Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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11 febbraio 2013
Beata MARIA Vergine di Lourdes


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

«I poveri sono degli assegni nelle nostre mani all’ordine della Provvidenza  divina. Se voi comprendeste bene chi è Colui che i poveri rappresenta- no sulla terra, li servireste in ginocchio. State certi che la banca della Provvidenza non andrà mai in fallimento», diceva padre Yaaqub alle Religiose Francescane della Croce del Libano che egli aveva fondate per il servizio dei malati e dei poveri. Questo prete cappuccino ha spiegato un’energia straordinaria per riuscire a cancellare i segni della povertà, della malattia e dell’ignoranza che erano state imposte al Libano da determinate circostanze.

Khalil Haddad, che diventerà padre Giacomo (Abuna Yaaqub), è nato il 1° febbraio 1875, a Ghazir nel Libano, in una famiglia che conterà quattordici figli, di cui sei moriranno in tenera età. I suoi genitori sono sarti. Sua madre gli insegna: «Farai tutto e sopporterai tutto per amore di Dio... Nei momenti difficili, prega il rosario.» Suo padre è un uomo pio ma severo nell’educazione dei figli. Khalil riceverà da lui un gran buon senso, unito al senso dell’umorismo e della determinazione. L’infanzia di Khalil trascorre tranquillamente. Tuttavia, gli succede un incidente la vigilia di un 15 agosto: con degli amici, sale sulla terrazza della chiesa dove, secondo un costume locale, si sparge della cenere imbevuta di petrolio per accendere un fuoco nella notte. Improvvisamente, i suoi abiti prendono fuoco. Parte correndo, ma la sua fuga attizza l’incendio e mette in pericolo la sua vita. Fortunatamente, si riesce a spegnere le fiamme, da cui il giovane non ha ricevuto nessuna bruciatura. Egli considera questo fatto di essere stato preservato come un favore del cielo.

«No, no, non io!»

Khalil compie i suoi studi a Ghazir. Intelligente, lavo- ratore, coscienzioso, non incontra nessuna difficoltà nell’apprendimento. Un giorno, a tavola, la signora El-Haddad apre il suo cuore ai figli: «Ah! Che gioia per me, se uno di voi diventasse prete!», e il suo sguardo si posa su Khalil. «Perché guardare me? esclama quest’ultimo; guardate gli altri! No, no, non io!» Nel luglio del 1891, alla conclusione del suo corso di letteratura, Khalil riceve il “Premio di saggezza”, conferito dal suffragio degli allievi con l’approvazione dei maestri. Nel 1892, Khalil è invitato da un lontano zio che tiene un albergo ad Alessandria, in Egitto. Fin dal suo arrivo, viene assunto dai Fratelli delle Scuole Cristiane del collegio San Marco come professore di arabo, lingua che padroneggia perfettamente. Dopo aver pagato le sue spese ordinarie, fa pervenire il resto del salario a suo padre che ne è molto soddisfatto. Per conservare la fede e la purezza, Khalil si dedica alla preghiera e alla visita delle chiese. Un giorno, dietro l’insistenza di un amico, accetta di andare a uno spettacolo accompagnato da proiezioni fotografiche. Ben presto, disgustato da immagini provocanti, si copre gli occhi con la mano; non si lascerà più prendere così.

Il pudore, di cui Khalil dà l’esempio, è il rifiuto di svelare ciò che deve rimanere nascosto. Esso preserva l’intimità della persona. È ordinato alla castità di cui esprime la delicatezza. Regola gli sguardi e i gesti in conformità alla dignità delle persone. Il pudore è modestia; ispira la scelta dell’abbigliamento, e conserva il silenzio là dove traspare il rischio di una curiosità morbosa (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2521-2523). Se, attualmente, il pudore viene talvolta deriso, esso rimane indispensabile e deve essere insegnato a tutti, perché risveglia il rispetto della persona umana e garantisce la libertà come l’intimità di ciascuno. Vi è un rapporto reale tra la perdita del pudore e il disordine sociale: omicidi, pedofilia, aborto...

Il 28 febbraio 1893, in occasione delle esequie di un prete francescano di 42 anni, Khalil percepisce il nulla della vita, insieme alla bellezza del distacco totale di cui questo religioso aveva dato l’esempio: «Sì, mi farò prete, dice a se stesso, apparterrò a Dio e nulla mi fermerà.» Tuttavia, i suoi compagni lo deridono per le sue frequenti visite in chiesa e gli raccontano delle volgarità sugli ecclesiastici, in particolare su uno sventurato prete che non vive in conformità con il suo sacerdozio. Profondamente commosso dallo stato di questo prete, Khalil trascorre delle notti a pregare per lui. Dichiara ai suoi compagni: «Ebbene, mi farò prete, e vi farò vedere come sono i buoni preti! – Vedremo, sant’uomo!» gli ribattono gli altri.

Celebrare almeno una volta...

Quando il signor El-Haddad apprende la risoluzione  del figlio, vi si oppone vigorosamente. Ma Khalil rimane fermo nel suo proposito e suo padre finisce con il cedere: il 25 agosto 1893, lo accompagna al vicino convento dei Padri Cappuccini. Khalil è al colmo della gioia. Al momento della vestizione, riceve il nome di fratel Giacomo. Il convento conta numerosi giovani religiosi cacciati dalla Francia in seguito alla persecuzione. Dopo la sua prima professione, il 14 aprile 1895, padre Yaaqub inizia il suoi studi di filosofia e di teologia. Gli studenti devono assicurare una buona parte dei lavori di manutenzione: cucito, pulizia, giardinaggio, bucato. Durante le vacanze, si dedicano a grossi lavori di muratura. Padre Yaaqub è inoltre impiegato in diverse missioni in cui viene messa a profitto la sua conoscenza dell’arabo e dei costumi del paese. A partire dal 1896, rende servizi apostolici, in particolare con gli esercizi del mese di Maria. Fa la sua professione perpetua il 24 aprile 1898 e aspira all’ordinazione sacerdotale: «Mio Dio, egli prega, concedimi di celebrare, anche una sola volta, il Santo Sacrificio della Messa, poi potrai prendermi presso di te. Sarà la mia più grande gioia e la mia più grande consolazione.» Il 1° novembre 1901, viene ordinato prete. Il suo superiore lo invia a celebrare una prima Messa a Ghazir. Durante il viaggio, la carrozza a cavalli che lo conduce si rovescia in un profondo burrone. Padre Yaaqub rimane bloccato, e insanguinato, nel veicolo. Vede arrivata la sua ultima ora e supplica la Santa Vergine di aiutarlo. Finalmente, si riesce a liberarlo. L’indomani, può celebrare la Messa nel suo villaggio.

Abuna Yaaqub viene ben presto nominato economo dei conventi dei Cappuccini del Libano. Questo incarico gli impone lunghe camminate sui sentieri di montagna. Dichiarerà un giorno: «Se si dovesse assegnare un premio in base al numero di chilometri percorsi a piedi, io sarei il campione!» D’estate, gronda di sudore; d’inverno, è intirizzito dalla pioggia o dalla neve. Le sue commissioni incessanti lo espongono a diversi pericoli che non gli impediscono di accettare di svolgere incarichi per i Fratelli o le Sorelle incontrati. I suoi superiori lo prendono volentieri come compagno di viaggio nei loro spostamenti, per servire da interprete o da guida. Nel luglio del 1910, padre Yaaqub s’imbarca per la Francia. Per ringraziarlo delle sue fatiche, i suoi superiori gli donano un pellegrinaggio a Lourdes, Roma e Assisi. Dopo tre giorni trascorsi a Lourdes, si strappa dalla grotta benedetta e lascia la Francia, che non rivedrà mai più. Si reca ad Assisi, poi a Roma, dove il papa san Pio X lo riceve in udienza.

A partire dal 1905, Abuna Yaaqub è responsabile della direzione delle scuole fondate dai Cappuccini in montagna. Rifiuta l’idea di grandi istituzioni educative e incoraggia quella di piccole scuole gratuite in tutto il Libano, che offrano l’istruzione a tutti, in particolare ai figli dei poveri. In cinque anni, porterà il numero delle scuole da quindici a duecentotrenta. Questo apostolato esige da lui una pazienza instancabile per trovare i locali, gli insegnanti, i mobili, il materiale scolastico, i mezzi finanziari, per ascoltare le lamentele delle famiglie e appianare le controversie. Il suo desiderio profondo è quello di rafforzare la fede dei bambini. «Finora, egli scrive, la fede semplice e salda era rimasta la prerogativa delle nostre popolazioni libanesi e vi brillava in tutto il suo splendore. Da qualche anno, sembra oscurarsi. La sete dell’oro è stata il primo male. L’America è apparsa come una miniera, e gli emigranti ci sono andati e ci vanno ancora a migliaia per tentare la fortuna... Quando ritornano, hanno perso qualche cosa, a volte la totalità delle loro convinzioni e soprattutto delle loro pratiche religiose... Il rimedio a questo è il risveglio della fede nelle anime e la salvaguardia dell’infanzia; è ancora l’insegnamento del catechismo, soprattutto in arabo, la predicazione dei ritiri, la preparazione alla prima Comunione.»

Un’esigenza irrinunciabile

Ancora oggi, lo studio del catechismo resta una prio- rità per tutti i cristiani. Nel corso di un’udienza generale, il 30 dicembre 2009, papa Benedetto XVI faceva osservare: «La presentazione organica della fede è un’esigenza irrinunciabile... Il Catechismo della Chiesa Cattolica, come pure il Compendio del medesimo Catechismo, ci offrono proprio questo quadro completo della Rivelazione cristiana, da accogliere con fede e con gratitudine. Vorrei incoraggiare perciò anche i singoli fedeli e le comunità cristiane ad approfittare di questi strumenti per conoscere e approfondire i contenuti della nostra fede.» Egli chiedeva anche ai giovani che dovevano partecipare alle Giornate Mondiali della Gioventù di Madrid: «Studiate il catechismo... Sacrificate il vostro tempo per esso!... Dovete conoscere quello che credete; dovete conoscere la vostra fede con la stessa precisione con cui uno specialista di informatica conosce il sistema operativo di un computer... Sì, dovete essere ben più profondamente radicati nella fede della generazione dei vostri genitori, per poter resistere con forza e decisione alle sfide e alle tentazioni di questo tempo» (L’Osservatore Romano, 2 febbraio 2011).

In occasione della visita alle scuole, padre Yaaqub è spesso invitato a tenere un sermone o un ritiro spirituale. Si esprime allora senza enfasi ma con convinzione. Ci rimangono, da lui manoscritti, ventiquattro volumi di sermoni e molti fogli sciolti. In presenza del suo uditorio, parla dalla pienezza del cuore, ravvivando la sua predicazione con aneddoti vivaci ed esempi tratti dalle vite dei santi. «Il predicatore, dice, è la tromba di Dio... Io sono una voce che grida nel deserto, nel cuore del peccatore perché assomiglia al deserto. Che rovina là dove non c’è Dio!». Egli si dedica anche al ministero del sacramento della Penitenza.

Abuna Yaaqub diffonde con zelo il Terz’Ordine francescano. Spiega che san Francesco esortava i suoi ascoltatori a odiare il peccato e a condurre una vita di penitenza; molti di loro vollero aderire a questo programma, ed egli tracciò per loro una via nuova, adatta alla vita laica: è questa la ragion d’essere del Terz’Ordine. «Lo spirito del mondo attuale sta cercando di far vacillare gli eletti, afferma padre Yaaqub. Solo lo spirito cristiano può trionfare su di esso... Questo spirito è contenuto nelle condizioni di ammissione del candidato (al Terz’Ordine) di cui le principali sono: una buona condotta, l’amore per la pace, l’attaccamento alla fede cattolica, la sottomissione alla Chiesa.» Egli fonda la sua prima fraternità del Terz’Ordine a Beirut nel 1906. Circa vent’anni dopo, i terziari saranno oltre diecimila. Il Padre segue da vicino il cammino delle sue fraternità che affida a preti che sono essi stessi Terziari, riservando a se stesso l’organizzazione degli incontri regionali o nazionali. Il 1° gennaio 1913, lancia una rivista, L’amico della Famiglia, in cui appaiono articoli di spiritualità, di pedagogia, di poesia... Pubblica anche diverse opere, tra cui una piccola vita di san Francesco, alcune opere teatrali religiose, testi per la Via Crucis.

Sapersi aggrappare

Durante la prima guerra mondiale, poiché i  Cappuccini francesi devono lasciare il Libano, Abuna Yaaqub riceve la carica di Superiore dei Cappuccini Libanesi. Sotto l’occupazione turca, corre rischi enormi per la sua vita, tanto più che la carestia e il tifo colpiscono il paese. Si aggrappa alla Croce con fede incrollabile: «Noi consideriamo questo periodo terribile in cui si sono abbattute su di noi tutte le disgrazie: il presente ci fa paura, il futuro ci fa tremare. Cadremo forse nello scoraggiamento e nella disperazione? Ah! No!... Il cristiano saggio si aggrappa alla calma e alla pazienza perché sa che Dio tiene nelle sue mani il libro degli eventi... Le sventure aprono gli occhi che il benessere ha chiuso.»

Da molto tempo, Abuna Yaaqub prepara la costruzione di un centro di riunione generale per le sue fraternità. Dopo la guerra, un altro obiettivo viene ad aggiungersi a questo progetto: erigere un monumento al quale si venga a pregare per le migliaia di libanesi morti senza aver trovato qualcuno che innalzasse una croce sulla loro tomba. Inoltre, di là, si invocherà la benedizione della Vergine su tutti i libanesi emigrati. Nel 1919, egli acquista un terreno a Jall-Eddib, su una collina dove costruisce un piccolo convento dedicato a Nostra Signora del Mare. Nel 1923, inaugura un nuovo edificio e una statua della Vergine che porta in braccio Gesù, con una nave ai suoi piedi. Due anni dopo, una grande croce, alta dieci metri, viene posta sulla sommità dell’edificio. Padre Yaaqub esulta di gioia. Nel 1929, inizia, a Deir el-Qamar, piccola città che fu per lungo tempo la capitale del Libano, la costruzione di una Croce monumentale alta venti metri che verrà inaugurata nel 1932. Ogni anno, la festa della Croce è come una giornata nazionale in cui terziari e semplici fedeli affluiscono a migliaia. Ben presto vengono installate una Via Crucis e poi un’illuminazione notturna.

Nel luglio del 1925, Abuna Yaaqub amplia l’edificio del santuario di Nostra Signora del Mare. Un giorno del 1926, viene chiamato ad ascoltare la confessione di un prete malato. Si tratta di un vecchio monaco uscito dal suo monastero e ora pentito, ma abbandonato a se stesso, nel rimorso e nello scoraggiamento. Il Padre accoglie questo povero prete a Nostra Signora del Mare, e inizia così un’opera di assistenza ai sacerdoti anziani e a chi soffre di malattie croniche, fisiche o mentali. «Guardatevi dal rifiutare un sacerdote che bussi alla porta del nostro convento, raccomanderà alle sue religiose. Se non c’è una camera disponibile, dategli la mia... Il sacerdote è Cristo sulla terra. Bisogna rispettarlo e onorarlo.» In seguito, altri preti, nonché delle persone malate e disabili di ogni estrazione sociale e religiosa saranno accolti in questo luogo. Nel 1948, il santuario della Croce (Nostra Signora del Mare) ospiterà quattrocento malati.

Tante quante le “Ave Maria”

Di fronte al crescente lavoro che procura l’accoglien- za dei preti e degli ammalati, Abuna Yaaqub progetta la fondazione di una nuova congregazione religiosa, affiliata al Terz’Ordine francescano. Nell’estate del 1929, aiutate da suore francescane, un piccolo gruppo di ragazze terziarie che aspirano alla vita religiosa vengono a prendersi cura dei sacerdoti, a seguire dei corsi e a iniziarsi a ogni sorta di lavori. La loro vita è dura: devono impastare il pane, andare ad attingere l’acqua alla fonte, cercare legna da ardere nei boschi, portare a lavare la biancheria fino al villaggio di Jall-Eddib... Ma tutto avviene nell’allegria e nell’entusiasmo, a tal punto un fuoco interiore divora queste anime ardenti. Padre Yaaqub offre loro una formazione spirituale e insiste sulla buona armonia, la carità, la dedizione, la vita umile nel silenzio. La comunità cresce rapidamente. Una sera del 1936, durante un giro di predicazioni in Palestina, il Padre si trova nella chiesa di Nazareth: «O Maria, prega, fa’ che nell’ora della mia morte il numero delle mie religiose sia uguale al numero di Ave Maria che riuscirò a dire prima della chiusura della chiesa.» Si mette a sgranare il suo rosario. Termina proprio il centocinquantesimo grano quando il sacrestano viene a chiudere le porte della chiesa. Diciotto anni dopo, alla morte di Abuna Yaaqub, la Congregazione conterà centocinquanta religiose.

Nel 1937, il governo libanese concede a padre Yaaqub una sovvenzione per ogni persona accolta dalle suore. Da allora, si vedono arrivare, inviati dal governo o dai comuni, malati, persone anziane, ciechi, disabili mentali... Abuna Yaaqub deve aprire altri centri di accoglienza e di cure, ampliare i locali e trovare un finanziamento sempre più abbondante. A un amico che lo interroga sulla sua contabilità, egli risponde: «Non parlarmi di contabilità. Questo non è di mia competenza. Per quanto mi riguarda, il mio contabile è Dio. Non tengo niente con me. Quello che mi arriva, lo spendo immediatamente per i poveri.» Ma la sua fiducia in Dio non gli fa perdere di vista la virtù della prudenza ed è attento a non avere debiti nella costruzione dei quattordici centri (scuole, asili, ospedali...) da lui fondati. Le sue numerose opere lo mettono in contatto con moltissime persone, in particolare i governanti del paese; ma, nella complessità delle relazioni che deve intrattenere con le autorità civili e religiose, resta sempre molto giusto nei confronti di ciascuno, e non subirà mai alcun processo.

La sola via di salvezza

Il coronamento delle sue opere è il santuario che una  chiamata interiore lo spinge a innalzare a Cristo Re, a cui vuole consacrare il Libano cristiano. Papa Pio XII aveva affermato nell’enciclica Summi Pontificatus: «All’inizio del cammino che conduce all’indigenza spirituale e morale dei tempi presenti, stanno i nefasti sforzi di non pochi per detronizzare Cristo, il distacco dalla legge della verità, che egli annunziò, dalla legge dell’amore, che è il soffio vitale del suo regno. Il riconoscimento dei diritti regali di Cristo e il ritorno dei singoli e della società alla legge della sua verità e del suo amore sono la sola via di salvezza» (20 ottobre 1939). Abuna Yaaqub sceglie come luogo la collina chiamata “Le Rovine dei Re”, dove gli antichi conquistatori avevano inciso nella roccia il ricordo dei loro eserciti vittoriosi. Iniziato nel 1950, il santuario comprende una basilica e degli edifici destinati all’accoglienza di sacerdoti e religiose, anziani o malati. Una statua del Sacro Cuore, alta dodici metri, corona l’edificio. La solenne inaugurazione di questo centro ha luogo nell’ultima domenica dell’ottobre del 1952, per la festa di Cristo Re. Durante i lavori, gli operai hanno scoperto una grotta sotterranea. Pieno di gioia, il Padre esclama: «Questa è per la Regina!», e fa costruire un oratorio in onore dell’Imma-colata Concezione di Maria.

Le opere realizzate da Abuna Yaaqub non gli fanno dimenticare la sua vocazione di religioso cappuccino. Tutta la sua vita è segnata dalla preghiera. Ha una speciale devozione per l’Eucaristia e per la Croce di Cristo. Nei suoi ultimi giorni, non cessa di ripetere: «La Coce è la mia vita! Oh mia Croce, io ti saluto! Tu sei sempre stata sul mio petto, sul mio tavolo, nella mia camera, sulle strade che ho percorso durante le mie camminate.» Tra le sue ultime parole c’è questo appello spesso ripetuto: «O Croce del Signore, o amato del mio cuore!»

Abuna Yaaqub ha sempre goduto di una salute robusta; tuttavia, nel maggio del 1954, detta queste righe: «Ho ancora la testa libera, ma per il resto sono pieno di acciacchi: insonnia, cataratta, prostata, eczema; tutte queste miserie fanno di me un ospedale ambulante, perché cammino ancora e faccio il mio lavoro del mio meglio.» Per caso, un medico scopre che padre Yaaqub è affetto da leucemia: «Oh! come ciò mi rallegra e mi conforta, esclama il Padre... Per me, la morte è una gioia e una consolazione perché vado incontro al mio Padre celeste.» Egli dice alla superiora delle suore che si preoccupa della sua partenza: «Non abbia paura. Se un uomo passa da una stanza all’altra, ha per questo abbandonato i suoi e smesso di aiutarli?... Io passerò al Cielo, e non cesserò di assistervi.» Dichiara alle suore: «Finché sarete in buona armonia e la carità regnerà tra di voi, nessuno potrà far nulla contro di voi. Voglio che ognuna sacrifichi la propria vita per sua sorella.» Attualmente, le Francescane della Croce del Libano continuano la loro missione; sono duecentotrenta suore distribuite in sei paesi.

Il 26 giugno, Abuna Yaaqub riceve l’Estrema Unzione e l’Eucaristia come viatico, poi rende l’anima a Dio alle tre del pomeriggio, dopo aver mormorato: « Gesù, Maria, Giuseppe ». È stato beatificato il 22 giugno 2008.

Con papa Benedetto XVI, chiediamo che «l’intercessione del beato Abuna Yaaqub, unita a quella dei Santi libanesi, ottenga a quell’amato e martoriato Paese, che troppo ha sofferto, di progredire finalmente verso una stabile pace!»

Dom Antoine Marie osb

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