Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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5 ottobre 2016
santa Faustina Kowalska


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

È notte. Siamo alla vigilia della prima guerra mondiale, in Patagonia, nel sud dell’attuale Argentina, ben lontano dai conflitti politici del Vecchio Mondo. Il silenzio notturno assopisce l’attività del porto di Viedma?; un ciclista in camice bianco passa come un angelo di Dio nelle strade buie. Se per caso qualcuno lo scorge, non se ne stupisce?: tutti sanno qui che è don Zatti, figura emblematica della cittadina, che si reca da un malato per curarlo a domicilio. Quando il pover’uomo costretto a letto vede arrivare al suo capezzale il caritatevole fratello salesiano, si scusa di averlo fatto venire a un’ora simile. La risposta scaturisce piena di slancio?: «?Vostro dovere è chiamarmi?; mio dovere è venire?!?» Se qualcuno avesse predetto all’adolescente della pianura padana che sarebbe stato un giorno la provvidenza dei poveri all’altro capo del mondo, sarebbe probabilmente scoppiato a ridere.

Nato il 17 ottobre 1880 a Boretto, in Emilia, nel nord-est dell’Italia, Artemide Zatti è il secondo degli otto figli di Luigi Zatti e di Albina Vecchi. Per nutrire la loro famiglia, questi modesti agricoltori faticano su una terra che non appartiene a loro. Quando la mamma è nei campi, è la figlia maggiore che si prende cura dei bambini. Fin dall’età di quattro anni, Artemide aiuta i genitori nella fattoria. Frequenta tuttavia la scuola elementare fino all’età di nove anni prima di impiegarsi come bracciante presso un proprietario vicino. Si alza alle tre del mattino, mangia in fretta un po’ di polenta con il latte e parte per i campi. La sua diligenza al lavoro e il suo senso della responsabilità, precedentemente acquisito nel condividere con la madre la cura dei fratellini e delle sorelline minori, lo distinguono dagli adolescenti della sua età. Il suo salario?? Venticinque lire all’anno?! Non solo se ne accontenta, ma quando gli viene preparato un dolce in riconoscimento del suo zelo, lo porta a casa invece di tenerlo per sé?; gioisce allora nel vedere i suoi sette fratelli e sorelle divorare la leccornia in un lampo sotto i suoi occhi, a tal punto è vero che vi è più gioia nel dare che nel ricevere (At 20,35).

La depressione economica in cui è sprofondata l’Europa intera durante questo ultimo quarto del XIX secolo colpisce duramente il mondo agricolo?: gli affari vanno di male in peggio, mancano le macchine, i braccianti sono disoccupati. La malnutrizione provoca gravi malattie?; in particolare la pellagra – un male che può causare la demenza e la morte – devasta la pianura padana. Gli Zatti decidono quindi di raggiungere in Sud America uno zio che vi si è stabilito. Arrivano nel 1897 a Bahia Blanca, nel nord della Patagonia. Quasi tutta la popolazione di questa vasta regione semidesertica risiede nelle città del litorale atlantico. All’origine semplice base militare, Bahia Blanca si è sviluppata grazie al collegamento ferroviario con Buenos Aires istituito nel 1885?; è diventata un vero e proprio crocevia commerciale e la sua popolazione è aumentata rapidamente a causa dell’arrivo di immigrati spagnoli e italiani.

«?Andrò a morire?»

Luigi Zatti mette su una bancarella al mercato. Artemide, quanto a lui, lavora per qualche tempo in una locanda poi in una fabbrica di tegole. Lì vicino, dei religiosi salesiani di origine italiana tengono una missione dal 1875. Nei suoi momenti liberi, Artemide aiuta il parroco, don Carlo Cavalli, o va a leggere nella sua biblioteca. Affascinato dalla vita di don Bosco (il fondatore della congregazione salesiana), non tarda a percepire una chiamata di Dio alla vita religiosa. Il parroco ne parla al signor Zatti, che permette al figlio di entrare nell’aspirantato salesiano di Bernal, nei pressi di Buenos Aires. Lì, Artemide incontra le prime difficoltà. Con i suoi diciannove anni, è il più vecchio di tutti gli aspiranti al sacerdozio. Parlando soprattutto il dialetto del suo paese natale, mescolato con un po’ di italiano e di spagnolo, trova difficoltà nello studio del latino. Incaricato di prendersi cura di un sacerdote malato di tubercolosi, contrae la malattia e deve mettersi a letto. Il giorno della vestizione dell’abito talare, spossato dalla febbre e da una forte tosse, non può partecipare alla cerimonia né ricevere l’abito ecclesiastico. A quel tempo, la tubercolosi miete vite in gran numero?; il medico consiglia quindi di inviare il malato più a sud, a Viedma, dove l’aria è più salubre. Artemide si sottomette di buon grado?: «?Andrò a Viedma a morire, se questa è la volontà di Dio?!?»

Situata sulla riva sinistra del río Negro a 30 km dal suo sbocco nell’oceano Atlantico, Viedma è collegata a Bahia Blanca da una ferrovia di 250 km. In questo avamposto missionario popolato da soldati, avventurieri e operai abbandonati a se stessi, i Salesiani tengono una farmacia e un ospedale che hanno installato in una vecchia stalla. Malattie che sono frequenti in Europa trovano gli indigeni senza difese immunitarie?; in mancanza di assistenza sanitaria, muoiono a centinaia. Padre Evasio Garrone, che accoglie Artemide, è l’unico “medico” (senza il titolo ufficiale) sul posto. Ha acquisito una vasta esperienza come infermiere nell’esercito italiano e tutti si rivolgono a lui chiamandolo “dottore”. Questo sacerdote invita il giovane tubercolotico a pregare la Santa Vergine per ottenere la propria guarigione, e gli suggerisce la seguente formula?: «?Se mi guarirete, dedicherò il resto della mia vita ai malati di questo istituto.?» Con sorpresa di tutti, Artemide si ristabilisce rapidamente?: «?Credetti, dice, promisi, guarii.?» S’impegna allora con entusiasmo sulla sua via ormai tutta tracciata. L’11 gennaio 1908, emette la sua prima professione come Fratello coadiutore, quindi pronuncia i suoi voti perpetui l’8 febbraio 1912. Fedele alla sua promessa, prende prima in mano la farmacia per impegnarsi poi sempre di più, come infermiere, nella cura dei malati. Dopo la morte di padre Garrone, sia il peso dell’ospedale “San Giuseppe” che quello della farmacia “San Francesco” vengono a poggiare sulle sue spalle.

Senza diploma

Il giovane religioso acquisisce una tale competenza che viene considerato ben presto come indispensabile. Ma non ha nessun diploma e deve mettersi in regola con la legislazione?: lo Stato – d’altronde assolutamente incapace di provvedere alle esigenze sanitarie di Viedma –esige un diploma da coloro che si prendono cura dei malati. Per garantire la legittimità dell’istituzione e il suo avvenire, i superiori salesiani fanno appello a un medico qualificato. È tuttavia Artemide che deve far fronte agli imprevisti, impegnare la propria responsabilità, in una parola, gestire l’istituzione?; gli accade persino di fare le pulizie?! Nel 1913, riesce, a forza di lavoro e di pratiche amministrative, a ricostruire completamente l’ospedale e a dotarlo di tutte le attrezzature necessarie per fornire le migliori cure ai malati. Questi affluiscono, ma ben pochi sono in grado di pagare le spese di ricovero. Artemide percorre quindi la città sulla sua bicicletta per raccogliere fondi. Quando lo si vede con indosso il suo grande cappello, si capisce che sta recandosi da un banchiere o da un generoso benefattore.

Avendo sperimentato personalmente la malattia, l’umile Fratello percepisce meglio di chiunque altro quali sono i bisogni altrui?; e la conoscenza certa della sua vocazione lo porta ad abbracciare di tutto cuore il dolore e la miseria del suo prossimo, nel quale vede Cristo crocifisso.

«?In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che Egli ha dato la sua vita per noi?; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. (1Gv 3,16). Mi rivolgo in modo particolare alle persone ammalate e a tutti coloro che prestano loro assistenza e cura, diceva papa Francesco l’11 febbraio 2014. La Chiesa riconosce in voi, cari ammalati, una speciale presenza di Cristo sofferente. È così?: accanto, anzi, dentro la nostra sofferenza c’è quella di Gesù, che ne porta insieme a noi il peso e ne rivela il senso.?»

Un ritorno trionfale

Nel 1914, Artemide ottiene la cittadinanza argentina?; è una gioia perché ormai ama il río Negro quanto il Po, il suo fiume nativo. Poiché l’infermeria del carcere di Viedma è diventata troppo piccola, i detenuti vengono inviati all’ospedale San Giuseppe. Una notte, uno dei prigionieri riesce a evadere. Zatti è condannato a una pena di detenzione per «?inadempienza nella custodia dei prigionieri?». Questa decisione scandalosa immerge la gente del paese nello stupore. Per manifestare la loro indignazione, infermieri, scolari del collegio, convalescenti e tutti coloro che avevano beneficiato della sua carità lo accompagnano in corteo, con la banda in testa. Dopo cinque giorni di detenzione, il Fratello viene rilasciato?: il suo ritorno è trionfale. «?Avevo tanto bisogno di un po’ di riposo?!?» dice semplicemente scherzoso davanti alla folla, perché sa vedere in ogni circostanza la mano di Dio che agisce per il suo bene.

Nel 1915, un farmacista munito del diploma ufficiale si stabilisce nelle vicinanze. Agli occhi dell’amministrazione, la farmacia San Francesco tenuta dai Salesiani non ha ormai più ragione di essere tollerata dallo Stato. Artemide, che non ha nessun diploma, si vedrà costretto a chiudere la sua farmacia… Non può rassegnarvisi?: come faranno i poveri a procurarsi dei farmaci a prezzi accessibili?? Si reca allora a La Plata, supera gli esami necessari e ritorna diplomato?!

Le giornate di fratel Artemide a Viedma sono ben piene al servizio di Dio e dei poveri. Ogni mattina, si alza alle quattro e mezza, accende il fuoco e si reca in chiesa dove prega, spesso prostrato con la fronte a terra. Poi partecipa alla Messa prima di visitare i suoi malati dell’ospedale, che lo salutano tutti con il titolo tanto onorifico quanto affettuoso di “don Zatti”. Passando vicino al refettorio, prende in fretta un caffelatte prima di inforcare la sua bicicletta per andare a prestare le cure a domicilio. A mezzogiorno, suona la campana e recita l’Angelus con la comunità. Dopo pranzo, gli accade di giocare a bocce con i malati, pieno di un entusiasmo degno di don Bosco. Alle quattordici, riprende i suoi giri in bicicletta. Prima di cena, sbriga la corrispondenza poi prende contatto con il personale dell’ospedale, dando con precisione consigli e istruzioni. Sotto la sua influenza, i suoi collaboratori maturano in delicatezza e nella carità cristiana. Di sera, Artemide cena con la comunità prima di fare una visita finale ai pazienti costretti a letto. Se non ha obblighi all’esterno, legge opere pie e trattati di medicina fin verso le dieci o le undici di sera. Di notte, viene spesso chiamato al capezzale di un malato. Fedele al motto di don Bosco “lavoro e temperanza”, mostra uno spirito di sacrificio davvero eroico?: una notte, in ospedale, porta via egli stesso il corpo di un paziente morto, per evitare che gli altri pazienti lo vedano.

Di giorno come di notte, don Zatti percepisce la chiamata di Cristo nel gemito di ogni malato. Risponde con prontezza e diligenza a quell’amore che lo invita a donare se stesso, a imitazione del Signore, che si è consegnato per salvarci. Papa Francesco affermava in questo senso, l’11 febbraio 2014?: «?Gesù è la vita e, con il suo Spirito, possiamo seguirlo. Come il Padre ha donato il Figlio per amore – e il Figlio ha donato se stesso per lo stesso amore – anche noi possiamo amare gli altri come Dio ha amato noi, dando la vita per i fratelli. La fede nel Dio buono diventa bontà, la fede nel Cristo Crocifisso diventa forza di amare fino alla fine e anche i nemici. La prova della fede autentica in Cristo è il dono di sé, il diffondersi dell’amore per il prossimo, specialmente per chi non lo merita, per chi soffre, per chi è emarginato.?»

Servizio gratuito a qualsiasi ora

I servizi di Artemide si estendono alle località vicine, lungo il río Negro. In caso di necessità, egli si sposta gratuitamente a qualsiasi ora, fin nelle case più misere delle periferie. La sua fama è tale che a volte gli vengono portati dei malati dal sud della Patagonia. Non è raro del resto che i malati preferiscano la sua visita a quella di un medico. La sua semplice presenza, raggiante di gioia interiore, consola i cuori sofferenti?; egli prodiga cure competenti cantando, e intrattiene i malati svagandoli con mille trovate e battute. Vuole curare egli stesso i casi più disperati, le malattie e le piaghe più ripugnanti. Prende su di sé il loro dolore e comunica loro la sua gioia. Egli stesso piange solo quando non può fare più nulla per loro, ma quelli che muoiono tra le sue braccia hanno il sorriso sulle labbra. Quando visita i malati poveri, lascia loro qualche elemosina. Un giorno, il generoso Fratello, per far fronte all’urgenza della situazione e in mancanza di una soluzione migliore, arriva addirittura al punto di accogliere nella propria camera un uomo gravemente ammalato. Gli lascia il suo letto e si accontenta di una sedia per il suo riposo notturno. Invece di affliggersi per il fatto di non riuscire a dormire perché il suo ospite russa, benedice il Signore?: «?Grazie a Dio, è ancora vivo?!?» Pieno interiormente della gioia dello Spirito Santo, non cede alla collera, non parla male di nessuno e non accetta che si dica male di nessuno davanti a lui.

L’accoglienza che don Zatti riserva alle persone più indebolite dalla sofferenza e dalle infermità è una luce e un esempio per la vita sociale. «?Una società è veramente accogliente nei confronti della vita, spiegava papa Francesco in un messaggio alla Pontificia Accademia per la Vita, quando riconosce che essa è preziosa anche nell’anzianità, nella disabilità, nella malattia grave e persino quando si sta spegnendo?; quando insegna che la chiamata alla realizzazione umana non esclude la sofferenza, anzi, insegna a vedere nella persona malata e sofferente un dono per l’intera comunità, una presenza che chiama alla solidarietà e alla responsabilità. È questo il Vangelo della vita?» (19 febbraio 2014).

Don Zatti tiene nell’ospedale una donna diventata muta nella sua infanzia in seguito a maltrattamenti. Molto menomata nelle sue facoltà, si comporta in modo stravagante. Artemide conserva la sua dolcezza e rifiuta di molestarla, nonostante i consigli di coloro che la sopportano con difficoltà?: «?Lei ha già sofferto abbastanza, dice loro, non vi aggiungerò nulla.?» Questa donna vivrà quarantotto anni nell’ospedale… Le disgrazie peggiori trovano nel caritatevole Fratello la migliore accoglienza. Un giorno, riceve un bambino indiano coperto di piaghe e praticamente nudo?: «?Sorella, chiede alla sua assistente, cerchi di vedere se non c’è di che vestire un Bambino Gesù di dieci anni.?». Egli ritiene che il più povero attiri la benedizione di Dio. Sebbene non abbia beneficiato dei loro studi universitari, Zatti è considerato dai medici come uno dei loro. Colpiti dalla sua intelligenza e dalle sue competenze, ammirano ancora più il suo ascendente morale. Un medico ateo confessa un giorno?: «?In presenza di Zatti la mia incredulità vacilla. Se mai vi sono santi sulla terra, eccone uno?!?»

Un’impronta indelebile

«I santi, diceva papa Benedetto XVI il 20 agosto 2011, sono i testimoni che ci insegnano a vivere il dramma della sofferenza per il nostro bene e la salvezza del mondo. Questi testimoni ci parlano, prima di tutto, della dignità di ogni vita umana, creata a immagine di Dio. Nessuna afflizione è capace di cancellare questa impronta divina incisa nel più profondo dell’uomo. E non solo?: dal momento in cui il Figlio di Dio volle abbracciare liberamente il dolore e la morte, l’immagine di Dio si offre a noi anche nel volto di chi soffre. Questa speciale predilezione del Signore per colui che soffre ci porta a guardare l’altro con occhi limpidi, per dargli, oltre alle cose esteriori di cui ha bisogno, lo sguardo amorevole di cui ha bisogno. Però questo è possibile realizzarlo solo come frutto di un incontro personale con Cristo.?»

Nel 1934, viene creata una sede vescovile a Viedma e l’ospedale San Giuseppe deve cedere il posto alla residenza episcopale. Le nuove ristrutturazioni distruggono i fabbricati e le attrezzature che erano costati tanti sacrifici a Don Zatti. I Salesiani mettono allora a disposizione di quest’ultimo una tenuta agricola, un po’ fuori dalla città. Il santo Fratello organizza il trasloco senza perdere il suo buon sorriso. Tutto è da rifare?; ma i suoi “parenti poveri” ne valgono bene la pena?! Si rimbocca le maniche e si rimette in sella per elemosinare. La sua reputazione non fa che aumentare e le madri gli portano i loro neonati perché li benedica. Di fronte alla simpatia di cui Artemide è oggetto, un responsabile politico esclama?: «?Volesse il cielo che anche noi politici avessimo tanta influenza?!?»

Un giorno, però, il Fratello salesiano viene visto mentre è appoggiato allo sportello della banca, che mescola lacrime e preghiera. Un testimone della scena si precipita dal vescovo per avvertirlo che don Zatti è in difficoltà?: «?Questa volta, è il fallimento e la prigione?!?» Deve, infatti, una grossa somma di denaro e nessuno gli è venuto in aiuto. «?Sempre lo stesso, questo Zatti?!?», borbotta il prelato, che invia subito al povero Fratello ciò che gli resta in cassa. Da molto tempo, i superiori si preoccupano del modo in cui gestisce le sue finanze. Molte volte gli hanno dato consigli precisi e hanno finito con mettergli a fianco un contabile tedesco. Quest’ultimo, puntiglioso, non sopportando il modo di procedere di Artemide in fatto di gestione, se ne va prima che sia trascorso un anno. Per il Fratello salesiano, la contabilità è infatti una cosa molto semplice?: da una parte il denaro che riceve?; dall’altra, quello che deve. I suoi debiti, proverbiali in tutto il paese, sono lungi dallo scoraggiarlo?; più aumentano, più egli si dà da fare, riponendo la sua fiducia nella Divina Provvidenza. «?Io non chiedo a Dio di inviarmi denaro, dice, gli chiedo solo di dirmi dove ce n’è?!?» Ripete spesso?: «?Il denaro, se non serve a fare del bene, non serve a nulla.?» Gli passano fra le mani somme ingenti, ma egli vuole rimanere povero. Dal 1907, indossa lo stesso cappello a larghe tese per proteggersi dal sole e dalla pioggia. La bicicletta è il suo unico mezzo di trasporto?; quando gli viene offerto un motorino o una piccola automobile, rifiuta dichiarando?: «?Sarei a disagio?!?»

All’insù?!

Verso l’inizio dell’anno 1951, egli cade da un tetto che sta riparando mentre piove. Ci vuol altro per fermarlo e, un mese dopo questo incidente, è di nuovo sulla sua bicicletta. A quell’epoca, però, gli viene fatto notare che ha una brutta cera e un colorito verdognolo. Ne ride?: «?Sono come i limoni che non sono ancora maturi, ma che devono ingiallire.?» Dietro questa battuta, egli nasconde la propria diagnosi?: tumore maligno al pancreas. Lungi dall’affliggersene, dichiara?: «?Sono venuto qui cinquant’anni fa a morire e, ora che arriva il momento, che cosa potrei volere di più?? Mi ci sono preparato per tutta la vita.?» Quando il medico gli chiede?: «?Come va???», risponde alzando gli occhi al cielo?: «?All’insù, dottore, all’insù?!?» E, sempre di buon umore, rimprovera amabilmente quelli che si rattristano per lui. L’8 marzo, scrive su un pezzo di carta le cure che bisogna dargli nei sette giorni successivi. È la sua ultima ricetta e, come sempre, la sottopone al medico per approvazione. La cura terminava il 14 marzo. La mattina del 15, quando lo visita il medico, trova il certificato di morte già redatto dal malato stesso che ha riservato uno spazio bianco perché vi si possa annotare l’ora del suo decesso. Dopo la sua morte, la camera ardente si riempie di fiori di campo raccolti dai poveri. Il giorno del funerale, 16 marzo 1951, tutta la città si mette in lutto?: le fabbriche, le botteghe e gli stessi servizi pubblici sospendono la loro attività.

Artemide Zatti è stata proclamato beato il 14 aprile 2002 da san Giovanni Paolo II?: era il primo Fratello coadiutore salesiano a ricevere questo onore. Che il suo esempio e la sua intercessione ci aiutino a cercare sempre la presenza del Signore e ad accoglierlo in tutti i nostri fratelli, specialmente i più bisognosi?!

Dom Antoine Marie osb

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