Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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14 maggio 2014
san Mattia, apostolo


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Il 27 novembre 1830, in Rue du Bac a Parigi, nel noviziato delle Figlie della Carità di san Vincenzo De Paoli, la comunità è in preghiera nella cappella. Una giovane novizia, suor Caterina Labouré, vede apparire «un quadro della Santa Vergine, come viene di solito rappresentata con il titolo di Immacolata Concezione, in piedi e con le braccia tese... Dalle sue mani escono come dei fasci di raggi di un bagliore stupendo.» La suora sente nello stesso tempo: «Questi raggi sono il simbolo delle grazie che Maria ottiene per gli uomini» e, attorno al quadro, legge, a caratteri d’oro, la seguente invocazione: «O Maria, concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a te.» Poi questo quadro si gira e, sul rovescio, ella distingue la lettera M sormontata da una piccola croce, e, in basso, i sacri Cuori di Gesù e di Maria. Dopo che la suora ha ben osservato tutto questo, la voce le dice: «Bisogna far coniare una medaglia su questo modello, e le persone che la porteranno benedetta e che faranno con devozione questa breve preghiera, godranno di una protezione tutta speciale della Madre di Dio.» Il 30 giugno 1831, vengono coniate millecinquecento medaglie e distribuite dapprima di mano in mano. A poco a poco si diffonde la notizia di straordinari benefici concessi, e il popolo dà alla medaglia il nome di “miracolosa”. A partire dal 1834 inizia una diffusione fulminea: nel 1839 saranno state coniate, in Francia e all’estero, dieci milioni di medaglie! Nel 1842 avviene a Roma un evento straordinario che conferma l’appellativo dato a questa medaglia. Lasciamo che il protagonista, Alfonso Ratisbonne, si presenti egli stesso.

«La mia famiglia è piuttosto nota, perché è ricca e benefica. Per quanto riguarda questi due aspetti, occupa da tempo il primo posto in Alsazia.» Nato il 1° maggio 1814, Alfonso è l’ultimo di dieci figli di questa famiglia opulenta. Il capo famiglia, Auguste Ratisbonne, appartiene a una generazione di israeliti che pensa solo a godersi la vita terrena; benché presidente del Concistoro, non compare nella sinagoga che di rado e per convenienza. I figli vengono allevati se non nella religione, almeno secondo le tradizioni e le usanze ebraiche. Già all’età di quattro anni, Alfonso perde sua madre, donna di valore e virtuosa i cui esempi erano gli unici a fungere, per i figli, da principi morali.

Nel 1825, egli inizia i suoi studi al collegio reale di Strasburgo. «A quell’epoca, scrive, un evento infligge un duro colpo alla mia famiglia. Mio fratello Teodoro (più vecchio di lui di dodici anni) si dichiarò cristiano; e poco dopo, nonostante le più vive sollecitazioni per dissuaderlo, diventò sacerdote ed esercitò il ministero nella stessa città, sotto gli occhi della mia famiglia. Questo comportamento mi rivoltò, e presi in odio il suo abito e la sua persona. Educato in mezzo a cristiani, indifferenti come me, la conversione di mio fratello mi fece credere al fanatismo dei cattolici, e ne ebbi orrore.» Nel luglio del 1831, Alfonso, a diciassette anni, consegue il baccalaureato in lettere.

Godere del mondo

Suo padre era morto l’anno precedente. Uno zio senza figli divenne il suo secondo padre. «Questo zio così noto nel mondo finanziario volle legarmi alla banca di cui era il direttore. Studiai legge a Parigi, poi tornai da lui. Mi diede completa libertà. Pensavo che si è al mondo per goderne... Ero ebreo di nome; non credevo neppure in Dio.» Tuttavia, attesta un testimone, «il suo cuore si era conservato puro.» Si dedica a «servire la causa del suo popolo oppresso, e a operare per ottenergli una perfetta parità di diritti, nonché una fusione più completa con tutta la società».

Nel 1841, Alfonso compirà ventisette anni. La famiglia, d’accordo con l’inclinazione di lui, decide il suo matrimonio con una delle sue nipoti. «Vedevo la mia famiglia al colmo della gioia, perché devo dire che ce ne sono poche in cui ci si ami di più che nella mia... Un unico membro mi era odioso: mio fratello Teodoro. Il suo modo di parlare serio suscitava la mia collera. Nutrivo un odio amaro contro i preti, le chiese, i conventi e soprattutto contro i Gesuiti. Fortunatamente, mio fratello lasciò Strasburgo; veniva chiamato a Notre-Dame-des-Victoires a Parigi. La sua partenza mi sollevò da un grande peso.» Alfonso celebra il suo fidanzamento a Nizza, ma nella sua anima rimane un vuoto: «Nella negazione di qualsiasi fede, mi trovavo in perfetta armonia con i miei amici, cattolici o protestanti indifferenti; ma la vista della mia fidanzata risvegliava in me qualche cosa che mi portava a credere nell’immortalità dell’anima; inoltre, mi misi istintivamente a pregare Dio; lo ringraziavo della mia felicità, e tuttavia non ero felice.» La ragazza ha solo sedici anni, e si ritiene opportuno ritardare il matrimonio. Alfonso intraprende allora un viaggio per recarsi in Oriente.

Un’improvvisa antipatia

Approda a Napoli il 9 dicembre. «Vi trascorsi un mese per vedere e scrivere tutto. Oh! quante bestemmie nel mio diario!... Non avevo nessuna voglia di recarmi a Roma, nonostante l’invito di due amici... Come sono andato a Roma? Non riesco a spiegarmelo.» Parte per la Città eterna, con l’intenzione di tornare il 20 gennaio. Arrivato il 6, comincia a visitare febbrilmente tutti i monumenti della città. L’8, una voce lo chiama per nome in strada: quella di Gustave de Bussierre, un ex compagno di scuola di Strasburgo, protestante pietista. Invitato a cena a casa del padre del suo amico, Alfonso vi scorge il fratello maggiore di Gustave, Théodore de Bussierre, che era diventato cattolico: «Ciò era sufficiente per ispirarmi una profonda antipatia; tuttavia, poiché Théodore era noto per la pubblicazione dei suoi viaggi in Oriente, gli espressi la mia intenzione di fargli visita.» Alcuni giorni dopo, entra nella chiesa di Santa Maria in Ara Cœli, al Campidoglio. Stanno per essere battezzati due israeliti. Innocentemente, la guida lo invita ad assistere a questa cerimonia: Alfonso si rifiuta ed esce. La miseria del Ghetto, quartiere ebraico nelle immediate vicinanze, suscita la sua indignazione.

Gli torna a mente la visita che aveva annunciata a Théodore de Bussierre «come un malaugurato obbligo». Tuttavia vi si decide. Inizia una conversazione cortese: «Gli parlo dei suoi giri per Roma, racconta il signor de Bussierre; lui mi comunica diverse impressioni... Mi parla del Ghetto, che aveva riacceso il suo odio contro il cattolicesimo. Tentai di fargli intendere ragione; e mi rispondeva che era nato ebreo e che sarebbe morto ebreo... Allora mi venne l’idea più straordinaria, un’idea dal cielo, perché i saggi del mondo l’avrebbero chiamata una follia: “Dal momento che voi siete uno spirito così forte, promettetemi di portare su di voi ciò che sto per darvi. – E che cosa è? – Semplicemente questa medaglia.” E gli mostrai una medaglia miracolosa... Egli si ritrasse vivamente. “Ma, secondo il vostro modo di vedere, ciò deve esservi perfettamente indifferente, e a me farebbe un grandissimo piacere. - Non c’è problema, esclamò scoppiando in una risata: voglio almeno provarvi che si ha torto ad accusare gli ebrei di ostinazione.” E proseguì con battute che, per me, erano bestemmie. Frattanto, gli avevo passato al collo un nastro, al quale le mie bambine avevano appena attaccato la medaglia benedetta... Mi rimaneva qualche cosa di ancor più difficile da ottenere; volevo che recitasse il Memorare, la preghiera di San Bernardo che inizia così: “Ricordatevi, o clementissima Vergine Maria”. Allora, non si trattenne più. Ma una forza interiore mi spingeva, e lottavo contro i suoi reiterati rifiuti con una sorta di accanimento. Gli porgevo la preghiera, supplicandolo di portarla con sé, ma di avere la gentilezza di copiarla, perché non ne avevo un’altra copia. Allora, con un moto di stizza e d’ironia, acconsentì: “Va bene, la scriverò; voi avrete la mia copia e io terrò la vostra!”»

Alfonso se ne va a teatro. Di ritorno al suo albergo, si mette a ricopiare la preghiera, poi, sfinito dalla stanchezza, si addormenta. Nel frattempo, Théodore de Bussierre veglia, con degli amici, davanti a Gesù nel Santissimo Sacramento. Il giorno seguente, 17 gennaio, Alfonso ripassa a trovare Théodore che glielo aveva chiesto:«Benché infastidito dalle mie richieste insistenti, dice quest’ultimo, leggeva e rileggeva la preghiera, per scoprire che cosa la rendesse così preziosa ai miei occhi.» A disagio, Alfonso apostrofa il suo ospite: «Stregone! Mago!… Voi mi conoscete da ventiquattr’ore, e mi forzate a sentire delle cose che non oserebbe dirmi mio fratello!» Esasperato, si alza per prendere definitivamente congedo. «Voi non partirete, dice il signor de Bussierre. “Impossibile, il mio posto è prenotato alla compagnia delle diligenze. – Voi non partite, dovessi tenervi chiuso a chiave nella mia stanza!” E gli faccio notare che non può lasciare Roma senza aver visto una cerimonia in San Pietro e che ve n’è una qualche giorno dopo. Lo trascino, tutto stupefatto, per annullare la sua prenotazione.»

Sono necessari due miracoli

Alfonso continua così le sue visite dei monumenti romani in compagnia di Théodore: «Il signor de Bussierre introduceva così ingenuamente nel discorso le questioni religiose, insisteva con tanto ardore, che mi dicevo: “Se qualche cosa può allontanare un uomo dalla religione è l’insistenza che si mette nel convertirlo.” Passando davanti alla Scala Santa - la scala che Gesù salì, secondo la Tradizione, durante la sua Passione – il barone venne preso dall’entusiasmo: si alza nella sua carrozza ed esclama: “Salve, scala santa! Ecco un uomo che vi salirà un giorno in ginocchio!” Ne risi, e dissi al mio apostolo che non avrebbe ottenuto nulla da me. Al che rispose che era certo della mia conversione. “In questo caso, sarebbero necessari due miracoli: uno per convincermi, l’altro per decidermi!”»

Il 20 gennaio, verso mezzogiorno, Alfonso si reca in un caffè, in piazza di Spagna, per leggervi i giornali; lì incontra due alsaziani, uno ebro, l’altro protestante. «Parlammo di Parigi, di arte, di politica e di cose frivole. Invitai questi due amici alle mie feste di nozze... Se in quel momento un terzo interlocutore mi avesse detto: “Alfonso, tra un quarto d’ora tu adorerai Gesù Cristo, tuo Dio e tuo Salvatore, e ti batterai il petto ai piedi di un sacerdote, in una casa di Gesuiti, dove trascorrerai il carnevale per prepararti al Battesimo, pronto a sacrificarti per la fede cattolica”... avrei considerato quest’uomo completamente pazzo!»

«Uscendo dal caffè, scorgo il signor de Bussierre che m’invita a salire nella sua carrozza. Il tempo era magnifico, accettai con piacere. Mi chiede il permesso di fermarsi qualche minuto a Sant’Andrea delle Fratte e mi propone di aspettarlo in carrozza; preferii scendere per vedere quella chiesa. Vi si stavano facendo dei preparativi funebri: “Si tratta di un mio amico, il conte de Lafferronnays; la sua morte improvvisa è la causa della tristezza che, ieri, avete notato in me.” Mi lascia: “Sarà questione di due minuti”. La chiesa di Sant’Andrea è piccola, povera e deserta... Nessuna opera d’arte vi attirava la mia attenzione. Lasciai vagare meccanicamente il mio sguardo attorno a me, senza soffermarmi su alcun pensiero; mi ricordo soltanto di un cane nero che saltava e balzava davanti ai miei passi. Ben presto, non vidi più nulla... o piuttosto, o mio Dio, vidi un’unica cosa!!!... Come sarà possibile parlarne? Oh! no, la parola umana non deve affatto cercare di esprimere l’ineffabile... Ero lì, prosternato, inondato di lacrime, con il cuore fuori di me.»

Com’è buono Dio!

«Rientrando nella chiesa, riferisce il signor de Bussierre, scopro il signor Ratisbonne in ginocchio davanti alla cappella di San Michele e San Raffaele, in un atteggiamento di profondo raccoglimento. Vado da lui, lo scuoto a più riprese, senza che si accorga della mia presenza. Infine, sollevando verso di me il volto bagnato di lacrime, congiunge le mani e mi dice: “Oh! quanto ha pregato per me quel signore!” Si trattava del defunto, al quale avevo confidato tre giorni prima l’intenzione che mi stava a cuore; mi aveva risposto: “Se dice il Memorare, conquisterete lui e ben altri ancora con lui”. “Dove volete andare? chiedo ad Alfonso. – Dove vorrete. Dopo quello che ho visto, obbedisco... Come sono felice! Che pienezza di grazia e di felicità per me! Com’è buono Dio! E come sono infelici coloro che non sanno!” Copriva di baci e di lacrime brucianti la medaglia miracolosa che portava su di sé. Poi mi abbracciò, dicendo con un viso illuminato: “Portatemi da un confessore. Quando potrò ricevere il Battesimo, senza il quale non posso più vivere?” – Lo condussi al “Gesù”, la chiesa dei Gesuiti, da padre de Villefort; incontrandolo, gli mostra la sua medaglia ed esclama: “L’ho vista!! L’ho vista!!!” Poi, racconta: “Ero da un momento nella chiesa quando, d’improvviso, mi sono sentito preso da un turbamento indescrivibile. L’intero edificio era come velato al mio sguardo; un’unica cappella aveva, per così dire, concentrato tutta la luce e, al centro di questa luce che si irradiava, è apparsa, ritta sull’altare, grande, splendente, piena di maestà e di dolcezza, la Vergine Maria, così com’è sulla mia medaglia; una forza irresistibile mi ha spinto verso di Lei. La Vergine mi ha fatto cenno con la mano di inginocchiarmi. Mi è sembrato che mi dicesse: va bene! Non mi ha parlato affatto, ma ho capito tutto.” Rimasto da solo con il Padre, egli dichiarò che voleva essere cristiano. “Mi aspetto che avrò molto da soffrire; ma sono pronto a tutte le sofferenze, e le merito, perché ho molto peccato.”»

Un mese dopo, il 19 febbraio, egli farà questa deposizione davanti a un notaio: «Cercai più volte di alzare gli occhi verso la Santa Vergine; ma il suo splendore e il rispetto me li fecero abbassare, senza impedirmi di avere la certezza della sua presenza. Fissai i miei occhi sulle sue mani, e vidi in esse l’espressione del perdono e della misericordia. Alla sua presenza, benché non mi abbia detto nessuna parola, ho compreso l’orrore dello stato in cui mi trovavo, la deformità del peccato, la bellezza della Chiesa cattolica: in una parola, la benda cadde dai miei occhi... Pieno di un senso di gratitudine per la Santa Vergine Maria, pensavo a mio fratello con una gioia inesprimibile; provavo una profonda compassione per la mia famiglia, immersa nelle tenebre del giudaismo, e per gli eretici e i peccatori.»

Che cosa vi dona la fede?

L’ardente desiderio del Battesimo, ispirato dall’orrore del peccato originale, riempie l’anima del convertito. Alcuni propongono di aspettare: «Ma che cosa, egli risponde loro: gli Ebrei che avevano udito gli Apostoli furono immediatamente battezzati (cf. At 2,41 ); e volete farmi rinviare, dopo che ho sentito la Regina degli Apostoli?» In effetti, affermerà il Reverendissimo padre Roothan, generale dei Gesuiti, «il senso della fede si manifestava in lui così intenso e così efficace che gli faceva cogliere, penetrare e ricordare tutto ciò che gli veniva proposto.» Nel giro di pochi giorni, lo si ritiene sufficientemente istruito, per cui il cardinale vicario del Papa per la Città di Roma fissa il giorno del Battesimo al 31 gennaio. Alfonso trascorre al “Gesù” i tre giorni che lo precedono; ama dire e ridire queste parole del rito del battesimo: Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio (Sal 41,2). Venuto il giorno, il cardinale, vestito dei paramenti pontificali, si avanza verso il fondo della chiesa dove è inginocchiato il catecumeno, che indossa l’alba1. «Che cosa chiedete alla Chiesa di Dio? – La Fede! - Che cosa vi dona la fede? – La Vita Eterna! – Quale nome volete portare? – Maria! – Credete in Gesù Cristo? – Vi credo!» Quando risolleva la testa tutta bagnata dell’acqua battesimale, una felicità ineffabile inonda il cuore di Maria-Alfonso Ratisbonne! Ha appena valicato un abisso: è cristiano! Il sacramento della Confermazione sigilla immediatamente questa effusione di grazie. Poi inizia il Santo Sacrificio; quando il cardinale depone la santa Ostia sulle sue labbra, il nuovo cristiano scoppia in singhiozzi: «In quel momento, ebbi non una visione, ma un senso molto vivo della presenza reale di Nostro Signore.»

La sua famiglia aveva cercato di impedire il Battesimo: «È una cosa orribile rinnegare la fede dei propri padri! – Ah! risponde Alfonso, non rinnego la fede di Abramo, di Mosè, non rinnego le profezie di Isaia, Malachia, non rinnego Davide o Salomone... ma rinnego Giuda.» Non sono venuto, dice Gesù, ad abolire la Legge, ma a darle compimento (Mt 5,17); ai discepoli increduli sulla strada di Emmaus, Egli mostra, in tutte le Scritture, ciò che si riferiva a lui (Lc 24,27). Negli anni intorno al 1880, due israeliti, fratelli di sangue diventati cattolici e sacerdoti, Augustin e Joseph Lémann, pubblicheranno il frutto del loro studio minuzioso delle Sacre Scritture: «L’Israelita, diventando cattolico, non cambia religione: è per eccellenza l’uomo religioso che ha conseguito la sua pienezza, come lo stelo ottiene il suo fiore... La Nuova Legge non è che il compimento e la perfezione di quella che l’aveva preceduta: ovunque lo stesso Dio legislatore, ovunque Gesù Cristo, centro e fine della Legge.» Entrando nella Chiesa cattolica, il figlio d’Israele ritrova tutto quello che Israele ha perduto: «Ritroverà ovunque il Tempio, l’Altare e il sacrificio perpetuo; ritroverà il canto dei Salmi e la lettura dei profeti; ritroverà la manna, o meglio, ciò che essa prefigurava: il pane vivo disceso dal Cielo per ricondurci ad esso.» Un nuovo sacerdozio fondato da Cristo è succeduto al sacerdozio levitico interamente scomparso... «La nostra Gerusalemme, Città di Davide, è solo più un’ombra. Ma è sorta un’altra Gerusalemme. L’amore è l’aria che vi si respira; la verità ne è il sole; l’unità romana ne è il vincolo... La salvezza, vale a dire il possesso del Cielo, ne è la preoccupazione e la meta; vi si offre un unico onnipotente Sacrificio alla Maestà divina dal sorgere del sole al suo tramonto (Ml 1,11): la bianca e purissima Ostia!» Il rapporto di continuità tra l’antico Israele e la Chiesa è anche affermato dal Concilio Vaticano II:

«La Chiesa di Cristo riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano… nei patriarchi, in Mosè e nei profeti. Essa confessa che tutti i fedeli in Cristo, figli di Abramo secondo la fede, sono inclusi nella vocazione di questo patriarca e che la salvezza ecclesiale è misteriosamente prefigurata nell’esodo del popolo eletto dalla terra di schiavitù» (Nostra ætate, 4)

Alfonso arriva a Parigi all’inizio di marzo. Già la notizia del miracolo del 20 gennaio si diffonde fin nei paesi protestanti, dove provoca un risveglio della devozione alla Vergine Maria e numerose conversioni. Settantacinque anni dopo, il 20 gennaio 1917, la Madonna ispirerà al futuro martire Massimiliano Kolbe la fondazione della “Milizia dell’Immacolata”, i cui “Cavalieri” avranno come obiettivo la conversione dei nemici della Chiesa e, come segno di adesione, la medaglia miracolosa. Il 12 aprile 1842 Alfonso-Maria annuncia al parroco di Notre-Dame-des-Victoires: «La mia famiglia mi restituisce tutta la mia libertà. Questa libertà, la consacro a Dio.» Il 14 giugno, entra nel noviziato di Tolosa: vi avrebbe trascorso dieci anni in seno alla Compagnia di Gesù.

Verso le pecore d’Israele

Nel frattempo, suo fratello, padre Teodoro, era partito per Roma. Ricevuto da papa Gregorio XVI, gli aveva comunicato il desiderio che gli stava a cuore da tempo: «Oh! come sarei felice, se mi venisse detto un giorno: Rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele! (Mt 10,6)» Questa è l’origine delle fondazioni di padre Teodoro: il “Catecumenato dei bambini israeliti”, le Suore di Sion, poi, a partire dal 1847, la Congregazione dei preti di Nostra Signora di Sion. Maria-Alfonso segue da vicino le opere del fratello, e vi collabora per quanto gli permette l’obbedienza. Ben presto, esprime il suo pensiero di lasciare la Compagnia di Gesù per unirsi a lui. Nel dicembre del 1852, padre Maria-Alfonso, i cui voti erano solo temporanei, ne viene sciolto dal reverendissimo padre Roothan; entra nella congregazione di Nostra Signora di Sion.

Essere loro stessi anatemi a vantaggio dei loro fratelli israeliti, dai quali proviene Cristo secondo la carne (Rm 9,3-5), questo era il desiderio dei due fratelli. Teodoro si spegne a Parigi, il 7 gennaio 1884, Maria-Alfonso a Gerusalemme, il 6 maggio successivo. Le sue ultime parole, «Dio mi è testimone che offro la mia vita per la salvezza d’Israele”, fanno eco a quelle di san Paolo: Il desiderio del mio cuore e la mia preghiera salgono a Dio per la loro salvezza (ibid. 10,1).

Che la sua straordinaria conversione, operata dalla medaglia miracolosa, ci incoraggi a vedere nel ricorso a Maria Immacolata un potente baluardo contro gli assalti del demonio e il grande mezzo per guadagnare anime a Dio. O Maria, concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a te!

Dom Antoine Marie osb

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