Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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23 luglio 2014
santa Brigida, Patrona d'Europa


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Poco prima della sua esecuzione, decisa da un tribunale rivoluzionario alla fine dell’estate del 1936, il beato José Samsó, sacerdote catalano, diceva: «A noi cristiani, basta ricordare l’insegnamento del Maestro: Amate i vostri nemici, rispondete al male con il bene... Forse in questo modo si risolverà il problema sociale.» Il 24 gennaio 2010, giorno successivo a quello della beatificazione di questo martire, Benedetto XVI l’ha proposto come modello ai preti e soprattutto ai parroci, per il ministero della catechesi.

José Samsó è nato il 17 gennaio 1887, nella città catalana di Castellbisbal (Barcellona), ed è stato battezzato il 22 dello stesso mese. Il 20 ottobre seguente, secondo l’usanza del tempo, riceve il sacramento della Cresima. È figlio del farmacista Jaume Samsó e di Josefa Elías. Nel 1888, arriva ancora una bambina a rallegrare la famiglia. Ma, il 12 novembre 1894, il padre lascia questo mondo per l’eternità. Rimasta senza mezzi, la vedova si avvicina alla sorella che abita in una città vicina e non ha figli; questa e suo marito aiuteranno i piccoli orfani. José frequenta la scuola presso i Maristi e sua sorella presso le monache teresiane. Appena raggiunta l’età della ragione, il bambino manifesta il desiderio di essere prete; servire la Messa è per lui una vera passione. Molto dotato per gli studi, eccelle soprattutto nella matematica. Nel 1900, la famiglia si stabilisce a Barcellona, e José entra nel seminario minore come esterno. Per pagare i suoi studi, la signora Samsó e la figlia lavorano intensamente come sarte. Un giorno, il ragazzino è colpito da un forte dolore al petto. Il medico prescrive un farmaco, ma avverte che se questo non avrà effetto, José sarà condannato a breve scadenza. La madre, sconvolta, va a prosternarsi davanti all’immagine della Madonna del Sacro Cuore venerata nella chiesa a lei dedicata a Barcellona. Promette di abbonarsi alla rivista del Santuario se il bambino guarisce. Un mese dopo, José ha ricuperato una perfetta salute.

Che cosa fare di domenica?

Entrato nel seminario maggiore, José dà lezioni private per guadagnare qualche soldo e non pesare troppo sul bilancio di sua madre. Studente brillante, gli viene a volte richiesto di supplire il professore. Il 25 giugno 1909, consegue la licenza in teologia, che gli dà diritto al titolo di Dottore. Da questo momento, verrà chiamato “Dottor Samsó”. Il vescovo di Barcellona lo chiama allora al suo servizio come segretario. Nel corso di quello stesso anno, viene ordinato diacono. Riceve il sacerdozio il 12 marzo 1910 con dispensa perché non ha ancora ventiquattro anni. Il 19 marzo, festa di San Giuseppe, celebra la sua prima Messa nell’umile parrocchia del Centro operaio di Barcellona, in via Calabria. Convinto che padre Samsó abbia una vera vocazione di parroco, il suo direttore spirituale interviene presso il vescovo per chiedergli di non trattenerlo come segretario. Ben presto, il sacerdote è nominato vicario a Sant Julià d’Argentona, una cittadina della regione. Il suo parroco, padre Francesc Botey, è un buon prete gravato dal peso degli anni. José Samsó prende in mano il catechismo parrocchiale, allora un po’ trascurato. Possiede un vero talento per insegnarlo, al punto che gli adulti vi si interessano. A volte rivolge le domande in un modo un po’ provocatorio: «Che cosa bisogna fare di domenica? – Bisogna andare a Messa – Molto bene, ma si può comunque lavorare, non è vero? – No, padre. – Perché? – Perché Dio lo proibisce,” rispondono fieramente i bambini.

Il precetto del riposo domenicale fa riferimento al terzo comandamento di Dio: Osserva il giorno di sabato per santificarlo (Dt 5,12). Il settimo giorno vi sarà risposo assoluto, sacro al Signore (Es 31,15). La Chiesa ci spiega questo precetto nel Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica: «In giorno di sabato si fa memoria del riposo di Dio nel settimo giorno della creazione, come pure della liberazione d’Israele dalla schiavitù d’Egitto e dell’Alleanza che Dio ha sancito con il suo popolo.» Alla domanda: «Per quale motivo, per i cristiani, il sabato è stato sostituito dalla domenica?», il Compendio risponde: «La domenica è il giorno della Risurrezione di Cristo. Come primo giorno della settimana (Mc 16,2), essa richiama la prima creazione; come ottavo giorno, che segue il sabato, significa la nuova creazione inaugurata con la Risurrezione di Cristo. E diventata così, per i cristiani, il primo di tutti i giorni e di tutte le feste: il giorno del Signore, nel quale egli, con la sua Pasqua, porta a compimento la verità spirituale del sabato ebraico ed annuncia il riposo eterno dell’uomo in Dio.»

«I cristiani santificano la domenica e le altre feste di precetto partecipando all’Eucaristia del Signore, e astenendosi anche da quelle attività che impediscono di rendere culto a Dio e turbano la letizia propria del giorno del Signore o la necessaria distensione della mente e del corpo. Sono consentite le attività legate a necessità familiari o a servizi di grande utilità sociale, purché non creino abitudini pregiudizievoli alla santificazione della domenica, alla vita di famiglia e alla salute.» È quindi importante il riconoscimento civile della domenica come giorno festivo «perché a tutti sia data la reale possibilità di godere di sufficiente riposo e di tempo libero che permettano loro di curare la vita religiosa, familiare, culturale e sociale; di disporre di un tempo propizio per la meditazione, la riflessione, il silenzio e lo studio; di dedicarsi alle opere di bene, in particolare a favore dei malati e degli anziani» (cfr. Compendio, 450-454; Catechismo della Chiesa Cattolica, 2189).

Di quanti avete bisogno?

Sul territorio della parrocchia di padre Samsó vive un uomo molto contrario alla religione. Per evitare conflitti, sua moglie va a Messa di nascosto. Venendo a sapere dai suoi amici che il nuovo vicario è molto simpatico e che insegna in modo meraviglioso ai bambini, quest’uomo permette alla moglie di portare i loro figli al catechismo. La moglie pone come condizione che le permetterà di andare a Messa in tutta libertà. Lui acconsente, e lei ne informa il sacerdote, che le propone di recitare tre “Ave Maria” per la conversione del marito. Poco tempo dopo, il parroco e il suo vicario organizzano un ritiro secondo gli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio. Ma perché esso possa aver luogo, occorre trovare un numero sufficiente di persone che vi partecipino, e per il momento sono solo sei. Informato di questo progetto di ritiro, il marito dichiara alla moglie, che non crede alle sue orecchie: «Se venisse a invitarmi, mi iscriverei.» Il vicario non indugia a incontrarlo, e quest’uomo gli chiede quante persone sono iscritte al ritiro. Il prete, un po’ confuso, esita poi ammette che sono pochi. «Di quanti avete bisogno? – Una trentina, risponde padre Samsó. - Non vi preoccupate, padre, Le trovo il resto.» Al momento di iniziare il ritiro, sono trentadue partecipanti.

In quel periodo, un novizio gesuita spagnolo, Francisco de Paula Vallet, conquistato dal dinamismo degli Esercizi di sant’Ignazio, promuove una campagna di predicazione di ritiri in Catalogna. Il suo obiettivo è quello di mettere gli Esercizi alla portata di laici impegnati in tutti i settori della vita sociale; per questo, progetta uno schema di ritiro in cinque giorni a cui si ispirano ancora oggi diverse opere di ritiri spirituali. Divenuto prete nel 1923, egli metterà il suo carisma personale di predicatore al servizio di questa opera di evangelizzazione. Dal 1923 al 1926, terrà il ritiro ignaziano per più di ottomilacinquecento uomini. Ben presto, per grazia di Dio, appariranno molti frutti spirituali: conversioni, riconciliazioni, vocazioni, impegni sociali, rinnovamento di parrocchie... (cfr. Le Père Vallet, di Père Ph. Barbier, ed. Saint-Paul, 1996).

Gli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio «rappresentano una via e un metodo particolarmente preziosi per cercare e trovare Dio, in noi, attorno a noi e in ogni cosa», dichiarava papa Benedetto XVI, il 21 febbraio 2008. San Roberto Bellarmino, gesuita del XVI secolo, aveva scritto, basandosi sull’insegnamento dato dagli Esercizi: «Se hai saggezza, comprendi che sei creato per la gloria di Dio e per la tua eterna salvezza. Questo è il tuo fine, questo il centro della tua anima, questo il tesoro del tuo cuore. Perciò stima vero bene per te ciò che ti conduce al tuo fine, vero male ciò che te lo fa mancare. Avvenimenti prosperi o avversi, ricchezze e povertà, salute e malattia, onori e oltraggi, vita e morte, il sapiente non deve né cercarli, né fuggirli per se stesso. Ma sono buoni e desiderabili solo se contribuiscono alla gloria di Dio e alla tua felicità eterna, sono cattivi e da fuggire se la ostacolano» (De ascensione mentis in Deum). «Queste, commenta papa Benedetto XVI, non sono parole passate di moda, ma parole da meditare a lungo oggi da noi per orientare il nostro cammino su questa terra» (Udienza del 23 febbraio 2011).

A forza di preghiere

Un nuovo vescovo nominato a Barcellona organizza, secondo la consuetudine dell’epoca, un concorso per ottenere la cura pastorale di una piccola parrocchia rurale: Sant Joan de Mediona. Padre Samsó supera brillantemente la prova, ma nel suo colloquio con il vescovo, quest’ultimo gli rimprovera di essere uno spirito indipendente che ha rifiutato di rimanere al servizio del suo predecessore. Fortunatamente, il prelato non tarda a rendersi conto che i discorsi malevoli che ha sentiti e sui cui si basavano le sue accuse non sono giusti, e l’11 gennaio 1917, il sacerdote assume l’incarico della parrocchia. L’accoglienza dei parrocchiani, rimasti legati al prete che l’ha amministrata in assenza di un parroco, è glaciale. Poco tempo dopo, muore un bambino undicenne e la famiglia esprime il desiderio che venga sepolto in una bara bianca. Il giovane parroco fa notare che, secondo le disposizioni liturgiche, le bare bianche sono riservate ai bambini morti prima dell’età della ragione. Con grande malcontento di tutti, si conforma, secondo la sua abitudine, agli usi liturgici. Dopo la cerimonia, alcuni esaltati lo minacciano di lanciargli pietre... Tuttavia, a forza di preghiere e di lacrime, il prete riesce a conquistare la fiducia dei suoi parrocchiani. Nei momenti difficili, ripete: «Dio al di sopra di tutto». Un parrocchiano testimonierà: «Quando arrivò tra noi, nessuno lo amava, perché non lo conoscevamo. Quando ci lasciò, piangevamo, perché allora lo conoscevamo!»

Nell’agosto del 1919, il parroco della cittadina costiera di Mataró muore, lasciando un enorme parrocchia divisa in due fazioni dalle affinità politiche ben nette, sostenuta ciascuna da un gruppo di una decina di preti. L’arcivescovo di Barcellona desidera inviarvi padre Samsó come amministratore: questo sacerdote di trentadue anni gli sembra essere l’uomo provvidenziale per la pacificazione della parrocchia. Il prete chiede un tempo di riflessione. Il suo direttore spirituale gli consiglia di accettare: «Figlio mio, non sei tu che hai cercato questo. È Dio che te lo propone attraverso il tuo superiore. Accetta l’incarico con umiltà e abbi fiducia, sapendo che là dove non riuscirai ad arrivare, arriverà Dio.»

Un sorriso caratteristico

Piuttosto alto e di bella presenza, il dottor Samsó porta sempre i capelli tagliati molto corti. La sua andatura è grave, con un’aria un po’ marziale e una sfumatura di severità che cerca di addolcire con un sorriso caratteristico, ereditato da sua madre. Con la sua famiglia, sa mostrarsi molto affettuoso. Il suo temperamento forte lo rende esigente nei confronti di se stesso e a volte troppo esigente con gli altri. «Se padre Samsó non fosse morto martire, non si sarebbe mai pensato alla sua beatificazione», diranno alcuni. Tuttavia egli sa anche farsi amare e perdonare; le opere di san Francesco di Sales, che legge e medita, lo aiutano a compiere progressi significativi per correggere la sua rigidità naturale. «In questa parrocchia di Santa Maria, di Mataró, riconoscerà uno dei suoi preti, noi vicari, nonostante la disciplina che regnava e di cui talvolta soffrivamo, abbiamo imparato enormemente, perché padre Samsó era un saggio e un santo.» L’autore di queste righe era tuttavia uno dei più indisciplinati del gruppo, e il giovane amministratore aveva dovuto esercitare nei suoi confronti una grande pazienza. Un giorno, per esempio, in cui padre Samsó insiste sulla puntualità negli orari, questo prete gli risponde: «Vedete, dottor Samsó, voi sapete che io sono di quel paese dove tutti mi conoscono; in tutte le parrocchie in cui sono passato, mi sopportano un mese, il secondo mese mi detestano, e il terzo mi cacciano via. Quindi, sappiate che la puntualità non si confà al mio temperamento!»

Padre Samsó vuole essere il prete di tutti. La sua prima preoccupazione a Mataró è quella di aprire maggiormente alle famiglie meno agiate la partecipazione alle celebrazioni liturgiche. Con lui, per esempio, gli operai sono ammessi anche loro a portare il baldacchino durante la processione del Santissimo Sacramento. Nella stessa prospettiva, egli suscita molto scalpore quando chiede ai fedeli di semplificare gli abiti costosi confezionati per i bambini in occasione della loro prima Comu–nione. In compenso, insiste perché tutti godano di una preparazione catechetica molto accurata, indispensabile per la buona disposizione del cuore. «Figli miei, dice, non rendetevi mai colpevoli di ricevere indegnamente il Corpo di Cristo. Purificate la vostra coscienza, anche dai peccati veniali e dalle azioni disordinate. Se farete questo, il frutto delle vostre Comunioni sarà grande.» Li invita anche a volgere lo sguardo verso la Vergine Maria: «Guardate la Madre Immacolata, vedete il suo mantello e pensate al Cielo, desiderate il Cielo! Munitevi delle ali della purezza; più queste ali saranno pure, più sarete vicini al Cielo.» Per facilitare l’accesso al sacramento della Penitenza, fa aggiungere confessionali nella basilica.

«Il Signore ci rivolge un invito pressante a riceverlo nel sacramento dell’Eucaristia, ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica: In verità, in verità vi dico: se non mangiate la Carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo Sangue, non avrete in voi la vita (Gv 6,53)… Per rispondere a questo invito dobbiamo prepararci a questo momento così grande e così santo… Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione… Per prepararsi in modo conveniente a ricevere questo sacramento, i fedeli osserveranno il digiuno prescritto (cfr. Codice di Diritto canonico, can. 919: “Chi sta per ricevere la Santissima Eucaristia si astenga per lo spazio di almeno un’ora prima della sacra comunione da qualunque cibo o bevanda, fatta eccezione soltanto per l’acqua e le medicine”). L’atteggiamento del corpo (gesti, abiti) esprimerà il rispetto, la solennità, la gioia di questo momento in cui Cristo diventa nostro ospite» (CCC 1384, 1385, 1387 ).

Tutti chiamati

Il Vescovo di Segovia testimonierà che padre Samsó aveva istituito a Mataró il catechismo meglio organizzato di tutta la Spagna. Per questo prete, le lezioni di catechismo sono il vivaio della parrocchia e del seminario. Il suo obiettivo è che i suoi catechizzati diventino in seguito, a loro volta, catechisti: «Non dobbiamo pensare che la poca disposizione personale ci esenti dal diventare catechisti, perché tutti, genitori, religiosi, sacerdoti, laici, siamo chiamati all’opera di evangelizzazione delle anime.» Consapevole dei disordini provocati dalla promiscuità, soprattutto negli adolescenti, padre Samsó non vi è molto favorevole, in particolare durante i momenti di distensione organizzati dal “Patronato dei Giovani Operai”. Su questo punto, si oppone a un altro sacerdote che è di parere contrario.

Nel frattempo, nel paese, agitato da potenti fazioni rivoluzionarie, si sviluppa un odio anti-religioso. Il 6 ottobre 1934, uomini armati fanno irruzione nella basilica di Mataró. Minacciano di morte padre Samsó che si trova lì con un confratello e due laici. Con le pistole spianate, ingiungono loro di dar fuoco immediatamente alla chiesa. Imperturbabili, padre Samsó e i suoi amici mostrano che preferiscono la morte. Gli aggressori non osano sparare; incendiano essi stessi l’edificio e si danno alla fuga. I vicini, allertati, accorrono e, in qualche modo, l’incendio viene spento. Come in un presentimento, il sacerdote dichiara: «Qualunque cosa accada, mettiamoci interamente nelle mani di Dio. Per parte mia, ogni giorno nella preghiera, mi preparo al martirio... Bisogna riconoscere che si commettono molti peccati, e queste macchie, bisogna lavarle con un sangue innocente che si unisca generosamente al sacrificio dell’Agnello Immacolato.»

Nella notte tra il 18 e il 19 Luglio 1936, risuonano dei colpi alla porta del presbiterio. Si tratta di poliziotti che vengono a perquisire perché pensano che i preti nascondano armi. Si sospetta infatti che i cattolici vogliano rovesciare la Repubblica. Seduto su un banco, padre Samsó s’intrattiene amichevolmente con i poliziotti: «Potete perlustrare finché vorrete, ho sempre pensato di difendere la Chiesa con tutti i mezzi possibili tranne con quello delle armi. Gesù, mio divino Maestro, per difendere la sua Chiesa non uccise nessuno ma donò la sua vita. – Ah, se tutti i preti fossero come voi! risponde un gendarme. – Il fatto è che voi non conoscete veramente i preti, replica padre Samsó, e che troppo spesso ve ne fate un’idea molto falsa.»

«Sono io!»

Ben presto, il governo repubblicano è sopraffatto dagli elementi estremisti. Milizie operaie infervorate dalle ideologie marxista e anarchica s’impadroniscono dei municipi e delle piazze. Per loro, la Chiesa è il nemico da abbattere. Consapevole del pericolo, padre Samsó cerca rifugio in una casa amica. Il 30 luglio 1936, travestito da uomo d’affari, lascia coloro che gli hanno dato protezione per non comprometterli. Così, con un paio di baffi finti, i capelli tinti, gli occhiali scuri, una sigaretta tra le labbra e una cartella sotto il braccio, si affretta a raggiungere la stazione ferroviaria. Al suo arrivo, chiede l’ora di partenza del treno a una donna. Ma lei riconosce la voce di questo prete che ha sentito tante volte, e avverte i miliziani che si aggirano nei paraggi. Da loro interpellato, il sacerdote risponde schiettamente: «Sono io quello che cercate!» Lo conducono al municipio per essere giudicato dal comitato antifascista. Rinchiuso in una stanza con altre dieci persone, che diventeranno ben presto trentacinque, vi resterà trentatré giorni. Immediatamente, organizza le sue giornate: meditazione, breviario, rosario con i detenuti. Confessa i suoi compagni di prigionia e li sostiene con i suoi incoraggiamenti: «Non abbiate paura, sono io ad essere scelto per il sacrificio; Dio sia benedetto!» Uno di loro dirà: «Ogni mattina, quando bisognava pulire la cella, dovevamo strappargli di mano la scopa. La sua permanenza in prigione era una vera e propria missione per noi.» Il 15 agosto 1936, riceve per la prima volta durante la sua detenzione la santa Comunione, portata da una famiglia amica. Questa grazia gli verrà rinnovata due volte alla settimana fino al 1° settembre. Il 29 agosto, arriva tra i detenuti un altro sacerdote. Si tratta di quello con cui padre Samsó aveva avuto qualche divergenza riguardo alla promiscuità al “Patronato dei Giovani Operai”. Egli accoglie il suo confratello a braccia aperte, suggellando la loro profonda riconciliazione; i due preti si danno reciprocamente il sacramento della Penitenza. «Padre Samsó morì come un santo, così come aveva vissuto», affermerà questo sacerdote che, quanto a lui, sfuggirà alla morte.

Il 1° settembre 1936, lo si viene a cercare per l’esecuzione. Durante il tragitto, egli s’intrattiene amichevolmente con i suoi aguzzini. Uno di loro gli dice: «Noi eseguiamo degli ordini; altrimenti, lungi da noi il volervi uccidere. – Quello che vi hanno comandato di fare, fatelo», risponde semplicemente il sacerdote. Giunto sul luogo dell’esecuzione, perdona ai suoi carnefici con un tale accento di cordialità che lo sgomento s’impadronisce di loro. Si avvicina per abbracciarli. Dei tre uomini, uno solo rifiuta di lasciarsi toccare, ed è l’unico a scaricare la sua arma su di lui. Più tardi, dirà: «Se lo avessi toccato, non avrei potuto sparare.» Venendo a sapere della sua esecuzione, uno dei capi rivoluzionari, che lo aveva conosciuto bene, esclamò: «Ladri! Assassini! Me lo avete rubato, era sotto la mia protezione! Non è così che trionferà la nostra causa...»

José Samsó è stato beatificato il 23 gennaio 2010 a Mataró, nella basilica di Santa Maria di cui fu l’arciprete. Chiediamogli di farci condividere il suo zelo per la trasmissione della fede attraverso la catechesi. Che ci aiuti a essere testimoni di Cristo nel mondo di oggi!

Dom Antoine Marie osb

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