Lettera

Blason   Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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8 maggio 2019
B.V.M. Maria di Pompei


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Un giorno del 1663 o del 1664, l’infante del Portogallo, don Pedro, erede della corona, accompagnato dai suoi paggi, si presenta alla porta del noviziato dei gesuiti di Lisbona (Portogallo) ; tutti i novizi si precipitano per accogliere l’illustre visitatore, tranne Giovanni de Britto. Quest’ultimo, che, in quanto paggio, aveva frequentato il futuro re, finisce per arrivare cinto da un grembiule : era occupato a curare un servo della comunità colpito da un’epidemia. « Sono felice, esclama il principe in uno slancio di fede, di trovarvi al servizio di questo nuovo padrone ! Vi guadagnerete ricompense più solide di quelle che potreste trovare da me… »

João de Brito è nato il 1° marzo 1647, in una famiglia dell’alta nobiltà del Portogallo. Suo padre, don Salvador de Brito Pereira, sarà viceré del Brasile. In occasione di gravi problemi di salute, il bambino è consacrato da sua madre, dona Brites, a san Francesco Saverio, il grande missionario gesuita delle Indie e del Giappone, per ottenerne la guarigione. Fin dall’età di nove anni, Giovanni viene introdotto come paggio presso la corte di Lisbona. Da adolescente, si distingue per la sua purezza angelica, messa alla prova in mezzo a nobili giovani e facoltosi. Lo spettacolo della corte lo porta del resto a distaccarsi dal mondo e, il 17 dicembre 1662, all’età di sedici anni, entra nella Compagnia di Gesù. Dolorosamente sorpresa, sua madre accetta tuttavia con fede la sua decisione. Durante i suoi studi di filosofia a Coimbra (1666-1669), Giovanni chiede al Generale della Compagnia di Gesù di essere inviato nelle missioni delle Indie, perché, dichiara, « è san Francesco Saverio che mi ha guarito, è lui che mi chiama alle Indie ». Viene ordinato sacerdote a Lisbona nel febbraio 1673 e i suoi superiori lo destinano alla regione di Madura, nel sud-est dell’India. Nonostante l’opposizione della madre e i pareri sfavorevoli dei medici, il giovane gesuita lascia Lisbona fin dal mese di marzo, in compagnia di ventisette confratelli, sotto la direzione di padre Balthazar da Costa, un veterano della missione indiana.

Missionario per natura

«Gesù, il primo e il più grande evangelizzatore, continuamente ci invia ad annunciare il Vangelo dell’amore di Dio Padre nella forza dello Spirito Santo, ricordava papa Francesco… La Chiesa è missionaria per natura ; se non lo fosse, non sarebbe più la Chiesa di Cristo, ma un’associazione tra molte altre, che ben presto finirebbe con l’esaurire il proprio scopo e scomparire… La missione della Chiesa, destinata a tutti gli uomini di buona volontà, è fondata sul potere trasformante del Vangelo. Il Vangelo è una Buona Notizia che porta in sé una gioia contagiosa perché contiene e offre una vita nuova : quella di Cristo risorto, il quale, comunicando il suo Spirito vivificante, diventa Via, Verità e Vita per noi (cf. Gv 14, 6)… Nel seguire Gesù come nostra Via, ne sperimentiamo la Verità e riceviamo la sua Vita, che è piena comunione con Dio Padre nella forza dello Spirito Santo, ci rende liberi da ogni forma di egoismo ed è fonte di creatività nell’amore (Messaggio del 4 giugno 2017, per la Giornata Missionaria Mondiale).

I missionari arrivano in settembre a Goa, un possedimento portoghese sulla costa occidentale dell’India. Lì, Giovanni si reca subito, per rendere grazie, alla cappella dove è venerato il corpo miracolosamente conservato di san Francesco Saverio. Impara senza indugio la lingua tamil e, già nell’anno successivo, parte per Madura. Il giovane missionario dapprima si familiarizza con il paese, in particolare con l’induismo e la struttura sociale delle caste, dalle regole rigide e complicate. Percepisce l’importanza di conciliarsi la casta superiore, quella dei brahmani, come una delle chiavi principali della conversione del paese, ma il suo zelo lo porta anche presso gli emarginati, i paria, o esclusi, che visita piuttosto di notte. Al fine di predicare il Vangelo alle persone colte, tenendo conto degli elementi positivi di saggezza contenuti nei Veda, Giovanni studia i libri sacri dell’India, redatti in lingua sanscrita. Come il suo predecessore, padre Roberto de Nobili, morto a Madura circa quindici anni prima del suo arrivo, adotta alcune regole di vita ascetica dei religiosi indù, dal momento che esse non vanno contro la saggezza cristiana. Si veste persino da “Pandara swami” con l’abito distintivo di coloro che rinunciano al mondo. Questa austerità sembrerà eccessiva a molti dei suoi confratelli e gli verrà anche rimproverato di praticare certi riti indiani. Ma in occasione del suo processo di beatificazione, papa Benedetto XIV lo libererà da ogni sospetto a questo riguardo : « Tali usanze sono solo usi comuni della vita civile, e quindi senza alcun particolare significato religioso. »

Salvato dalla carità

Nonostante la sua salute delicata, Giovanni de Britto rifiuta di servirsi del cavallo che gli viene offerto e compie i suoi spostamenti a piedi. Il riso, mattina e sera, è la base della sua alimentazione. Nel 1676 e nel 1677, grandi inondazioni causano numerose vittime e notevoli danni. Le missioni non sono risparmiate ; i Padri devono cambiare posto più volte e ripartire sempre dal nulla. Inoltre, la guerra infuria continuamente, accompagnata da carestie e persecuzioni contro i cristiani. Durante un’epidemia di peste, i devoti di Shiva, una delle tre principali divinità dell’India, cercano di sollevare il popolo contro il missionario rendendolo responsabile del flagello, ma la carità del Padre, che cura i malati di peste, riesce a evitare il peggio.

I missionari si fanno aiutare da molti catechisti nativi. I fedeli sono sparsi per il paese, ma coraggiosi e perseveranti ; fanno a volte fino a sessanta chilometri a piedi per ricevere i sacramenti. La predicazione di Giovanni è accreditata da miracoli, come, per esempio, la risurrezione di un bambino battezzato che era stato colpito da un fulmine. « Questi favori sono così frequenti che i nostri cristiani vi si abituano », osserva il missionario. Essi, però, facilitano notevolmente la missione, in particolare per abolire la poligamia, allora comune tra le élite del paese, e che costituisce un grande ostacolo all’evangelizzazione. Avvengono comunque delle conversioni, a prezzo del ripudio di diverse mogli. Tuttavia, l’accanita opposizione delle autorità pagane alla predicazione del Vangelo costringe padre de Britto a spostarsi e a evangelizzare, per sei mesi, un’altra regione dell’India. Durante l’anno che segue il suo ritorno, battezza 1200 pagani. Due anni dopo, all’età di trentotto anni, viene nominato superiore della missione di Madura ; rimarrà tale dal 1685 al 1686. Delle calunnie contro di lui, pervenute a Roma, hanno tuttavia già ottenuto dal Padre Generale il suo allontanamento dalla missione, ma un cambiamento provvidenziale di Provinciale gli consente di rimanere a Madura. Uno dei suoi missionari dirà di lui : « Ha moltiplicato le comunità cristiane… Nominato superiore, non ha approfittato dei suoi poteri se non per alleviare le fatiche dei suoi confratelli, caricando se stesso. Riserva sempre per sé i lavori più faticosi. » Costantemente ricercato dai pagani, deve condurre una vita semi-clandestina, in un clima di persecuzione e guerra civile : ci sono dei cristiani martiri e altri che muoiono di miseria nella giungla dove sono dovuti fuggire. Tuttavia arrivano anche aiuti insperati da pagani simpatizzanti.

Nel 1686, il successo del Padre nell’evangelizzazione del Marava, un regno vicino a Madura, irrita i brahmani, che complottano il suo assassinio. Un distaccamento di uomini da loro assoldati si dirige verso una giovanissima comunità in cui si trova il Padre. Giovanni e i suoi catechisti vengono percossi a colpi di bastone, incatenati e messi in prigione. Viene promessa loro la libertà se accettano di adorare Shiva o semplicemente di ricevere l’imposizione delle ceneri di Shiva sulla fronte, gesto che sarebbe, in effetti, un’apostasia, e sono unanimi nel rifiutarlo. Padre Giovanni de Britto è condannato a morte per aver predicato una religione straniera e rifiutato di invocare il dio indù. Il giorno stesso, viene flagellato, quindi abbandonato come morto. Un pagano misericordioso gli prodiga qualche cura e i prigionieri sono riportati in prigione. Viene nuovamente promulgata la sentenza di morte. I condannati recitano allora un rosario di ringraziamento. Il Padre si preoccupa dell’effetto che tanti mali potrebbero avere sui neofiti della regione : « Non temete nulla dagli uomini, fa riferire loro (Lc 12, 4 ss.). Il Padre celeste si prenderà cura di voi. Se permette che siate tormentati, vi darà prima il coraggio, poi una gloria eterna. » Il 30 luglio 1686, Giovanni riesce a inviare una lettera al suo superiore gesuita : « Siamo felici e benediciamo la Volontà divina che si degna di concederci la grazia di versare il nostro sangue per la sua santa Legge. » I prigionieri sono trattenuti per un mese nelle scuderie reali. Volendo approfittare dello stato di sfinimento del Padre, alcuni brahmani lo sfidano a partecipare a dispute teologiche, ma ben presto devono abbandonare la partita. Alla fine, i prigionieri vengono rilasciati, senza che si sappia perché.

Estrema sorpresa

I superiori di padre Giovanni decidono allora di inviarlo a difendere gli interessi della missione delle Indie presso la corte di Lisbona. Ma egli deve prima passare per Goa per negoziare con le autorità portoghesi alcuni punti delicati del diritto di patronato sulle missioni delle Indie, diritto precedentemente concesso dalla Santa Sede al re del Portogallo. I negoziati falliscono e il padre s’imbarca per l’Europa. Arriva a Lisbona nel settembre 1687. La notizia della sua condanna a morte si era diffusa, per cui la folla venuta ad accogliere la sua nave è estremamente sorpresa di vederlo sbarcare. I racconti del missionario suscitano ovunque un tale entusiasmo che molti preti e studenti chiedono di seguirlo in India : « Non possiamo chiudere tutti i collegi per soddisfare questi nobili desideri ! », esclama uno dei superiori della Compagnia. Il Padre rende visita al re don Pedro II. Colpito alla vista del suo amico d’infanzia, divenuto un missionario emaciato, invecchiato e segnato dalle torture subite, il re cerca di trattenerlo in Portogallo per affidargli l’educazione dei propri figli. Il missionario rifiuta, sostenendo che i bisogni sono molto maggiori in India. Nelle occasioni in cui gli viene chiesto di predicare, insiste spesso sullo scandalo provocato dalla cattiva condotta di certi portoghesi nelle Indie : quando questi non agiscono con giustizia, disinteresse e lealtà, afferma, ogni proclamazione del cristianesimo viene percepita come ipocrita. La sua parola porta a molte conversioni, perché la sua virtù, lungi dall’essere austera, attrae per la sua dolcezza e per la sua straordinaria affabilità.

Il timore degli onori

Il missionario s’imbarca nuovamente il 19 marzo 1690, in compagnia di diciannove religiosi, la maggior parte già preti. Arrivato a Goa in novembre, riceve un’accoglienza trionfale. Dopo tre mesi, si reca a Madura, dove riprende il suo apostolato itinerante ; per prudenza, non rimane mai a lungo nello stesso posto. Tuttavia, il re del Portogallo non ha rinunciato alla sua idea : trama presso il Generale dei gesuiti per far rientrare Giovanni in Portogallo, ma invano. Il re progetta allora di farlo elevare alla dignità di arcivescovo, in India ; ma il Padre, che teme più gli onori delle persecuzioni, ottiene l’annullamento di questo progetto. Si vede allora affidare dai suoi superiori locali la visita triennale di Madura, dove la persecuzione è intensa. Scrive a un confratello coadiutore : « Pregate molto per me, perché questo paese è un campo d’azione molto arduo. Ho un gran bisogno di un aiuto tutto speciale dal Cielo per ottenervi dei risultati. Le conversioni si annunciano numerose ; ancora di più sono quelli che mi aspettano per ricevere i sacramenti. Se verrò imprigionato di nuovo, spero proprio che questa volta non sfuggirò alla morte. » Gli è sempre presente un pensiero : « Non avrò fatto nulla per Dio finché non avrò versato fino all’ultima goccia del mio sangue » ; tuttavia, si sforza di osservare una sana prudenza.

Arrivato in una zona di conflitti, costantemente percorsa da soldati, è costretto a vivere nei boschi : « Sono già quattro mesi che sono confinato in un bosco e vivo tra le tigri e i serpenti che vi si trovano in gran numero, confida a un vescovo. La mia dimora è in un albero. » Trova tuttavia il modo di mantenere una corrispondenza con i suoi superiori e con diverse persone. In una località, ascolta mille confessioni in quindici giorni e battezza quattrocento catecumeni ben preparati. Approfittando di una tregua nei combattimenti e nelle persecuzioni, battezza ottomila catecumeni nell’arco di diciotto mesi. Deve anche regolarizzare dei matrimoni, riconciliare degli apostati, eccetera. Le conversioni si moltiplicano fin nelle alte caste e tra i parenti del re ; ma, per ciò stesso, i pericoli aumentano. « La seconda domenica di Quaresima, scrive il Padre a un confratello, hanno cercato di prendermi, ma ero partito una mezz’ora prima dell’arrivo dei nemici. Si sono impadroniti di un cristiano battezzato che hanno riempito di percosse e di maltrattamenti per costringerlo a rinnegare la sua fede. Grazie a Dio il neofita è rimasto irremovibile. » E a un altro : « Confesso, battezzo, amministro i sacramenti più che mai. Da ogni parte mi vengono chiesti dei catechisti. Padre mio, che cosa sono, in confronto con tutto questo, tutte le grandezze dell’Europa ? » I neofiti sono però spaventati dalla costante minaccia della persecuzione ; Giovanni de Britto cerca allora un’occasione propizia per incontrare il re di Marava al fine di ottenere da lui un editto di tolleranza.

Un’offesa personale

Nel frattempo, un principe reale, Thadiyathevan, prima nemico del missionario, ma che si è ammalato gravemente, avendo esaurito gli espedienti umani, fa chiedere di lui per essere guarito. Il Padre invia inizialmente un catechista per assicurarsi della sincerità della richiesta e proporgli piuttosto il Battesimo. Nonostante i rischi di una nuova persecuzione da parte del re, alla fine accetta di incontrare il principe. Quest’ultimo, poligamo, ha cinque mogli e non può ricevere il Battesimo prima di essersi conformato alla legge cristiana del matrimonio. Ma il ripudio delle mogli illegittime rischia di indisporre il re stesso, che vi vedrà uno sconvolgimento dell’ordine sociale costituito nel suo regno. Il principe esita ; lascia tuttavia che il missionario organizzi nel suo palazzo una magnifica cerimonia durante la quale viene conferito il Battesimo a duecento catecumeni e viene data la Comunione a centinaia di sudditi del principe già battezzati. Meravigliato, il principe alla fine si lascia convincere, ripudia tutte le sue mogli, dopo aver provveduto alle loro necessità, tranne quella sposata per prima, che considera sua moglie legittima, e riceve il Battesimo, con quest’ultima, il 6 gennaio 1693. Ma una delle mogli ripudiate, nipote del re persecutore, si precipita dallo zio e gli rivolge le sue lamentele ; pazzo di rabbia, egli arriva a considerare questo ripudio come un’offesa personale.

La fermezza di padre Giovanni de Britto quanto alla santità del matrimonio lo ha fatto spesso paragonare a san Giovanni Battista, che ha pagato con la vita il suo attaccamento alla legge di Dio e in particolare al divieto assoluto di ogni unione adultera.

Nell’enciclica Redemptoris missio, san Giovanni Paolo II ricorda che il rispetto degli insegnamenti del Vangelo conduce l’uomo alla vera libertà e al vero amore al quale egli aspira : « La chiesa offre agli uomini il Vangelo, documento profetico, rispondente alle esigenze e aspirazioni del cuore umano : esso è sempre “Buona Novella”. La chiesa non può fare a meno di proclamare che Gesù è venuto a rivelare il volto di Dio e a meritare, con la croce e la risurrezione, la salvezza per tutti gli uomini. All’interrogativo : perché la missione ? noi rispondiamo, con la fede e con l’esperienza della Chiesa, che aprirsi all’amore di Cristo è la vera liberazione. In lui, soltanto in lui, siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù al potere del peccato e della morte. Cristo è veramente la nostra pace, (Ef 2, 14) e l’amore di Cristo ci spinge, (2 Cor 5,14) dando senso e gioia alla nostra vita. La missione è un problema di fede, è l’indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi. La tentazione oggi è di ridurre il cristianesimo a una sapienza meramente umana, quasi scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato, è avvenuta una graduale secolarizzazione della salvezza, per cui ci si batte, sì, per l’uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontale. Noi invece, sappiamo che Gesù è venuto a portare la salvezza integrale, che investe tutto l’uomo e tutti gli uomini, aprendoli ai mirabili orizzonti della filiazione divina » (7 dicembre 1990, n. 11).

Il giorno della felicità

Consapevole del pericolo che corre, padre de Britto fa i suoi addii ai cristiani e li invita a nascondersi : « Ciò che Dio richiede a me, non lo chiede a voi », dichiara. L’8 gennaio, viene arrestato : quando i soldati si avvicinano, si presenta loro per permettere ai cristiani che lo circondano di fuggire ; sono catturati con lui un brahmano divenuto cristiano e due catechisti. Viene picchiato e gli viene ingiunto di invocare Shiva ; ma lui invoca Gesù. Una notte, un catechista, di statura imponente, che non è stato preso, gli si presenta per liberarlo. Il Padre rifiuta : « Lasciamo fare alla Provvidenza ! » Il giorno dopo, viene portato via per un viaggio di tre o quattro giorni che lo conduce a Ramnad, dove si ritrova con altri sei cristiani. Il Padre ha potuto conservare il suo breviario ; ne trae ogni giorno, per i suoi compagni, il racconto della vita di un martire. Scrive anche ai suoi amici francesi a Pondichéry e ai suoi superiori gesuiti per pregarli di non intervenire a suo favore, sapendo quanto la sua testimonianza fino al sangue sarà preziosa per i neofiti ancora soggetti alla persecuzione. Viene condannato a morte in segreto il 28 gennaio, ma le autorità annunciano che sarà esiliato, per paura di una rivolta popolare perché i cristiani sono molto numerosi in quel luogo. Due giorni dopo, viene trasferito a Oriyur, con alcuni cristiani fedeli. Lì scrive le sue ultime lettere. Il principe governatore del posto è malato : chiede al suo prigioniero di guarirlo, in cambio di aver salva la vita. Il missionario gli parla di un’altra guarigione, la guarigione morale e spirituale, ma il principe rifiuta di capire e ordina la sua esecuzione. Il Padre scrive al suo amico, padre Giovanni da Costa, un’ultima lettera piena di fede, umiltà e speranza : « Sono stato condotto a Oriyur per esservi decapitato : ho molto patito nel viaggio, ma alla fine sono potuto arrivare. Presentato al tribunale, vi ho subito un lungo interrogatorio sulla fede, che ho confessata. Di lì, sono stato di nuovo portato in prigione, dove aspetto ora il giorno della felicità. Ma per arrivarci ho bisogno delle vostre preghiere. La gioia del Signore abbonda nel mio cuore e sostiene le mie forze. Sono circondato da guardie, non posso dirvi di più. Addio, mio caro Padre. Vi prego di comunicare questa lettera a tutti i nostri Padri. Il vostro servo e amico in Gesù Cristo, Giovanni de Britto. »

Il nuovo apostolo delle Indie viene decapitato il 4 febbraio 1693, mercoledì delle ceneri. Il soldato che lo ha giustiziato e che il Padre ha prima abbracciato, si convertirà e riceverà il Battesimo insieme a grandi folle di quel paese. Beatificato il 21 agosto 1853 dal beato Pio IX, Giovanni de Britto è stato canonizzato da Pio XII il 22 giugno 1947 : la sua memoria liturgica è fissata al 4 febbraio. Oriyur è diventato un luogo di pellegrinaggio molto frequentato dai cristiani del Sud dell’India.

Come eco alla vita di san Giovanni di Britto, papa Francesco ci ricorda ancora oggi che « quanto più Gesù occupa il centro della nostra vita, tanto più ci fa uscire da noi stessi, ci decentra e ci rende più vicini agli altri. Questo dinamismo dell’amore è come il movimento del cuore… si concentra per incontrare il Signore e subito si apre, uscendo da se stesso per amore, per rendere testimonianza a Gesù e parlare di Gesù, per predicare Gesù. L’esempio ce lo dà lui stesso : si ritirava per pregare il Padre e subito andava incontro agli affamati e agli assetati di Dio, per guarirli e salvarli » (Messaggio del 5 luglio 2017, ai partecipanti al Primo Simposio Internazionale sulla Catechesi, a Buenos Aires – 11-14 luglio 2017). Chiediamo allo Spirito Santo di fare di noi dei veri testimoni di Gesù Cristo.

Dom Antoine Marie osb

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