Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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17 gennaio 2015
sant'Anonio, abate


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

In occasione del suo viaggio apostolico del 2006 in Polonia, papa Benedetto XVI si rivolgeva così alla folla: «Vi prego, coltivate questa ricca eredità di fede a voi trasmessa dalle generazioni precedenti, l’eredità del pensiero e del servizio di quel grande Polacco che fu San Giovanni Paolo II. Rimanete forti nella fede, tramandatela ai vostri figli, testimoniate la grazia, che avete sperimentato in modo così abbondante attraverso lo Spirito Santo nella vostra storia.» La fecondità spirituale della terra polacca è stata particolarmente illustrata dalla famiglia Ledochowski di cui due figlie sono state elevate all’onore degli altari e un figlio, Vladimiro, ha ricoperto la carica di Preposto generale dei Gesuiti dal 1915 al 1942. Maria Teresa Ledochowska, beatificata da papa Paolo VI il 19 ottobre 1975, è la fondatrice delle Suore Missionarie di San Pietro Claver, che sostengono le missioni attraverso varie pubblicazioni. Giulia, sua sorella, è stata beatificata nel 1986 e canonizzata nel 2003 da papa Giovanni Paolo II. È all’origine delle Orsoline grigie, che si dedicano specificatamente all’educazione e all’istruzione dei più poveri.

Il conte Antonio Halka Ledochowski discende da una famiglia dell’antica nobiltà polacca che ha sempre brillato per la devozione al suo sovrano e la fedeltà a Dio. Ha tre figli maschi da un primo matrimonio; rimasto vedovo, sposa nel 1862 una svizzera, Giuseppina von Salis-Zizers. Mamma Séphine, come viene chiamata, si dimostra una vera madre per i figli del conte, ai quali si aggiungono ben presto Maria Teresa, il 29 aprile 1863, poi altri otto figli tra cui Giulia nel 1865 e Vladimiro nel 1866. La famiglia risiede in una ricca proprietà a Loosdorf nei pressi di Melk in Bassa Austria. I talenti artistici musicali, pittorici e letterari dei figli si sviluppano sotto lo sguardo attento dei loro genitori. Mamma Séphine guida il suo piccolo mondo con dolcezza e fermezza. Non transige mai con la fedeltà al dovere e la padronanza di sé, ottenute anche a costo del sacrificio. La fede cristiana viene trasmessa ai figli attraverso la partecipazione ai sacramenti, la preghiera, la lettura del Vangelo e della vita dei santi. La vita è felice, animata da numerose uscite e intervallata da soggiorni nelle sontuose dimore delle grandi famiglie amiche.

Meritare di più

Maria Teresa, che ama brillare, invidia i talenti degli altri bambini e s’impegna per superarli. Abbandona facilmente i giochi dei più giovani per immergersi nella lettura, ma sua madre le chiede spesso di sacrificare i suoi gusti per prendersi cura di loro. I suoi difetti sono l’altra faccia di una natura generosa. A nove anni, rivela il suo carattere in una poesia che racconta un sogno in cui il suo angelo la conduce in Paradiso: coloro che hanno sofferto e pazientato di più vi hanno una corona più bella. Ne conclude: «Ringraziai Dio e mi rallegrai della proroga che mi dava per meritare ancora di più.» Per la piccola Giulia, questo sogno è pura fantasia; eppure, «soffrire e lavorare» diventerà il motto della sua sorella maggiore.

Nel 1873, in seguito a un rovescio di fortuna, il castello di Loosdorf viene venduto; la famiglia si trasferisce in un appartamento a St. Pölten. Le ragazze frequentano i corsi presso le Dame Inglesi, integrati da lezioni private. Fanno parte di questa vita musica, teatro, visite, sport, escursioni, giochi. Giulia suona la cetra; le piacciono anche la danza e lo sport. In casa Ledochowski, gli svaghi che allietano la vita suscitano l’azione di grazie a Dio senza nuocere a un profondo spirito soprannaturale.

«Il lavoro e la festa sono intimamente collegati con la vita delle famiglie, scriveva papa Benedetto XVI il 23 agosto 2010; ne condizionano le scelte, influenzano le relazioni tra i coniugi e tra i genitori e i figli, incidono sul rapporto della famiglia con la società e con la Chiesa. La Sacra Scrittura (cfr. Gen,1-2) ci dice che famiglia, lavoro e giorno festivo sono doni e benedizioni di Dio per aiutarci a vivere un’esistenza pienamente umana. L’esperienza quotidiana attesta che lo sviluppo autentico della persona comprende sia la dimensione individuale, familiare e comunitaria, sia le attività e le relazioni funzionali, come pure l’apertura alla speranza e al Bene senza limiti.»

Maria Teresa aspira al Bene eterno. All’età di undici anni, scrive nel suo diario: «I persecutori della Chiesa periranno, mentre essa risorgerà gloriosa, e ciò che non riceviamo in questa vita mortale, lo troveremo in Cielo se persevereremo con coraggio fino alla morte.» A tredici anni, incontra lo zio cardinale Mieczyslaw Ledochowski, imprigionato sotto Bismarck durante il «Kulturkampf», a causa della fede cattolica, il quale, durante la sua prigionia a Ostrowo, aveva ricevuto una poesia dalla nipote, che egli incoraggia nelle sue opere letterarie. La ragazza rimane impressionata dalla bella e nobile fisionomia del prelato, pur indebolito dalla privazioni. A 15 anni, redige una rivista mensile, «La Farfalla», che circola negli ambienti colti; questo le vale un certo successo, ma anche le critiche di coloro che pensano che una giovane contessa non debba farsi notare in pubblico. A 16 anni, accompagna suo padre in un viaggio in Polonia. È una gioia tanto maggiore per il fatto che con i fratelli e le sorelle si è molto impegnata nell’apprendere la lingua della patria di suo padre. Sul posto, tutto la affascina. Annota le sue impressioni in un libretto: «La mia Polonia». Ma ben presto contrae il tifo e deve rimanere a letto per sei settimane.

Un focolare accogliente

Nel 1882, volendo ritornare definitivamente nella terra dei suoi antenati, il conte acquista la tenuta agricola di Lipnica Murowana nei pressi di Cracovia. La nuova proprietà è costituita da una casa padronale con dipendenze, giardino, campi e boschi. Maria Teresa aiuta il padre nell’amministrazione della tenuta. Da ora in poi, per la ragazza, i compiti materiali, acquisto e vendita del bestiame, direzione dei lavori, supervisione del personale, sostituiscono le belle arti; ella apprende rapidamente a guidare un tiro di cavalli con destrezza. Giulia fornisce la sua parte del lavoro, e Vladimiro, studente al Theresianum di Vienna, vi si dedicherà non appena terminati i suoi studi. Séphine fa della fattoria un focolare accogliente. Numerose uscite nel mondo aristocratico di Cracovia interrompono la monotonia dei lavori agricoli. Tutte le porte sono aperte ai Ledochowski, e la compagnia delle due giovani contesse è molto apprezzata. I loro successi mondani, tuttavia, le lasciano insoddisfatte.

La fede delle due sorelle, fonte della loro libertà nei confronti dei successi che incontrano nel mondo, è stata coltivata e sviluppata nell’ambiente familiare. Nella sua prima enciclica, papa Francesco scrive: «Il primo ambito in cui la fede illumina la città degli uomini è la famiglia. Penso anzitutto all’unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio... In famiglia, la fede accompagna tutte le età della vita, a cominciare dall’infanzia: i bambini imparano a fidarsi dell’amore dei loro genitori. Per questo è importante che i genitori coltivino pratiche comuni di fede nella famiglia, che accompagnino la maturazione della fede dei figli» (Lumen fidei, 5 luglio 2013, nn. 52-53).

A 22 anni, Maria Teresa contrae il vaiolo; deve essere isolata per evitare il contagio. Nonostante la dedizione di sua madre, è necessaria la presenza di una suora infermiera. Sfidando il pericolo, Giulia è anche lei molto vicina, e il rapporto tra le due sorelle si approfondisce. Animata da tempo dal desiderio di diventare suora, Giulia s’intrattiene volentieri sul suo progetto con la suora infermiera. «Anch’io voglio fare qualche cosa di grande per il Buon Dio!», esclama Maria Teresa. Tuttavia Séphine si allarma alla vista del volto della figlia, butterato dal vaiolo. Fa togliere tutti gli specchi. Ma un giorno, ne vede uno posato vicino al letto della malata. Questa indovina l’apprensione della madre. «Non importa, so da tempo che sono sfigurata per tutta la vita.» Vinta dall’emozione davanti all’umiltà eroica della figlia, la signora Ledochowska si ritira a piangere. Maria Teresa guarisce dalla sua malattia, ma suo padre, ammalatosi anche lui, muore qualche tempo dopo.

Dama di corte

La ragazza diventa allora dama d’onore al servizio della granduchessa di Toscana, a Salisburgo. Paradossalmente, la sua vita interiore guadagna in profondità proprio in mezzo al fasto di una corte principesca dalle molte distrazioni. Ella aveva scritto allo zio cardinale: «So bene che la carriera che sto per intraprendere è tanto ardua e faticosa quanto il suo aspetto esteriore è brillante. Ma attingo coraggio nella convinzione che Dio non mi rifiuterà il suo aiuto, finché manterrò la ferma volontà e il serio desiderio di rimanere la sua serva fedele. Ma per non deviare dal retto cammino, le tue preghiere mi sono più necessarie che mai, caro zio.» La vita lussuosa e piena di divertimenti della corte mette a dura prova perché esige il rispetto dell’etichetta, dell’assiduità e della puntualità. Tuttavia, Maria Teresa accompagna la granduchessa alla Messa quotidiana e si confessa ogni settimana. Durante un soggiorno presso la corte di alcune religiose francescane missionarie di Maria, viene presa da uno zelo ardente per le anime. Sente l’attrattiva delle missioni lontane, ma la sua salute precaria gliene impedisce l’accesso. Apprendendo che una delle francescane è una ex dama di corte che ha lasciato tutto per curare i lebbrosi in Madagascar, si entusiasma ed entra nel terz’ordine Francescano.

Un’amica protestante le fa leggere un giorno una conferenza del cardinale Lavigerie sulla schiavitù in Africa e la crociata per la sua abolizione, in cui egli chiede alle donne d’Europa che ne hanno il dono di scrivere a favore di questa causa. Maria Teresa, consapevole dei suoi talenti letterari, vi percepisce una chiamata di Dio a servire le anime diseredate. Immediatamente, si mette al lavoro e pubblica i suoi articoli nella tribuna offertale da un giornale. Lettere e donazioni affluiscono in numero così grande che lei pensa di lasciare la corte per dedicarsi unicamente a questa missione. Presenta a mons. Lavigerie un dramma che ha composto sotto lo pseudonimo di Africanus: «Zaida, la ragazza nera.» Il cardinale s’informa dell’identità dell’autore. «La sua condizione gli impedisce di farsi conoscere», risponde lei. Rivolgendole allora uno sguardo penetrante, il Primate d’Africa le dice gravemente: «Ebbene, mettetevi in ginocchio, che io benedica Africanus!»

Nel 1891, Maria Teresa ottiene di lasciare la corte e si dedica interamente alle missioni. Durante un soggiorno di riposo, è vittima di un’aggressione da parte di una persona misteriosa, da cui è liberata invocando san Luigi; ne conserverà per tutta la vita gli strascichi sotto forma di crisi di emicrania che chiamerà il suo «caro male». Nonostante l’incidente, e attraversando critiche e ostacoli, pubblica la sua rivista: «L’Eco dell’Africa» e i resoconti delle missioni. Suscita, raccoglie e inoltra anche i doni dei fedeli per l’evangelizzazione. In questo periodo, spinta dalle circostanze, Maria Teresa forgia le sue prime armi nella carriera oratoria. Si trova a dover prendere la parola di fronte a vescovi, ma terrà anche centinaia di conferenze in tutta Europa per fa conoscere l’opera e suscitare la cooperazione.

Un dono prezioso

Nel 1894, con l’aiuto dei Gesuiti di Vienna, Maria Teresa abbozza il progetto di un’associazione chiamata «Confraternita («Sodalizio») di San Pietro Claver». Il 29 aprile, giorno del suo compleanno, viene ricevuta in udienza da papa Leone XIII, che benedice l’opera. Ben presto, si uniscono alla Confraternita dei volontari come membri esterni. Il 13 giugno, Maria Teresa ritrova Giulia, diventata suor Urzsula presso il convento delle Orsoline di Cracovia; partecipano insieme alla prima Messa del loro fratello Vladimiro, diventato gesuita. Nel 1897, la fondatrice ottiene la prima approvazione delle costituzioni di un Ordine dedicato alla preghiera e all’apostolato delle missioni per mezzo della stampa. Questo ordine religioso risponde a un’attrattiva personale e permette di garantire la stabilità e la dedizione richieste dall’opera. Le prime compagne si stabiliscono in un vallone a due ore di cammino da Salisburgo: la proprietà di Maria Sorg. Maria Teresa sceglie la Madonna del Buon Consiglio come Patrona celeste: «Viviamo in tempi d’inquietudine e di attività febbrili, in cui troppo facilmente ci si getta nelle braccia della prudenza umana... Nella nostra povertà, desideriamo ardentemente che questo dono prezioso dello Spirito Santo, il dono del Consiglio, diriga tutte le nostre azioni. Tuttavia, un tale dono è una grazia che ci verrà concessa solo attraverso la preghiera. E chi altri potremmo meglio invocare come mediatrice se non Maria, Madre del Buon Consiglio?».

La vita religiosa, però, non si improvvisa, e la fondatrice fa appello a tre francescane missionarie di Maria che assicurano per un anno la formazione delle prime compagne. Ben presto dodici postulanti vengono a portare il loro aiuto ai lavori agricoli e a quelli della tipografia che diffonderà oltremare catechismi, sillabari, libri di preghiera e tutte le opere in lingua indigena necessarie ai missionari. L’opera s’insedierà in diversi paesi nel corso della vita stessa di madre Maria Teresa: Germania, Austria, Polonia, Italia, Svizzera, Francia, Stati Uniti. Queste istituzioni beneficeranno delle relazioni che la Madre ha legate in gioventù nel mondo aristocratico. Nel 1900, il cardinale Sarto, allora patriarca di Venezia e ben presto Papa sotto il nome di Pio X, invita la Confraternita nella sua diocesi. Nel 1905, viene definitivamente insediata a Roma la casa generalizia nei pressi di Santa Maria Maggiore. Nello stesso anno, l’opera si stabilisce in Inghilterra, in Portogallo e in Spagna, dove la regina Maria Cristina si ricordava di Maria Teresa che era stata sua compagna di giochi durante la sua infanzia.

Nonostante la Grande Guerra, la Madre continua gli invii di fondi in Africa e vi inoltra molti stampati: un milione e mezzo nel 1915, due milioni settecentomila nel 1916 e il doppio nel 1917. Attinge la sua energia inesauribile nella preghiera personale davanti al tabernacolo: là tutto sembra scomparire per lei, restano solo più il Creatore e la sua creatura. La sua fatica incessante le costa sforzi sovrumani: «E chiarissimo che il Buon Dio mi sostiene in un modo che non è naturale, perché il mio stato di salute è pietoso e non dovrei essere in grado di far nulla», confida il 17 maggio 1922. Tuttavia, poco tempo dopo, deve mettersi a letto; suo fratello Vladimiro va a trovarla ogni giorno. Il mattino del 6 luglio, il volto della Madre s’illumina di un sorriso celestiale che sembra dire che non rimpiange nulla della follia che l’ha spinta a lasciare una vita brillante e sicura per lavorare senza sosta a favore delle missioni. Poco dopo, rende l’anima a Dio. Alle soglie della Seconda Guerra mondiale, le tipografie della «Madre dell’Africa» avevano stampato tre milioni di libri in centosessanta lingue indigene. Oggi le suore missionarie di San Pietro Claver formano quarantatré comunità presenti in ventitré paesi, su tutti i continenti.

Giulia

Come sua sorella Maria Teresa, Giulia ha beneficiato di un’educazione accurata che le ha permesso di rimanere fedele alla sua fede in mezzo alle seduzioni del mondo. La consapevolezza di un tale beneficio l’ha orientata verso la consacrazione di tutta la sua vita a Dio nell’educazione e nell’istruzione della gioventù. Aveva percepito la bellezza e la difficoltà di questa opera di cui il Concilio Vaticano II doveva mettere in rilievo il ruolo cruciale:

«Tutti gli uomini di qualunque razza, condizione ed età, in forza della loro dignità di persona hanno il diritto inalienabile ad una educazione, che risponda alla loro vocazione propria... La vera educazione deve promuovere la formazione della persona umana sia in vista del suo fine ultimo, sia per il bene dei vari gruppi di cui l’uomo è membro ed in cui, divenuto adulto, avrà mansioni da svolgere.... È dunque meravigliosa e davvero importante la vocazione di quanti, collaborando con i genitori nello svolgimento del loro compito e facendo le veci della comunità umana, si assumono il compito di educare nelle scuole. Una tale vocazione esige speciali doti di mente e di cuore, una preparazione molto accurata, una capacità pronta e costante di rinnovamento e di adattamento» (Dichiarazione sull’educazione cristiana, 28 ottobre 1965).

Prima di morire, il conte Ledochowski aveva acconsentito all’ingresso della figlia Giulia in convento. Nel 1886, all’età di 21 anni, questa si presenta presso le Orsoline di Cracovia e vi riceve il nome di suor Maria Orsola di Gesù. Dopo la sua formazione, si dedica all’educazione delle ragazze, poi diventa superiora nel 1904; l’anno seguente, apre il primo pensionato per studentesse polacche che entrano nell’università Jagellon. Madre Orsola si occupa anche della formazione di giovani polacche provenienti dalla Russia. Un parroco cattolico di San Pietroburgo la chiama per risollevare il pensionato di Santa Caterina che rischia di andare in rovina. Nel 1907, la Madre viene ufficialmente inviata in Russia da papa san Pio X che le dice: «Vestite anche abiti rosa se volete, ma andate in Russia!» Ella si stabilisce quindi a San Pietroburgo con alcune consorelle. Poiché il governo di Nicola II non tollera la presenza di suore cattoliche, si presentano come delle laiche. La comunità tuttavia cresce e riceve la sua autonomia canonica nei confronti delle Orsoline di Cracovia.

Le Orsoline grigie

Nel 1914, a causa della guerra, madre Orsola e le sue compagne vengono espulse dal territorio russo. Si rifugiano a Stoccolma, dove la madre fonda «Il raggio di sole», una rivista in svedese, una delle nove lingue che parla correntemente. Di là, irradia la sua influenza benefica su tutta la Scandinavia: Svezia, Danimarca, Norvegia, Finlandia, fondando oratori, orfanotrofi, centri di ritiro e, segretamente, un noviziato per le vocazioni che affluiscono. Di ritorno a Cracovia nel 1920, la madre sollecita da Roma il riconoscimento della sua comunità come congregazione autonoma. Per prudenza, Benedetto XV le chiede di ritornare al suo convento. La madre si sottomette volentieri. Ma il Papa, venuto a sapere che è guidata dal fratello, diventato generale dei Gesuiti, le permette di proseguire la sua opera. Ella ottiene, il 23 giugno 1923, l’approvazione delle costituzioni della nuova «Congregazione apostolica delle Orsoline del Cuore di Gesù agonizzante» o «Orsoline grigie». La spiritualità di questa congregazione è incentrata sulla contemplazione dell’amore redentore di Cristo. Le suore partecipano alla sua missione di salvezza attraverso l’educazione, l’insegnamento e il servizio alle persone sofferenti, abbandonate, emarginate e alla ricerca del senso della vita. «Salvare le anime, condurle a Gesù, far loro conoscere l’infinita bontà del suo Cuore, ecco l’ideale a cui dobbiamo consacrarci», riassume la madre.

Poco tempo dopo, papa Pio XI chiama madre Orsola a Roma dove fonderà la casa generalizia. Apre convitti e case per l’educazione delle ragazze, scrive e agisce a favore dei giovani, dei poveri e delle donne. Papa Giovanni Paolo II, che ha sempre avuto una grande devozione per questa abitante di Cracovia, definirà così la sua spiritualità: «Attingeva dall’amore per l’Eucaristia l’ispirazione e la forza per la grande opera dell’apostolato... Scriveva alle consorelle: «Il Santissimo Sacramento è il sole della nostra vita... Amate Gesù nel tabernacolo! Là rimanga sempre il vostro cuore anche se materialmente siete al lavoro...» Alla luce di quest’amore eucaristico, ella sapeva scorgere in ogni circostanza un segno del tempo, per servire Dio e i fratelli. Sapeva che, per chi crede, ogni evento, persino il più piccolo, diventa un’occasione per realizzare i piani di Dio. Quello che era ordinario, lo faceva diventare straordinario; ciò che era quotidiano lo mutava perché diventasse perenne; ciò che era banale lo rendeva santo» (omelia del 18 maggio 2003). Madre Orsola muore a Roma nel 1939, assistita dal fratello Vladimiro. Nel 1989, il suo corpo intatto verrà trasferito alla casa madre di Pniewy. Le Orsoline grigie contano attualmente settecentottantasei suore diffuse in quattordici paesi su quattro continenti.

Ancora oggi, la Chiesa ci invita a trasmettere la fede e a prenderci cura dei poveri. Le sorelle Ledochowska ci ottengano la grazia di tenerci a disposizione per il servizio al Signore, loro che hanno saputo mettere in pratica il suo precetto: Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt 10,8)!

Dom Antoine Marie osb

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