Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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21 settembre 2017
san Matteo, Apostolo ed Evangelista


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Torino, 1814. Nell’ottava di Pasqua, la marchesa Giulia di Barolo incontra una processione che accompagna il Santissimo Sacramento che viene portato a un malato. Si inginocchia. Improvvisamente, in mezzo ai canti sacri, una voce stridula grida: «Non il viatico vorrei, la zuppa!» Questa provocazione, che proviene da un detenuto della vicinissima prigione centrale, induce la giovane donna a entrarvi. Di fronte al degrado a cui sono ridotti i prigionieri, rimane scandalizzata. La visita del settore delle donne, in particolare, la colpisce profondamente: «Si gettarono per così dire su di me, racconta, gridando insieme, e il loro stato di degradazione mi provocò un dolore, una vergogna che non posso ricordare senza provare una viva emozione...» Ritornò a casa con animo addolorato, pensando se si potesse trovare un qualche mezzo per migliorare l’esistenza fisica e morale delle prigioniere. I coniugi Barolo vedono in questa scoperta un segno della Provvidenza: per tutta la loro vita, essi si dedicheranno alle opere di misericordia.

Esilio in famiglia

Juliette nasce e viene battezzata il 26 giugno 1786, nel castello di Maulévrier (vicino a Cholet, in Francia). Suo padre Edouard Colbert è ambasciatore di Francia presso l’Arcivescovo-Elettore di Colonia. Discende dal fratello minore del celebre ministro di Luigi XIV, Jean-Baptiste Colbert. Sua moglie, Anne-Marie de Quengo, gli dà quattro figli. La Rivoluzione francese sconvolgerà la vita della famiglia, che abitualmente risiede a Bonn, in Germania. A partire dal 1793, inizia per i Colbert un’esistenza dura e fuggiasca, che li porta in Olanda e poi in Belgio. Giulia è ulteriormente traumatizzata dalla morte della madre a Bruxelles, nell’ottobre 1793, poi dalla morte della nonna paterna, ghigliottinata nel 1794. Quando, infine, Napoleone autorizza il ritorno degli emigrati in Francia, i Colbert trovano il castello di famiglia bruciato, le terre devastate e i loro abitanti ridotti alla miseria. Questa prova notevole non distoglie il marchese dal suo primo dovere: trasmettere ai figli la fede e la cultura cristiane. Nel 1804, alla proclamazione dell’Impero, Giulia entra alla corte imperiale come damigella d’onore della Casa dell’Imperatrice. è in queste circostanze che fa la conoscenza del giovane marchese di Barolo.

Ultimo discendente della nobile famiglia piemontese dei Falletti di Barolo, Carlo Tancredi è nato il 26 ottobre 1782 a Torino. Tancredi si distingue fin dalla giovinezza per la sua intelligenza, il suo amore per la giustizia e la nobiltà dei sentimenti. Diventa un uomo pio, aperto e attento alle esigenze del suo tempo. Quando Napoleone, per dare più lustro alla sua corte, inizia a chiamare a raccolta la vecchia nobiltà francese emigrata, nonché quella delle altre regioni sotto il suo dominio, Tancredi deve recarsi a Parigi. Entra nel corpo dei Paggi, poi diventa ciambellano della Casa dell’Imperatore.

Tancredi e Giulia scoprono di avere in comune una fede profonda, una vasta cultura, il desiderio di impegnarsi per migliorare la società. Tuttavia i loro temperamenti si oppongono: dotata di una mente brillante e con la battuta pronta, lei è impetuosa; lui, invece, è mite, riservato e riflessivo. Il matrimonio viene celebrato a Parigi il 18 agosto 1806. L’ingente patrimonio delle due famiglie consente ai giovani sposi di condurre una vita spensierata fino alla caduta di Napoleone nel 1814. Installati a Torino, soggiornano spesso a Parigi. Durante i loro viaggi, visitano le nuove istituzioni sociali ispirate al Vangelo. La loro vita è, tuttavia, dolorosamente segnata dalla sterilità. Nonostante questa prova, il loro affetto reciproco si purificherà e rafforzerà, perché si basa sulle virtù della fede e della carità. Aderendo alla volontà divina, accettano di non avere figli e adottano al loro posto i poveri di Torino; conosceranno così un’ampia fecondità spirituale.

«Molte coppie di sposi non possono avere figli, scrive papa Francesco nell’Esortazione Amoris lætitia. Sappiamo quanta sofferenza questo comporti. D’altra parte, sappiamo pure che il matrimonio non è stato istituito soltanto per la procreazione. E perciò anche se la prole, molto spesso tanto vivamente desiderata, non c’è, il matrimonio perdura come comunità e comunione di tutta la vita e conserva il suo valore e la sua indissolubilità. Inoltre la maternità non è una realtà esclusivamente biologica, ma si esprime in diversi modi. L’adozione è una via per realizzare la maternità e la paternità in un modo molto generoso, e desidero incoraggiare quanti non possono avere figli ad allargare e aprire il loro amore coniugale per accogliere coloro che sono privi di un adeguato contesto familiare. Non si pentiranno mai di essere stati generosi. Adottare è l’atto d’amore di donare una famiglia a chi non l’ha. È importante insistere affinché la legislazione possa facilitare le procedure per l’adozione, soprattutto nei casi di figli non desiderati, al fine di prevenire l’aborto o l’abbandono. Coloro che affrontano la sfida di adottare e accolgono una persona in modo incondizionato e gratuito, diventano mediazione dell’amore di Dio che afferma: Anche se tua madre ti dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai (Is 49,15)» (19 marzo 2016, nn. 178 e 179).

Gli “Asili infantili”

I Barolo accolgono nel loro maestoso palazzo di Torino i bambini abbandonati dai loro genitori per necessità o per negligenza. È questa l’origine di quelli che sono stati chiamati gli “Asili infantili”. Il programma consiste in lezioni di catechismo e di lettura, preghiere, giochi, ecc. L’obiettivo è quello di infondere in queste menti malleabili i principi essenziali della vita morale, come il timor di Dio, il rispetto per i genitori, l’obbedienza e la franchezza. Le maestre, che sono all’inizio delle laiche zelanti, saranno sostituite da religiose nel 1832. Due anni dopo, i coniugi fonderanno quella che diventerà la congregazione delle Suore di Sant’Anna della Provvidenza, destinata all’educazione cristiana di questi bambini.

Dal canto suo, Giulia, che ha scoperto tutto l’orrore del mondo carcerario, riesce, nonostante l’opposizione della sua famiglia, a penetrare nelle prigioni. Le detenute la ricevono con insulti e talvolta colpi. Senza scoraggiarsi, la marchesa prosegue le sue visite; si finisce con l’accettarla e con il parlarle con calma. Lei trascorre le sue giornate con queste donne, le catechizza, insegna loro a leggere, a pregare, a perdonare, a santificarsi. Approfittando delle loro conoscenze, i coniugi Barolo trasmettono alle autorità delle relazioni sulle condizioni di vita degradanti delle prigioniere e propongono alcune soluzioni. Giulia desidera incontrare le autorità; queste visite le costano però molto di più della compagnia delle prigioniere. Accolta dapprima con freddezza e con una cortesia ironica, finisce con il convincere e acquisisce ben presto una vera e propria autorità. Così, nel 1821, i coniugi Barolo ottengono l’apertura di un carcere riservato alle sole donne. Giulia, che ne è nominata sovrintendente, vi fa allestire una cappella e sostiene l’onere delle spese di culto. Le detenute, rese migliori dalle sue istruzioni e dall’affetto da lei dimostrato nei loro confronti, esprimono la loro gioia di non essere più escluse dalle cerimonie religiose. «Povere mie figlie, dice loro Giulia in questa occasione, Iddio stava sempre con voi, ma un grandissimo bene è il poter partecipare al Santo Sacrifizio che nell’amor suo Egli istituì per la remissione de’ nostri peccati.» Per assisterla in questa opera, la marchesa contribuisce all’insediamento a Torino delle Suore di San Giuseppe di Savoia. Sotto la loro dolce e caritatevole influenza, le detenute raddoppiano la regolarità e la libera sottomissione. Giulia testimonia: «Parecchie donne sono morte in prigione, e tutte con santa calma; la fiducia avuta nella misericordia divina non sarà andata delusa. Non ne ho veduta alcuna morire da empia e, se l’irreligione appare talvolta nel primo tempo, cede a poco a poco alle esortazioni e agli esempi. Ho incontrata molta ignoranza e non incredulità. M’è accaduto d’udirle esclamare: “Grazie a voi, Signora, io sono contenta d’essere stata messa in prigione, ho qui imparato a conoscere il bene ed il male e a trovare consolazioni nella religione”.»

Le “Maddalene”

Nel 1823, il governo piemontese concede ai coniugi Barolo il diritto di fondare, con i loro propri mezzi, un centro di accoglienza per ex detenute e prostitute pentite. Affidato alle Suore di San Giuseppe, questo centro farà nascere, sotto la guida di Giulia, due comunità: un convento di religiose contemplative, destinato alle pentite che si sentono chiamate a consacrarsi a Dio, le “Maddalene”; e per quelle che, senza abbracciare la vita contemplativa, non desiderano per questo ritornare nel mondo, verrà fondato un terz’ordine dedicato alla cura dei malati negli ospedali, le Oblate di Santa Maria Maddalena.

Tancredi viene eletto, nel 1816, al consiglio comunale di Torino. Ne diventerà decurione (consigliere comunale) e poi uno dei due sindaci per gli anni 1826 e 1827. Durante i ventidue anni della sua carica di amministratore civico, egli si fa, tra l’altro, promotore e sostenitore delle opere d’istruzione e di beneficienza, con l’obiettivo non solo di soccorrere i bisognosi, ma di promuovere la giustizia e la pace sociali. Membro della commissione per l’Istruzione Pubblica, prende in mano l’organizzazione dell’istruzione elementare, che affida ai Fratelli delle Scuole Cristiane. Fa inoltre aprire delle classi elementari superiori fino ad allora inesistenti. Approvate dal governo nel 1827, queste scuole sono destinate ai giovani delle classi popolari che cercano di completare la loro istruzione prima di impegnarsi nella vita attiva. Il loro obiettivo è duplice: in primo luogo limitare il numero crescente di allievi che affollano i collegi senza speranza di futuro accesso agli studi universitari; in seguito offrire una cultura sufficiente e una buona preparazione alle professioni artigianali, commerciali, ecc. Da esperto pedagogista, Tancredi si occupa delle normative, dei libri, degli esami, delle diverse discipline e del modo di insegnarle.

Mentre fa ristrutturare o costruire chiese, ospedali, scuole, e lavora per migliorare le condizioni di vita dei suoi concittadini, il marchese trova ancora il tempo di scrivere opere di formazione, destinate in particolare alla gioventù. Questi opuscoli dallo stile semplice vengono distribuiti gratuitamente. Tancredi non tralascia mai un’occasione per suscitare nel lettore pensieri elevati ed edificanti. Nei “Brevissimi cenni diretti alla gioventù”, scrive: i giovani «si dirigeranno con fervore di preci e sincerità di cuore al loro Padre celeste, che guida amorosa e infallibile vuol essere loro nel breve sentiero sul cui pongono il piede, e da lui imploreranno, chi i lumi bastevoli per eleggere, e chi la grazia necessaria per accettare uno stato, il quale prima d’ogni cosa sia conforme alla sua volontà.»

Ridiventato semplice decurione, animato da un religioso rispetto per le anime dei defunti, Tancredi offre una somma considerevole per la realizzazione del nuovo cimitero di Torino. Come riconoscimento, chiede solo che venga riservato un modesto posto per la sua famiglia, e che un’iscrizione inviti a pregare per il riposo della sua anima e di quelle dei suoi.

Una profonda amicizia

Giulia, che dà il meglio del suo tempo alle opere di misericordia, dedica più di un’ora al giorno alla preghiera e porta un cilicio (cintura di crine indossata in spirito di penitenza). Molto colta, parla correntemente cinque lingue e incanta l’élite intellettuale e politica di Torino che ella riceve. Inoltre, i coniugi Barolo accolgono il poeta Silvio Pellico (1789-1854) alla sua uscita di prigione. Questo patriota ardente operava per l’unità d’Italia. Considerato dagli austriaci come un pericoloso rivoluzionario, venne condannato alla pena capitale, ben presto commutata in una penosa prigionia. I Barolo diventano suoi benefattori e lo assumono come bibliotecario nel 1834. Tancredi stringe con lui una profonda amicizia. Confida al poeta che aveva visto in Giulia «la più costante aspirazione a perfezionarsi nella virtù», e che la considera «la creatura più semplice, più incapace di superbia e di finzione»; «sebbene dal principio della loro conoscenza ei l’avesse amata molto, ora ei l’amava più ancora.» Nel 1838, Silvio Pellico, divenuto segretario di Giulia, la accompagnerà nelle sue visite ai poveri e alle case di carità.

Nel 1835, un’epidemia di colera colpisce il Piemonte, poi Torino. A differenza di altri membri della nobiltà che si affrettano a fuggire dalla città, i coniugi Barolo, allora in campagna, fanno ritorno senza indugio. Tancredi organizza l’aiuto ai malati; istituisce centri di soccorso e infermerie aperti giorno e notte. Tormentato dal timore che Giulia venga contagiata, le permette solo di portare aiuto e conforto alle vedove e agli orfani senza avvicinarsi ai malati contagiosi. In seguito, con l’attenuarsi del suo timore, acconsente a che la moglie prodighi lei stessa le sue cure ai malati. Durante queste tragiche settimane, in cui molti Torinesi si segnalano per il loro coraggio e la loro generosità, i decurioni fanno alla Madonna della Consolata, patrona della città, un voto solenne per ottenere dalla misericordia divina la fine del colera. Tancredi ne prepara il testo. Il consiglio comunale s’impegnerà a restaurare la cappella sotterranea della chiesa di Sant’Andrea (l’attuale cripta della Consolata), a erigere sulla piazza una colonna sormontata da una statua della Santa Vergine, a istituire la preghiera delle Quarant’ore e a partecipare ogni 30 agosto per sette anni consecutivi a una Messa di ringraziamento a Maria Consolatrice. La pergamena su cui è espresso il voto viene consegnata dal consiglio comunale all’arcivescovo durante una Messa solenne. Il voto, aggiunto alle preghiere, ottiene la fine dell’epidemia, che si limita a qualche caso isolato, per scomparire ben presto del tutto. Come ricompensa per lo zelo che hanno dimostrato, Giulia riceve la medaglia d’oro della città e Tancredi viene nominato “Commendatore dei Santi Maurizio e Lazzaro”.

Chi partirà per primo?

Tuttavia, in seguito, la salute dei coniugi Barolo comincia a declinare; quella di Giulia abbastanza gravemente secondo l’apparenza, quella del marito in modo subdolo. Quest’ultimo dichiara un giorno alla moglie: «Ho fiducia nella Provvidenza, sono io che me ne andrò per primo.» L’epidemia di colera era passata da tre anni quando lo assalgono dei dolori. Su consiglio dei medici, i coniugi prendono la via del Tirolo per godervi un po’ di riposo. Fin dall’inizio del viaggio, la salute di Tancredi si altera gravemente e si decide di ritornare. A Chiari, nei pressi di Brescia, egli è ridotto agli estremi. Il parroco del luogo gli dà il sacramento dell’Estrema Unzione, o Unzione degli infermi. Pacificamente, tra le braccia di Giulia al colmo dell’afflizione, egli entra nella vera Luce, il 4 settembre 1838.

Le spoglie del marchese vengono trasportate a Torino. Le autorità, gli amici e tutta una folla di povera gente che vuole testimoniare la propria gratitudine accorrono per rendere omaggio al defunto. Il funerale viene celebrato nella chiesa di San Dalmazzo, in grande semplicità come egli l’aveva specificato nel suo testamento. Solo le preghiere per il riposo della sua anima gli importavano: aveva preso disposizioni perché venissero celebrate molte Messe per questa intenzione e distribuite elemosine ai poveri e a opere caritative. Sulla sua tomba, Giulia fa incidere questo epitaffio dettato da Silvio Pellico: «Ha fatto del bene a molti e molti, avrebbe voluto farne a tutti.»

Alla morte del marchese, le “Colombe” – così egli chiamava le Suore di Sant’Anna, che aveva fondate quattro anni prima per l’educazione dei bambini abbandonati – si riparano ancora in un piccolo nido tiepido in attesa di prendere il volo. Giulia finisce di precisare il carisma del giovane istituto e redige le costituzioni, che l’arcivescovo di Torino approva nel 1841. Alla fine del 1845, ella trascorre sei mesi a Roma per ottenere l’approvazione della Santa Sede, che verrà concessa l’8 marzo 1846. Da allora, la congregazione si estende in tutta Italia e poi, a partire dal 1871, nei paesi di missione. Giulia rimarrà sempre molto affezionata alle “Colombe”: visita gli istituti e si preoccupa delle risorse economiche, ma anche della vitalità spirituale delle comunità.

Per l’educazione delle ragazze dell’alta società, la marchesa chiama a Torino le Dame del Sacro Cuore, fondate in Francia da santa Sofia Barat (1779-1865), con cui ha fatto amicizia. Sostiene inoltre l’opera di san Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842), fondatore, nella stessa città, della Piccola Casa della Divina Provvidenza. Nel 1832, Tancredi, allora amministratore dell’ospedale di Moncalieri, aveva voluto che un edificio annesso alla struttura venisse destinato ai bambini poveri. Fedele alle intenzioni del marito, Giulia veglia su questa opera e la fa trasferire a Torino. L’inaugurazione avviene nel 1845. Lì vengono ricoverate ragazzine orfane o provenienti da famiglie povere. Giulia fa appello a don Bosco (1815-1888), giovane prete, perché ne sia il cappellano, ma anche per garantire la direzione spirituale delle giovani ragazze del Rifugio fondato nel 1823. La collaborazione tra il cappellano e la marchesa durerà solo due anni. Don Bosco, infatti, dà la priorità del suo apostolato ai ragazzi di strada, che riunisce in locali delle opere della marchesa. Questa prossimità non è priva di qualche problema. Inoltre, don Bosco, che non risparmia le sue forze, si ammala. Poiché non accetta di rinunciare a occuparsi dei suoi ragazzi, Giulia si vede costretta a congedarlo. Continuerà tuttavia a sostenere finanziariamente la sua opera, in modo anonimo, per interposta persona.

Una via per salire in Cielo

Nel 1848, l’Europa è ancora una volta scossa da rivoluzioni. A Torino, le manifestazioni di strada mirano alla formazione di uno Stato italiano unificato, senza riguardo per i diritti immemorabili della Santa Sede sugli Stati pontifici. I manifestanti attaccano la Chiesa cattolica e le sue istituzioni. La marchesa di Barolo è gravemente minacciata; le viene consigliato di lasciare la città. «Non posso trasportare con me le mie cinquecento figlie adottive, risponde lei vivamente. Devo quindi rimanere per servire loro da madre fino alla fine. Mi si vorrà forse tagliare la testa? Ebbene, anche questa è una via per salire in Cielo. Il Signore ha dato a mia nonna il coraggio di morire sulla ghigliottina, di certo Egli non mi abbandonerà. Né le minacce, né le persecuzioni, né i tormenti mi costringeranno ad abbandonare il posto dove mi trattiene il mio dovere!» Questa prova non fa che aumentare in lei la pazienza e la fermezza. Ma la sua serenità, anche quando viene ristabilito l’ordine pubblico, non cancella ogni timore per l’avvenire.

Preoccupata di preservare tutto ciò che aveva intrapreso con il marito, Giulia riunisce l’insieme delle sue opere in seno a un’istituzione chiamata “Opera Pia Barolo”, riconosciuta con decreto e dotata di personalità giuridica. Al tramonto della sua vita, nel 1863, la marchesa finanzia in gran parte la costruzione, in un quartiere popolare di Torino, Borgo Vanchiglia, di una chiesa dedicata a santa Giulia, sua patrona. Nel mese di ottobre, essendosi ancora una volta ammalata e sentendo prossima la morte, si prepara con grande spirito di fede a comparire davanti a Dio; attende questo momento con il cuore pieno di speranza, gli occhi fissi sul crocifisso, e tenendo in mano un’immagine della Vergine che le aveva inviata il santo Curato d’Ars. Rende tranquillamente l’anima a Dio il 19 gennaio 1864. È nel coro della chiesa di Santa Giulia che riposano oggi i resti mortali dei coniugi Barolo. Le loro cause di beatificazione si sono aperte nel 1991 per Giulia e nel 1995 per Tancredi. Il 5 maggio 2015, è stata riconosciuta l’eroicità delle virtù di Giulia; di conseguenza, è diventata “Venerabile” primo passo sulla via della beatificazione.

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt 10,8) ha detto Gesù. Egli ha anche affermato: Io ho scelto voi… perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga... Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri (Gv 15,16-17). Così, i doni che il Signore ci fa sono destinati al bene del prossimo. I coniugi Barolo hanno saputo mettere al servizio dei poveri le grandi ricchezze che il Signore aveva loro date gratuitamente. Che possiamo, sul loro esempio, mettere al servizio dei nostri fratelli i nostri talenti, per quanto piccoli essi siano.

Dom Antoine Marie osb

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