Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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10 gennaio 2013
San Gregorio di Nissa, vescovo


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Siamo nel 1943: le autorità tedesche rifiutano l’autorizza- zione ad erigere una cappellaneria ufficiale per i lavora- tori francesi in Germania. Padre Rodhain, cappellano generale dei prigionieri di guerra, lancia allora un appello ai sacerdoti per andare in Germania come preti-operai clandestini. Molti pensano che bisogna essere pazzi per rispondere a un simile appello. Tuttavia, più di quaranta sacerdoti si offrono volontari; tra di loro, uno originario della Vandea, padre René Giraudet, supplica il suo vescovo, mons. Cazaux: «Monsignore, non mi risparmi.» Come questo giovane sacerdote è arrivato ad amare a tal punto Gesù fino alla follia della Croce?

Louis, tecnico farmaceutico, e Octavie Giraudet si rallegrano della nascita del loro primo figlio, René, il 4 dicembre 1907; viene battezzato l’8, festa dell’Immacolata Concezione, nella cattedrale di Luçon (Vandea). In questo primo incontro con la Vergine, nel giorno del suo battesimo, René vedrà un segno dal Cielo. Nel 1912, nascerà una sorellina, Marie-Joseph. Durante l’estate del 1915, René trascorre alcuni giorni a Sainte-Hermine, dalla nonna paterna. Questa fervente donna della Vandea sarebbe felice che Dio suscitasse una vocazione sacerdotale nella sua famiglia. Sembra esaudita: dopo aver appena terminato di fare la Via Crucis nella chiesa del villaggio: «Sai, nonna, le dichiara René, voglio essere prete. – Come sarei contenta. Ma ho paura di non vederti: sarò morta allora. – Non importa! Sarà ancor più bello per te, mi vedrai dall’alto del Cielo.» Dopo la Cresima, nel 1917, e la Comunione solenne l’anno successivo, la vocazione di René si consolida; vuole addirittura diventare missionario.

«È un bravo bambino»

Nell’ottobre del 1920, entra nel seminario minore di  Chavagnes-en-Paillers. Questo ragazzino allegro e sportivo non ha paura delle fatiche. In compenso, semplicità e pietà si associano in lui a monellerie e turbolenza: un cavallino recalcitrante con un’indisciplina esuberante e una pigrizia che sfida ogni concorrenza; i suoi genitori, turbati dalle lamentele del superiore e degli insegnanti, vogliono per due volte ritirarlo dal seminario. Solo il padre spirituale di René prende le sue difese: «Ma no! Vi dico che è un bravo bambino. Non bisogna toglierlo di qui, fareste una stupidaggine. Tutto questo gli passerà.» Si notano effettivamente, in seguito, dei progressi. Animato da un vivo desiderio di entrare nella Congregazione della Santa Vergine, si consacra alla Madonna ogni 8 dicembre, anniversario del suo battesimo, compie anche sforzi per arrivare a dominare la propria natura e meritare l’ammissione tra i congregazionisti. Vi è ammesso, a mo’ di consolazione, solo nel giugno 1925, prima di lasciare Chavagnes. Prende allora per motto: «Sempre rinascere e sempre morire», allusione al suo nome e al suo ideale di mortificazione.

Nel settembre del 1925, la famiglia di René si stabilisce a Chantonnay, dove mette in piedi una drogheria. La signora Giraudet propone al figlio di unirsi a loro in questa azienda familiare. «No, mammina, risponde, voglio essere prete missionario.» Al seminario maggiore di Luçon, nonostante le buone risoluzioni, si risvegliano le vecchie tendenze; i superiori s’interrogano allora sull’attitudine del giovane allo stato ecclesiastico. Nel 1929, viene tuttavia accettato nel seminario delle Missioni Estere, in rue du Bac, a Parigi. Dopo la sua ordinazione diaconale, nel giugno 1931, la sua salute si deteriora; con sua grande desolazione, i medici lo dichiarano non idoneo per le missioni, e viene inviato a riposarsi presso la sua famiglia. Il 19 dicembre seguente, è ordinato sacerdote nella cappella della rue du Bac. Celebrare la Messa è per lui una gioia ineffabile. La sua immagine dell’ordinazione sacerdotale rappresenta un prete attaccato alla Croce che apre le braccia sul mondo; nella frase di legenda, si può leggere: Sono crocifisso con Cristo (Gal 2,20). È forse già l’annuncio di ciò che vivrà? Dopo l’ordinazione, padre Giraudet riceve il consiglio di far ritorno nella sua diocesi, in quanto la sua salute non gli consente una lunga permanenza nei climi dell’Estremo Oriente. Nel febbraio del 1932, viene nominato vicario a Saint-Hilaire-de-Loulay (1680 abitanti), vicino a Montaigu. Nella parrocchia, la pratica religiosa è assai elevata; il giovane vicario scopre una moltitudine di persone serie e riservate, che non amano sentire sulle labbra di un sacerdote una battuta leggera. René si dedica a conoscere i suoi parrocchiani e li apprezza. Ammira la loro fede solida, e spesso, in seguito, proclamerà di non aver mai incontrato cristiani più autentici dei vandeani del Bocage1. Con zelo ammirevole, si occupa dei bambini e dei giovani: organizza un gruppo del movimento dei “Coeurs Vaillants” (Cuori Valorosi) e lancia con successo una sezione della Gioventù Agricola Cattolica.

«Non si può seguire Gesù da soli, diceva papa Benedetto XVI in occasione delle GMG di Madrid. Chi cede alla tentazione di andare “per conto suo” o di vivere la fede secondo la mentalità individualista, che predomina nella società, corre il rischio di non incontrare mai Gesù Cristo, o di finire con il seguire un’immagine falsa di Lui... Vi chiedo, cari amici, di amare la Chiesa, che vi ha generati alla fede, che vi ha aiutato a conoscere meglio Cristo, che vi ha fatto scoprire la bellezza del suo amore. Per la crescita della vostra amicizia con Cristo è fondamentale riconoscere l’importanza del vostro gioioso inserimento nelle parrocchie, comunità e movimenti, così come la partecipazione all’Eucaristia di ogni domenica, il frequente accostarsi al sacramento della riconciliazione e il coltivare la preghiera e la meditazione della Parola di Dio» (21 agosto 2011).

La scatoletta

Prima di tutto, padre Giraudet si cura delle anime, e  trascorre molto tempo in confessionale: «La prima dote di un pastore, egli scrive, è di amare letteralmente questa scatoletta così scomoda, e di non essere mai così felice come quando deve recarvisi il più lungo e il più spesso possibile.» Si sforza di rendere la confessione “amichevole”, mirando a instaurare un dialogo fiducioso e familiare, in modo che le anime possano confidarsi a loro agio e sentire nel prete un amico che le comprende e vuole aiutarle. Ai suoi penitenti, raccomanda di stabilire una regola di vita, con un’ora fissa per alzarsi e per andare a dormire, un tempo per ogni esercizio di pietà, anche breve, e soprattutto un esame di coscienza ogni sera. Padre Giraudet pratica tutto questo egli stesso con grande fedeltà e vi vede uno dei mezzi più efficaci per il progresso spirituale.

Nel febbraio del 1942, padre Giraudet viene nominato parroco di Saint-Hilaire-du-Bois, comune di seicento abitanti a sud-est di Chantonnay. Fin dal primo contatto, i parrocchiani sono conquistati da questo prete che parla senza ricercatezza ma con una sincerità che va diritto al cuore. Lo si ascolta con interesse e a nessuno viene voglia di dormire quando predica. Ogni sera, alla preghiera del Rosario, egli aggiunge una lettura spirituale tratta dalla vita di un santo, per unire alla sua parola la forza dell’esempio. Il sabato, fa entrare in ogni famiglia il bollettino parrocchiale: quattro pagine ciclostilate che sono un capolavoro. Vi si trovano il messaggio del parroco, gli annunci parrocchiali, quelli del sindaco, notizie del Comitato dei Prigionieri, insomma tutto ciò che può interessare gli abitanti del paese. Questi, nel corso dei giorni, scoprono nel loro parroco un padre che li ama come suoi figli, preoccupandosi di tutto ciò che li riguarda, nel campo temporale come in quello spirituale. Il restauro della chiesa è una delle sue grandi preoccupazioni, perché è la casa di famiglia: la vuole piacevole e bella. Tra i suoi parrocchiani, alcuni sono particolarmente provati dalla guerra: i prigionieri, le loro mogli e i profughi provenienti dai territori occupati. Per i primi, raccoglie elemosine e fa spedire pacchi procurando loro cibo sia per il corpo che per l’anima. Le loro mogli sono riunite in una piccola associazione; egli sostiene il loro coraggio e insegna loro a fissare la speranza in Dio. A poco a poco, si scopre che padre René dorme su un asse di legno e si riscalda molto male. Si sorprendono le sue lunghe preghiere al mattino in chiesa. Il suo modo di celebrare il Santo Sacrificio suscita l’ammirazione; la partecipazione alla Messa e le comunioni aumentano. Tutti i parrocchiani amano il loro pastore e fanno un tutt’uno con lui. La sua semente riceve la rugiada dal cielo. Sulla pagina interna della copertina del suo breviario, egli scrive: «La Croce aleggia su una parrocchia quando il pastore, per amore verso il suo gregge, vi si è inchiodato sopra.» Ha posato sulla sua scrivania il disegno di una pietra d’altare con questo testo: «Il cuore del sacerdote deve assomigliare a una pietra d’altare: essere segnato da cinque croci e racchiudere reliquie di martiri.» Egli indossa, sotto la tonaca, un crocifisso da missionario che tira spesso fuori per baciarlo.

«Mi ero proprio sbagliato»

A partire dal 1942, la Germania richiede alla Francia  la collaborazione di operai. Di fronte al fallimento della sua propaganda, il Reich organizza la requisizione di lavoratori. La presenza di sacerdoti presso questi giovani lavoratori non è autorizzata. Per guidarli clandestinamente, padre Rodhain lancia quindi un appello nelle diocesi. Nel marzo del 1943, incontra i sacerdoti volontari e ne seleziona una ventina, ma padre René Giraudet viene giudicato non idoneo: «È un prete di campagna che non ha mai avuto a che fare se non con dei contadini, dice padre Rodhain. Inoltre, appare timido, senza iniziativa e senza una grande personalità.» In seguito, confesserà: «Quel giorno, mi ero proprio sbagliato!» Ma la segretaria del padre interviene: intuisce in questo sacerdote la presenza di una fiamma interiore profonda, una potenza di dedizione senza pari, e un’intelligenza acuta, in grado di affrontare le difficoltà. Dopo molte esitazioni, padre Rodhain lo iscrive in fondo alla lista.

Nel mese di aprile, René viene accolto a Berlino da padre Bousquet, primo sacerdote clandestino, arrivato a gennaio. «Non sono venuto qui, scrive, a fare politica, né a favore né contro nessuno. Sono venuto a salvare le anime e mi ci dedico quanto posso durante il mio tempo libero.» Inizialmente assunto in una tipografia dove lavorano molti francesi, alloggia in un “Lager”, un dormitorio, dove i suoi compagni , per la maggior parte, sono indifferenti, se non addirittura ostili alla religione. Essi ignorano il suo stato di sacerdote, ma questo cattolico fa subito impressione sui “titis2 parigini” che percepiscono le sue qualità e lo rispettano; lo stesso avverrà nei vari “Lager” dove soggiornerà. Con il suo altruismo e la sua carità traboccante, conquista i cuori di questi giovani che lo ameranno come un fratello. Ben presto, scopre uno stanzino al di sopra di un vano ascensore, dove può essere tranquillo e soprattutto celebrare di nascosto la santa Messa. Questi giovani francesi vivono in una grande sofferenza fisica e morale. Soprattutto li attanaglia la fame. René scrive ai suoi parrocchiani e amici di Vandea: gli arrivano allora numerosi pacchi che distribuisce a tutti questi giovani, cristiani e non. Si priva di cibo per coloro che ne sono privi, condivide i suoi abiti: tutto quello che riceve, lo dona. Quando è da solo nel suo stanzino, sente talvolta attraverso la parete le conversazioni, e ringrazia Dio per gli apprezzamenti che suscita la sua carità: «I cattolici, i veri, sono bravi. Hanno lo spirito di rendere servizio. Ecco, per esempio! Quel cattolico è un tipo veramente bravo!» Padre Giraudet si occupa di coloro che la malattia ha condotti negli ospedali. Qui, i giovani sono molto toccati da questo compagno più anziano che si prende cura di loro. Quando il padre ne vede uno con l’anima ben disposta, gli sussurra sottovoce: «Ascolta, figlio mio, io sono prete. Mantieni il segreto!» Stupore, ma gioia profonda, e la conversazione si fa più intima. Durante la settimana, si siede su una panchina pubblica per confessare, entra in una cabina telefonica per dare la Comunione eucaristica, organizza, la domenica, delle gite nei boschi intorno a Berlino per predicare ritiri e celebrare la Messa per i seminaristi, gli scout e i giocisti3. Egli si dedica a tutto questo, nonostante la fatica del lavoro in fabbrica e il fragore dei bombardamenti di notte. Sa farsi tutto a tutti. La pietà dei giovane suscita la sua ammirazione: «Se voi sapeste, scrive ai suoi parrocchiani, come questa gioventù, ansiosa del suo destino eterno, darebbe lezioni a tanti cristiani di Vandea che non comprendono abbastanza la fortuna di aver ricevuto la fede fin dalla loro tenera età... Fate, come noi, questa offerta quotidiana nell’ora in cui Gesù è morto per noi, ricordandovi quello che è il nostro motto: “Per il lavoratore all’estero è Venerdì Santo ogni giorno.”»

Come un fratello maggiore

Con il suo lavoro metodico e preciso, padre Giraudet  svolge un ruolo importante nell’organizzazione della vita religiosa a Berlino. Tuttavia, si limita al compito che gli è stato assegnato, senza andare al di là delle sue mansioni. Sa mettersi alla portata di ciascuno. «È un prete umile, pieno di mitezza, che non usa espressioni complicate, ma che ci parla come un fratello maggiore», sottolinea un giovane. Dal momento della sua ordinazione, René vuole diventare «il vero sacerdote che vede tutto dal punto di vista soprannaturale, e che non ha altro obiettivo che il sommo bene in tutto. È meglio, egli dice, non essere prete che concepire il proprio sacerdozio in altro modo.» Per le anime, è sempre pronto: può perderci le notti, la Gestapo può spiarlo, i capi reparto possono punire le sue assenze, nessun sacrificio, nessuna paura lo ferma sulla strada de suo dovere di stato. Il suo apostolato clandestino lo costringe a ridurre il lavoro in fabbrica. Giudicato male dai capisquadra, si ritrova all’ultimo posto della classe operaia. Egli confessa: «Sono ben contento di essere in tal modo al livello dei miei fratelli più umili: questo mi permette di toccarli più facilmente... Benedetto il lavoro manuale, così umiliante per la natura, specialmente quando spingo dei vagoncini nelle officine come un incapace non qualificato, e che ti permette di vivere così libero di spirito e così vicino a Dio!»

La sua vera missione

All’inizio della Quaresima del 1944, egli organizza  una campagna per ottenere da Cristo la conversione di un gran numero di francesi. I giovani fanno “promesse pasquali” che si concentrano su tre obiettivi: sacrifici, vita spirituale e apostolato. A Pasqua, più di cinquecento giovani che, in Francia, avevano abbandonato i loro doveri religiosi da molti anni, ritrovano, sui sentieri dell’esilio, la via della fede e della pratica religiosa. Così ogni militante ha davvero portato a Cristo uno o due compagni. «Le nostre azioni sono molto umili, scrive René il 14 aprile, e lo Spirito Santo si prende cura quando è necessario di riportarci alla realtà con delle piccole buone umiliazioni di tanto in tanto; è necessario perché rimaniamo convinti che la grazia di Dio opera ciò che noi constatiamo.» Egli è consapevole del fatto che la sua vera missione non è tanto di predicare quanto di soffrire con Gesù per la redenzione delle anime: «Il nostro apostolato qui è fatto tanto della nostra sofferenza morale quanto della nostra attività esteriore.» Nell’agosto del 1943, precisa: «Quando avrete smesso di avere mie notizie, pregate per me, affinché la mia missione, che inizierà sul serio allora, sia utile per la gloria di Dio.»

«Noi vediamo, spiega Benedetto XVI, che nella storia ha vinto la Croce e non la saggezza che si oppone alla Croce. Il Crocifisso è sapienza, perché manifesta davvero chi è Dio, cioè potenza di amore che arriva fino alla Croce per salvare l’uomo. Dio si serve di modi e strumenti che a noi sembrano a prima vista solo debolezza. Il Crocifisso svela, da una parte, la debolezza dell’uomo e, dall’altra, la vera potenza di Dio, cioè la gratuità dell’amore: proprio questa totale gratuità dell’amore è la vera sapienza» (Udienza del 29 ottobre 2008).

La domenica 14 maggio 1944, padre Giraudet prova una grande gioia. Rivolgendosi a un gruppo di cappellani clandestini e di responsabili dell’Azione Cattolica, commenta una preghiera del movimento: «A Te, Gesù, i nostri dolori, i nostri sudori, le nostre ferite nel terrore dei bombardamenti, anche le nostre vite se lo chiedi, per la redenzione dei nostri fratelli.» Egli mostra la persecuzione minacciosa, e invita i suoi ascoltatori a offrirsi con gioia per il regno di Cristo. Poi, in una scena degna della cavalleria, tutti si prosternano, il volto contro terra, e pregano con insistenza lo Spirito Santo di dar loro la forza; infine, davanti al Santissimo Sacramento esposto, promettono di servire Cristo con tutta l’anima, anche se dovessero pagare la loro dedizione con la vita. L’ondata di arresti che dilaga dal febbraio all’agosto 1944 colpisce i cattolici coinvolti in strutture considerate dai nazisti come opposte al regime; essa non risparmia René. Arrestato il 12 giugno a causa della sua attività apostolica, ritrova in prigione un certo numero dei suoi militanti che una vita spirituale intensa prepara ai lunghi interrogatori destinati a far confessare un’attività politica di fatto inesistente. Dopo il mancato attentato del 20 luglio contro Hitler, René viene inviato, senza processo né sentenza, a Sachsenhausen. Anche lì, prosegue il suo apostolato. Negli ultimi mesi, si ritrova unico francese, in una baracca occupata dai membri delle SS ladri e assassini che assicurano la disciplina interna del campo.

«Come sono contento!»

Nel gennaio del 1945, viene trasferito a Bergen- Belsen, il “mortorio”. Già tubercolotico, vi contrae il tifo. Questo campo viene liberato dagli alleati il 15 aprile. Tra i membri della Missione vaticana inviata sul posto, René riconosce un confratello della Vandea, padre Hauret; gli confessa: «Ho avuto fame, ho avuto freddo, ho avuto paura. Ho solo più un desiderio: partire per la mia parrocchia per andare a morirvi. Non vorrei lasciare qui le mie ossa.» Non appena le sue condizioni lo consentono, viene rimpatriato. Arrivato a Parigi l’11 giugno e ricoverato al Kremlin-Bicêtre, confida a padre Bousquet: «Sono stato umiliato! se tu sapessi...» Quest’ultimo gli dà buone notizie dei giovani francesi di Berlino. «Come sono contento, non smette di dire René, come sono felice!» Il giorno dopo, 12 giugno, padre Rodhain, che gli porta la Santa Comunione, è colpito dal suo volto sereno illuminato dalla gioia di morire per Cristo. Si spegne poco dopo, tranquillamente, all’età di 38 anni. Dopo una toccante veglia funebre e le esequie solenni agli Invalides, presiedute dal cardinale Suhard, arcivescovo di Parigi, il corpo di padre Giraudet viene accolto nella sua parrocchia da una moltitudine di persone. Il funerale, presieduto da monsignor Cazaux, vi è celebrato il 18 giugno, seguito dalla sepoltura nel cimitero di Chantonnay.

Padre René Giraudet fa parte di un gruppo di una cinquantina di sacerdoti, religiosi, seminaristi, giocisti e scout, vittime del nazismo, la cui causa di canonizzazione come martiri della fede è stata introdotta nel 1988. Hanno dato la loro vita per Cristo: che intercedano a favore dei cristiani del nostro tempo, affinché questi seguano il loro esempio! Oggi, la persecuzione è più insidiosa, perché addormenta la resistenza e inaridisce i cuori per mezzo dei beni di consumo, e del benessere dalle corte vedute. Il sentiero della vita vera non è questo; Benedetto XVI ne indicava le caratteristiche ai giovani riuniti a Madrid, in occasione delle GMG:

«La fede ha la sua origine nell’iniziativa di Dio, che ci rivela la sua intimità e ci invita a partecipare della sua stessa vita divina. La fede non dà solo alcune informazioni sull’identità di Cristo, bensì suppone una relazione personale con Lui, l’adesione di tutta la persona, con la propria intelligenza, volontà e sentimenti alla manifestazione che Dio fa di se stesso. Così, la domanda di Gesù: Ma voi, chi dite che io sia?, in fondo sta provocando i discepoli a prendere una decisione personale in relazione a Lui. Fede e sequela di Cristo sono in stretto rapporto... Cari giovani, anche oggi Cristo si rivolge a voi con la stessa domanda che fece agli apostoli: Ma voi, chi dite che io sia?. Rispondetegli con generosità e audacia, come corrisponde a un cuore giovane qual è il vostro. Ditegli: “Gesù, io so che tu sei il Figlio di Dio, che hai dato la tua vita per me. Voglio seguirti con fedeltà e lasciarmi guidare dalla tua parola. Tu mi conosci e mi ami. Io mi fido di te e metto la mia intera vita nelle tue mani. Voglio che tu sia la forza che mi sostiene, la gioia che mai mi abbandona”» (21 agosto 2011).

Dom Antoine Marie osb

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