabetta, che non ha raggiunto la sua maggiore età legale, si arma di pazienza. Le poesie che scrive, dai quattordici ai diciannove anni, mormorano i nomi del suo Diletto Gesù, del suo buon angelo, dei santi del paradiso, in particolare di santa Giovanna d’Arco, « la vergine che non può essere offuscata. »

Le vacanze trascorrono spesso in montagna, nei Pirenei, nel Giura, nei Vosgi e nelle Alpi svizzere, o in riva al mare. Esse offrono l’opportunità di ballare, suonare e fare escursioni. All’età di diciotto anni, Elisabetta inizia a tenere un diario intimo. Vi si legge, alla data del 30 gennaio 1899 : « Oggi ho avuto la gioia di offrire al mio Gesù diversi sacrifici sul mio difetto predominante, ma come mi sono costati ! Riconosco in questo la mia debolezza… Mi sembra, quando ricevo un’osservazione ingiusta, di sentir ribollire il sangue nelle vene, a tal punto si ribella il mio essere… Ma Gesù era nel mio cuore e allora ero pronta a sopportare qualsiasi cosa per amore di Lui. » Un giorno, la madre, essendo venuta a conoscenza di un buon partito, le propone di sposarsi ; ma Elisabetta riafferma la sua volontà di entrare nel Carmelo. La signora Catez alla fine la autorizza a incontrare la superiora del convento, ma rifiuta che diventi monaca prima della sua maggiore età, ventun anni.

« Lui è lì ! »

All’inizio del 1899, Elisabetta legge il “Cammino di Perfezione” di santa Teresa d’Avila. Nelle spiegazioni della Santa, riconosce ciò che il Signore le ha già insegnato sulla preghiera. « Questo mi interessa enormemente e mi fa molto bene », scrive nel suo diario. Ricerca la presenza di Dio nella propria anima, e confessa a un’amica : « Mi sembra che Lui sia lì. » Padre Vallée, domenicano che lei incontra più volte al Carmelo, attizza il suo amore per Dio, carità infinita, troppo grande Amore (Ef 2, 4) che ci è offerto in Gesù. Poi, le ricorda che questo Dio d’amore di cui lei già sperimenta la presenza è Padre, Figlio e Spirito Santo ; la orienta verso il mistero della Santissima Trinità, in conformità con queste parole di san Giovanni : Se uno mi ama, … il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui (Gv 14, 23).

Noi sappiamo che Dio è Trinità grazie a Gesù che ci ha rivelato questo mistero della vita intima del Creatore. Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna : « L’Incarnazione del Figlio di Dio rivela che Dio è il Padre eterno e che il Figlio è consostanziale al Padre, cioè che in lui e con lui è lo stesso unico Dio… La missione dello Spirito Santo, che il Padre manda nel nome del Figlio e che il Figlio manda dal Padre, rivela che egli è con loro lo stesso unico Dio. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato » (CCC 262, 263). Per questo la Chiesa afferma : « Noi non confessiamo tre dèi, ma un Dio solo in tre Persone… Le Persone divine non si dividono l’unica divinità, ma ciascuna di esse è Dio tutto intero… Le Persone divine sono realmente distinte tra loro… “Padre”, “Figlio” e “Spirito Santo” non sono semplicemente nomi che indicano modalità dell’Essere divino ; essi infatti sono realmente distinti tra loro… Sono distinti tra loro per le loro relazioni di origine : “È il Padre che genera, il Figlio che è generato, lo Spirito Santo che procede” ». (CCC, 253-254). « Il fine ultimo dell’intera economia divina è che tutte le creature entrino nell’unità perfetta della Beatissima Trinità. Ma fin d’ora siamo chiamati ad essere abitati dalla Santissima Trinità » (CCC 260). Questo mistero, di cui è vissuta Elisabetta, è la luce della nostra vita spirituale.

Nel 1900, quest’ultima visita l’esposizione universale a Parigi. Tuttavia, preferisce le basiliche del Sacro Cuore di Montmartre e di Notre-Dame-des-Victoires. Nei mesi successivi, Elisabetta attraversa un periodo di aridità spirituale al punto che si dice « insensibile come un pezzo di legno ». In mezzo alle feste mondane, però, mantiene la nostalgia del chiostro. A un’amica, mostra l’importanza dell’attenzione alla presenza di Dio : « “Dio in me, ed io in Lui”, che questo sia il nostro motto ! »

« Posso abbandonarlo ? »

Finalmente, il suo ingresso nel Carmelo di Digione è fissato per il 2 agosto 1901. Il giovedì 1°, Elisabetta trascorre in preghiera una parte della notte, volendo accompagnare il Diletto nella solitudine del Getsemani. La signora Catez non riesce a dormire. Viene a inginocchiarsi accanto al letto della figlia. Le loro lacrime si mescolano : « Allora, perché lasciarmi ? – Ah ! mia cara mamma, posso resistere alla voce di Dio che mi chiama ? Egli mi tende le braccia e mi dice che è misconosciuto, oltraggiato, abbandonato. Posso abbandonarlo anch’io ?… Bisogna che io vada, nonostante il mio dispiacere di lasciarti, di farti piombare nel dolore ; bisogna che io risponda alla sua chiamata. »

All’inizio della sua vita religiosa, Elisabetta è favorita da grazie sensibili : « Com’è buono il buon Dio ! scrive alla sorella. Non trovo parole per esprimere la mia felicità… Qui non c’è più nulla oltre a Lui… Lo si trova ovunque, al bucato come alla preghiera ! » Ogni giorno, trascorre diverse ore in coro per la preghiera silenziosa del mattino, l’ufficio, la Messa e ancora l’orazione della sera. Tuttavia, non dimentica quelli che ha lasciati e li ritrova nel suo cuore accanto a Gesù. Per vivere con Dio, Elisabetta s’impegna nel silenzio esteriore e interiore : « Se i miei desideri, i miei timori, le mie gioie, i miei dolori, se tutti i movimenti provenienti da queste quattro potenze non sono perfettamente ordinati a Dio, non sarò solitaria : ci sarà del rumore in me. »

In un questionario ricreativo, alla domanda : « Qual è, secondo voi, l’ideale della santità ? », lei risponde : « Vivere d’amore. » E alla domanda : « Qual è il mezzo più rapido per giungervi ? », la sua risposta è : « Farsi molto piccola, abbandonarsi completamente. » Viene anche chiesto : « Qual è il tratto saliente del vostro carattere ? – La sensibilità. » Poi : « Il difetto che vi ispira la maggior avversione ? – L’egoismo in generale. » L’8 dicembre 1901, la novizia prende l’abito del Carmelo e riceve il suo nome di religiosa : Elisabetta della Trinità. Poco tempo dopo, la sua facilità per la preghiera cede il posto all’aridità. Suor Elisabetta continua a cercare Dio nella fede : « La fede mi dice che Lui c’è comunque, e a che cosa servono le dolcezze, le consolazioni ? Non sono Lui. Ed è Lui solo che cerchiamo… Andiamo quindi a Lui nella fede pura. » Scrive ancora : « Anch’io ho bisogno di cercare il mio Maestro che si nasconde bene. Ma allora, risveglio la mia fede e sono più contenta di non godere della sua presenza per far godere Lui del mio amore. »

L’opera dello Spirito Santo

Suor Elisabetta legge gli scritti di san Giovanni della Croce, di santa Caterina da Siena e di suor Teresa di Lisieux, giovane carmelitana morta poco prima (1897), che lascia in lei un segno profondo ; ricopierà più volte il suo “Atto di offerta all’Amore misericordioso”. Ma la sua fonte spirituale più profonda rimane il Nuovo Testamento. Già prima di entrare nel Carmelo, apprezzava in modo particolare il Vangelo di san Giovanni ; dopo la sua professione, si nutrirà delle Lettere di san Paolo e in particolare della Lettera agli Efesini. Madre Germana scriverà : « I più bei testi del grande Apostolo sostengono i movimenti della sua anima contemplativa… Elisabetta ne scopre il significato profondo, s’identifica con questa dottrina sostanziale che la fortifica e alimenta la sua preghiera incessante ». Questo lavoro spirituale si realizza sotto l’influsso dello Spirito Santo. I mesi che seguono sono segnati nella giovane monaca da dubbi sulla sua vocazione ; attraversa momenti di scrupolo e, alla vigilia della sua professione perpetua, bisogna chiamare un prete perché l’aiuti a dissipare i suoi dubbi. « La notte che precedette il gran giorno, affermerà, mentre ero in coro in attesa dello Sposo, ho compreso che il mio cielo cominciava sulla terra, il cielo nella fede, con la sofferenza e l’immolazione per Colui che amo. » L’11 gennaio 1903, suor Elisabetta fa la sua professione, e il 21, festa di sant’Agnese, vergine e martire, prende il velo nero delle professe.

Le sedici suore del Carmelo si riuniscono per i pasti, come anche per le due ricreazioni in cui si parla semplicemente e gioiosamente, mentre si svolge qualche lavoro manuale. Ma durante la giornata, ogni suora compie il suo lavoro per quanto possibile nella solitudine. Suor Elisabetta rende diversi servizi, in particolare al guardaroba. Suor Maria della Trinità testimonia : « Come sotto-priora, essendo incaricata, ogni settimana, di distribuire gli incarichi domestici, ho potuto constatare che lei era un vero tesoro in comunità, una di quelle persone alle quali si possono chiedere tutti servizi, con la certezza di farle piacere. »

Elisabetta della Trinità ha sempre nutrito una devozione particolare per la Vergine Maria. Contempla in particolare il mistero dell’Annunciazione : « Non ho bisogno di alcuno sforzo per entrare in questo mistero dell’abitazione divina nella Vergine. Mi sembra di trovarvi il mio movimento d’anima abituale, che fu il suo : adorare in me il Dio nascosto. » Il giorno della festa della Presentazione di Maria al Tempio, 21 novembre 1904, scrive una preghiera divenuta celebre, che verrà ritrovata dopo la sua morte : “O mio Dio, Trinità che adoro…” Dal Carmelo, Elisabetta scrive molte lettere, in particolare alla sorella, alla quale dà appuntamento in ore precise per pregare insieme. Scrive anche poesie e scritti spirituali. Desidera condividere con tutti i suoi amici questa esperienza della presenza del Dio-Trinità nella sua anima : « Questa parte migliore che sembra essere il mio privilegio nella mia amata solitudine del Carmelo, è offerta da Dio ad ogni anima di battezzato. » Scrive a una delle sue amiche : « È così semplice. Lui è sempre con noi, siate sempre con Lui, attraverso tutte le vostre azioni, nelle vostre sofferenze, quando il vostro corpo è spezzato, rimanete sotto il suo sguardo, vedetelo presente, vivente nella vostra anima. » Secondo Elisabetta, basta, per vivere questa realtà, “fare atti di raccoglimento alla Sua presenza ».

Un nome nuovo

Nel 1905, un passo di san Paolo la colpisce profondamente : Dio Padre ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto (Ef 1, 5-6). Nel corso dei mesi successivi, Elisabetta medita questo testo e vi indovina il nome nuovo che avrà in Cielo : laudem gloriæ (lode di gloria). La lode di gloria diventa il centro della sua spiritualità : « Il mio sogno, scrive, è di essere lode della sua gloria. È in san Paolo che l’ho letto e il mio Sposo mi ha fatto capire che questa era la mia vocazione fin dall’esilio. » Suor Elisabetta comincia a firmare delle lettere con queste parole Laudem gloriæ. Per lei, essere lode di gloria consiste nel riflettere la gloria di Dio, e per questo è necessario dimenticare se stessi, spogliarsi di tutto e ricercare il silenzio. Questa dimenticanza e questo silenzio favoriscono l’adorazione e la contemplazione che permettono a Dio di trasformare la persona, di restaurare in lei la sua immagine e di farne la sua lode di gloria.

A partire dalla primavera del 1905, Elisabetta inizia ad avvertire i primi sintomi del morbo di Addison, un’insufficienza surrenalica, allora incurabile e molto dolorosa. Il 19 marzo 1906, entra nell’infermeria. « M’indebolisco di giorno in giorno, scrive, e sento che il Maestro non tarderà più molto a venire a prendermi. Gusto, sperimento gioie sconosciute : le gioie del dolore… Prima di morire, sogno di essere trasformata in Gesù crocifisso e questo mi dà tanta forza nella sofferenza. » Elisabetta della Trinità vede nella sua malattia la possibilità di somigliare a Gesù Cristo, che ha voluto Egli stesso passare attraverso la sofferenza (cfr. Lc 24, 26), e così rendergli amore per amore. Chiama quindi la sua malattia, la “malattia dell’amore”.

La domenica delle Palme, suor Elisabetta è colpita da sincope e riceve l’Estrema Unzione, ma il sabato seguente la sua salute migliora leggermente. Compone il ritiro “Il Cielo nella fede”, per la sorella Guite, poi fa il suo ritiro personale. Madre Germana le chiede di scrivere, durante questo ritiro, i suoi “buoni incontri” : il manoscritto sarà chiamato “Ultimo Ritiro”. Lei vi sviluppa in particolare una meditazione sulla Vergine Maria, descrivendola come il modello da seguire nella vita interiore ma anche nella sofferenza. Qualche tempo prima di morire, Elisabetta lascia come testamento a un’amica : « Alla luce dell’eternità, l’anima vede le cose al punto giusto. Oh ! Come è vuoto tutto quanto non è stato fatto per Dio e con Dio. Vi prego, segnate tutto con il sigillo dell’amore. Questo solo resta. » Durante l’autunno, la malattia si aggrava e suor Elisabetta muore il 9 novembre 1906, dopo nove giorni di agonia. Le sue ultime parole intelligibili sono : « Vado alla Luce, all’Amore, alla Vita ! » È stata canonizzata da papa Francesco, il 16 ottobre 2016.

Poco prima della sua morte, Elisabetta della Trinità scriveva : « Ecco ciò che ha fatto della mia vita, ve lo confido, un cielo anticipato : credere che un Essere, che si chiama l’Amore, abita in noi ad ogni istante del giorno e della notte e che ci chiede di vivere in società con lui. » Il suo più grande desiderio è quello di attirarci in questa intimità divina : « Mi sembra che in Cielo la mia missione sarà quella di attirare le anime aiutandole a uscire da se stesse per aderire a Dio con un moto semplicissimo e tutto di amore, e di conservarle in questo grande silenzio interiore che permette a Dio di imprimersi in esse, di trasformarle in Sé stesso. » Che possiamo scoprire questo tesoro nascosto e viverne !

Dom Antoine Marie osb

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