Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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29 agosto 2016
Martirio di S. Giovanni Battista


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Interrogato sulla fonte a cui attinge tante conoscenze profonde, san Bonaventura indica con il dito il suo crocifisso : « Ecco il libro che mi istruisce. » Un giorno in cui discute con lui di teologia, Tommaso d’Aquino scorge Gesù in croce al di sopra della testa del suo amico ; dei raggi scaturiscono dalle sacre piaghe del Salvatore e vanno a posarsi sugli scritti di Bonaventura. Per rispetto per il divino Maestro, Tommaso non osa più argomentare.

Bonaventura, che verrà soprannominato il dottore “serafico” (a causa del collegamento da lui fatto tra teologia e amore contemplativo di Dio), vede la luce nel 1217, o nel 1221, a Bagnoregio, una cittadina del centro Italia, situata nei pressi del lago di Bolsena. Figlio di Giovanni di Fidanza, medico, e di Maria Ritella, riceve al Battesimo lo stesso nome del padre. Durante la sua infanzia, Giovanni si ammala gravemente. Il padre tenta invano tutti i rimedi ; la madre veglia al suo capezzale e prega Dio che le venga conservato il bambino. Per ottenere la guarigione, fa un voto a Francesco d’Assisi, morto di recente, nel 1226, ma già invocato in tutta Italia. Giovanni guarisce « O buona ventura ! » esclama la madre. Questa espressione diventa il soprannome del figlio. Questi, nel suo cuore, sa che, dopo Dio, è a Francesco che deve la vita del corpo, ed è anche a Francesco che chiederà di alimentare la vita della sua anima, entrando nell’Ordine francescano.

« Che cosa fare della mia vita ? »

Parigi, allora luce dell’Occidente, attira le menti avide di conoscenza. L’insegnamento teologico vi brilla di un grande splendore. Nel 1235, Giovanni di Fidanza vi manda il figlio, che si dedica dapprima allo studio delle arti liberali (grammatica, retorica, logica, aritmetica, geometria, astronomia e musica). Studente serio e di una grande pietà, si laurea in Arti conseguendo il titolo di magister artium. Si pone allora la domanda cruciale : « Che cosa devo fare della mia vita ? » Sedotto dalla testimonianza di fervore e dall’ideale evangelico dei Frati Minori, Giovanni bussa alla porta del convento francescano di Parigi, fondato nel 1219. In san Francesco e nel movimento da lui suscitato, lo studente riconosce l’azione di Gesù Cristo. In seguito, spiegherà i motivi della sua scelta : « Confesso davanti a Dio, scriverà, che la ragione che mi ha fatto amare di più la vita del beato Francesco è che essa assomiglia agli inizi e alla crescita della Chiesa. La Chiesa cominciò con semplici pescatori, e si arricchì in seguito di dottori molto illustri e sapienti ; la religione (vale a dire la famiglia religiosa) del beato Francesco non è stata stabilita dalla prudenza degli uomini, ma da Cristo. »

In occasione del suo pellegrinaggio ad Assisi, il 4 ottobre 2013, papa Francesco si chiedeva : « Da dove parte il cammino di Francesco verso Cristo ? Parte dallo sguardo di Gesù sulla croce. Lasciarsi guardare da Lui nel momento in cui dona la vita per noi e ci attira a Lui. Francesco ha fatto questa esperienza in modo particolare nella chiesetta di san Damiano… In quel crocifisso Gesù non appare morto, ma vivo ! Il sangue scende dalle ferite delle mani, dei piedi e del costato, ma quel sangue esprime vita. Gesù non ha gli occhi chiusi, ma aperti, spalancati : uno sguardo che parla al cuore. E il Crocifisso non ci parla di sconfitta, di fallimento ; paradossalmente ci parla di una morte che è vita, che genera vita, perché ci parla di amore, perché è l’Amore di Dio incarnato, e l’Amore non muore, anzi, sconfigge il male e la morte. Chi si lascia guardare da Gesù crocifisso viene ri-creato, diventa una “nuova creatura”. Da qui parte tutto : è l’esperienza della Grazia che trasforma, l’essere amati senza merito, pur essendo peccatori (cfr. Rm 5,8-10). »

Nel 1243, Giovanni veste l’abito francescano e riceve il nome di Bonaventura. Fin dall’inizio della sua vita religiosa, manifesta una profonda umiltà, cercando sempre l’ultimo posto e i lavori più modesti. È animato da un grande amore per la santa Eucaristia ; eppure a volte non osa accostarsi al divino Sacramento, tanto è penetrato dalla vergogna delle proprie imperfezioni. Un giorno che questa disposizione lo trattiene, un angelo viene a portargli la Comunione per incoraggiarlo a non allontanarsene con il pretesto di un’umiltà mal compresa. La carità del giovane frate è sempre vigile, in particolare nei confronti dei suoi confratelli, ai quali non rifiuta mai un servizio, anche quando questo lo disturba e gli costa. Viene orientato verso degli studi presso la Facoltà di teologia di Parigi. Lì, incontra l’eminente professore che lascerà un segno in tutta la sua vita. Dal 1231, infatti, questa Facoltà è diretta da Alessandro di Hales, che aveva lasciato il mondo mentre vi godeva la gloria. Diventato francescano, sarà fino alla sua morte, nel 1245, la guida intellettuale dei suoi studenti, entusiasmati dal suo insegnamento. Fratel Alessandro di Hales percepisce presto il valore morale del suo nuovo discepolo : « Adamo, dichiara, non sembra aver peccato in fratel Bonaventura. » Quanto al discepolo, non risparmia gli elogi riguardo al suo maestro : « Questo dottore irrefragabile (impossibile da confutare) rimarrà mio padre e mia guida. Non mi allontanerò mai dalle sue opinioni. » Su questo sfondo di fiducia, Bonaventura prepara un baccellierato in teologia. Nonostante una salute che rimarrà delicata per tutta la sua vita, egli risplende per la sua mente penetrante, il suo ardore nel lavoro, e ancor di più per una pratica esemplare delle virtù religiose. Già conoscitore della poesia e della musica, si rivela a poco a poco profondo filosofo e teologo sicuro, doni che mette a profitto per prepararsi con fervore a ricevere il sacerdozio. Conseguito il baccellierato nel 1248, riceve dal beato Giovanni da Parma, Ministro generale dei Francescani, la facoltà di insegnare a Parigi. Mentre prosegue il suo studio delle scienze sacre, il nuovo professore tiene lezioni magistrali che subito attirano numerosi ascoltatori.

Il primato dell’amore

Benedetto XVI rileva, negli scritti di Bonaventura, il modo in cui affronta la teologia : « C’è un modo arrogante di fare teologia, una superbia della ragione, che si pone al di sopra della Parola di Dio. Ma la vera teologia, il lavoro razionale della vera e della buona teologia ha un’altra origine, non la superbia della ragione. Chi ama vuol conoscere sempre meglio e sempre più l’amato ; la vera teologia non impegna la ragione e la sua ricerca motivata dalla superbia, ma motivata dall’amore di Colui al quale ha dato il suo consenso… e vuol meglio conoscere l’amato : questa è l’intenzione fondamentale della teologia. Per san Bonaventura è quindi determinante alla fine il primato dell’amore » (Udienza generale del 17 marzo 2010).

Dal 1248 al 1257, fratel Bonaventura redige anche opere teologiche e tiene delle predicazioni. Che egli si rivolga a semplici fedeli, a comunità religiose, al re, oppure ai chierici, è con la stessa semplicità, chiarezza, dolcezza di modi che predica la Parola di Dio. Viene proclamato primo predicatore del suo tempo. Tuttavia, in quegli anni, i membri dell’Università di Parigi ingaggiano una violenta polemica contro gli Ordini mendicanti (Francescani e Domenicani). Fratel Bonaventura e il suo emulo fratel Tommaso d’Aquino ne sono ritardati nel raggiungimento del magistero, titolo di cui hanno bisogno per insegnare all’università ; anche se hanno entrambi conseguito il dottorato già nel 1253, l’Università di Parigi rifiuta di includerli nel proprio corpo accademico. Si arriva fino a mettere in dubbio l’autenticità della loro vita consacrata. Sicuramente, la novità introdotta dagli Ordini mendicanti (che vivono di elemosine e non di redditi fissi) nel modo di considerare la vita religiosa dà adito a incomprensioni ; ma invidia e gelosia alimentano il conflitto. Per rispondere a coloro che contestano la legittimità degli Ordini mendicanti, Bonaventura compone uno scritto intitolato La perfezione evangelica. Vi dimostra che i Frati Minori, con la loro pratica radicale dei voti di povertà, castità e obbedienza, seguono i consigli di Gesù stesso nel Vangelo. Il conflitto si calma, almeno per un certo tempo ; grazie all’intervento personale di papa Alessandro IV, Bonaventura e Tommaso d’Aquino vengono riconosciuti ufficialmente, nel 1257, dottori e maestri dell’università parigina.

Ministro generale

Nello stesso anno, Giovanni da Parma, Ministro generale dei Francescani da dieci anni, viene accusato da alcuni confratelli di far proprie le eresie di Gioacchino da Fiore (†1202 ; per quest’ultimo, la Chiesa dovrebbe rinunciare a qualsiasi organizzazione e struttura gerarchica, per essere guidata direttamente dallo Spirito). Conciliatore-nato, egli convoca un Capitolo generale straordinario, in cui rassegna le sue dimissioni e propone di eleggere al proprio posto fratel Bonaventura. Il Capitolo si conforma a questo parere. Fratel Bonaventura apprende la notizia a Parigi. L’Ordine dei Frati Minori, di cui assume la direzione con reticenza, si è sviluppato in maniera prodigiosa in meno di mezzo secolo : conta trentacinquemila membri, suddivisi in trentadue province, dalla Svezia all’Egitto, dal Portogallo all’Ungheria, con avamposti missionari in Medio Oriente e fino a Pechino. Per diciassette anni, Bonaventura eserciterà questo incarico con saggezza e dedizione, visitando le province, scrivendo ai confratelli, intervenendo a volte con una certa severità per eliminare gli abusi. Nell’ottobre del 1259, desiderando impregnarsi dello spirito di san Francesco, si ritira sul monte della Verna dove quest’ultimo ha ricevuto le stimmate nel 1224. Da questo ritiro, nasce il più celebre degli scritti di san Bonaventura : l’Itinerario della mente in Dio, manuale di contemplazione mistica.

« San Bonaventura, sottolineava Benedetto XVI, condivide con san Francesco d’Assisi anche l’amore per il creato, la gioia per la bellezza della creazione di Dio. Cito su questo punto una frase del primo capitolo dell’Itinerario : “Colui… che non vede gli splendori innumerevoli delle creature è cieco ; colui che non si sveglia per le tante voci è sordo ; colui che per tutte queste meraviglie non loda Dio è muto ; colui che da tanti segni non si innalza al primo principio è stolto” (I, 15). Tutta la creazione parla ad alta voce di Dio, del Dio buono e bello ; del suo amore. Tutta la nostra vita è quindi per san Bonaventura un “itinerario”, un pellegrinaggio, una salita verso Dio. Ma con le nostre sole forze non possiamo salire verso l’altezza di Dio. Dio stesso deve aiutarci, deve “tirarci” in alto. Perciò è necessaria la preghiera. La preghiera – così dice il Santo – è la madre e l’origine della elevazione, un’azione che ci porta in alto, dice Bonaventura » (Udienza generale del 17 marzo 2010).

Sfatare un equivoco

Fratel Bonaventura vuole consolidare l’espansione dell’Ordine e soprattutto conferirgli, in piena fedeltà al carisma di san Francesco, unità di azione e di spirito. In effetti, tra i seguaci del Poverello di Assisi, si manifesta un gravissimo malinteso riguardo al messaggio del fondatore, alla sua umile fedeltà al Vangelo e alla Chiesa ; e questo equivoco comporta una visione erronea del cristianesimo nel suo insieme. Una corrente di Frati Minori detti “spirituali” sostiene che con san Francesco è stata inaugurata una fase interamente nuova della storia, e che sarebbe apparso il Vangelo eterno, del quale parla l’Apocalisse (Ap 14,6), in sostituzione del Nuovo Testamento. Questo gruppo afferma che la Chiesa avrebbe ormai compiuto il suo ruolo storico e sarebbe sostituita da una comunità puramente carismatica di uomini liberi, guidati interiormente dallo Spirito, gli “spirituali”. Fratel Bonaventura percepisce immediatamente che con questa concezione spiritualistica, ispirata agli scritti di Gioacchino da Fiore, l’Ordine non è governabile, ma va logicamente verso l’anarchia. Per scongiurare questo pericolo, il Capitolo generale tenutosi a Narbona nel 1260 ratifica un testo in cui sono raccolte e unificate le norme che regolano la vita quotidiana dei Frati Minori.

Bonaventura ha tuttavia l’intuizione che le disposizioni legislative, pur ispirate a saggezza e moderazione, non sono sufficienti ad assicurare la comunione delle menti e dei cuori. Per questo motivo, si adopera a precisare, al fine di farli conoscere, l’autentico carisma di san Francesco nonché le linee principali della sua vita e del suo insegnamento. Per comporre la biografia del santo fondatore, riunisce tutti i documenti disponibili e fa appello ai ricordi di coloro che lo hanno direttamente conosciuto. Fratel Tommaso d’Aquino, che viene a trovarlo un giorno in cui lavora a questa opera, lo vede completamente assorto nella contemplazione : « Ritiriamoci, dice, e lasciamo un santo scrivere la vita di un santo. » Questa biografia, intitolata Legenda Maior, offre il più fedele ritratto del fondatore e riceve l’approvazione dal Capitolo generale di Pisa (1263). La parola latina “Legenda”, a differenza della parola italiana che ne deriva, non indica un frutto della fantasia ; significa al contrario un testo autorevole, “che deve essere letto” in pubblico.

« Qual è l’immagine di san Francesco che emerge dal cuore e dalla penna del suo figlio devoto e successore, san Bonaventura ? si chiedeva Benedetto XVI. Il punto essenziale : Francesco è un alter Christus (un altro Cristo), un uomo che ha cercato appassionatamente Cristo. Nell’amore che spinge all’imitazione, egli si è conformato interamente a Lui. Bonaventura additava questo ideale vivo a tutti i seguaci di Francesco. » E Benedetto XVI precisava che l’accento specifico della teologia di san Bonaventura « si spiega a partire dal carisma francescano : il Poverello di Assisi, al di là dei dibattiti intellettuali del suo tempo, aveva mostrato con tutta la sua vita il primato dell’amore ; era un’icona vivente e innamorata di Cristo e così ha reso presente, nel suo tempo, la figura del Signore – ha convinto i suoi contemporanei non con le parole, ma con la sua vita. In tutte le opere di san Bonaventura,… si vede e si trova questa ispirazione francescana ; si nota, cioè, che egli pensa partendo dall’incontro col Poverello di Assisi » Udienze Generali del 3 e del 17 marzo 2010).

Il grande tesoro

Nonostante il gran numero dei suoi religiosi, Bonaventura fa in modo che tutti possano entrare in contatto con lui. La sua carità per i confratelli non ha limiti. Un frate converso, Egidio, di un’ammirevole semplicità, gli espone il suo tormento : « Quando penso ai lumi che dottori come te ricevono dal cielo, mi chiedo : come può fare un ignorante come me a salvarsi ? – Se Dio non concedesse a un uomo altro talento che la grazia di amarlo, risponde Bonaventura, questo da solo basterebbe e sarebbe un grande tesoro. – Vuoi dirmi che un analfabeta può amare il Signore più di un grande studioso ? – Certamente, fratel Egidio ; non solo altrettanto ma ben di più. Si vedono delle vecchiette molto semplici che, su questo punto fondamentale, superano i più grandi teologi. » A queste parole, il frate, ebbro di gioia, esce sulla strada maestra e si mette a gridare : « Venite, uomini semplici e illetterati, venite buone donne, venite tutti ad amare Nostro Signore. Potete amarLo altrettanto e anche di più di padre Bonaventura e dei più bravi teologi ! »

Il 24 novembre 1265, Clemente IV nomina fratel Bonaventura arcivescovo di York, in Inghilterra. Il paese non è sconosciuto a quest’ultimo ; vi si è già recato come visitatore apostolico. A York, tuttavia, la Chiesa è lacerata da discordie ; il Papa è, con ogni probabilità, felice di poter inviare laggiù un uomo saggio, dai costumi irreprensibili, fermo e affabile, che si spera possa conciliarsi tutte le parti avverse. Bonaventura, allora a Parigi, parte immediatamente per l’Italia, nonostante l’inverno, per chiedere al Papa di non strapparlo, in quel preciso momento, ai compiti dell’Ordine. Le sue argomentazioni non rimangono prive di effetto, ma non è che un rinvio della scadenza : la sua attività, la prudenza del suo governo, il suo zelo riformatore e le grandi opere che egli realizza mantengono l’attenzione su di lui. Riuniti a Viterbo per dare un successore a Clemente IV, i cardinali non riescono, nonostante tre anni di discussioni, a trovare un accordo, in particolare a causa di interventi politici. Viene sollecitato il parere di Bonaventura allorché passa per la città nel 1271. Egli tiene ai cardinali dei sermoni sui loro doveri nei confronti della Chiesa e tratteggia, a mezze tinte, il ritratto del Papa ideale. Grazie a questa luce, viene eletto Teobaldo Visconti, allora legato in Siria ; prende il nome di Gregorio X. Il nuovo Papa esorta il Ministro generale dei francescani a dargli quattro frati che siano suoi ambasciatori in Oriente, e si occupino di negoziarvi l’unione con i Greci.

Dopo aver presieduto un Capitolo del suo Ordine a Lione nel 1272, Bonaventura si trova di nuovo a Parigi dove tiene all’università una serie di conferenze intitolate Hexaemeron. Si tratta di una spiegazione allegorica dei sei giorni della creazione. Tuttavia, il 3 giugno 1273, Gregorio X interrompe questa predicazione nominando Bonaventura cardinale-vescovo di Albano. Questa volta l’accettazione s’impone all’eletto, che si mette subito in viaggio per recarsi dal Papa. Dal canto suo, il Santo Padre ha inviato ad incontrarlo dei legati incaricati di portargli il cappello cardinalizio. Lo raggiungono presso il convento di Mugello, nei pressi di Firenze : Fratel Bonaventura, che lava i piatti, li prega di aspettare la fine di questo servizio. Ben presto, il Papa chiede al nuovo cardinale di aiutarlo a preparare il secondo concilio ecumenico di Lione, il cui obiettivo è il ristabilimento della comunione tra la Chiesa latina e la Chiesa greca, separate dal 1054. Senza lasciarsi scoraggiare dai fallimenti dei suoi predecessori, Gregorio X vuole ristabilire l’unione.

Il secondo Concilio di Lione

Diventato negoziatore ufficiale della Santa Sede presso i Greci, Bonaventura si dimette, il 20 maggio 1274, dal suo incarico di Ministro generale, e presenta fratel Girolamo d’Ascoli come suo successore. Tutto impegnato nel suo ruolo, anima i dibattiti del concilio ; il 6 luglio, durante la quarta sessione, i rappresentanti dell’imperatore greco Michele Paleologo accettano di sottoscrivere una professione di fede che riconosce il primato del Papa, l’inserimento del Filioque nel Credo (lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio), l’esistenza del purgatorio e l’istituzione dei sette sacramenti da parte di Cristo. « La Santa Romana Chiesa, si riconosce, possiede il primato e l’autorità sovrani e completi sulla Chiesa cattolica. Essa sinceramente e umilmente riconosce di averli ricevuti, con la pienezza del potere, dal Signore stesso, nella persona di Pietro, principe e capo degli Apostoli, di cui il Romano Pontefice è il successore. E dal momento che essa deve, sopra ogni cosa, difendere la verità della fede, le questioni che dovessero sorgere a proposito della fede devono essere definite dal suo giudizio… Ad essa sono sottomesse tutte le Chiese, i cui prelati le rendono obbedienza e riverenza. » Purtroppo, questa unione con i Greci, realizzata con tante fatiche, non durerà.

Il giorno dopo, Bonaventura si ammala gravemente ; muore nella notte tra il 13 e il 14 luglio 1274. Il suo corpo viene sepolto nella chiesa del suo Ordine a Lione, alla presenza del Papa e dei Padri conciliari. Un anonimo notaio pontificio compone questo elogio del defunto : « Un uomo buono, affabile, pio e misericordioso, pieno di virtù, amato da Dio e dagli uomini… Dio infatti gli aveva dato una tale grazia, che tutti coloro che lo vedevano erano invasi da un amore che il cuore non poteva nascondere. »

Nel 1434, in occasione della traslazione del suo corpo, la sua testa sarebbe stata trovata in perfetto stato di conservazione, il che avrebbe notevolmente favorito la causa della sua canonizzazione. In seguito, un suo braccio venne staccato e portato a Bagnoregio, sua città natale. È l‘unica reliquia che sussiste del suo corpo, poiché la sua tomba a Lione è stata profanata dagli ugonotti durante il saccheggio di questa città nel XVI secolo. Il 14 aprile 1462, Sisto IV, Papa francescano, ha inscritto Bonaventura nel catalogo dei santi. Sisto V, altro francescano, lo ha elevato al rango di dottore della Chiesa nel 1587.

La dottrina di san Bonaventura è penetrata di un immenso amore di Cristo. « La fede, affermava san Bonaventura, è nell’intelletto in modo tale che provoca l’affetto. Ad esempio, conoscere che Cristo è morto per noi non rimane conoscenza, ma diventa necessariamente affetto, amore » (Proæmium in I Sent., q. 3). Chiediamogli di ottenerci uno spirito docile alla fede e un cuore ardente d’amore.

Dom Antoine Marie osb

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