Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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3 giugno 2015
santi Carlo Lwanga e compagni, martiri


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Dal 13 maggio al 13 ottobre 1917, la Beata Vergine Maria è apparsa sette volte a tre pastorelli portoghesi, a Fatima. Durante la sua ultima apparizione, la Madre di Dio teneva in mano due quadrati di lana marrone legati tra di loro con due cordoni: uno scapolare del Monte Carmelo. Nell’agosto del 1950, suor Lucia, una delle veggenti, diventata carmelitana, ha spiegato: «È perché la Madonna desidera che si indossi il santo scapolare.». Qual è l’origine di questo “abito” donato da Maria?

I profeti hanno cantato la bellezza del Carmelo, questa montagna di Galilea che si protende a promontorio al di sopra del Mediterraneo. Il profeta Elia la illustrò con le sue virtù e i suoi prodigi nel IX secolo prima dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Verso il IV secolo della nostra era, vi si trovano dei monasteri bizantini, sulle cui rovine si raggrupparono, alla fine del XII secolo, degli eremiti d’Europa venuti in Palestina con il grande movimento delle crociate. Questi monaci costruirono sul Carmelo una bella chiesetta dedicata alla Madonna, in cui la Madre di Dio verrà chiamata “Principessa e Madre del Carmelo”. È l’origine dei religiosi della Madonna del Carmelo, o Carmelitani, appellativo che venne loro dato in seguito. Ma nel XIII secolo, cacciati dalla Terra Santa dalla persecuzione musulmana, questi Carmelitani furono costretti a ritornare in Europa.

Sorprendente privilegio

San Simone Stock, nato in Inghilterra verso la fine del XII secolo, fu probabilmente testimone degli inizi dell’ordine dei Carmelitani sul monte Carmelo. Rientrato in Inghilterra, viene eletto, verso la metà del XIII secolo, priore generale dell’ordine. A quell’epoca, un gran numero dei suoi religiosi passano ad altri ordini mendicanti, i Francescani o i Domenicani, al punto di minacciare l’esistenza stessa dell’ordine del Carmelo. In questo momento di particolare difficoltà, Simone Stock si rivolge a Maria. La Madre di Dio risponde alla sua aspettativa apparendogli, verosimilmente il 16 luglio 1251. Ecco ciò che riferisce un antico documento: «Simone, uomo di grande temperanza e di devozione verso Maria, pregava spesso con umiltà e insistenza la Vergine, gloriosa Madre di Dio, Patrona dell’ordine dei Carmelitani, affinché concedesse un privilegio a questo ordine che si distingueva per il suo nome. Ora, un giorno, la Madonna gli apparve circondata da una moltitudine di angeli, con in mano uno scapolare. (Lo scapolare è la parte esterna dell’abito monastico, una specie di grande grembiule indossato sulle spalle: “scapulæ”, in latino). La Vergine disse a Simone: “Ecco un segno per te e un privilegio per tutti i Carmelitani: chi morrà rivestito di questo abito verrà preservato dalle fiamme eterne.» La visione viene presto riconosciuta da papa Innocenzo IV, e la notizia del meraviglioso dono fatto dalla Madre di Dio all’ordine del Carmelo si diffonde rapidamente. Da ogni luogo, si vedono accorrere persone di ogni condizione, desiderose di partecipare ai grandi favori promessi: in effetti, il dono dello scapolare era fatto alla Chiesa intera (la Santa Vergine aveva detto: «chiunque morrà con il segno dell’ordine…»). Aggregandosi alla confraternita dello scapolare, anche i laici potevano beneficiare del messaggio di salvezza dato ai Carmelitani. Affinché potessero indossarlo in modo discreto, la taglia dello scapolare è stata ridotta.

Questo beneficio dello scapolare concesso da Maria mette tutti gli uomini di fronte alla questione della loro salvezza eterna. Esso ricorda che la nostra vita sulla terra ha un termine e che alla nostra morte saremo giudicati da Dio secondo quello che avremo fatto. «Che cos’è il giudizio particolare?» chiede il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica. E risponde: «È il giudizio di retribuzione immediata, che ciascuno, fin dalla sua morte, riceve da Dio nella sua anima immortale, in rapporto alla sua fede e alle sue opere. Tale retribuzione consiste nell’accesso alla beatitudine del cielo, immediatamente o dopo un’adeguata purificazione, oppure alla dannazione eterna nell’inferno» (n° 208). Questa verità sui fini ultimi dell’uomo riveste un’importanza capitale: il nostro comportamento in questa vita prepara la nostra eternità. La negazione da parte di molti di queste verità rivelate non le rende caduche e non cambia la realtà.

A diverse riprese, infatti, Nostro Signore ritorna, nella sua predicazione, sulla grande questione della vita eterna. Egli sottolinea quanto sia insensato rischiare la propria eternità per beni che durano poco: Qual vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? (Mt 16,26). È preferibile passare per la porta stretta e la via angusta che conducono alla vita eterna che per la porta larga e la via spaziosa che conducono alla perdizione dell’inferno (cf. Mt 7,13-14). Gesù parla spesso della geenna del fuoco che non si spegne (cf.Mt5,22.29-30), riservata a coloro che rifiutano fino alla fine della loro vita di credere e di convertirsi, e dove si possono perdere sia l’anima che il corpo (cf. Mt 10,28). Egli annuncia con parole severe che saremo separati da Lui se ometteremo di occuparci dei bisogni gravi dei poveri e dei piccoli che sono suoi fratelli (cf. Mt 25,31-46). D’altra parte, ci avvisa che ci è impossibile sapere in che momento Egli verrà a chiederci conto delle nostre azioni, perché la morte sopravviene all’improvviso, come un ladro (cf. Mt 24,42-44). Il colmo dell’errore è quello di trascurare l’importanza della salvezza eterna, diceva sant’Eucherio, vescovo di Lione, citato da sant’Alfonso.

Il primo grado

Fin dal Prologo della sua Regola, san Benedetto rivolge lo sguardo dei suoi monaci verso queste forti verità: «Bisogna quindi obbedire (a Dio) in ogni momento, con l’aiuto dei beni che Egli ha messi in noi, affinché non solo il Padre sdegnato non giunga a diseredare un giorno i suoi figli, ma il Maestro temibile, provocato dalle nostre cattive azioni, non abbia a consegnarci alla pena eterna, come servi molto malvagi che non hanno voluto seguirlo nella gloria.» E, nel suo capitolo sull’umiltà, il santo si esprime così: «Il primo grado dell’umiltà è il timor di Dio che un monaco deve avere costantemente davanti agli occhi, guardandosi senza sosta dal dimenticarlo. Deve ricordarsi sempre di tutte le cose che Dio ha comandate, e riandare spesso con la mente all’inferno nel quale cadono per i loro peccati coloro che disprezzano Dio, e alla vita eterna che è preparata per coloro che Lo temono.»

Questo è il motivo per cui il concilio Vaticano II rivolge a tutti questa esortazione: «Siccome poi non conosciamo il giorno né l’ora, bisogna che, seguendo l’avvertimento del Signore, vegliamo assiduamente, per meritare, finito il corso irrepetibile della nostra vita terrena, di entrare con lui al banchetto nuziale ed essere annoverati fra i beati, e perché non ci venga comandato, come a servi cattivi e pigri, di andare al fuoco eterno, nelle tenebre esteriori dove ci sarà pianto e stridore dei denti» (Lumen gentium, 48). Il cammino che conduce alla vita eterna è in primo luogo quello della fede: Andate in tutto il mondo, chiede Gesù ai suoi apostoli. Proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato (Mc 16,15-16). Ma la vera fede si traduce in opere buone, e in primo luogo attraverso l’osservanza dei comandamenti di Dio: Un tale si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». Gesù gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Gli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso». (Mt 19,16-19). Al contrario, le opere malvagie conducono all’inferno. San Paolo ce lo ricorda: Non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adùlteri, né depravati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né calunniatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio. (1Cor 6,9-10).

Il 6 agosto 1950, papa Pio XII affermava: «Quante anime, in circostanze umanamente disperate, hanno dovuto la loro suprema conversione e la loro salvezza eterna allo scapolare che indossavano! Quante persone, inoltre, nei pericoli del corpo e dell’anima, hanno sentito, grazie ad esso, la protezione materna di Maria!» Antichi racconti riferiscono che il primo miracolo dello scapolare fu la conversione, sul letto di morte, di un nobile inglese che scandalizzava la regione. San Simone Stock l’aveva ottenuta gettando il suo scapolare sul moribondo; vide in questo prodigio un incoraggiamento a rivelare il segreto ai suoi fratelli e mostrare loro il prezioso abito ricevuto dalla mano stessa di Maria. Innumerevoli santi e persone celebri hanno indossato lo scapolare, come ad esempio i santi Roberto Bellarmino, Carlo Borromeo, Alfonso de’ Liguori, Giovanni Bosco, Bernadette Soubirous, e la maggior parte dei papi degli ultimi tre secoli, in particolare il beato Giovanni PaoloII.

La morale naturale

All’inizio del XX secolo, un giovane africano è rimasto fedele alla pratica di indossare lo scapolare fino alla morte cruenta. Isidoro Bakanja è nato a Bokendela, nell’attuale Repubblica democratica del Congo, intorno al 1885. Suo padre, Iyonzwa, proviene da una famiglia di agricoltori; i parenti di sua madre, Inyuka, vivono della pesca. Bakanja ha un fratello maggiore e una sorella minore. La famiglia è pagana, ma i valori della morale naturale, veicolati dalle migliori tradizioni africane, vi sono onorati. Iyonzwa non pratica la poligamia. Bakanja si mostra esemplare nell’obbedienza ai suoi genitori. Molto più tardi, il suo carnefice cercherà di giustificare le sue violenze nei confronti del giovane accusandolo di aver rubato delle bottiglie di vino, ma tutti i testimoni insorgeranno contro questa calunnia, poiché nessuno ha mai sorpreso Isidoro Bakanja a commettere il minimo furto.

All’epoca della nascita di Bakanja, la conferenza di Berlino aveva riconosciuto la sovranità del re dei Belgi, Leopoldo II, su quello che diventerà in seguito lo Stato indipendente del Congo. A partire da quel momento, la regione ha visto affluire i missionari, ma anche degli avventurieri che cercano di arricchirsi con poca fatica. Da allora, diversi agenti raccolgono, per conto del re, le ricchezze del bacino congolese, in particolare il caucciù e l’avorio, e le convogliano verso la costa dell’Oceano Atlantico. Le popolazioni locali forniscono, per questo lavoro, una manodopera poco costosa. Come molti giovani del suo villaggio, Bakanja sogna di andare a lavorare a Mbandaka, città situata non lontano, verso sud. Poco dopo aver raggiunto la maggiore età, egli discende il fiume e si fa assumere come muratore a Mbandaka. Lì, incontra dei monaci trappisti (cistercensi) alla missione di Bolokwa-Nsimba. Scopre con meraviglia la fede cristiana. Impressionato dall’accoglienza, dalla bontà e della dedizione dei missionari presso i poveri e gli ammalati, chiede il Battesimo. Istruito dai Padri trappisti, viene battezzato nella parrocchia di Sant’Eugenio, a Bolokwa-Nsimba, il 6 maggio 1906, con il nome di Isidoro. Il giorno stesso, viene rivestito dello scapolare del Monte Carmelo. Il 25 novembre seguente, riceve la Cresima e, l’8 agosto 1907, secondo le usanze del tempo, fa la sua prima Comunione. Isidoro nutre una grande devozione per il rosario e lo scapolare, che porta sempre su di sé, perché ci tiene a manifestare in tal modo la sua fede. Si fa l’apostolo dei suoi amici e dei suoi compagni di lavoro, attirandoli con la parola e con l’esempio alla fede cristiana.

Abbandono degli amuleti

Alla scadenza del contratto di lavoro, Isidoro ritorna nel suo villaggio. Suo padre gli chiede dove sono finiti gli amuleti che gli aveva affidati prima della sua partenza. Egli risponde con calma che ormai possiede una protezione molto più efficace: quella di Cristo, il Figlio di Dio, e quella di sua Madre, la Vergine Maria. Nonostante gli avvertimenti dei suoi amici che temono gli europei, Isidoro accetta un posto di domestico a Busira, nella casa di un sorvegliante della piantagione, chiamato Reynders, della S.A.B. (Società Anonima Belga) che gestisce lo sfruttamento del caucciù e dell’avorio. Lì, è riconosciuto come un operaio esemplare, lavoratore e coscienzioso; colpiti dalla sua saggezza, molti lo scelgono come catechista. Trasferito a Ikili, Reynders vi conduce Isidoro, di cui apprezza le qualità umane. Il responsabile locale della S.A.B., Van Cauter, è noto per la sua durezza e la sua feroce opposizione al cristianesimo e ai missionari cristiani. Reynders consiglia a Isidoro di nascondere la sua fede cristiana per evitare noie. Tuttavia, a Ikili, Isidoro è l’unico cristiano, e non può tenere per sé la gioia che lo abita di conoscere Cristo. Van Cauter se ne accorge e gli proibisce di insegnare la preghiera ai suoi compagni di lavoro.

Il 1° febbraio 1909, Van Cauter ingiunge rudemente a Isidoro, che lo serve a tavola, di togliersi lo scapolare. Il giovane risponde: «Padrone, tu esigi che io tolga l’abito della Santa Vergine. Io non lo farò. Come cristiano, ho il diritto di indossare lo scapolare.» Furioso, il direttore della piantagione ordina che venga colpito con venticinque colpi di “chicotte”, una frusta di cuoio. Isidoro accetta con pazienza angelica l’ingiusta punizione, unendosi in spirito a Gesù nella sua Passione. Un’inchiesta mostrerà in seguito che il caso di Isidoro era tutt’altro che isolato: contro le missioni cattoliche era organizzata una vera e propria persecuzione da parte di alcuni dirigenti della S.A.B. La parola d’ordine era impedire con tutti i mezzi ai dipendenti africani di portare su di sé uno scapolare o un rosario.

Poco dopo, Van Cauter ingiunge a Isidoro di non diffondere più «la robaccia imparata dai Padri», e aggiunge: «Non voglio più cristiani qui! Capito?» Poi, strappando lo scapolare dal collo del giovane, lo getta al suo cane. Va poi a prendere egli stesso una chicotte di pelle di elefante, munita di due chiodi, e fa picchiare Isidoro a sangue. In un primo tempo, i lavoratori incaricati di questo compito non vogliono obbedire, ma, sotto la minaccia dello stesso supplizio, finiscono per cedere, mentre Van Cauter colpisce Isidoro a calci. Tuttavia, il giovane cristiano continua a manifestare liberamente e apertamente la sua fede, e a ritirarsi a pregare il rosario e a meditare, da solo o in compagnia di alcuni operai desiderosi di imparare il catechismo. Un giorno, Van Cauter lo scorge, durante una pausa, in atteggiamento di preghiera. Furioso, ordina di fustigarlo seduta stante. Isidoro riceve molti colpi di una frusta di pelle d’ippopotamo munita di chiodi, che gli strappano la pelle e intaccano la carne. – Durante il processo di beatificazione, nel 1913, i testimoni parleranno di almeno duecento colpi –. Viene in seguito trascinato, incosciente, fino in prigione, dove rimane per quattro giorni, senza cure e senza cibo, con i piede stretti in due anelli metallici chiusi con una catena e fissati ad un enorme peso.

Che cosa hai fatto?

In quei giorni, giunge a Ikili la notizia dell’arrivo di un ispettore della S.A.B. Colto dal panico, Van Cauter fa trasportare Isidoro a Isako per nasconderlo. Ma Isidoro sfugge al suo carnefice e presto viene scoperto da un africano che lo conduce nel suo proprio villaggio. È lì che un geologo tedesco alle dipendenze della S.A.B., il dottor Dörpinghaus, lo trova e cerca di curarlo. Il corpo di Isidoro è tutto una piaga; le sue ossa, messe a nudo, lo fanno soffrire enormemente. «Vidi un uomo, testimonierà Dörpinghaus, con la schiena dilaniata da piaghe profonde... che si avvicinava a me aiutandosi con due bastoni, strisciando piuttosto che camminando. Interrogo il disgraziato: “Che cosa hai fatto per meritare una tale punizione?” Mi risponde che, essendo catechista della missione cattolica dei Trappisti di Bamanya, aveva voluto convertire i lavoratori dell’agenzia commerciale ed era per questo che il Bianco lo aveva fatto frustare con una pesante frusta munita di chiodi appuntiti.»

Ma l’infezione è diventata irreversibile: subentra una setticemia e Isidoro viene condotto presso un cugino a Busira, per ricevervi cure. Il 24 e il 25 luglio, due padri trappisti vengono ad amministrargli gli ultimi sacramenti: Confessione, Unzione degli infermi e Comunione. Isidoro perdona ai suoi carnefici e prega per loro. «Padre, dice a uno dei missionari, non sono adirato. Il Bianco mi ha picchiato, sono affari suoi. Deve sapere ciò che fa. Naturalmente, in Cielo pregherò per lui.» Il 15 agosto, i cristiani del luogo si riuniscono davanti alla casa dove giace il morente; questi s’irradia di gioia per il fatto di potersi unire alla comunità per lodare Maria nel mistero della sua Assunzione in Cielo. Con grande stupore di tutti, si alza e fa qualche passo, in silenzio, con il rosario in mano; poi si sdraia di nuovo, entra in agonia e si spegne, con al collo lo scapolare.

Il 7 giugno 1917, i suoi resti vengono trasportati nella chiesa parrocchiale dell’Immacolata Concezione di Bokote. Il 24 aprile 1994, durante l’assemblea speciale del sinodo dei vescovi per l’Africa, papa Giovanni Paolo II beatifica Isidoro Bakanja, che verrà proclamato Patrono dei laici della Repubblica democratica del Congo nel 1999.

Un secondo privilegio

Tra i molti favori spirituali concessi a coloro che indossano lo scapolare, il “privilegio sabatino” occupa un posto preminente. La sua origine è la “Bolla Sabatina” che papa Giovanni XXII avrebbe emanata nel 1317, dopo essere stato favorito da una visione della Beata Regina del Carmelo. La Santa Vergine prometteva al Santo Padre di liberare dal purgatorio, il sabato dopo la loro morte, coloro che avessero indossato il suo scapolare. Erano richieste due condizioni per beneficiare di questa nuova promessa: l’osservanza, da parte dei confratelli dello scapolare, della castità del loro stato (completa nel celibato, e coniugale nel matrimonio) e la preghiera del breviario (o del Piccolo Ufficio della Santa Vergine). Imponendo lo scapolare, i sacerdoti hanno il potere di commutare l’obbligo un po’ difficile di pregare il breviario, prescrivendo per esempio, al suo posto, la preghiera quotidiana del rosario. L’autorità della Chiesa ha più volte confermato nel modo più formale il contenuto di questa bolla, vale a dire il “privilegio sabatino”. Poche indulgenze hanno ricevuto approvazioni pontificie altrettanto numerose e solenni.

Alla vigilia della sua morte, un venerdì sera, san Giovanni della Croce ricordava compiaciuto «come la Madre di Dio del Carmelo, nel giorno di sabato, accorresse con il suo soccorso e il suo favore in purgatorio, e come ne facesse uscire le anime dei religiosi o delle persone che avevano indossato il suo santo scapolare». Lo scapolare non è tuttavia una “assicurazione per la salvezza” che possa esentare dal santificarsi e dall’obbedire ai comandamenti di Dio, come se il peccatore, dopo aver ricevuto lo scapolare, potesse lasciarsi andare in perfetta sicurezza a tutti i peccati, dicendosi: «Poiché indosso lo scapolare, sono sicuro di non essere dannato.» Colui che abusasse così della devozione alla Santa Vergine sarebbe indegno dei suoi favori; conterebbe molto a torto sul suo scapolare per peccare più liberamente, perché non ci si può prendere gioco di Dio (Gal 6,7). Nel suo desiderio di vedere i suoi figli raggiungere la felicità del cielo, la Santa Vergine ha fatto loro dono dello scapolare come di un abito di salvezza, una corazza e uno scudo spirituali, una veste d’innocenza di cui li ricopre per aiutarli a vivere liberi dal peccato e a seguire Gesù sotto la guida dello Spirito Santo.

Lo scapolare esprime la consacrazione e l’appartenenza volontaria a Maria: «Per mezzo dello scapolare, affermava papa Giovanni Paolo II, i devoti della Madonna del Carmelo esprimono la volontà di modellare la propria esistenza sull’esempio di Maria, la Madre, la Patrona, la Sorella, la Vergine purissima, accogliendo con cuore purificato la Parola di Dio e dedicandosi con zelo al servizio dei fratelli» (Osservatore Romano del 26 luglio 1988). In cambio, la Madonna si è impegnata a proteggere colui che indossa questo abito, in ogni occasione ma soprattutto nell’ora della morte. Affidiamoci quindi totalmente a Maria, che ci manterrà nell’amore di Dio e del prossimo.

Dom Antoine Marie osb

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