Lettera

Blason   Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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27 maggio 2020
sant’Agostino di Canterbury, vescovo


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Commentando queste parole di Nostro Signore : Chi vuole salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia la salverà (Lc 9,24), papa Francesco ha potuto affermare : « In duemila anni sono una schiera immensa gli uomini e le donne che hanno sacrificato la vita per rimanere fedeli a Gesù Cristo e al suo Vangelo. E oggi, in tante parti del mondo, ci sono tanti, tanti, – più che nei primi secoli – tanti martiri, …. che sono portati a morte per non rinnegare Gesù Cristo. » (Angelus 23 giugno 2013).

Godere di una felicità perpetua

Nel III secolo,, le persecuzioni contro i cristiani, che venivano chiamati nell’Impero Romano « i nemici pubblici », fecero innumerevoli vittime. Il primo imperatore romano nato in Africa, Settimio Severo, emanò un editto contro i discepoli di Cristo, al fine di colpire tutti i nuovi seguaci del cristianesimo. I più illustri tra loro sono quindi dei catecumeni (candidati al Battesimo) o neofiti (appena battezzati). La Chiesa d’Africa fu particolarmente colpita. Perpetua e Felicita, due giovani donne di condizioni diverse, subirono il martirio sotto questo imperatore, nel 202 o 203, probabilmente a Cartagine (oggi in Tunisia), insieme ad altri quattro cristiani, chiamati Revocato, Saturnino, Saturo e Secondulo. Molto presto, è stato letto nelle chiese il resoconto del loro combattimento, come testimonia sant’Agostino : « Queste due sante martiri designano con i loro nomi la ricompensa assicurata ai loro generosi combattimenti, che meritano loro la felicità eterna. Tutti i martiri avrebbero sostenuto con tanto coraggio per un limitato periodo di tempo la lotta per professare la fede e subire la passione, se non fosse per godere di una felicità perpetua ? Così la Divina Provvidenza ha fatto in modo che queste due donne fossero, non solo martiri, ma strettamente associate in uno stesso martirio. Entrambe erano madri, circostanza che le rende ancor più sensibili alle sofferenze, per ispirare al nemico la speranza che avrebbero ceduto presto e sarebbero diventate sua preda » (sermone 282). I tre documenti che raccontano il loro martirio, tra cui la testimonianza della stessa Perpetua, sono, agli occhi degli storici, di un’autenticità incontestabile.

Questi catecumeni cristiani furono arrestati per la loro fede, probabilmente in seguito a una denuncia. Ventiduenne, di nobile nascita e colta, Perpetua ha due fratelli, uno dei quali è anch’egli catecumeno, nonché un figlio in tenera età, a cui dà il latte. Felicita, una schiava, anche lei sposata, è incinta di sette o otto mesi. Dopo il loro arresto, queste due giovani donne rimangono alcuni giorni con i loro persecutori, senza essere messe in prigione. Il padre di Perpetua, spinto dal suo affetto, cerca, con le sue parole, di farla rinunciare alla fede : « Padre mio, gli dice lei, vedi quella brocca lì per terra ? – Sì, la vedo ! – Si potrebbe darle un nome diverso da quello che ha ? – No ! – Allo stesso modo, nemmeno io mi posso dire diversa da quella che sono, cristiana. » Irritato da queste parole, il padre si getta sulla figlia per colpirla, ma non ottiene nulla. Nei giorni seguenti, Perpetua non rivede il padre, ringrazia il Signore per il suo aiuto e riprende forza. Poco dopo, riceve il Battesimo con gli altri catecumeni : « Lo Spirito Santo, affermerà la giovane, mi dettò di chiedere all’acqua solo la forza di sopportare i tormenti della carne. »

L’unico motivo per l’imprigionamento di Perpetua e Felicita che appaia negli Atti del loro martirio è la loro fede cristiana. Avevano compreso che i battezzati « diventati figli di Dio attraverso la rigenerazione battesimale, sono tenuti a professare davanti agli uomini la fede che, attraverso la Chiesa, hanno ricevuto da Dio » (Costituzione Lumen Gentium del Concilio Vaticano II, n° 11). Nell’Impero romano, l’imperatore era adorato egli stesso come dio. Non vi era quindi tollerata la religione cristiana, per la quale esiste un solo Dio, al quale si deve obbedire piuttosto che alle leggi umane.

« Alcuni giorni dopo, racconta Perpetua nel suo resoconto, fummo gettati in prigione ; ed ebbi paura, perché non avevo mai conosciuto tanta oscurità. O giorno di terrore ! Caldo soffocante a causa della folla ; mille estorsioni dei soldati. Soprattutto, mi struggevo di preoccupazione per il mio bambino. Allora Terzio e Pomponio, i diaconi benedetti che vegliavano su di noi, ottennero, dietro compenso in denaro, che ci trasferissero per un po’ in un ambiente migliore del carcere perché potessimo riprendere le forze. Una volta usciti dal carcere, ognuno era libero di attendere alle sue occupazioni. Io allattavo il mio bambino già sfinito per la fame. Preoccupata per lui, ne parlavo a mia madre, tentavo di confortare mio fratello, raccomandavo loro mio figlio ; mi struggevo, perché li vedevo affliggersi per causa mia. Queste furono le inquietudini che sopportai per molti giorni, poi ottenni che il mio bambino rimanesse con me in carcere ; e subito mi sentii meglio, fui sollevata dalla pena e dalla preoccupazione che mi provocava mio figlio, e il carcere diventò per me una reggia, tanto che mi trovavo meglio lì che in qualsiasi altro luogo… »

In potere di Dio

« 

P‌oi corse voce che saremmo stati interrogati, prosegue Perpetua. Vidi allora arrivare mio padre ; sul suo volto era dipinto il dolore, uno strazio mortale lo consumava : « Figlia mia, mi disse, abbi pietà dei miei capelli bianchi, abbi pietà di tuo padre, se merito ancora di ricevere da te questo nome, se è vero che ti ho allevata io stesso fino al fiore dell’età in cui ti si vede, se è vero che ti ho preferita a tutti i tuoi fratelli : non fare di me un oggetto di vergogna di fronte alla gente. Pensa ai tuoi fratelli, a tua madre, guarda il tuo bambino che non potrà vivere se tu muori ; abbandona il tuo orgoglio e non farci morire tutti di dispiacere. Nessuno di noi oserà più parlare senza timore se tu sarai condannata a qualche supplizio.” Mio padre parlava così per affetto per me, perché mi baciava le mani, si gettava ai miei piedi, mi chiamava non più sua figlia, ma sua signora. Confesso che ero invasa da un vivo dolore, al pensiero che sarebbe stato l’unico della nostra famiglia a non rallegrarsi del nostro martirio. Gli dissi per consolarlo : “Quando saremo sul palco, avverrà a noi solo ciò che piacerà a Dio ; sappi che noi non siamo stati consegnati in potere di noi stessi, ma in potere di Dio.” Egli si allontanò oppresso dalla tristezza. »

« Un altro giorno, durante il nostro pasto, ci vennero improvvisamente a prendere per sottoporci all’interrogatorio. Arrivammo al foro. La notizia si diffuse immediatamente nei quartieri vicini e accorse una folla immensa. Salimmo sul palco. Tutti gli altri, interrogati, confessarono apertamente Gesù Cristo. Venne poi la mia volta. Comparve improvvisamente mio padre, portando mio figlio ; e, tirandomi giù dai gradini, mi disse con un tono supplichevole : “Sacrifica ! (agli dei pagani – segno di apostasia della fede cristiana). Abbi pietà di tuo figlio !” E il procuratore Ilariano mi disse : “Risparmia la canizie di tuo padre, risparmia il tuo bambino in tenera età, offri il sacrificio per la salvezza degli imperatori.” Io risposi : “No, non sacrificherò ! – Sei dunque cristiana ? mi disse. – Sì, lo sono.” Intanto mio padre, che sperava sempre di convincermi, rimaneva lì. Ilariano ordinò di cacciarlo e una delle guardie gli diede un colpo di verga. Sentii il colpo come se lo avessi ricevuto io stessa, tanto soffrii nel vedere mio padre così maltrattato nella sua vecchiaia e per causa mia. Allora il giudice pronunciò la sentenza con la quale eravamo tutti condannati a essere consegnati alle belve ; e, tutti gioiosi, riscendemmo nella prigione. Poiché allattavo mio figlio e di solito lo tenevo con me, mandai il diacono Pomponio a chiederlo a mio padre ; ma questi non volle consegnarlo. Ma Dio permise che il bambino non chiedesse più il seno e che io non venissi disturbata dal mio latte ; mi trovai così la mente libera da ogni inquietudine. »

San Paolo afferma : Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati (2Tm 3,12). Nel resistere ai patetici assalti del padre, Perpetua ha fatto sue queste parole di Gesù, rivolte a tutti : Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me (Mt 10,37). « Gesù, dice san Girolamo, non proibisce di amare il proprio padre o la propria madre, ma aggiunge espressamente : più di me », e sant’Ilario precisa : « Coloro, in effetti, che preferiscono gli affetti umani all’amore di Dio si rendono indegni dell’eredità dei beni futuri ed eterni » (cfr. san Tommaso, Catena, su Mt 10,37-39). Più in generale, i pagani schernivano i martiri perché disprezzavano le gioie di questo mondo e accettavano di soffrire i tormenti a causa della loro vana speranza in beni immaginari. Ma questi cristiani sapevano, quanto a loro, che la Speranza teologale è sicura e salda (Eb 6,19), perché è fondata sulle promesse di Dio. La Speranza non delude ! (Rm 5,5)

Qualcuno soffrirà per me !

Quanto a Felicita, trema al pensiero che le verrà forse concesso un rinvio a causa del suo stato, perché è vietato presentare al supplizio donne incinte ; teme di dover, in seguito, spargere il suo sangue puro e innocente con quello di criminali, invece di spargerlo con quello dei cristiani condannati. Ma i suoi compagni di martirio si affliggono anch’essi profondamente, temendo di abbandonare colei che condivide così bene la loro sorte sulla via che conduce alla loro comune speranza. Due giorni prima dei giochi del circo, unendo i loro cuori in uno stesso lamento, rivolgono al Signore ferventi preghiere. Hanno appena terminato, quando la giovane donna è colta dalle doglie del parto. Di fronte al suo dolore e alla sofferenza di un parto all’ottavo mese, uno dei carcerieri le dice : « Se ti lamenti già ora, che cosa avverrà quando sarai esposta alle belve, che hai tenuto in poco conto nel rifiutare di sacrificare ? » Felicita gli risponde : « Oggi, sono io a soffrire quello che soffro, ma là ci sarà in me qualcun altro che soffrirà per me, perché anch’io soffrirò per lui. » Dà infine alla luce una bambina, che una donna cristiana alleverà come sua figlia.

Il giorno prima del combattimento, i prigionieri prendono quell’ultimo pasto che viene chiamato “libero” e di cui fanno, per quanto possono, un agape ; lanciano alla folla che li circonda parole piene di fermezza, minacciandola del giudizio di Dio, testimoniando la loro felicità nel subire la passione, prendendosi gioco della curiosità di coloro che accorrono per vederli. Saturo dice loro : « Non vi basta domani ? Che piacere avete nel vedere quelli che detestate ? Almeno osservate attentamente i nostri volti per riconoscerci nel Grande Giorno. » Allora questi pagani, pieni di stupore, li lasciano e molti di essi cominciano a credere.

Di nostra spontanea volontà

Poi, appare il giorno splendente della loro vittoria. I condannati lasciano la prigione per l’anfiteatro, gioiosi, i loro volti sereni come quelli di persone che vanno in Cielo. Fremono di gioia e non di paura. Perpetua cammina dietro di loro, con il volto luminoso e il passo tranquillo, come una sposa unita a Cristo, come la figlia prediletta di Dio. Il fulgore del suo sguardo costringe tutti ad abbassare gli occhi. Felicita procede nello stesso modo, rallegrandosi di aver felicemente partorito per poter combattere le fiere con gli altri martiri, passando da un bagno di sangue a un altro, dall’ostetrica al gladiatore, pronta a lavarsi, dopo il parto, con un secondo battesimo. Alla porta dell’anfiteatro, si vuole, secondo l’usanza, costringerli a indossare un costume : per gli uomini, il mantello dei sacerdoti di Saturno, per le donne, la benda delle sacerdotesse di Cerere. Perpetua resiste e rifiuta fermamente, dicendo : « Se siamo arrivati a questo punto di nostra spontanea volontà, è perché la nostra libertà non si lasci vincere ; abbiamo dato la nostra vita per non compiere un atto di tal genere ; questo è ciò che abbiamo pattuito con voi. » L’ingiusto magistrato riconosce allora la giustizia di queste parole : il tribuno concede loro di essere introdotti nell’anfiteatro vestiti semplicemente come lo sono. Perpetua canta un inno. Quando arrivano di fronte a Ilariano, i martiri gli gridano : « Per noi, sei tu il giudice ; ma per te, è Dio ! » Il popolo, esasperato da questa audacia, chiede che vengano battuti con le verghe, ma loro ringraziano di dover sopportare una parte delle sofferenze del Signore.

Alle due giovani donne è stata destinata una vacca tra le più selvagge, come per insultare il loro sesso. Per prima, Perpetua viene gettata a terra dall’animale e cade sul fianco. Ritornando in sé, la giovane martire si rende conto che il suo vestito è strappato sul lato : ne riporta a posto il lembo, preoccupandosi più del pudore che del dolore. Poi si rilega i capelli sciolti, perché non è decoroso per una martire subire la sua passione con i capelli sparsi, per non apparire in lutto nel momento della sua gloria. Quindi si rialza e, avendo visto Felicita gettata a terra, avanza, le tende la mano e la aiuta a risollevarsi. E le due donne stanno allora in piedi. La crudeltà della folla è vinta. vengono riportate vive alla Porta Sanavivaria.

L’anima di Perpetua era pura e di una delicatezza piena di pudore. « Il battezzato, con la grazia di Dio e lottando contro i desideri disordinati, giunge alla purezza del cuore mediante la virtù e il dono della castità, la limpidezza d’intenzione, la trasparenza dello sguardo esteriore ed interiore, la disciplina dei sentimenti e dell’immaginazione, la preghiera. La purezza esige il pudore, che, custodendo l’intimità della persona, esprime la delicatezza della castità e regola sguardi e gesti in conformità alla dignità delle persone e della loro comunione. Essa libera dal diffuso erotismo e tiene lontano da tutto ciò che favorisce la curiosità morbosa. Richiede anche una purificazione dell’ambiente sociale, mediante una lotta costante contro la permissività dei costumi, basata su un’erronea concezione della libertà umana » (Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 529-530).

Uscita dall’arena, Perpetua è sostenuta da un tale Rustico, allora catecumeno ; come risvegliata dal sonno, tanto era stata rapita nello spirito e in estasi durante questi eventi, si guarda intorno ed esclama, nello stupore generale : « Quando saremo dunque esposte a questa famosa vacca ? » E allorché le viene detto che questo è già avvenuto, lei non ci crede se non dopo aver notato le tracce delle ferite sul proprio corpo e sull’abito. Quindi, dopo aver chiamato il fratello e il catecumeno, rivolge loro queste parole : « Rimanete saldi nella fede, amatevi gli uni gli altri e non scandalizzatevi per ciò che abbiamo sofferto. » Poiché la folla esige di vederli nel mezzo dell’arena per l’esecuzione finale, i martiri si rialzano da soli e vi si recano. Dopo essersi baciati per consumare il loro martirio con il rito della pace, tutti, immobili e in silenzio, ricevono il colpo di spada.

Contro corrente

Annunciando il Giubileo dell’anno 2000, san Giovanni Paolo II scriveva : « L’ammirazione per i martiri di tutti i tempi si coniughi, nel cuore dei fedeli, con il desiderio di poterne seguire, con la grazia di Dio, l’esempio, qualora le circostanze lo richiedessero ! (Incarnationis mysterium, 29 novembre 1998). « Credere in Gesù, seguire Gesù… comporta una presa di posizione per Lui, diceva lo stesso Papa ai giovani della Giornata Mondiale della Gioventù dell’anno 2000, e non di rado quasi un nuovo martirio : il martirio di chi, oggi come ieri, è chiamato ad andare contro corrente per seguire il Maestro divino, per seguire l’Agnello dovunque va (Ap 14,4)… Forse a voi non verrà chiesto il sangue, ma la fedeltà a Cristo certamente sì ! Una fedeltà da vivere nelle situazioni di ogni giorno : penso ai fidanzati ed alla difficoltà di vivere, entro il mondo di oggi, la purezza nell’attesa del matrimonio. Penso alle giovani coppie e alle prove a cui è esposto il loro impegno di reciproca fedeltà. Penso ai rapporti tra amici e alla tentazione della slealtà che può insinuarsi tra loro… » (19 agosto 2000).

Che cosa significa perdere la vita per causa di Gesù ? chiede a sua volta papa Francesco. « Questo può avvenire in due modi : esplicitamente confessando la fede o implicitamente difendendo la verità… Quanti uomini retti preferiscono andare contro corrente, pur di non rinnegare la voce della coscienza, la voce della verità !… A voi giovani dico :… Andate controcorrente ! E siate fieri di farlo !… Ci sono tante persone… che perdono la propria vita per la verità…. Una di queste persone… è Giovanni il Battista… Giovanni è morto per la causa della verità, quando ha denunciato l’adulterio del re Erode e di Erodiade » (23 giugno 2013).

« Il confronto tra la posizione della Chiesa e la situazione sociale e culturale d’oggi, scriveva san Giovanni Paolo II, mette immediatamente in luce l’urgenza che proprio su tale questione fondamentale si sviluppi un’intensa opera pastorale da parte della Chiesa stessa : questo essenziale legame di verità-bene-libertà è stato smarrito in larga parte dalla cultura contemporanea e, pertanto, ricondurre l’uomo a riscoprirlo è oggi una delle esigenze proprie della missione della Chiesa, per la salvezza del mondo. La domanda di Pilato : Che cosa è la verità ? (Gv 18,38) emerge anche dalla sconsolata perplessità di un uomo che spesso non sa più chi è, donde viene e dove va. E così assistiamo non di rado al pauroso precipitare della persona umana in situazioni di autodistruzione progressiva. A voler ascoltare certe voci, sembra di non doversi più riconoscere l’indistruttibile assolutezza di alcun valore morale… L’uomo non è più convinto che solo nella verità può trovare la salvezza. La forza salvifica del vero è contestata, affidando alla sola libertà, sradicata da ogni obiettività, il compito di decidere autonomamente ciò che è bene e ciò che è male. Questo relativismo diviene, nel campo teologico, sfiducia nella sapienza di Dio, che guida l’uomo con la legge morale. A ciò che la legge morale prescrive si contrappongono le cosiddette situazioni concrete, non ritenendo più, in fondo, che la legge di Dio sia sempre l’unico vero bene dell’uomo » (Enciclica Veritatis splendor, 6 agosto 1993, n. 84).

Viceversa, « Cristo rivela, anzitutto, che il riconoscimento onesto e aperto della verità è condizione di autentica libertà : Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi (Gv 8,32). È la verità che rende liberi davanti al potere e dà la forza del martirio. Così è di Gesù davanti a Pilato : Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo : per rendere testimonianza alla verità (Gv 18,37). Così i veri adoratori di Dio devono adorarlo in spirito e verità (Gv 4,23) : in questa adorazione diventano liberi. Il legame con la verità e l’adorazione di Dio si manifestano in Gesù Cristo come la più intima radice della libertà » (ibid., n° 87).

Un segno eccelso

La testimonianza resa alla verità dal martirio ricorda fino a che punto debba andare la fedeltà alla legge di Dio ; essa manifesta la differenza che esiste tra il bene e il male. « Il martirio è un segno preclaro della santità della Chiesa, scriveva san Giovanni Paolo II : la fedeltà alla legge santa di Dio, testimoniata con la morte, è annuncio solenne e impegno missionario usque ad sanguinem (fino a versare il proprio sangue) perché lo splendore della verità morale non sia offuscato nel costume e nella mentalità delle persone e della società. Una simile testimonianza offre un contributo di straordinario valore perché, non solo nella società civile ma anche all’interno delle stesse comunità ecclesiali, non si precipiti nella crisi più pericolosa che può affliggere l’uomo : la confusione del bene e del male, che rende impossibile costruire e conservare l’ordine morale dei singoli e delle comunità. I martiri, e più ampiamente tutti i santi nella Chiesa, con l’esempio eloquente e affascinante di una vita totalmente trasfigurata dallo splendore della verità morale, illuminano ogni epoca della storia risvegliandone il senso morale » (Ibid., n° 93).

Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce (Gv 18,37), dice Gesù. Chiediamo ai santi martiri di renderci attenti all’insegnamento di Cristo in modo che anche noi possiamo essere, in ogni circostanza e, se necessario, fino alla morte, testimoni della verità.

Dom Antoine Marie osb

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