Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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25 dicembre 2013
Natale del Signore


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Re Enrico IV chiamava san Francesco di Sales “la fenice dei vescovi”, perché, diceva, “è un uccello raro sulla terra”. Dopo aver rinunciato ai fasti di Parigi e alle proposte reali di una sede episcopale prestigiosa, Francesco di Sales divenne il pastore instancabile della sua terra savoiarda, che amava sopra ogni cosa. Lasciandosi guidare dai Padri della Chiesa, egli attingeva dalla preghiera e da una grande conoscenza meditata della Scrittura la forza necessaria a compiere la sua missione e guidare le anime a Dio (cfr. Giovanni Paolo II, Lettera al Vescovo di Annecy, 23 novembre 2002).

Francesco di Sales nasce il 21 agosto 1567, in una famiglia cattolica della nobiltà savoiarda, nel castello di Sales, a una ventina di chilometri a nord di Annecy. È il maggiore di sei fratelli e sorelle. I suoi genitori seguono il principio educativo di spiegare le ragioni di ciò che esigono, perché l’obbedienza dei loro figli sia più consapevole. Molto presto, il bambino impara a servirsi di una spada, ma anche a fare l’elemosina ai poveri: se sente un povero che chiama, lascia la tavola per portargli una parte del suo pasto. Tuttavia, non è perfetto: un giorno, entra in cucina, nonostante il divieto ricevuto, e chiede al cuoco un piccolo pâté succulento ma ancora fumante. Il bruciore che sente non gli impedisce di portarlo in mano e di mangiarlo. Va quindi a farsi curare da sua madre senza rivelarle la causa di questa scottatura.

«Memorare!»

Francesco fa la sua prima Comunione e riceve la Cresima all’età di dieci anni; da allora, comincia a sentire una chiamata al sacerdozio. Suo padre, che lo destina alla magistratura, lo invia verso il 1582 a studiare a Parigi al collegio di Clermont tenuto dai Gesuiti. Vi apprende la grammatica e la matematica, le lingue antiche, la filosofia e la teologia. La difficile questione dei rapporti tra la volontà eterna di Dio, la grazia divina e la libertà umana lo turba al punto di farlo piombare nella disperazione: si immagina di essere condannato per sempre all’inferno. Per sei settimane, colto da una forte angoscia, arriva a perderne l’appetito e il sonno. Una sera del gennaio 1587, prostrato davanti a un’immagine di Maria nella chiesa di Saint-Étienne-des-Grès, fa un atto di abbandono completo alla volontà del Signore, poi recita il “Memorare” (Ricordati...), preghiera tutta di fiducia rivolta da San Bernardo a Maria. Subito la violenta tentazione svanisce ed egli ritrova la pace del cuore. Consacra allora la sua verginità a Dio e alla Vergine, a cui promette di pregare il rosario ogni giorno. Attraverso questa prova, Francesco ha appreso la compassione per le sofferenze spirituali altrui; saprà placarle.

Nel 1588, il giovane parte per completare i suoi studi a Padova, in Italia. Qui, si mette sotto la guida del padre gesuita Antoine Possevin con il quale fa gli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio. Durante l’estate del 1591, consegue il dottorato in diritto civile e canonico. Al suo ritorno in Savoia nel 1592, suo padre gli dà una piccola tenuta, la signoria di Villaroget, dove ha installato una biblioteca di giurisprudenza, perché desidera ardentemente che suo figlio diventi avvocato e anche senatore. Ha anche scelto per lui una fidanzata, figlia unica di un giudice consigliere del duca di Savoia. Nonostante la nobiltà e la virtù di questa ragazza, che non ha ancora quattordici anni, Francesco, deciso a consacrarsi a Dio, non si fa avanti con lei in nessun modo. Per compiacere suo padre, s’iscrive come avvocato al foro di Chambéry, ma rifiuta la nomina all’incarico di senatore che gli offre il duca di Savoia. Nel corso di una visita di cortesia a mons. de Granier, vescovo di Ginevra che risiede ad Annecy, Francesco si fa apprezzare per la sua saggezza e la vastità delle sue conoscenze. Ben presto il prelato gli chiede di accettare la carica di prevosto, vale a dire di primo canonico della cattedrale (il corrispondente della funzione attuale di vicario generale). Francesco rivela allora a suo padre la sua vera vocazione. Dopo una dura lotta interiore, quest’ultimo rinuncia a fare del figlio maggiore un brillante magistrato e gli dà la sua benedizione.

Predicare attraverso gli occhi

Divenuto sacerdote il 18 dicembre 1593, Francesco viene insediato ufficialmente come prevosto dei canonici. In questa occasione, egli espone in un discorso le sue vedute sul modo di riconquistare alla fede cattolica la città di Ginevra. A partire dal 1541, il riformatore Giovanni Calvino ne aveva fatta la “Roma protestante”; il vescovo aveva dovuto allora rifugiarsi ad Annecy. «Con la carità bisogna abbattere le mura di Ginevra, afferma il nuovo prevosto, con la carità bisogna invaderla, con la carità bisogna riconquistarla…Bisogna far crollare le mura di Ginevra con fervide preghiere e sferrare l’assalto con la carità fraterna.» Il duca di Savoia, Carlo Emanuele I, desidera anch’egli ristabilire il cattolicesimo nella regione dello Chablais (il Chiablese), situata a sud del lago Lemano e divenuta calvinista verso la metà del secolo. Egli chiede a mons. de Granier di inviare missionari. Francesco di Sales e suo cugino, Luigi di Sales, si offrono volontari per questa missione. Nel mese di settembre del 1594, si stabiliscono nella fortezza degli Allinges. Di lì, Francesco si reca a Thonon, la capitale del Chiablese, dove predica nell’unica chiesa cattolica della città. Ben presto, un’ordinanza pubblica del concistoro calvinista della città vieta ai protestanti di venire ad ascoltare le sue prediche. Dopo quattro mesi, Francesco non ha ottenuto alcun risultato tangibile. Un amico gli consiglia allora di predicare attraverso gli occhi componendo articoli su fogli volanti stampati che verranno distribuiti sotto le porte delle case dei calvinisti. Il 7 gennaio, durante la sua Messa, una voce interiore conferma Francesco in questo disegno. Fin dai primi articoli, egli cattura l’attenzione dei suoi lettori. Questi scritti verranno in parte riuniti e pubblicati sotto il titolo: Les Controverses. Francesco, che ha studiato le opere di una trentina di autori protestanti, vi cita ampiamente la Sacra Scrittura e molti teologi cattolici. Quando il beato papa Pio IX proclamerà san Francesco di Sales Dottore della Chiesa, dirà delle Controversie: «Una meravigliosa scienza teologica risplende in questa opera; vi si nota un metodo eccellente, una logica irresistibile, per quanto riguarda sia la confutazione dell’eresia, che la dimostrazione della verità cattolica.»

La forte argomentazione di Francesco ha illuminato molti dei suoi contemporanei; rimane oggi preziosa per la conoscenza della vera fede. Nella prima parte del suo lavoro, egli denuncia le debolezze delle posizioni calviniste. Mostra in particolare che i loro ministri non godono di alcuna autorità, perché non hanno ricevuto una missione: «È cosa certa, scrive, che chiunque voglia insegnare e svolgere l’incarico di pastore nella Chiesa deve essere inviato.» Ora i pastori calvinisti non hanno ricevuto una missione dalla Chiesa, e non possono rivendicare una missione straordinaria, perché «nessuno deve sostenere di avere una missione straordinaria a meno di provarla con miracoli», e «nessuna missione straordinaria deve mai essere ricevuta se non è riconosciuta dall’autorità ordinaria che sta nella Chiesa di Nostro Signore». Nella seconda parte della sua opera, egli pone le basi del cattolicesimo e afferma che la Chiesa non può errare. San Paolo chiama la Chiesa colonna e sostegno della verità (1Tm 3,15). «Non equivale questo a dire che la verità è sostenuta saldamente nella Chiesa? Altrove, la verità è sostenuta solo a tratti; cade quindi spesso, ma nella chiesa essa è senza vicissitudini, immutabile, senza vacillare; in una parola, stabile e perpetua.» Nella terza parte, incompiuta, egli affronta punti controversi, in particolare il Purgatorio.

Non appena ne ha la possibilità, Francesco s’installa a Thonon, presso una signora anziana della sua famiglia. Riceve l’aiuto di quattro sacerdoti ai quali dà consigli tratti dalla sua esperienza: «Vi assicuro, dice loro, che non ho mai usato invettive o aspri rimproveri senza esserne dispiaciuto. Gli uomini fanno di più per amore e carità che per severità e rigore.» A poco a poco, gli abitanti dello Chablais ritornano al cattolicesimo. Alla fine del mese di settembre del 1598, il duca di Savoia organizza a Thonon una festa sontuosa con una solenne processione del Santissimo Sacramento. Quindicimila persone fanno ritorno allora al cattolicesimo, e molte altre sono decise a unirsi a loro.

Nel novembre del 1598, mons. de Granier invia il suo prevosto a Roma per compiere a suo nome la visita ad limina che i vescovi fanno al Papa ogni cinque anni. Egli ha chiesto al Santo Padre di farne il suo coadiutore (vale a dire il suo futuro successore). Il Papa convoca Francesco per un esame ufficiale. Venuto il giorno, questi entra in una chiesa e prega: «Signore, se per la tua eterna provvidenza sai che devo essere un servo inutile nell’ufficio episcopale... non permettere che io risponda bene, ma fa’ piuttosto che io sia coperto di confusione davanti al tuo Vicario, e che non ottenga nulla da tale esame se non ignominia.» Alla conclusione della seduta, il Santo Padre, estremamente soddisfatto, lo nomina coadiutore del vescovo di Ginevra.

Conquistare i cuori

All’inizio del 1602, mons. de Granier invia Francesco di Sales a Parigi, presso il re Enrico IV, al fine di ottenere che i beni confiscati dai protestanti nella regione di Gex (zona appartenente alla diocesi di Ginevra e dipendente, sul piano civile, dal re di Francia) siano restituiti al clero e che venga concessa ai cattolici una totale libertà religiosa. A Francesco viene chiesto di predicare il quaresimale nella cappella della regina. «Egli conquistava più cuori in un’ora per la via dell’amore che altri in quaranta giorni per la via del rigore, riferisce uno dei suoi biografi. Non è che fosse indulgente al vizio, ma sapeva bene che là dove avesse potuto gettare anche solo una scintilla dell’amore divino, avrebbe presto sterminato il peccato.» Egli incontra Barbe Acarie (la futura beata Maria dell’Incarnazione), madre di famiglia che ha ricevuto doni mistici straordinari: Francesco la aiuta a introdurre in Francia l’Ordine del Carmelo, riformato da santa Teresa d’Avila. Enrico IV gli propone di diventare vescovo di Parigi. «Sire, egli risponde, ho sposato una povera donna (la Chiesa di Ginevra) e non posso abbandonarla per una più ricca.»

Il 17 settembre 1602, alla morte di mons. de Granier, Francesco di Sales diventa vescovo di Ginevra. Fa un lungo ritiro di venti giorni secondo gli Esercizi di sant’Ignazio. Durante la cerimonia della sua consacrazione episcopale, viene gratificato da una visione intellettuale: percepisce che la Santissima Trinità opera interiormente nella sua anima ciò che i vescovi consacranti fanno esteriormente su di lui. Egli diventa il pastore di una diocesi povera e in piena tormenta, in un paesaggio di montagna di cui conosce tanto l’austerità quanto la bellezza: «Dio, scriverà, l’ho incontrato pieno di dolcezza e soavità tra le nostre più alte e aspre montagne, ove molte anime semplici lo amavano e lo adoravano in tutta verità e sincerità; e caprioli e camosci correvano qua e là tra i ghiacciai spaventosi per annunciare le sue lodi.»

Una veemenza sorprendente

Mons. di Sales non trascura alcuna occasione per istruire i suoi fedeli di cui ha constatato l’ignoranza religiosa, radice di molti mali. Istituisce corsi di catechismo ed è lieto di prendersi cura egli stesso dei bambini: conquista i loro cuori poi espone loro in modo familiare i rudimenti della fede, con l’aiuto di confronti adatti alle loro capacità. Nel 1603, convoca un sinodo diocesano per i suoi sacerdoti. Vuole riconfortarli perché molti conducono una vita quasi solitaria in montagna. Li esorta allo studio con una veemenza sorprendente, per premunirli contro gli errori dottrinali, e raccomanda loro una grande purezza di coscienza per l’amministrazione del sacramento della Penitenza; consiglia loro di ricevere i penitenti «con un amore estremo, sopportando pazientemente la loro rozzezza, ignoranza, imbecillità, ottusità e altre imperfezioni», interrogandoli con tatto e progressivamente su alcuni peccati che non osano forse confessare.

Nel mese di marzo del 1604, il vescovo di Ginevra si reca a Digione per predicarvi il quaresimale. Una mattina, dopo aver celebrato la Messa, il Signore gli rivela che fonderà un ordine di religiose. Durante una predica, nota una giovane donna che indossa l’abito delle vedove e che lo ascolta con attenzione ardente. Giovanna Francesca di Chantal, il cui marito è morto tragicamente in un incidente di caccia, aveva pregato il Signore di darle una guida spirituale, e Dio le aveva mostrato Francesco di Sales, che ella riconosce non appena lo vede sul pulpito. Anche molte altre persone si rivolgono a Francesco di Sales per la loro vita spirituale. Egli scrive per loro piccoli trattati spirituali. Uno di essi è all’origine della Introduzione alla vita devota, opera pubblicata nel dicembre del 1608. Questo libro, indirizzato a una destinataria fittizia, Filotea, è un invito ad appartenere completamente a Dio, pur vivendo nel mondo e compiendo i doveri del proprio stato. Il linguaggio e lo stile utilizzati sono molto semplici. Il successo è immediato: durante la vita di Francesco di Sales, l’opera verrà ristampata più di quaranta volte e tradotta in quasi tutte le lingue d’Europa. Il re Enrico IV stesso la legge, e la regina di Francia fa dono al re d’Inghilterra di un esemplare ornato di diamanti.

Il 1° marzo 1610, Francesco assiste sua madre sul letto di morte. Scriverà alla baronessa di Chantal: «Il cuore mi si gonfiò molto e piansi su questa buona madre più di quanto non abbia fatto da quando sono un uomo di Chiesa; ma fu senza amarezza spirituale, grazie a Dio.» Domenica 6 giugno, fonda, con Madame de Chantal e Charlotte de Bréchard, l’Ordine della Visitazione. Il suo intento è modesto: «Creare una piccola assemblea o congregazione di donne e di ragazze che vivano insieme a mo’ di prova sotto piccole pie costituzioni.» Esse canteranno il Piccolo Ufficio della Santa Vergine e condurranno una vita fraterna in una «santa e cordiale unione interiore». Infine, ammetteranno nella loro comunità persone di salute fragile che non possono entrare in monasteri più austeri. Per questo ordine, che deve consacrarsi alla contemplazione, ma anche a diverse opere di carità a favore dei poveri e degli ammalati, egli sceglie il patrocinio della Visitazione «perché visitando i poveri, le religiose dovranno imitare Maria quando visitò Elisabetta».

Se piace a Dio

All’inizio del 1615, Madre di Chantal fonda a Lione un monastero della Visitazione. Ben presto però l’arcivescovo, mons. de Marquemont, desidera introdurre cambiamenti presso le Visitandine, e in particolare stabilire una clausura stretta, il che comporterà l’eliminazione della visita ai malati e ai poveri. Molto distaccato dalle sue opinioni personali quando non gli paiono essenziali, mons. di Sales scrive alla Superiora di Lione: «Se piace a Dio che questa congregazione cambi nome, stato e condizione, vi conformerete al volere dell’arcivescovo, al quale tutta la congregazione è interamente votata.» Scriverà del resto egli stesso a mons. de Marquemont: «Quanto alla visita agli ammalati, fu piuttosto aggiunta come esercizio rispondente alla devozione di quelle che iniziarono questa congregazione e alle caratteristiche del luogo in cui si trovavano, che come fine principale». Le Visitandine accettano quindi i cambiamenti consentiti dal loro fondatore. Prima della morte di mons. di Sales, saranno state fondate dodici Visitazioni.

Nel 1616, Francesco di Sales pubblica, appositamente per Madre di Chantal e per le sue consorelle, il Trattato dell’amore di Dio. «In una stagione di intensa fioritura mistica, il Trattato dell’amore di Dio è una vera e propria summa, e insieme un’affascinante opera letteraria. La sua descrizione dell’itinerario verso Dio parte dal riconoscimento della “naturale inclinazione” (ibid., libro I, cap. XVI), iscritta nel cuore dell’uomo pur peccatore, ad amare Dio sopra ogni cosa. Secondo il modello della Sacra Scrittura, san Francesco di Sales parla dell’unione fra Dio e l’uomo sviluppando tutta una serie di immagini di relazione interpersonale. Il suo Dio è padre e signore, sposo e amico, ha caratteristiche materne e di nutrice, è il sole di cui persino la notte è misteriosa rivelazione. Un tale Dio trae a sé l’uomo con vincoli di amore, cioè di vera libertà: “poiché l’amore non ha forzati né schiavi, ma riduce ogni cosa sotto la propria obbedienza con una forza così deliziosa che, se nulla è forte come l’amore, nulla è amabile come la sua forza” (ibid., libro I, cap. VI)» (Udienza generale del 2 marzo 2011).

Sempre disponibile

Mons. di Sales vive poveramente. Conserva a lungo i suoi abiti, procedendo a volte egli stesso a facili rammendi. Il suo cappellano osa rimproverargli rispettosamente di essere «il peggio vestito di tutta la casa». Egli celebra la Messa con una devozione incomparabile. Tutti i giorni, verso la metà della mattinata, è disponibile per ricevere i preti. L’accoglienza è semplice e fraterna: «Dove pensate di essere? chiede a un prete che non sa con quali convenevoli rivolgersi a lui, siamo tutti fratelli... Andiamo, non sono vescovo tra di noi; queste cerimonie vanno bene quando facciamo la nostra comparsa in pubblico.» Nel pomeriggio, accoglie tutti coloro che si presentano. Ha il dono di risollevare i cuori e quello di discernere gli spiriti attraverso una grande saggezza spirituale. La sua fama di santità attira verso di lui numerosi ammalati; ne guarisce miracolosamente molti, attribuendo queste guarigioni a Dio solo, che può fare miracoli per coloro che lo pregano con fede. Dopo le udienze, il prelato visita i malati a casa, anche se sono alloggiati in luoghi sordidi e squallidi, come anche i prigionieri. Poi, si mette a disposizione di coloro che vogliono confessarsi. Per questo ministero, è del resto sempre disponibile. La sera, prima di coricarsi, anche se è molto tardi, prega con calma il rosario meditandone i misteri.

Alla fine del 1618, Francesco di Sales si reca a Parigi per le nozze del figlio del duca Carlo Emanuele I con la sorella del re Luigi XIII. Fa la conoscenza di San Vincenzo de Paoli che dichiarerà al suo riguardo: «Monsignor de Sales si è conformato così bene a questo modello (il Cristo), come ho potuto constatare, che molte volte mi sono chiesto con stupore come una semplice creatura potesse arrivare a un livello di perfezione così grande, data la fragilità umana, e raggiungere la cima di un’altezza così sublime... Questo pensiero mi ritornava più volte in mente: “Mio Dio come sei buono poiché in monsignor Francesco di Sales, tua creatura, vi è tanta dolcezza!”» Dal canto suo, Francesco stima talmente Vincenzo de Paoli che gli chiede di essere il superiore del monastero della Visitazione che si fonda a Parigi nell’anno 1619. Egli rientra in seguito ad Annecy dove suo fratello, Jean-François, gli viene dato come vescovo coadiutore, perché la sua salute è logorata: soffre di arteriosclerosi e idropisia, senza contare altri disturbi.

Nell’ottobre 1622, mons. di Sales accompagna il duca di Savoia che va a incontrare il re Luigi XIII ad Avignone. Presentendo la propria morte, il vescovo fa il suo testamento e gli addii ai suoi. Durante il viaggio, effettua una tappa a Lione dove s’intrattiene per l’ultima volta con la Madre di Chantal. Il 27 dicembre, visita il noviziato delle Suore che gli chiedono di scrivere loro qualche insegnamento spirituale. Su un foglio, egli scrive in alto, a metà e in basso: umiltà. Quello stesso giorno, nel primo pomeriggio, viene colpito da emorragia cerebrale. Muore il 28 dicembre.

Il 16 novembre 1877, papa Pio IX proclamerà san Francesco di Sales Dottore della Chiesa e affermerà che, grazie a lui, la vera pietà «è penetrata fino al trono dei re, nella tenda dei capi degli eserciti, nel pretorio dei giudici, negli uffici, nelle botteghe e addirittura nelle capanne dei pastori» (Breve Dives in misericordia). Più di recente, papa Benedetto XVI ha sottolineato: «Nasceva così quell’appello ai laici, quella cura per la consacrazione delle cose temporali e per la santificazione del quotidiano su cui insisteranno il Concilio Vaticano II e la spiritualità del nostro tempo. Si manifestava l’ideale di un’umanità riconciliata, nella sintonia fra azione nel mondo e preghiera, fra condizione secolare e ricerca di perfezione» (2 marzo 2011).

Possiamo associarci a questo desiderio espresso dal beato Giovanni Paolo II: che «l’insegnamento del santo Vescovo di Ginevra resti fonte di luce per i nostri contemporanei, come lo fu nel suo tempo!»

Dom Antoine Marie osb

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