Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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27 agosto 2014
Santa Monica


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Una sera, una bambina scorge, dalla finestra della sua stanza, delle donne vestite di bianco che vanno e vengono in un giardino cantando salmi. Chiede alla madre che cosa fanno: «Sono Religiose, pregano. – Che cosa è una Religiosa? E chi pregano?», insiste la bambina. «Pregano il loro Dio. – Dov’è Dio? Perché pregano invece di andare a dormire?» La madre, agnostica, non sa più che cosa rispondere. «Come deve essere bello poter pregare Dio...», sospira la bambina che aggiunge, mormorando: «Dio mio, vorrei anch’io pregare!» Hildegard ha appena fatto il suo primo passo in un lungo cammino alla ricerca della Verità.

Hildegard Lea Freund è nata il 30 gennaio 1883 a Görlitz, in Sassonia (oggi sul confine tedesco-polacco), in una famiglia ebrea non osservante. Nel 1895, la famiglia Freund si trasferisce a Berlino, dove Hildegard farà i suoi studi secondari. Mostra grandi doti intellettuali e un profondo desiderio di rettitudine morale; vuole diventare una “persona etica”, il che, per lei, significa una donna di convinzione e principi. Non si cura di ciò che appassiona le adolescenti: vestiti, svaghi, vita mondana... In compenso, s’interessa alla filosofia, all’arte e alla cultura; il suo sguardo, però, non vede nulla al di là della vita presente. Dopo aver letto Schopenhauer, per il quale la fede in un assoluto trascendente e la ricerca di una felicità senza fine non sono che illusione e nulla, Hildegard scriverà una poesia dal ritornello disilluso: «Passano le gioie e i dolori; passa il mondo: non c’è nulla!» Già poco prima della nascita di Gesù Cristo, il libro della Sapienza metteva sulle labbra degli increduli queste parole: Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati (Sap 2,2). Dopo la sua conversione, Hildegard confiderà, a proposito di una persona che si è suicidata: «Perché dunque si dovrebbe combattere con questo mondo, se non si crede nell’aldilà? Sono sicura che anch’io mi darei la morte, se non fossi credente. Non capisco come degli esseri umani possano vivere senza credere in Dio.» Papa Benedetto XVI constatava, anch’egli, nell’enciclica Caritas in veritate (2009): «Senza Dio, l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia.»

Nel 1899, la famiglia Freund si trasferisce a Zurigo, in Svizzera. Dopo aver conseguito la maturità nel 1903, Hildegard s’iscrive all’università, privilegio raro per le ragazze a quell’epoca. Vi studia letteratura tedesca e filosofia, sotto la direzione di due professori protestanti, Saitschik e Förster; questi insegnano un sistema, la “filosofia della vita” che, contrariamente al razionalismo diffuso a quell’epoca, afferma che l’uomo è capace di conoscere Dio. Saitschik insiste sulla purezza di cuore e la rettitudine d’animo che sono richieste per questa conoscenza. Hildegard, toccata nel profondo ma non convinta, ripete senza sosta, tra le lacrime e le suppliche, la “preghiera del non credente”: «Mio Dio, se esistete, fate che io vi trovi!». Ma per il momento, non riceve nessuna risposta.

Il senso profondo della vita

Nel 1907, Hildegard ritorna a Berlino per studiare economia e politica sociale. Lì vi incontra Alexander Burjan, un ingegnere ebreo ungherese fino ad allora agnostico che, come lei, cerca il senso profondo della vita; si sposano entro l’anno. Nell’ottobre del 1908, un attacco di colica renale costringe la giovane a farsi ricoverare presso l’ospedale cattolico St. Edwig di Berlino. Il suo stato di salute si aggrava al punto che deve subire diversi interventi chirurgici. Durante la Settimana Santa del 1909, è in punto di morte e i medici perdono ogni speranza di salvarla. Contro ogni previsione, il lunedì di Pasqua, la sua salute migliora nettamente. Dopo sette mesi di ricovero in ospedale, può tornare a casa sua; ma soffrirà per tutta la vita dei postumi di questa malattia del sistema renale.

Durante la sua lunga permanenza in ospedale, Hildegard ha ammirato la dedizione e la carità delle religiose ospedaliere “borromee” (appartenenti a un Ordine fondato da san Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, morto nel 1584). Ella osserva: «Solo la Chiesa cattolica può realizzare questo miracolo di riempire una comunità intera di un tale spirito... L’uomo lasciato alle sue sole forze naturali non può fare quello che fanno queste suore; vedendole, ho fatto l’esperienza della potenza della grazia.» È in seguito a questa rivelazione della “verità incrollabile” della Chiesa attraverso la santità dei suoi membri che Hildegard si converte. Terminato un periodo di catecumenato, riceve il Battesimo l’11 agosto 1909. Questo atto decisivo è il punto di arrivo di un lungo cammino spirituale; dopo aver a lungo pensato che gli uomini potessero, a forza d’intelligenza e di volontà, realizzare da soli il progresso morale, ella scrive ora: «Non è a partire dalla sola saggezza umana che possiamo fare il bene, ma unicamente grazie all’unione con Cristo; in Lui tutto possiamo, senza di Lui siamo nella completa indigenza.»

«L’uomo non si sviluppa con le sole proprie forze, scriveva papa Benedetto XVI in Caritas in veritate… Lungo la storia, spesso si è ritenuto che la creazione di istituzioni fosse sufficiente a garantire all’umanità il soddisfacimento del diritto allo sviluppo. Purtroppo, si è riposta un’eccessiva fiducia in tali istituzioni, quasi che esse potessero conseguire l’obiettivo desiderato in maniera automatica. In realtà, le istituzioni da sole non bastano, perché lo sviluppo umano integrale è anzitutto vocazione… Un tale sviluppo richiede, inoltre, una visione trascendente della persona, ha bisogno di Dio: senza di Lui lo sviluppo o viene negato o viene affidato unicamente alle mani dell’uomo, che cade nella presunzione dell’auto-salvezza e finisce per promuovere uno sviluppo disumanizzato. D’altronde, solo l’incontro con Dio permette di non vedere nell’altro sempre soltanto l’altro, ma di riconoscere in lui l’immagine divina, giungendo così a scoprire veramente l’altro e a maturare un amore che diventa cura dell’altro e per l’altro» (n. 11).

«Il bambino deve vivere!»

Il Battesimo significa per Hildegard l’inizio di una nuova vita. Raggiante, confida la sua felicità ai famigliari. Già nell’agosto 1910, ha la gioia di vedere suo marito Alexander battezzato a sua volta. Poco dopo, incinta, Hildegard si prepara a un parto difficile. I medici le consigliano di abortire a causa del grave pericolo che corre. Ma rifiuta energicamente: «Sarebbe un omicidio! Se muoio, sarò allora vittima del mio “mestiere” di madre, ma il bambino deve vivere.» Il parto si svolge bene e viene al mondo una piccola Lisa; sarà l’unica figlia della famiglia Burjan, la cui vita si svolge ormai a Vienna, dove Alexander diventerà direttore di una società di materiale telefonico.

Hildegard è certa che la sua vita, provvidenzialmente preservata, debba essere interamente consacrata a Dio e agli uomini. Annunciare ai poveri, attraverso l’azione sociale, l’amore di Dio per loro, ecco la sua vocazione. Scopre ben presto la terribile realtà della condizione operaia. La popolazione povera, recentemente installata nella capitale austriaca, vive ammassata in alloggi insalubri. Uomini, donne e bambini lavoravano in fabbrica dalle dodici alle quindici ore al giorno per un salario di miseria. In questo contesto, le donne si trovano esposte alla tentazione di prostituirsi e di abbandonare i loro figli. Per porvi rimedio, la Chiesa creerà associazioni di donne cattoliche che lotteranno non solo per la conservazione della moralità delle operaie, ma anche per la difesa dei loro diritti nei confronti di datori di lavoro senza scrupoli. Hildegard s’impegna a fondo in questo compito, resa forte dalla sua conoscenza approfondita delle questioni sociali, acquisita all’università. Prende in particolare la difesa delle operaie che svolgono a domicilio lavori pagati a discrezione del datore di lavoro, senza la minima protezione sociale.

Nel settembre del 1912, Hildegard prende la parola in occasione di una riunione annuale delle Leghe cattoliche femminili a Vienna: «Cerchiamo di vedere se non siamo complici della miseria del popolo. Acquistiamo solo dai commercianti coscienziosi, non facciamo abbassare molto i prezzi, esigiamo di tanto in tanto dai produttori che ci rendano conto dell’origine dei prodotti! Troppo spesso accade che la donna agiata spinga i commercianti a effettuare le consegne in condizioni irrealistiche, e questo avviene sempre a scapito delle povere operaie a domicilio.» Quasi da sola in un primo momento a prendere la difesa di questi “senza voce”, recluta collaboratrici volontarie provenienti dalle classi agiate.

Piccoli schiavi

Nello stesso anno, Hildegard fonda la “Associazione delle operaie a domicilio cristiane”, che offre alle sue socie una remunerazione vantaggiosa, una protezione sociale, un’assistenza legale, la possibilità di studiare. A costo di grandi sforzi e frequenti umiliazioni, cerca di conquistare il sostegno di persone riluttanti, se non addirittura ostili. Ella pensa che le donne abbiano il diritto di esercitare una professione, anche intellettuale, nella misura in cui questo lavoro non nuoce alla loro funzione naturale di mogli e di madri; ma questo diritto non deve costituire un pretesto per uno sfruttamento della loro debolezza. Si occupa anche dei bambini costretti a guadagnarsi da vivere – un terzo dei bambini si trova in questa situazione a Vienna: contrariamente a quanto disposto dalla legge, bambini di sei anni vengono impiegati quattordici ore al giorno, in fabbrica o a casa. Una mortalità spaventosa colpisce questi piccoli schiavi; gli stessi sopravvissuti rimangono affetti da disturbi mentali.

Sconvolta da questo scandalo, Hildegard denuncia in un opuscolo lo sfruttamento dei bambini, ispirandosi all’insegnamento di papa Leone XIII nell’enciclica Rerum novarum ( 1891). La carità verso i poveri non deve limitarsi ad alleviare le sofferenze isolate, senza cercare di porre rimedio alle ingiustizie che le provocano. Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità, anche sul piano politico, per eliminare alla radice le strutture di peccato e instaurare la giustizia sociale. Durante la Prima Guerra mondiale, Hildegard prende la difesa delle donne che sostituiscono in fabbrica gli uomini arruolati. Il suo obiettivo: l’applicazione a vantaggio delle operaie del principio “a lavoro uguale, salario uguale”. Nel novembre del 1918, la disfatta degli imperi centrali (Germania e Austria-Ungheria) provoca un’insurrezione a Vienna e la proclamazione della repubblica. Proposta come candidata alle elezioni legislative, Hildegard Burjan diventa l’unica donna deputata del partito social-cristiano. Al Parlamento, promuove riforme sociali, non in uno spirito rivoluzionario, ma nella fedeltà alla dottrina sociale della Chiesa; propone leggi a favore dei diritti delle operaie e della protezione dell’infanzia. Dietro sua istigazione, i partiti si accordano per adottare una legge che offra una protezione sociale alle collaboratrici domestiche.

La coscienza del Parlamento

Hildegard aveva detto: «Un pieno interesse per la politica fa parte del cristianesimo pratico.» Settanta anni dopo, santo Giovanni Paolo II affermerà: «I fedeli laici non possono affatto abdicare alla partecipazione alla “politica”, ossia alla molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune» (Esortazione post-sinodale Christifideles laici, 30 dicembre 1988, n. 42).

Durante i due anni del suo mandato, Hildegard si guadagna la stima di tutti in Parlamento. Il cancelliere Ignaz Seipel dirà di non aver mai incontrato una persona più entusiasta nella sua azione politica né più accorta nelle sue intuizioni. Il cardinale Piffl, arcivescovo di Vienna, vede in lei “la coscienza del Parlamento”. Invitata a presentarsi alle elezioni del 1920 e interpellata per la carica di ministro degli Affari sociali, rifiuta queste offerte a causa della sua salute cagionevole ma soprattutto per consacrarsi all’organizzazione della Caritas Socialis (Carità Sociale), un’opera di cui l’oggetto e il nome le sono stati ispirati dall’esclamazione di san Paolo (2Cor 5,14): Caritas Christi urget nos, l’amore di Cristo ci spinge!

Hildegard ha compreso che, per raggiungere il suo scopo ed essere veramente efficace, un’azione sociale richiede da parte delle persone che vi s’impegnano che siano totalmente motivate dall’ideale evangelico: di qui la sua idea di fondare una comunità di donne consacrate a Dio per promuovere la giustizia sociale nel cuore dei quartieri operai divenuti estranei al cristianesimo. Animate dalla carità divina, queste persone vivranno secondo i “consigli evangelici” (povertà, castità e obbedienza), sotto un abito religioso semplice e discreto, in prossimità degli operai. Hildegard formula così l’intuizione fondatrice della Caritas Socialis: «La Chiesa cattolica ha, nel corso dei secoli, fatto sbocciare i fiori più svariati. Di fronte a ogni miseria che si presentava, inviava uomini pieni di Spirito Santo per provi rimedio... Forse, a sua volta, la nostra Caritas potrà, in mezzo al paganesimo moderno, apparire come un ramo discreto sul tronco della Chiesa.» Il progetto viene approvato dal cardinal Piffl e benedetto da papa Benedetto XV.

Il 4 ottobre 1919, le prime dieci suore della “Società apostolica delle Suore della Caritas Socialis” pronunciano il loro impegno davanti a Dio durante una Messa, a Vienna. Accanto a loro operano associate laiche. L’ambizione della Caritas è quella di dedicarsi a opere nuove di carità: procurare un alloggio alle donne senza tetto, soccorrere le ragazze povere in pericolo, accogliere le ragazze madri per evitare loro la tentazione di abortire (una “Casa della madre e del fanciullo” viene aperta a Vienna nel 1924), strappare al vizio le prostitute riabilitandole, curare le donne affette da malattie veneree, ecc. Questo apostolato scandalizza alcuni cattolici, che vi vedono un incoraggiamento o almeno una scusa per l’immoralità. In realtà, come scrive Hildegard, «non si tratta solo di alleviare la miseria materiale, ma beninteso di risvegliare una nuova vita in Cristo». Queste donne cosiddette “perdute” o minacciate sono chiamate alla conversione e a condurre da quel momento una vita cristiana. La Caritas ne darà loro il mezzo.

A capo delle Suore

Donna sposata e madre di famiglia, Hildegard Burjan esercita, in quanto fondatrice, la funzione di superiora delle Suore, anomalia che suscita le critiche di certi fedeli. Il cardinale Piffl risponde loro: «Avere la signora Burjan nella mia diocesi è una grazia di cui sarò responsabile davanti a Dio. È mia santa convinzione che debba rimanere a capo delle Suore fino al suo ultimo respiro.» Sovraccarica, spossata dal lavoro, la fondatrice ha l’abitudine di dire. «Mi riposerò e dormirò solo quando sarò sotto terra.» Consacra molto tempo ad accogliere e consigliare le Suore; usa nei loro confronti i riguardi dovuti a donne consacrate a Dio nel celibato. Modestia, discrezione nelle parole, ma anche carità e calore umano sono le qualità che ella dimostra in questa direzione spirituale. Rimproverare una suora per uno sbaglio le costa molto, ma parla apertamente quando è suo dovere; lo fa allora in un modo così cortese e costruttivo che ci si congeda da lei conquistati e in pace. Questo compito impegnativo non impedisce a Hildegard di rimanere una moglie molto amorevole e una madre di famiglia disponibile. Qualche tempo prima della sua morte, dirà al marito: «Sono stato molto felice con te. Ti ringrazio di tutti questi begli anni che abbiamo trascorso insieme, per la tua comprensione e il tuo aiuto nel mio lavoro.»

La preghiera è per Hildegard una necessità fondamentale; senza Dio, non si può fare nulla di utile (cfr. Gv 15,5 ). Prega soprattutto di notte, non avendone il tempo durante la giornata; per questo, sottrae tempo al sonno. Diabetica, Hildegard dovrà ogni giorno per quindici anni farsi iniezioni di insulina. Sopporta con pazienza tutte le sofferenze della malattia: dolori ai reni e all’intestino, sfinimento, fame causata dalla dieta severa che le è prescritta, e soprattutto una sete ardente. Tutti i giorni partecipa alla Messa e vi si comunica. Secondo la disciplina in vigore a quell’epoca, per fare la comunione bisogna essere a digiuno senza aver mangiato né bevuto nulla a partire dalla mezzanotte. Ogni mattina, lei aspetta che suo marito abbia fatto colazione e sia partito per l’ufficio; va allora a Messa e beve solo al ritorno. Non chiederà mai una dispensa dal digiuno eucaristico. Parlando per esperienza personale, Hildergard scriverà a una delle sue religiose: «Credetemi, per ogni persona la vita è una lotta; che vi faccia attenzione o no, ognuno avanza lentamente sulla via sassosa del calvario. Ringraziamo Dio perché ci dà la possibilità di salirvi e, con la sua luce, di farci riconoscere le nostre mancanze.»

Quando cessa ogni illusione

Nel giorno di Pentecoste del 1933, si manifesta un’infiammazione renale molto dolorosa. Nonostante le prognosi mediche rassicuranti, Hildegard si prepara serenamente alla morte che sente vicina. Il suo medico ha reso sui suoi ultimi giorni la seguente testimonianza: «Ho visto innumerevoli pazienti vicini alla morte; ma le ultime ore di Hildegard Burjan rimangono nella mia memoria come un caso unico. Pienamente consapevole di essere vicina alla sua fine, si preoccupava dei suoi e delle sue opere. Per se stessa, era senza timore, tutta abbandonata; considerava con gioia la morte come una liberazione dall’esistenza terrena, e mostrava una piena fiducia di entrare nella vita eterna.»

Dal canto suo, Hildegard confida: «La mia morte è un tranquillo Deo Gratias! Venticinque anni fa, Dio, nel momento di questa malattia, mi ha attirata a Lui e scelta, mi ha portata in braccio come un bambino, e ora mi libera da questa malattia per portarmi a Lui. Rifletto spesso a quello che potrebbe essere per me oggetto di timore, al momento di comparire davanti a Dio... Certo, ho fatto molte cose cattive nella mia vita, ma so che non ho mai cercato altro che la sua Volontà. Ed per questo che non vedo nulla che io debba temere.» Ella testimonia anche la sua fede serena: «A volte, nel corso della mia vita, mi è venuto il pensiero di quella che sarebbe stata l’ora della mia morte, quel momento in cui cessa ogni illusione. Mi chiedevo se allora non sarebbe crollato tutto, se tutto non mi sarebbe apparso come una chimera.... Ebbene, ora, vedo che tutto è vero, che tutto questo è Verità.» L’11 giugno 1933, festa della Santissima Trinità, mormora: «Come sarà bello andare a riposare in Dio!» Poi, baciando il suo crocifisso, dice, con voce lenta e chiara: «Caro Salvatore, rendi tutti gli uomini amabili, affinché tu li possa amare. Arricchiscili di te solo!» Poco dopo, spira.

Alla morte di Hildegard, la Caritas Socialis contava centocinquanta appartenenti e trentacinque istituti in Austria e all’estero. Eretta nel 1960 come istituto religioso di diritto pontificio, questa “Comunità di vita apostolica” comprende attualmente novecento suore e collaboratrici secolari che svolgono diversi apostolati, in particolare a favore delle madri incinte in difficoltà (centri di accoglienza) e delle persone anziane affette da gravi malattie (morbo di Alzheimer). In seguito a un decreto di papa Benedetto XVI, Hildegard Burjan è stata proclamata beata il 29 gennaio 2012, a Vienna. Nella formula del loro impegno, composta dalla beata, le Suore della Caritas dicono a Dio: «Ti ringrazio con tutto il mio cuore per avermi giudicata degna di essere uno strumento del tuo amore.»

Chiediamo a Gesù Cristo, inviato nel mondo dal Padre per accendervi il fuoco dell’Amore (cfr. Lc 19,42), di fare anche di noi degli strumenti del suo Amore redentore.

Dom Antoine Marie osb

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