Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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16 settembre 2015
santi Cornelio e Cipriano, martiri


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Il 7 ottobre 2012, papa Benedetto XVI ha dichiarato san Giovanni d’Ávila dottore della Chiesa. « Profondo conoscitore delle Sacre Scritture, diceva il Santo Padre, questo sacerdote era dotato di ardente spirito missionario. Seppe penetrare con singolare profondità i misteri della Redenzione operata da Cristo per l’umanità. Uomo di Dio, univa la preghiera costante all’azione apostolica. Si dedicò alla predicazione e all’incremento della pratica dei sacramenti, concentrando il suo impegno nel migliorare la formazione dei candidati al sacerdozio, dei religiosi e dei laici, in vista di una feconda riforma della Chiesa. » Poco conosciuto negli altri paesi ma molto celebre in Spagna, Giovanni d’Ávila ha profondamente segnato la Chiesa di questo paese nel XVI secolo.

Nato nel 1500 in una borgo del sud della Nuova Castiglia, figlio di Alonso Ávila, ricco mercante, e di Catalina Gijón, Giovanni d’Ávila non ha alcun rapporto di parentela con la grande santa Teresa (1515?1582). La sua prima infanzia trascorre in modo tranquillo. Nel 1514, si reca a Salamanca per studiare legge all’università più famosa della penisola, ma, nel 1517, lascia la città senza laurea e si ritira nella sua famiglia. « Mentre si recava a una corsa di tori e a delle giostre, scrive uno storico contemporaneo, il Signore gli rivelò in modo così vivido la noncuranza del mondo di fronte alla morte e il suo oblio della via della salvezza, che egli se la prese con se stesso, tanto egli era attaccato come gli altri a ciò che è futile, e dimentico dei conti che si sarebbero dovuti rendere a Dio… Ritornato a casa, consacrò lunghi periodi a considerare la vanità delle cose di questo mondo… e giunse alla conclusione di abbandonare lo studio della legge per occuparsi unicamente degli affari di Dio. » San Gregorio riferisce una decisione simile presa da san Benedetto ancora adolescente : i genitori di quest’ultimo « lo inviarono a Roma perché vi si dedicasse allo studio delle lettere. Ma egli si rese conto che era l’occasione per molti di cadere nel baratro dei vizi : di conseguenza, appena ebbe messo piede nel mondo lo ritrasse, per timore che, per aver avuto qualche contatto con la quella scienza, non si trovasse in compenso precipitato tutto intero in quell’abisso. Disprezzando quindi lo studio delle lettere, si mise alla ricerca di un modo santo di vivere » (Dialoghi, II, 1). Senza che si possa negare il beneficio degli studi, questi esempi ci ricordano che non si deve preferire nulla al servizio di Dio e alla salvezza della propria anima. Perché la vera felicità, dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, « non si trova né nella ricchezza o nel benessere, né nella gloria umana o nel potere, né in alcuna attività umana, per quanto utile possa essere, come le scienze, le tecniche e le arti, né in alcuna creatura, ma in Dio solo, sorgente di ogni bene e di ogni amore » (CCC 1723).

Rientrato sotto il tetto paterno, Giovanni d’Ávila trova a sua disposizione una cameretta, in cui comincia a fare penitenza. Si confessa spesso e trascorre lunghe ore in presenza del Santissimo Sacramento. Un giorno del 1520, un amico francescano gli consiglia di andare a studiare ad Alcalá. L’Università di Alcalá, di recentissima fondazione, ospita quasi tutte le correnti spirituali del tempo, in particolare l’illuminismo, vasto movimento che cerca di porre rimedio alla degenerazione del cristianesimo (decadenza degli ordini religiosi, degrado della virtù e della scienza nel clero), suscitando la sete di un cristianesimo interiore “in spirito e verità”. L’illuminismo non è esente da un certo soggettivismo esacerbato, venato di disprezzo della gerarchia, delle cerimonie e dei sacramenti della Chiesa. Giovanni ne subisce l’influenza. Nel 1523, egli consegue la laurea in filosofia e inizia studi teologici che proseguirà fino al 1526. Ma è solo nel 1537 che conquisterà, a Granada, il titolo di “Maestro” che designa, in Spagna, i dottori in teologia.

Piuttosto dodici poveri che un banchetto

Ordinato prete nel 1525, Giovanni si fa ben presto notare per la fiamma della sua giovane eloquenza e il fervore della sua carità. Nel giorno della sua prima Messa, rifiuta il banchetto organizzato in suo onore nel villaggio natale, per condividere il suo pasto con dodici poveri. Amico degli umili, pensa di partire per le Indie occidentali di cui si parla tanto da più di un quarto di secolo. Tuttavia, nonostante il suo vivo desiderio di abbracciare la vita missionaria, egli non parte, perché un sacerdote di Siviglia gli mostra un vasto campo di apostolato in quella Andalusia ancora così popolata di moreschi, neoconvertiti dell’islam, più o meno sinceri. In seguito all’intervento dell’arcivescovo di Siviglia, il giovane sacerdote si decide a rimanere in Spagna. Inaugura il suo apostolato a Siviglia, predicando negli ospedali, facendo catechismo nelle scuole per bambini e insegnando la dottrina cristiana sulle piazze. Da quel momento, inizia anche la sua carriera di predicatore itinerante. Nelle case in cui viene ospitato, insegna a gruppi di adulti come fare orazione.

L’orazione mentale, secondo le parole di santa Teresa d’Ávila, non è che « un intimo rapporto di amicizia in cui ci si intrattiene spesso da soli a soli con quel Dio da cui ci si sa amati. » Il Catechismo aggiunge : « La preghiera contemplativa è ascolto della Paola di Dio… obbedienza della fede, incondizionata accoglienza del servo e adesione piena d’amore del figlio » (CCC 2716).

Ma nell’uditorio di Giovanni si trovano delle donne, e questo è sufficiente per far correre voci malevole che lo costringono a rinunciare a questo apostolato. Egli mantiene tuttavia la sua grande libertà interiore : un giorno in cui vuole predicare in una chiesa, un predicatore di indulgenze concesse dal papa glielo impedisce. Semplicemente, Giovanni si ritira ; ma la gente lo segue e lascia l’altro da solo. In seguito, questi lo incontra sulla piazza, lo insulta e poi gli dà uno schiaffo. Giovanni si getta ai suoi piedi per chiedergli perdono !

Ascolta, figlia mia !

Nel 1527, doña Sancha Carrillo, una giovane di alto rango, è in procinto di partire per la corte come dama d’onore dell’imperatrice. Suo fratello, don Pedro, sacerdote e discepolo di Giovanni, la convince a confessarsi prima a padre Ávila. Lei ne torna completamente trasformata, abbandona la corte e si consacra al Signore : sceglie di vivere da reclusa in due stanze adiacenti alla dimora signorile ; persevererà fino alla morte in questo stato di vita eccezionale. Giovanni scrive per lei l’Audi filia (Ascolta, figlia, Sal 45 [44],11), il suo unico libro mistico. In seguito, a Granada, otterrà la conversione del futuro san Giovanni di Dio, il fondatore degli ospedali moderni. Quella di Francesco de Borgia, principe molto legato a Carlo Quinto e all’imperatrice Isabella, avrà luogo poco dopo la morte e le esequie di questa giovane principessa ammirata per la sua bellezza e la sua intelligenza : il sermone predicato a Granada da Giovanni d’Ávila imprimerà nell’anima di Francesco il pensiero della vanità dei beni di questo mondo. Quando muore, [il ricco] con sé non porta nulla né scende con lui la sua gloria dice il Salmo (49 [48],18) ; quanto al re Ezechia, egli geme in questi termini : Come un tessitore hai arrotolato la mia vita, mi hai tagliato dalla trama. Dal giorno alla notte mi riduci all’estremo… (Is 38,12). Queste riflessioni condurranno Francesco de Borgia a chiedere di entrare nella Compagnia di Gesù, di cui diventerà il terzo Preposto generale ; verrà canonizzato nel 1671.

Durante l’autunno del 1531, alcuni delatori denunciano Giovanni d’Ávila al Tribunale dell’Inquisizione per eresia : viene accusato d’illuminismo e addirittura di luteranesimo. Nel 1532, viene imprigionato a Siviglia. L’Inquisizione spagnola è molto sospettosa a causa dei numerosi tentativi di penetrazione dell’eresia protestante nella penisola. Giovanni d’Ávila, che considera il Vangelo come la fonte principale della vita interiore, sembra avvicinarsi a Lutero per il quale la Sacra Scrittura è l’unica guida del cristiano. D’altra parte, alcune espressioni di Giovanni sulla vita contemplativa possono essere comprese in un senso illuminista (autonomia del cristiano “spirituale” nei confronti della Chiesa docente). Egli sa tuttavia guardarsi dall’illuminismo. Scrive a un giovane : « Vi informo di un malinteso che consiste nel credere che il vero amore di Dio stia nell’emozione che si prova. Dio non fa consistere il suo amore nel fatto di farvelo gustare, ma nel fatto di ben comprenderlo, vale a dire se, per amore per Lui, soffrite senza tenerne conto, ricevete tutto dalla sua mano senza nulla rifiutare, date più importanza all’essere umile, casto, paziente, al soffrire, al tacere e all’essere disprezzato per Cristo…, che alle emozioni e devozioni sensibili. »

Un immenso onore

Amano a mano che si svolge il processo, sembra che il beato sia stato vittima di una vera e propria macchinazione : ricchi offesi, confratelli gelosi hanno cercato di fargli scontare la sua sollecitudine per i poveri o i suoi successi di predicatore. Durante le fasi critiche del processo, Giovanni rimane fiducioso in Dio, e rifiuta addirittura di usufruire del diritto di contraddire i testimoni dell’accusa. Dal suo carcere di Siviglia, confida agli amici : « Miei cari fratelli, piaccia a Dio aprire i vostri occhi per riconoscere quanti favori Egli ci ha fatti, là dove il mondo vede svantaggi ; quanto, a cercare l’onore di Dio, siamo onorati ad essere disonorati ; quale immenso onore ci è riservato a causa dell’attuale abbattimento ; quanto sono tenere, piene d’amore e dolci le braccia che Dio tende per ricevere coloro che sono stati feriti combattendo per Lui ! » Il 5 luglio 1533, il tribunale lo discolpa pubblicamente, ma lo invita a mostrarsi più prudente nell’enunciazione della Parola di Dio, e a riunire i suoi vecchi ascoltatori per spiegare loro con maggior chiarezza ciò che non avevano compreso correttamente. Questo è l’oggetto di un sermone solenne pronunciato a Siviglia alla presenza degli inquisitori, e accolto con entusiasmo dall’uditorio.

Già alcuni discepoli si sono messi alla sua scuola. Essi percorreranno quella Andalusia da cui Cristo è così spesso assente, e che è un campo libero per i soldati in congedo pronti a sguainare la spada, i banditi delle strade, i funzionari senza scrupoli, le ragazze perdute con i loro protettori, eccetera. La ricchezza viene ostentata orgogliosamente tra i grandi e anche tra i chierici… Accanto a loro, vegeta la folla dei lavoratori dei campi, poveri come le loro terre, spesso abbandonati dai pastori, ignoranti della religione e vittime della stregoneria. Nulla lega i discepoli di Giovanni, né voto, né promessa di stabilità o di obbedienza : nessuna gerarchia né organizzazione, a differenza della Compagnia di Gesù, pur così vicina per il suo slancio. Questi nuovi evangelizzatori si differenziano molto dalla maggioranza dei preti dell’epoca, privi di vocazione, senza formazione e avidi di rendite ecclesiastiche.

Innaffiare il seme

Da Cordova, Giovanni organizza una missione a partire dal 1546 : egli invia i suoi discepoli – più di ventiquattro – nelle campagne. Vuole che vadano a due a due, con il permesso dei vescovi e sotto la loro autorità, che alloggino negli ospizi o nelle sacrestie, che non accettino né offerte per le Messe, né doni, ma che diffondano il buon profumo di Cristo. Passeranno le serate e le feste a confessare i contadini ; se vi saranno liti, cercheranno di ristabilire la pace. La fede ricevuta nel Battesimo è paragonabile a un seme che richiede di essere innaffiato : la conoscenza di Cristo e l’ascolto della sua Parola, il ricorso abituale alla preghiera e ai sacramenti sono l’acqua di cui la fede ha bisogno per crescere e dare frutti. Offrire quest’acqua vivificante ai figli di Dio è l’obiettivo delle missioni.

Durante questi anni, si progetta, nel gruppo sacerdotale di Giovanni, di organizzarsi in una “congregazione di preti santi e valorosi”. Egli stesso sogna di questo, perché vede la sua opera, iniziata a Granada nel 1538, consolidarsi nel corso del tempo. Ma non è questa la volontà del Signore. Giovanni si sente stanco e malato ; del resto, ha incontrato la Compagnia d’Ignazio di Loyola che risponde alle sue aspirazioni : « È il vostro Ignazio che il Signore ha scelto per essere lo strumento di quello che stavo progettando senza poterlo realizzare », dichiara nel 1553 a padre Villanueva, venuto a trovarlo da parte di sant’Ignazio. Egli non esita ad approvare l’ingresso di alcuni dei suoi discepoli nella Compagnia di Gesù. Tuttavia, la luce irradiata dalla persona di Giovanni rimane notevole. Da diverse zone della Spagna e del Portogallo, ci si rivolge a lui per ricevere consigli, e lo si implora anche perché invii alcuni dei suoi discepoli.

Ma non è sufficiente seminare a spaglio lasciando che il seme vada dove capita, è opportuno formare i giovani in profondità e suscitare formatori. Egli si dona a fondo e riesce a mettere in piedi opere durature. A Granada, riorganizza l’università fondata nel 1532, nonché il collegio destinato ai bambini moreschi ; appoggia l’arcivescovo nella fondazione di un “seminario” ante litteram, e di una casa destinata ai sacerdoti già ordinati ma poco istruiti in filosofia e teologia. Poi vengono i collegi di Jerez, di Cordova e di altri luoghi. Ma il capolavoro di Giovanni è Baeza. Lì nasce, modello di organizzazione e di metodo, il più famoso collegio aviliano, che assume gradualmente l’aspetto di un’università in cui persone di ogni livello, piccolo, medio e grande, trovano il loro nutrimento intellettuale e spirituale. Vi si insegnano la lettura e la scrittura, la “dottrina” – vale a dire il catechismo –, e fino alle discipline più elevate : la Sacra Scrittura e la teologia. Vi sono ammesse le ragazze.

Uno spirito determinato

Sospinto dal suo zelo a promuovere la santificazione del clero, Giovanni cerca di sostenere gli sforzi dei pastori : « Profonde sono le nostre ferite, scrive al Papa in occasione del concilio di Trento ; esse sono invecchiate e sono diventate preoccupanti. Non si possono curare con un placebo ; non è il momento di avere debolezza e negligenza. Occorre uno spirito determinato per salire sulla Croce, nudi di tutti gli affetti, come lo fece il Signore ». Egli propone una condotta da tenere, derivata dalle lezioni della storia e soprattutto dalla Parola di Dio. I suoi consigli sono pratici : umiltà, coerenza, penitenza, in una parola la conversione. Con la sua opera dei collegi, egli ispira indirettamente il concilio. Papa Paolo III, che convoca questa assemblea nel 1545, conosce bene questa opera poiché ha, il 14 marzo 1538, eretto canonicamente il collegio fondato da Giovanni a Baeza. Vi è contenuto il seme dei seminari tridentini. Ma Ávila svolge un ruolo più diretto nel secondo e nel terzo periodo del concilio, come consigliere di un prelato spagnolo, suo ex condiscepolo di Alcalá, don Pedro Guerrero, diventato arcivescovo di Granada. Gli fornisce due Memoriali di fondamentale importanza, che saranno in parte incorporati nelle decisioni conciliari di Trento. Uno ha per titolo La Riforma dello stato ecclesiastico, l’altro Parere per i Vescovi. Giovanni è particolarmente attento alla catechesi. Pubblica nel 1554 un breve catechismo in versi, subito tradotto in italiano dai Gesuiti. Fa cantare i suoi versi durante processioni e stazioni in cui viene ripresa con i bambini la dottrina cristiana sotto forma di domande e risposte. I suoi metodi verranno imitati ovunque in Spagna e anche al di fuori di questo paese.

L’eredità di Giovanni d’Ávila consiste soprattutto nel suo modo di predicare, vivace, evangelico, semplice, ardente e pratico. Egli prende a modello san Paolo, « donato da Dio ai pagani come predicatore ». Luigi di Granada, suo ascoltatore, osserva : « Il Maestro era così infiammato e così trasportato da questo amore e dal desiderio di salvare le anime, che non s’interessava a nient’altro, se non a quello che potesse apportare un contributo alla loro salvezza. Da questo amore procedevano la fiamma e lo spirito con i quali egli predicava. » Erano talmente numerosi coloro che accorrevano per ascoltarlo che la maggior parte delle persone rimanevano in piedi. Il santo prete invitava i peccatori a riconciliarsi con Dio e s’installava nel confessionale non appena terminata la sua predicazione. Alcuni dei suoi sermoni sono giunti fino a noi, semplici, scritti sotto forma di un dialogo in cui Giovanni pone le domande e dà la risposta. Egli proclama : « Noi abbiamo un Dio e Signore il cui essere consiste nell’amare in modo infinito… Per testimoniare l’altezza suprema dell’amore che Egli ha per noi, volle darci il suo Figlio prediletto, affinché, possedendo una prova così perfetta, vale a dire Dio stesso, noi prestassimo fede a questa verità : Dio ci ama ! »

Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica si apre con questa affermazione fondamentale : « Dio, infinitamente perfetto e beato in se stesso, per un disegno di pura bontà ha liberamente creato l’uomo per renderlo partecipe della sua vita beata. Nella pienezza dei tempi, Dio Padre ha mandato suo Figlio come redentore e salvatore degli uomini caduti nel peccato, convocandoli nella sua Chiesa e rendendoli figli adottivi per opera dello Spirito Santo ed eredi della sua eterna beatitudine. »

Dopo aver presentato questo disegno benevolo di Dio, Giovanni d’Ávila sottolinea le esigenze del Vangelo. Egli condanna con vigore il peccato, di cui mostra la bruttura e la malizia. Perché il peccato « è un’offesa a Dio : Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto (Sal 51 [50],6). Il peccato si erge contro l’amore di Dio per noi e allontana da lui i nostri cuori » (CCC 1850). Giovanni ne mostra anche le conseguenze eterne se non ci si converte – l’inferno, l’eternità senza Dio, senza amore –, al fine di condurre il peccatore a rinunciare alla sua condotta.

Il suo zelo ci esorta a ritrovare il senso del peccato. « Agli occhi della fede, nessun male è più grave del peccato », ci dice il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1488). Ma, « per molti fedeli, scriveva san Giovanni Paolo II, la percezione del peccato non è misurata sul Vangelo, ma sulla “normalità” sociologica » (Lettera ai Sacerdoti per il Giovedì Santo 2001). La nostra società invasa dalla lussuria ha perso la stima della castità ; tuttavia, nonostante l’opinione della maggioranza, il concubinato e l’adulterio rimangono peccati gravi. Lo stesso vale per la contraccezione. In effetti, come spiegava san Giovanni Paolo II, « al linguaggio nativo che esprime la reciproca donazione totale dei coniugi, la contraccezione oppone un linguaggio oggettivamente contraddittorio, quello cioè del non donarsi all’altro in totalità : ne deriva, non soltanto il positivo rifiuto all’apertura alla vita, ma anche una falsificazione dell’interiore verità dell’amore coniugale, chiamato a donarsi in totalità personale » (Esortazione Apostolica Familiaris Consortio, 22 novembre 1981, n. 32).

« Tu mi hai cercato !| »

Pur denunciando il peccato, Giovanni d’Ávila incoraggia il peccatore a confidare in Dio, mostrandogli Gesù Cristo, nostro Redentore, nostro Sacerdote, nostro Tutto : « O Gesù, sulla Croce tu mi hai cercato, mi hai trovato, mi hai curato, mi hai liberato e amato, consegnando per me la tua vita e il tuo sangue nelle mani di crudeli carnefici. È quindi sulla Croce che voglio cercarti. Su di essa, ti trovo. Allora, tu mi curi e mi liberi da me stesso, me che contrasto il tuo amore nel quale sta la mia salvezza… – Avendo le vostre colpe davanti agli occhi, levate il capo per guardare di fronte a voi il Crocifisso, non il Cristo morto, ma Cristo che vi guarda e che vi aspetta, a braccia aperte. Considerate quello che ha fatto per voi sulla Croce, e che cosa avete fatto voi per lui, che cosa gli fate ogni giorno » (Lettere 58 e 232).

Dal 1555 al 1559, Giovanni d’Ávila, sempre più malato, quasi cieco, continua a consigliare i sacerdoti e le anime innamorate di perfezione. Si ritira a Montilla in un’umile casa, dove muore santamente il 10 maggio 1569. La sua “compagnia”, molto diminuita di numero, continuerà la sua opera fino alla fine del secolo, poi scomparirà. Ma il seme seminato spunterà, e il clero di Spagna trarrà grande beneficio dallo zelo e dai metodi del riformatore. Dato come patrono al clero spagnolo da Pio XII nel 1944, egli è stato canonizzato da Paolo VI il 31 maggio 1970.

A un famoso teologo che gli chiedeva consiglio per predicare con frutto, san Giovanni d’Ávila rispose : « Amare molto nostro Signore. » Simile era la raccomandazione primaria di san Benedetto ai suoi figli spirituali : « Nulla anteporre all’amore di Cristo » (Regola, cap. 4,21). Cerchiamo di metterla in pratica ogni giorno di più !

Dom Antoine Marie osb

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