Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


Scaricare come pdf
[Cette lettre en français]
[This letter in English]
[Dieser Brief auf deutsch]
[Deze brief in het Nederlands]
[Esta carta en español]
28 ottobre 2017
santi Simone e Giuda, Apostoli


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Papa Francesco confidava un giorno a un padre gesuita la sua ammirazione per la persona di Pietro Favre, da lui stesso canonizzato ; il Santo Padre faceva notare la capacità che aveva questo santo di « dialogare con tutti, anche i più lontani e gli avversari della Compagnia di Gesù, la pietà semplice, una certa ingenuità forse, la disponibilità immediata, il suo attento discernimento interiore, il fatto di essere uomo di grandi e forti decisioni e insieme capace di essere così dolce ».

Pierre Favre ha solo poche ore, quel 13 aprile 1506, quando viene portato al fonte battesimale a Le Villaret (Savoia). È nato in una famiglia di pastori poveri, ma « virtuosi cattolici e molto pii ». Egli stesso scriverà : « I miei genitori ebbero una tale cura nell’educarmi nel timore del Signore, che, fin da piccolo, avevo consapevolezza delle mie azioni ; e, cosa che è segno di una grazia preveniente maggiore da parte di Dio, verso l’età di sette anni, provavo a volte particolari inclinazioni alla devozione, per cui da allora il Signore stesso, lo Sposo della mia anima, volle prendere possesso di me… Verso il mio dodicesimo anno, poiché provavo un ardente desiderio di purezza, promisi a Dio di conservare la castità per sempre. »

Nessuna si perde

Pietro ha un tale desiderio di imparare, che abbandona a volte le sue pecore, affidandole agli angeli custodi, e si precipita giù per i pendii per andare ad ascoltare le lezioni tenute da un monaco in un monastero vicino ; dopo, saluta Gesù nel tabernacolo e ritorna di corsa ai suoi animali ; nessuna si sarebbe persa durante le sue assenze… Tuttavia, il padre del bambino esita a lasciar studiare il figlio ; dom Mamert Favre, priore della Certosa del Reposoir e zio di Pietro, gli dice : « Opporti agli studi del piccolo Pietro sarebbe opporti a Dio », e finanzierà egli stesso gli studi scolastici. Iscritto alla scuola di Thônes, il ragazzino impara i rudimenti della grammatica e del calcolo. La sua intelligenza vivace e la sua memoria fedele gli permettono di entrare in seguito nel collegio di La Roche-sur-Foron. Ma Pietro sente una chiamata al sacerdozio e, una volta terminati gli studi secondari, all’età di diciannove anni, viene a chiedere consiglio ai religiosi della Certosa del Reposoir, che lo incoraggiano a continuare la sua formazione a Parigi, alla Sorbona.

Arrivato nella capitale nel 1525, Pietro ha come compagno di camerata uno spagnolo, maestro Francisco de Xavier (Francesco Saverio) ; un altro viene a condividere la loro stanza, Inigo (che verrà chiamato in seguito Ignazio) di Loyola. Pietro deve presto servire da ripetitore a questo ex soldato, di trentaquattro anni, che trova difficoltà nei suoi studi. « Ne conseguì per me, scriverà Pietro, un rapporto dapprima superficiale, poi un legame profondo con lui… finì con l’essere il mio maestro in materia spirituale, dandomi regole e metodi per elevarmi alla conoscenza della volontà divina ; arrivammo ad essere una cosa sola nei desideri e nella volontà. » Fortificato da questa guida spirituale, lo studente savoiardo riesce a superare certe tentazioni e la sua tendenza agli scrupoli, per trovare il proprio equilibrio nella fedeltà alla volontà di Dio. Simon Rodrigues, uno dei primi compagni del piccolo gruppo che si forma attorno a Ignazio, darà questa testimonianza riguardo a Pietro : « In questo Padre si manifestava principalmente, nei suoi rapporti con tutti, una dolcezza davvero rara, piacevole, garbata, che confesso ingenuamente non aver visto in nessun altro fino ad ora. Sì, non so come si donasse così all’amicizia degli altri, come influisse anche in modo insensibile sui loro pensieri. È così che, costante nei suoi costumi e affascinante per l’amenità dei suoi discorsi, trascinava in modo potente verso l’amore per Dio tutti coloro con cui s’intratteneva. »

Nel 1530, Pietro consegue la licenza in arti e, quattro anni più tardi, viene ordinato sacerdote, dopo aver fatto gli Esercizi Spirituali sotto la direzione di Ignazio. Il 15 agosto dell’anno 1534, è lui che riceve i voti religiosi pronunciati in privato dai suoi compagni nella cappella di Montmartre : viene così posta la prima pietra di quella che verrà ben presto chiamata la Compagnia di Gesù. Unico prete del gruppo, Pietro ne è il cappellano e, quando Ignazio è assente, lo sostituisce a capo della comunità nascente. Nel 1536, consegue il titolo di magister artium. Durante questi anni, Pietro trascorre molto tempo nello studio e nella pratica degli Esercizi Spirituali di cui s’impregna profondamente ; Ignazio lo riconoscerà in seguito come colui che li dà nel modo migliore. Partecipa alla stesura del testo in latino degli Esercizi Spirituali, la prima versione che ci sia pervenuta. Questo libretto, che Pio XI descriverà come « il più sapiente e universale codice di governo spirituale delle anime… e guida sicurissima alla conversione e alla più alta spiritualità e perfezione », deve certamente molto al Savoiardo.

Ai nostri giorni, papa Francesco raccomanda ancora gli Esercizi : « Che la pratica degli Esercizi Spirituali sia diffusa, sostenuta e valorizzata, perché gli uomini e le donne di oggi hanno bisogno di incontrare Dio… Proporre gli Esercizi Spirituali significa invitare a un’esperienza di Dio, del suo amore, della sua bellezza. Chi vive gli Esercizi in modo autentico sperimenta l’attrazione, il fascino di Dio, e ritorna rinnovato, trasfigurato alla vita ordinaria, al ministero, alle relazioni quotidiane, portando con sé il profumo di Cristo » (3 marzo 2014, su Radio Vaticana).

La radice

Nel gennaio del 1537, gli undici “amici nel Signore” hanno concepito il progetto di andare in pellegrinaggio in Terra Santa. Ma questo viaggio si rivela ben presto impossibile a causa dell’insicurezza che vi fanno regnare gli Ottomani ; essi dirigono quindi i loro passi verso Roma per mettersi interamente a disposizione del Papa. Qui, Pietro Favre insegna teologia e Sacra Scrittura presso l’Università “La Sapienza”. L’erezione canonica della Compagnia di Gesù da parte di papa Paolo III ha luogo il 27 settembre 1540. Occorre allora eleggere un superiore. Alla conclusione di tre votazioni unanimi, Ignazio finisce con l’accettare la carica ; se avesse persistito nel suo rifiuto, tutti avrebbero eletto Pietro. Tuttavia, il prete savoiardo coltiva la sua attrazione per il nascondimento ; egli sa che si attribuisce spontaneamente più importanza ai rami e ai frutti dell’albero, che si vede, piuttosto che alla radice, che è nascosta ; eppure è da lei che l’albero trae tutta la sua linfa. « Il meglio in questa vita, egli fa notare, deve anche essere più immerso nelle pene e più nascosto. »

Il 22 aprile 1541, gli undici compagni emettono ufficialmente i loro voti religiosi. Padre Favre inizia allora, per obbedienza, un’esistenza di missionario itinerante. In meno di dieci anni, percorrerà, abitualmente a piedi, più di quindicimila chilometri attraverso la Francia, l’Italia, la Spagna e la Germania, lavorando al rinnovamento spirituale dei cristiani e alla riforma della Chiesa. « Mi si presentavano alla mente, scriverà, tutte le miserie degli uomini, le loro debolezze, i loro peccati, le loro ostinazioni, le loro disperazioni e le loro lacrime, i disastri, le carestie, le epidemie e le angosce, ecc., e d’altra parte, per porvi rimedio, Cristo redentore, Cristo vivificante, illuminatore, soccorritore, clemente e misericordioso, Signore e Dio ; lo pregavo con tutta la forza di questi nomi perché si degnasse di venire in aiuto di tutti gli uomini. Desideravo allora e chiedevo… che mi venisse concesso di essere infine servitore e ministro di Cristo consolatore, di essere ministro di Cristo che soccorre, guarisce, libera, arricchisce e fortifica, affinché potessi anch’io, attraverso di lui, venire in aiuto a molti. »

Procurare il bene di tutti

La sua intensa attività non nuoce alla sua profonda vita spirituale. Egli cerca di unificare tutta la propria vita in Dio : « Non occorre, osserva, impegnarsi unicamente a cercare le luci dello Spirito per le cose puramente spirituali, come la contemplazione, l’orazione mentale e quella affettiva, al fine di farle bene, e anche molto bene ; bisogna tendere anche, con tutte le proprie forze, a trovare la stessa grazia nelle opere esteriori, nelle preghiere vocali e perfino nei colloqui privati o nelle omelie al popolo. » Ed egli osserverà che a questo scopo gli impedimenti sono molto utili, perché « molto meglio di ciò che si fa senza difficoltà e senza lotte, essi ti insegneranno ciò che vi è nell’uomo e perché tu abbia bisogno dello Spirito di Dio. » La sua unione con Dio fiorisce spontaneamente in un rapporto di familiarità con i santi e gli angeli. Egli invoca sant’Apollonia (vergine e martire del III secolo), per ottenere la guarigione da un mal di denti, oppure l’angelo custode di una persona o quello soprintendente a una località, per facilitare il proprio ministero di predicatore del Vangelo : « Mi si presentò come molto necessario, scrive, per coltivare la benevolenza di qualcuno (indipendentemente da quello che si può fare per lui), avere una grande devozione per tutti angeli custodi, perché hanno mille modi per aprire i nostri cuori e respingere la violenza e le tentazioni dei nemici. » In questo tempo di guerre di religione, prega in primo luogo per « il bene di tutto il regno di Francia, che ha ricevuto tanti benefici, al quale sono stati perdonati tanti peccati, dove vi sono ora tanti bisogni corporali e spirituali. » Ma egli si adopera anche per procurare il bene di ogni regno e prega per la conversione dei nemici della Chiesa, in particolare per il sultano Solimano il Magnifico, e i riformatori protestanti.

Paolo III invia Pietro a Parma, come teologo del legato apostolico (prefetto del Papa in questa città degli Stati Pontifici) ; vi rimane diciotto mesi. Per attaccamento al suo voto di povertà, rifiuta l’ospitalità offerta dal legato e chiede umilmente vitto e alloggio presso l’ospedale, come i poveri. Predica, consiglia le anime, dà gli Esercizi Spirituali con grande frutto per la riforma di diversi conventi e monasteri. Insegna il catechismo ai bambini e forma sacerdoti e catechisti a questo importante ministero. Ottiene ben presto, non senza incontrare una certa resistenza, che gli abitanti di Parma ricevano più spesso i sacramenti. In seguito alle guerre, a Parma si è diffusa la mendicità, e padre Favre si prodiga nelle cure dei più poveri. Tuttavia, nella sua umiltà, scriverà in seguito : « Ebbi chiaro il sentimento di avere molto mancato per negligenza, distrazione e trascuratezza, nei confronti di coloro che io ho visti poco tempo fa ricoperti di piaghe, e ai quali sono venuto talvolta in aiuto, ma con noncuranza e poco impegno… avrei potuto, per loro, mendicare di porta in porta per ottenere di che soccorrerli un po’ di più. » Nel 1543, egli fonderà, a Magonza, un rifugio per i pellegrini e una casa di accoglienza per i malati poveri.

Conciliarseli

Su richiesta del Papa, Pietro Favre si reca in seguito in Germania (1540-1541) ai colloqui di Worms e Ratisbona, richiesti da Carlo V al fine di realizzare l’unità tra cattolici e « riformati ». Il tentativo di accordo si conclude in un fallimento, ma il soggiorno di Favre in Germania gli apre gli occhi sull’ignoranza religiosa del popolo cristiano e l’immoralità del clero, cause importanti dei progressi del protestantesimo. Egli rimane nove mesi in questo paese, dando gli Esercizi anche a vescovi e principi della corte imperiale, predicando, confessando, raggiungendo tutte le classi della società. Per quanto riguarda i rapporti con i protestanti, egli dà consigli di carità e di pazienza : « Conciliarsi gli eretici perché ci amino… » Ottiene alcune conversioni alla fede cattolica, ma assolutamente non un ritorno massiccio in seno alla Chiesa. Turbato e tentato di disperare del successo del suo apostolato in Germania, discerne presto in questi sentimenti scoraggianti una manovra dello spirito cattivo che presenta sempre delle difficoltà, mentre l’angelo buono, per parte sua, mostra delle possibilità e incoraggia. Nel libro degli Esercizi Spirituali, sant’Ignazio insegna a questo proposito : « Nelle persone che vanno crescendo nel servizio di Dio di bene in meglio, è proprio del cattivo spirito innalzare davanti a loro degli ostacoli per arrestare il loro progresso nella via della virtù ; al contrario, è proprio del buono spirito infondere in esse coraggio e forze, facilitando loro il cammino e togliendo davanti a loro tutti gli impedimenti, perché avanzino sempre di più nel bene » (cfr. n° 315).

Un giorno, tuttavia, preso dall’amarezza, Pietro teme di lasciare che il suo cuore « si oscuri e si restringa nella carità ». Riceve allora interiormente questa risposta : « Cerca una vera relazione con Dio e i suoi santi, e troverai facilmente il comportamento da tenere con il prossimo, che abbia per te amicizia od ostilità… Se vi è qualche cosa da dire o da fare per riconciliarti ora con il tuo prossimo, è prima di tutto realizzando questo che ti riconcilierai con Dio. » Egli osserva, inoltre, che è importante strappare dal proprio cuore ogni rancore, « affinché la carità sia accompagnata da sentimenti di benevolenza, di tolleranza, di pazienza e di rassegnazione, perché non si irriti, non cessi di fidarsi delle persone e non perda la speranza… » (cfr. 1Cor,13). E, più concretamente, egli comprende che « bisogna prima di tutto stare attenti a non lasciarsi investire da quei venti gelidi che provengono da un minuzioso esame dei difetti degli altri. È spesso questo che fa perdere la speranza della loro salvezza, o che distrugge la stima, la fiducia, l’amore e la carità che si aveva per loro. Con il calore dello spirito, occorre superare non solo la percezione, ma, per quanto possibile, la realtà stessa dei loro sbagli, per vincere il male con il bene e continuare, nonostante le loro mancanze, a rimanere legati a loro e a preoccuparsi di loro. »

Pietro continua a godere della grande stima di Ignazio e del Papa. L’uno e l’altro desiderano, in effetti, disporre di lui e se lo strappano a turno. Così, riceve l’ordine di recarsi in Spagna. Lungo il percorso, fa tappa in Savoia, dove può rivedere i suoi. Settant’anni dopo, san Francesco di Sales, egli stesso savoiardo, si farà eco della fama di santità da lui lasciata allora nella regione, riportando anche certe testimonianze riguardanti estasi e levitazioni (elevazioni del corpo durante un’estasi) intraviste per indiscrezione. Dopo la sua missione presso la corte di Spagna, Pietro passa per Barcellona, poi di nuovo attraverso la Francia, dove non si ferma.

Uno studente trasformato

Nel l’aprile del 1542, egli è nuovamente in Germania, dove rimane due anni. A Magonza, la sua reputazione di alta virtù e di scienza attrae a lui uno studente di Colonia, Pietro Canisio, che desidera consultarlo sulla propria vocazione. In seguito, Canisio testimonierà : « Non ho mai visto né sentito un teologo più colto e più profondo, un uomo di tale impressionante ed eccezionale santità. » Il giovane fa gli Esercizi Spirituali da lui e ne rimane « come trasformato in un altro uomo ». L’anno seguente, Pietro Canisio, futuro santo e dottore della Chiesa, s’impegna a entrare nella Compagnia di Gesù. Pietro Favre pone allora, in effetti, le fondamenta della Compagnia in Germania. Un giorno, a Magonza, la tristezza s’impadronisce di padre Favre al pensiero della negligenza con la quale si è occupato della sepoltura di un prete. Riceve allora questa risposta interiore : « Meglio andare avanti con la volontà di fare il bene, piuttosto che stancare ed esaurire la volontà sotto il peso del passato. »

Dall’ottobre del 1542, gli viene chiesto di mettere le sue competenze teologiche al servizio del concilio ecumenico che deve aprirsi a Trento. A questa prospettiva, la sua umiltà si spaventa ; ma « il Signore, egli scriverà, mi liberò da tutto in virtù di una santa e cieca obbedienza che non considera né la mia personale incapacità, né l’enormità e il peso di ciò che mi era richiesto ».

Su richiesta di papa Paolo III e di Ignazio, Pietro Favre si reca durante l’estate del 1544 alla corte del re Giovanni III di Portogallo. Impressionato dalla santità di questo religioso, il re vorrebbe trattenerlo nel proprio paese. Tuttavia, il Padre si accontenta di un breve soggiorno presso il noviziato della Compagnia. Attratti dalla sua bontà, i novizi si affezionano subito a lui. Il suo zelo instancabile suscita l’ingresso nella Compagnia di più di trenta membri eminenti dell’Università di Coimbra, molti dei quali diventeranno missionari in Giappone o nei vasti possedimenti portoghesi. Poco dopo, Pietro lascia il Portogallo per la Spagna, dove fonda nel 1545, nonostante l’esaurirsi delle sue forze, due comunità di gesuiti, a Valladolid e ad Alcalá. A Valladolid, il Venerdì Santo del 1545, « dovendo ascoltare in confessione dei giovani e dei bambini molto piccoli della famiglia di un mio figlio spirituale, riferirà egli stesso, sentii insinuarsi in me pensieri orgogliosi. Uno spirito mormorava : Sei tu dunque venuto qui per occuparti di questi bimbetti ? Non era meglio rimanere là dove potevi ascoltare le confessioni di personaggi importanti ? » Egli reagisce immediatamente, e prende la decisione di dedicare il resto della sua vita, a Dio piacendo, a questo lavoro oscuro. « Scoprii meglio che mai il valore di tutto ciò che uno fa con un’intenzione retta per i più piccoli, per coloro che sono disprezzati e trascurati dal mondo. »

A Madrid, è costretto a letto nell’ospedale del Campo del Rey. Lì gli arriva una lettera di papa Paolo III, che lo chiama al concilio di Trento a rinforzo di altri due gesuiti, i padri Lainez e Salmeron, convocati come teologi presso i Padri. Benché malato, egli parte. Tuttavia, l’apertura del Consiglio viene rinviata a causa del forte caldo, e padre Favre sfrutta questa tregua per porre la prima pietra di un collegio a Gandia, su richiesta di Francesco Borgia, duca di questa città, e prima viceré di Catalogna. Quel giorno, questo principe già vedovo prende la risoluzione segreta di entrare nella Compagnia di Gesù, di cui diventerà il terzo Preposto generale ; la Chiesa lo onora come santo. Arrivato a Valenza, padre Favre è sommerso dalle visite e non ha il tempo di riposarsi. « Che il Signore sia benedetto per tutto ! », scrive allora. A Barcellona, mentre attende una nave per Roma, si prodiga ancora in predicazioni, aiuta monasteri, e prepara degli orfani alla loro prima Comunione. Constatando il suo sfinimento, molti vogliono trattenerlo : « Se partite, andate alla morte ! – Non è necessario vivere, risponde lui, ma è necessario obbedire. »

Essere pieni di bontà

Egli s’imbarca il 17 luglio 1546, e arriva a Roma, dove Ignazio lo riceve con gioia. Ma il 31 luglio, è allo stremo delle forze, riceve l’Estrema Unzione e la Comunione in viatico. Durante la sua breve vita, non ha cessato di prepararsi al giudizio di Dio : « La pratica della misericordia, ha scritto egli stesso, è un mezzo sicuro per ottenere la misericordia di Dio verso di noi ; ci è facile avere in Dio un donatore generoso, se noi stessi doniamo generosamente ciò che siamo e ciò che abbiamo… Se si vuole che Dio sia veramente indulgente e meno propenso al rigore della sua giustizia, bisogna essere pieni di bontà e d’indulgenza per tutti, e non troppo esigenti o troppo severi. » Il giorno dopo 1° agosto, Pietro Favre spira, all’età di quarant’anni, tra le braccia di sant’Ignazio, suo padre, superiore e amico. Questi diceva del suo primo compagno : « Egli semplicemente ama signora Carità. È per piacerle che attribuisce un così grande valore a quelle importanti qualità che facilitano sia l’influenza apostolica che la padronanza di sé : l’educazione, la cortesia, il tatto, l’amabilità, la cultura, in breve, tutto ciò che può contribuire a rendere la conversazione tra gli uomini nello stesso tempo più umana e più cristiana, per la maggior gloria di Dio. »

San Pietro Favre ha raccontato alcuni dei benefici ricevuti da Dio nel suo Memoriale, libro scritto per il suo proprio uso, dove ovunque affiora questo desiderio, « che tutto il bene che avrebbe potuto compiere, pensare o organizzare, si facesse attraverso il buono spirito, e non attraverso quello cattivo ». Perché non bastava a Pietro dire la verità, ma gli importava al massimo discernere in quale spirito la proclamava, per dirla sempre « con lo spirito di verità che è lo Spirito Santo ». Che possiamo, seguendo il suo esempio, imparare a discernere e a compiere la volontà di Dio in ogni istante della nostra vita !

Dom Antoine Marie osb

Per pubblicare la lettera dell’Abbazia San Giuseppe di Clairval su una rivista, giornale, ecc., o per inserirla su un sito internet o una home page, è necessaria un’autorizzazione. Questa deve essere richiesta a noi per E-Mail o attraverso http://www.clairval.com.

Indice delle lettere  - Pagina di accoglienza

Webmaster © 1996-2018 Traditions Monastiques