Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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1 novembre 2012
Solennità di Tutti i Santi


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Cristo non è morto da solo. Altri due sono morti con Lui. Come la Madonna è rimasta presso suo Figlio morente, così è rimasta accanto ai due ladroni nella loro agonia. Grazie alla contemplazione di questa realtà, la venerabile Mary Potter ha fondato una congregazione religiosa destinata a pregare per i morenti e ad assisterli, soprattutto quelli che sono abbandonati o isolati nella miseria o nel peccato.

Mary Potter è nata il 22 novembre 1847 a Newington, al sud di Londra, ultima di cinque figli. Suo padre, che non ha accettato la conversione della moglie al cattolicesimo, lascia la famiglia un anno dopo la nascita di Mary: i suoi non lo rivedranno mai più. La signora Potter, chiamata affettuosamente «Regina Vittoria» dai famigliari, si trova senza mezzi, ma grazie alla carità dei parenti può provvedere al necessario. La piccola ultimogenita diventa presto l’idolo di tutti. Molto tempo dopo, Mary scriverà : «Quello che mi causa più dolore nella mia vita passata è l’aver amato essere quello che ero: un idolo nella mia casa e nella cerchia delle nostre conoscenze: amavo essere amata per me stessa e non per Dio. Fin dalla mia infanzia, volevo essere amata dagli altri e dedicarmi a loro. Quando ero diventata grande, l’amore dei miei fratelli non mi bastava. Volevo avere qualcuno che mi fosse interamente devoto.»

Un parere categorico

Questa persona interamente devota, la trova in  Godfrey King, con il quale si fidanza verso la metà dell’anno 1868. Uomo molto integro, Godfrey incoraggia Mary a prendere più sul serio la cura della sua anima. I suoi ammonimenti producono un tale effetto che Mary avverte una chiamata di Dio alla vita religiosa. Per vederci chiaro, consulta mons. Thomas Grant, vescovo di Southwark. Questi la esorta senza riserve a rompere il suo fidanzamento: «Che la vostra vita trascorra nel mondo o in un convento, voi dovete avere un unico Sposo, Gesù.» Questo consiglio è rude, ma Mary lo segue.

L’8 dicembre di quell’anno, viene ricevuta come postulante presso le Suore della Mercede a Brighton. Queste religiose, fondate nel 1831, si dedicano al servizio dei poveri. Il 30 luglio 1869, Mary ne veste l’abito e riceve il nome di suor Mary-Angela. Novizia modello, desta l’ammirazione di tutti. Tuttavia, la sua salute poco robusta si logora rapidamente in questo nuovo ambiente, ed è costretta a ritornare nel mondo per riprendere le forze. Con gran dispiacere di sua madre, Mary non abbandona però l’idea della vita religiosa, e continua, per quanto può, a praticare ciò che ha appreso in convento, in particolare l’orazione quotidiana. Viene aiutata da un prete pio, mons. John Virtue. Legge il Trattato della Vera Devozione a Maria, di san Luigi Maria Grignion de Montfort, appena tradotto in inglese. Quest’opera avrà un’influenza preponderante sulla sua vita. L’8 dicembre 1872, Mary pronuncia la sua “consacrazione a Gesù per Maria” secondo la formula preconizzata da san Luigi Maria. Constatando che manca un commento in lingua inglese al Trattato della Vera Devozione, redige il Path of Mary (Il Sentiero di Maria), il cui tenore è riassunto dal passo che segue: «Ama questo Cuore (di Maria), consacrati a Lui... Che le tue sofferenze, le tue azioni, le tue parole, tutto il tuo essere rinnovino, su questa terra, la vita di Maria. Per questo, tu devi studiare Maria; per studiarla, devi entrare nel suo Cuore e osservarne il funzionamento.» In seguito, Mary Potter sceglierà per l’opera che avrà fondata il motto: One in the Heart of Mary («Una cosa sola nel Cuore di Maria »).

Durante il suo periodo di convalescenza, Mary è profondamente colpita dal bisogno di assistenza dei malati e dei morenti, e concepisce un vivissimo desiderio di consacrarsi alla salvezza eterna di questi ultimi. Il 6 novembre 1874, risuona nel profondo del suo cuore l’ispirazione di fondare un’opera che si consacrerà principalmente all’assistenza dei morenti.

L’ispirazione di Mary Potter è di grande importanza per le anime, perché la morte è il momento unico che segna il passaggio all’eternità. «La morte è la fine del pellegrinaggio terreno dell’uomo, è la fine del tempo della grazia e della misericordia che Dio gli offre per realizzare la sua vita terrena secondo il disegno divino e per decidere il suo destino ultimo. Quando è finito l’unico corso della nostra vita terrena, noi non ritorneremo più a vivere altre vite terrene. È stabilito per gli uomini che muoiano una sola volta (Eb 9,27). Non c’è “reincarnazione” dopo la morte... Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre» (Catechismo della Chiesa Cattolica, CCC, n. 1013, 1022).

Essere pronti

La Chiesa ci incoraggia a prepararci alla morte... a  chiedere alla Madre di Dio di intercedere per noi «nell’ora della nostra morte» (Preghiera dell’“Ave Maria”), e ad affidarci a san Giuseppe, patrono della buona morte. «In ogni tua azione, in ogni tuo pensiero, dovresti comportarti come se tu dovessi morire oggi, raccomanda il libro dell’Imitazione di Cristo. Se tu avessi la coscienza retta, non avresti molta paura della morte. Sarebbe meglio guardarsi dal peccato che fuggire la morte. Se oggi non sei preparato, come lo sarai domani?» (1, 23, 1).

La morte è una conseguenza del peccato. Al seguito della Sacra Scrittura, la Chiesa insegna che la morte è entrata nel mondo a causa del peccato dell’uomo (Rm 5,12; 6,23). Dio lo destinava a non morire. Tuttavia, la morte viene trasformata da Cristo. Gesù, il Figlio di Dio, ha anch’Egli sofferto la morte, propria della condizione umana. Ma, nonostante il suo spavento di fronte ad essa, l’ha assunta in un atto di totale e libera sottomissione alla volontà di suo Padre. L’obbedienza di Gesù ha tras–formato la maledizione della morte in benedizione. Grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo. Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno (Fil 1,21). Certa è questa parola: se moriamo con lui, vivremo anche con lui (2Tm 2,11). Il cristiano può trasformare la propria morte in un atto di obbedienza e di amore verso il Padre, sull’esempio di Cristo.

La visione cristiana della morte riceve espressione privilegiata nella liturgia della Chiesa: «Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo» (Messale Romano, Prefazio dei defunti). I santi hanno anch’essi presentato la morte in una luce positiva: «Voglio vedere Dio, e per vederlo bisogna morire» (Santa Teresa d’Avila). «Io non muoio, entro nella vita” (S. Teresa del Bambin Gesù. Cf. CCC, n. 1005-1014).

In un altro momento di grazia intima, Mary Potter è portata a un’intensa devozione al Prezioso Sangue di Gesù, strumento della nostra salvezza eterna, nonché allo Spirito Santo. Tre elementi si legano così nella sua spiritualità: unirsi alla Santissima Vergine Maria per chiedere che il Prezioso Sangue di Gesù si effonda su tutti i morenti per la grazia dello Spirito Santo. Nel febbraio del 1875, scrive: «Il Cuore di Maria, il Prezioso Sangue, lo Spirito Santo: con loro, combatterai e vincerai!»

Di fronte alle angosce generate negli uomini dalla diffusione del materialismo, Mary Potter ritiene che solo la speranza cristiana rappresenti una pacificazione vera e profonda; questa speranza poggia sulla Croce di Cristo che rivela il valore infinito di ogni vita umana. Per Mary, le anime maggiormente da compatire sono quelle che non hanno nessuno che le ami o che condivida il loro fardello. Nessuna occasione di far del bene a un’anima deve quindi andar perduta. Mary scriverà: «Il primo comandamento della legge è amare Dio al di sopra di ogni cosa; ma il secondo è simile al primo: amare il prossimo come se stessi. Potresti dire di amare il tuo prossimo come te stesso se tu lo vedessi solo e senza cure e non lo aiutassi?... In tutto il mondo, delle anime sono sul punto di perire, stanno morendo, cadendo nell’abisso senza fondo dal quale non si può uscire. Prima che sia troppo tardi, non alzerai un grido verso il Cielo per chiedere misericordia?... Mettiti in ginocchio, prega, supplica, attira la misericordia di Dio.»

Una situazione insostenibile

La chiamata di Dio incalza Mary: «Mi sento una  responsabilità. Dei peccatori stanno morendo, delle anime fatte a immagine della Santa Trinità si perdono. Mi sembra che esse mi appartengano, e non posso sopportare che mi vengano tolte. Sarebbe per me terribile e insopportabile non poter venir in loro aiuto. Ma, con l’aiuto di Dio, lo posso.» Quando riferisce a mons. Virtue tutti i suoi pensieri, questi le ordina di rinunciare del tutto al progetto che lei matura nel suo spirito, sotto pena di peccato mortale. Diversi mesi di vere e proprie angosce assalgono questa anima sensibile, presa tra la certezza di aver ricevuto un’ispirazione divina e l’obbedienza al suo padre spirituale. L’anno seguente, mons. Virtue viene inviato dai suoi superiori a lavorare in un altro luogo, e Mary incontra un sacerdote marista, padre Edward Selley, che accetta di prenderla sotto la sua responsabilità e di aiutarla a fondare l’opera. Lei desidera ottenere la benedizione di sua madre, ma non riesce a convincerla che quella è la volontà di Dio.

Un giorno del gennaio 1877, va a Brighton con Margaret, sua cognata, per la giornata. Al momento del ritorno, si ricorda improvvisamente del Vangelo del giorno, quello del ritrovamento di Gesù nel Tempio, e si mette in preghiera. La invade una grande pace; si decide allora ad andare a Londra invece di tornare al Portsmouth da sua madre. Quando la signora Potter viene a sapere che sua figlia non torna, ne è così contrariata che rifiuterà in seguito di parlarle per diciotto mesi. Da Londra, Mary si reca a Nottingham per un incontro con il vescovo, mons. Bagshawe, che l’accoglie e permette la fondazione del nuovo istituto nella sua diocesi, sotto il nome di “Piccola Compagnia di Maria”. Il 2 luglio seguente, Mary e cinque sue compagne ricevono l’abito della nuova comunità: una tunica nera e un velo blu. È così che saranno conosciute sotto il nome di “Suore Blu”.

Madre Mary conquista le anime con la sua dolcezza. Una domenica sera, mentre le Suore assistono al fondo della cappella del villaggio all’ufficio di Compieta seguito dalla benedizione del Santissimo Sacramento, un ubriaco entra al momento dell’omelia e si mette a parlare ad alta voce. Il sacerdote chiede al custode della cappella di metterlo fuori. Madre Mary interviene parlando a quest’uomo con dolcezza, ma l’ostiario le dice: «Madre, riporterò quest’uomo a casa sua.» Allora l’ubriaco grida: «Non mi tocchi!» poi, indicando la Madre: «Andrò con lei.» E così questa lo accompagna fino a casa e ritorna in tempo per la benedizione.

«La mia fiducia non è scossa»

Tuttavia, ben presto, Madre Mary viene rimessa sulla  croce. Anche se pieno di buona volontà, mons. Bagshawe ha solo nozioni molto incomplete sulla vita religiosa. Dopo tre settimane, trovando la Madre troppo esigente, la depone e mette un’altra suora a capo della comunità. Madre Mary confida: «Se questa opera fosse stata il mio progetto personale, probabilmente avrei detto che non potevo cederne l’intera direzione a un’altra. Dal momento che non credo che sia un mio progetto, ma un’opera del Dio Onnipotente – un’opera che gli è particolarmente cara e quindi contrassegnata con il segno della croce – la lascio a Dio, dicendogli che deve occuparsene Lui. Mentre provo tristezza nel vedere che le cose non vanno come avrei sperato, la mia fiducia in Dio non è però scossa... Anche se non vuole tutto ciò che accade, Dio lo permette; Egli può trarre il bene dal male, e lo fa.»

Qualche mese dopo, il vescovo dà a madre Mary l’incarico di maestra delle novizie, precisando che lei non potrà né ricevere le confidenze delle novizie né rivolgere loro rimproveri; è solo autorizzata a spiegare loro il significato della loro vocazione. Per Madre Mary, tali condizioni rendono impossibile lo svolgimento del suo compito: «Mi sembra, scrive, che per vincersi sia necessario scendere nei particolari, non guardare le cose in modo vago o prendere decisioni in modo generico, ma piuttosto applicarsi con determinazione ai casi particolari e accettare che ci venga mostrato dove abbiamo mancato.» In uno spirito di fede, accetta tuttavia questa prova come un mezzo di unione alla Passione di Cristo. Dopo qualche settimana, madre Mary fa però sapere che la sua situazione è impossibile, e il vescovo la destituisce dal suo incarico. Le permette, in compenso, di scrivere le sue riflessioni sullo spirito della Compagnia; questo testo sarà di inestimabile valore per i posteri. In aggiunta a queste croci spirituali, madre Mary soffre di gravi problemi di salute. Nel 1878, un cancro al seno la costringe a subire due operazioni in sei mesi.

La Madre scrive: «Forse sapete qualche cosa delle varie croci che hanno già assediato questa piccola società di Maria. Ma dobbiamo vedere le cose alla luce di quanto il nostro padre direttore ha detto; mi ha scritto diversi mesi fa per dire che se ne rallegrava, perché non ha mai visto un’opera di Dio che ne mancasse. La volontà di Dio addolcisce tutto, per cui, quando Egli vuole che si lavori, anche noi dobbiamo volerlo; quando vuole che si soffra, quando ci chiama per parlarci, dobbiamo rispondere con gioia: “Signore, eccoci!”» Tuttavia, all’inizio del 1879, lo stato della comunità, dovuto soprattutto alla mancanza di spirito religioso delle superiori, spinge mons. Bagshawe a presiedere una nuova elezione. I voti si concentrano su Madre Mary.

Amore materno

Mary Potter ha dato alle suore del suo istituto la mis- sione di curare Cristo in tutti i suoi membri, soprattutto i morenti e i più poveri; vuole far loro imitare «l’amore materno di Gesù e di Maria ». «L’amore di Dio è un amore materno», afferma la fondatrice. Se ogni essere umano riflette in parte gli attributi di Dio, le donne hanno il dono particolare di manifestare il suo amore materno, pensa la Madre. Per questo desidera che le sue suore siamo veramente delle madri, nel senso spirituale. La maternità di Maria è il loro modello: Maria è «una delle nostre», afferma. Ha il desiderio che la Madonna venga proclamata Madre della Chiesa. In una lettera indirizzata al beato papa Pio IX, il 18 luglio 1876, mette in bocca a Maria queste parole: «Mio figlio, Dio onnipotente, non può donarmi, dopo il possesso di se stesso, nulla di più desiderabile né di più prezioso che delle anime. Questo, Gesù lo sapeva; così, al momento della sua morte, volendo lasciarmi una misura del suo amore, affidò la Chiesa nella persona di san Giovanni alla mia materna protezione... Vieni quindi a me, e conducimi la Chiesa tutta intera, che ho portato nel mio seno dal tempo in cui ho portato il suo Autore, Gesù. Che il santo Vicario di mio Figlio proclami dalla sua croce che io sono la Madre di questa Chiesa! Che si unisca al suo Maestro dicendo alle nazioni della terra: “Ecco tua Madre”, e che consacri al mio cuore materno la Chiesa che gli è affidata, e io mostrerò che sono sua Madre!» Questo desiderio si realizzerà un secolo dopo, il 21 novembre 1964, quando papa Paolo VI proclamerà la Madonna «Madre della Chiesa», al termine della terza sessione del Concilio Vaticano II.

La Vergine Maria «cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore, con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell’ordine della grazia... La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia. Ogni salutare influsso della beata Vergine verso gli uomini... sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo; pertanto si fonda sulla mediazione di questi, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia» (Vaticano II, Lumen gentium, 60-61).

Nell’ottobre 1882, Madre Mary si reca a Roma con alcune consorelle per sollecitare da papa Leone XIII l’approvazione del suo istituto. Con grande loro gioia, vengono invitate a partecipare alla Messa del Papa, poi a un’udienza privata durante la quale il Santo Padre le invita a rimanere a Roma per fondarvi una casa. La fondatrice accetta questa offerta e ben presto intraprende la costruzione di un ospedale nei pressi del Laterano; sarà terminato nel 1908. Vengono allora elaborate le costituzioni della Piccola Compagnia, che saranno approvate dalla Santa Sede il 31 maggio 1886. «Non è la mia opera, riconosce umilmente la Madre, ma quella di Dio. Chiunque consideri questa opera come mia la smi–nuisce.»

A partire dal 1885, le fondazioni si moltiplicano, prima in Australia, su invito dell’arcivescovo di Sydney, poi in Italia e in Irlanda. Se il lavoro essenziale della Piccola Compagnia è quello di stare presso coloro che terminano la loro vita sulla terra, la fondatrice non esclude a priori nessun apostolato. Tra le altre sue opere, bisogna contare la cura dei neonati. Madre Mary desidera che, per imitare la Santissima Vergine Maria nel mistero della Visitazione a sua cugina Elisabetta, le suore appartenenti al suo istituto prestino un soccorso caritatevole alle madri povere per aiutarle al momento del parto e nelle settimane che seguono. Ma assistere le giovani madri è una novità rispetto alle attività tradizionali religiose; il cardinale Manning, arcivescovo di Westminster, ritiene necessario vietarla come non appropriata per delle donne consacrate. Tuttavia la Santa Sede, alla quale fa appello la Madre, concede nel 1886 un permesso dapprima limitato, poi ampliato nel 1905, di dedicarsi a questo servizio.

«Ha amato Dio»

Nella primavera del 1913, si diffonde a Roma la noti- zia che “la santa Madre” è gravemente ammalata. Molti visitatori si recano al suo capezzale. Il 4 aprile 1913, il cardinale Merry del Val, segretario di Stato, invia a madre Mary una benedizione speciale del papa san Pio X. Lei aveva spesso affermato che il giorno in cui non avesse più potuto fare la comunione sarebbe stato il suo ultimo. Il 9 aprile, durante la celebrazione della santa Messa nella sua stanza, al momento della consacrazione, stende le braccia pronunciando ripetutamente il santo Nome di Gesù. Avendo perso conoscenza, rende in pace l’anima a Dio mentre termina la Messa. Apprendendo la sua morte, un prete che l’ha conosciuta bene afferma: «La Madre non ha fatto che una cosa nella sua vita: ha amato Dio.»

Alla morte della fondatrice, la Piccola Compagnia contava sedici case diffuse in Europa, Nord America, Australia e Africa. Ancora oggi, le Suore continuano, nei cinque continenti, a servire i morenti e tutti coloro che soffrono. Nel 1988, il beato papa Giovanni Paolo II ha dichiarato Mary Potter venerabile. Dapprima sepolta a Roma, i suoi resti mortali sono stati trasferiti nel 1997 nella cattedrale di Nottingham.

In una riflessione sullo sviluppo del suo istituto, madre Mary Potter scriveva: «Com’è stato buono Dio per noi! Se solo potessimo ringraziarlo! Soltanto i secoli eterni potranno permetterci di ringraziare il nostro Dio. Quando guardiamo indietro la vita che ci ha fatto condurre, quali motivi di gratitudine troviamo? Il fatto che abbiamo avuto la grazia di camminare, con Gesù, sulla via della croce, che abbiamo un po’ sofferto e siamo state disprezzate, umiliate. Per queste grazie, abbiamo un debito verso Nostro Signore, perché non avremmo potuto farlo da sole. No, nell’ora della nostra morte, la nostra gloria non sarà nei conventi o negli ospedali che abbiamo costruiti, ma diremo con l’Apostolo: Quanto a me, che io non mi vanti mai se non nella croce del Signore nostro Gesù Cristo (Gal 6,14).»

Chiediamo alla venerabile Mary Potter di ottenerci la grazia di seguire Gesù fino al Calvario per raggiungere il Cielo. Che lei ci incoraggi ad accompagnare i morenti e ci ispiri parole e atteggiamenti che li aiutino a passare tranquillamente a Dio!

Dom Antoine Marie osb

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