Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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26 settembre 2012
santi Cosma e Damiano, martiri


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Un giorno del 1676, un guerriero irochese entra senza avvisare nella  tenda di una giovane indiana diventata cristiana per costringerla ad  abbandonare la sua fede. Alza il tomahawk (accetta) al di sopra della sua testa, come per colpirla. A guisa di risposta, lei cade in ginocchio, le braccia incrociate sul petto, pregando con tutto il cuore. Il guerriero è sconcertato. Gli cade il tomahawk di mano. Viene preso da vergogna per la sua propria debolezza di fronte alla forza d’animo di questa giovane donna di nome Kateri.

Nell’anno 1656, nasceva nel Nord America, nell’attuale stato di New York, una bambina la cui madre, Kahenta, un’indiana algonchina, era stata presa in moglie dal capo Mohawk Kenhoronkwa. “Mohawk” è un nome che viene dal fiume che attraversa tutto il territorio degli irochesi. La giovane coppia vive nel paese degli Agniers, un ramo ancora pagano della tribù degli irochesi, nel villaggio di Ossernenon, l’odierna Auriesville. È lì che, alcuni anni prima, i santi missionari gesuiti Isaac Jogues, René Goupil e Jean de La Lande avevano subito il martirio per la fede. Kahenta è cristiana, e il suo più grande desiderio è quello di far battezzare sua figlia. Ma nessuna donna indiana oserebbe battezzare il proprio bambino: è il compito delle “Vesti Nere”, i gesuiti, che indossano grandi tonache nere. Ora, nessun missionario è passato in questo villaggio da due anni. Inoltre, suo marito è molto ostile ai cristiani. Lei deve accontentarsi di istruire segretamente sua figlia sui misteri della vera fede.

«Interroga la bellezza...»

La purezza brilla sulla fronte della bambina che ama  ascoltare sua madre che le racconta la storia di Gesù, di Maria e dei santi. «Mamma, di dove vengono gli uccelli? - Li ha fatti Dio, piccola mia. Dio ha fatto tutte le belle cose del mondo: ha fatto gli alberi, i fiori, gli uccelli e i laghi; Egli ha fatto tutto.»

Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna: «Partendo… dalla bellezza del mondo si può giungere a conoscere Dio come origine e fine dell’universo» (CCC 32). «Interroga la bellezza della terra, del mare, dell’aria rarefatta e dovunque espansa, suggerisce sant’Agostino; interroga la bellezza del cielo,… interroga tutte queste realtà. Tutte ti risponderanno: guardaci pure e osserva come siamo belle. La loro bellezza è come un loro inno di lode [“confessio”]. Ora, queste creature, così belle ma pur mutevoli, chi le ha fatte se non uno che è bello [“Pulcher”] in modo immutabile?» (Sermone 241).

Nel 1660, una disgrazia colpisce il villaggio: un’epidemia di vaiolo uccide un terzo dei suoi abitanti, e, tra questi, i genitori e il fratellino della bambina. Quest’ultima non muore, ma resta con il viso sfigurato dalle tracce della malattia, e i suoi occhi s’indeboliscono al punto da non sopportare più la luce forte. Quando esce alla luce del sole, deve proteggersi gli occhi con lo scialle. Avanza brancolando con l’aiuto delle mani più che usando la vista degli occhi, da cui il nome che le viene dato: Tekakwitha, vale a dire “colei che avanza a tentoni”. In seguito, in considerazione dei suoi numerosi miracoli, verrà chiamata “Colei che smuove tutto di fronte a sé”.

Morti i suoi genitori, viene accolta dallo zio, che la affida alle zie, secondo il costume irochese. L’arrivo di una ragazzina significa l’aiuto di due mani in più: presso gli irochesi, i lavori di casa, i lavori faticosi, l’acqua da attingere al fiume, il taglio della legna e il suo trasporto alla capanna spettano alla donna, come anche l’incarico di macinare il mais, di fabbricare mobili e confezionare tessuti e oggetti di artigianato. L’uomo si limita ad andare a caccia e ad indicare dove si trova la selvaggina che ha uccisa. La donna deve poi recarsi sul posto e trascinarla fino alla capanna e in seguito farla a pezzi. Le zie sono esigenti e danno alla loro nipote così tante occupazioni che le rimane ben poco tempo per gli svaghi. La ragazza, che ama il lavoro ben fatto, si sottomette con generosità a tutto ciò che le viene imposto; si rivela del resto molto abile con le dita.

Il suo desiderio di piacere a Dio è veramente grande. A imitazione della Madonna, vuole appartenere tutta a Lui e rimanere vergine; rifiuta quindi le offerte di matrimonio che le vengono fatte. Non è cosa facile, perché Tekakwitha è la figlia di un capo tribù. Suo zio le ha destinato un fiero guerriero che egli stima. Ma tutto è inutile. La volontà invincibile di Tekakwitha getta lo zio e le zie su tutte le furie. D’ora in poi, verrà trattata praticamente come una schiava e ogni rifiuto di matrimonio le varrà un sovrappiù di lavoro e di disprezzo.

Sete del Battesimo

Nel 1667, arrivano nel villaggio tre missionari gesui- ti. Per un’attenzione della Provvidenza, Tekakwitha viene incaricata di offrire loro ospitalità. Padre Cholenec testimonierà della modestia della ragazza e della gentilezza con cui ha esercitato la sua funzione di accoglienza. Beve con avidità le parole dei Padri come anche i frammenti di conversazioni che sente nell’intimità della capanna, ma non può ancora aprirsi sul suo desiderio del battesimo. Nell’autunno del 1675, si trova nel villaggio padre de Lamberville. Riceve le confidenze della ragazza e si rende conto del valore spirituale di quest’anima già tutta pronta a ricevere il battesimo; nell’indagine che apre sulla vita di Tekakwitha, non trova nessuno che non faccia l’elogio della giovane catecumena, nonostante la tendenza degli indiani a dir male, soprattutto delle donne. Anche coloro che l’hanno perseguitata più intensamente non possono fare a meno di rendere testimonianza della sua virtù. Conoscendo la mentalità degli irochesi, il Padre considera questo come veramente straordinario. Pronta a tutto per ricevere il battesimo, Tekakwitha osa chiederne il permesso allo zio che sa essere ostile al cristianesimo. Il cielo benedice la sua determinazione, perché, contro ogni previsione, lo zio non vi si oppone. Il giorno di Pasqua, 18 aprile 1676, Tekakwitha viene battezzata con il nome di Kateri, in onore di santa Caterina di Alessandria.

«Il santo Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana, insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, il vestibolo d’ingresso alla vita nello Spirito («vitae spiritualis ianua»), e la porta che apre l’accesso agli altri sacramenti. Mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione» (CCC 1213). San Gregorio Nazianzeno spiega: «Il Battesimo è il più bello e magnifico dei doni di Dio… Lo chiamiamo dono, grazia, unzione, illuminazione, veste d’immortalità, lavacro di rigenerazione, sigillo, e tutto ciò che vi è di più prezioso. Dono, poiché è dato a coloro che non portano nulla; grazia, perché viene elargito anche ai colpevoli; Battesimo, perché il peccato viene seppellito nell’acqua; unzione, perché è sacro e regale…; illuminazione, perché è luce sfolgorante; veste, perché copre la nostra vergogna; lavacro, perché ci lava; sigillo, perché ci custodisce ed è il segno della signoria di Dio?» (Oratio 40, 3-4, cf. CCC 1216).

Il battesimo è per Kateri l’aurora di una nuova vita che avrà le sue esigenze: Se qualcuno vuol venire dietro a me, dice infatti Nostro Signore Gesù Cristo, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua (Mc 8, 34). Suo zio e sua zia vogliono farla lavorare di domenica «come tutti», ma Kateri resiste, spiegando che questo giorno è consacrato al Signore. Ha infatti appreso che l’amore di Dio e il raggiungimento della vita eterna passano attraverso l’osservanza dei Comandamenti: Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti, dice Gesù al giovane ricco (Mt 19, 17). Tacciata di pigrizia, la ragazza si sente dire che, se non ha voglia di lavorare, non mangerà neppure. Così, per molti mesi, trascorre le sue domeniche in un digiuno quasi totale. Mentre la famiglia prende il suo pasto abbondante, lei sta seduta accanto al suo letto, presa da debolezza e vertigini a causa della fame. Inoltre, si incoraggiano i bambini del villaggio a tirarle addosso delle pietre e a insultarla quando passa. Viene chiamata, con tono sprezzante, “la cristiana”, o “la strega”.

Il giorno del Signore

Il beato Papa Giovanni Paolo II ha spiegato il significa- to della santificazione e del riposo domenicale: «Se è esemplare per l’uomo, nella prima pagina della Genesi, il lavoro di Dio, altrettanto lo è il suo riposo: Cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro (Gn 2, 2)... Il giorno del riposo è dunque tale innanzitutto perché è il giorno benedetto da Dio e da lui santificato, ossia separato dagli altri giorni per essere, tra tutti, il “giorno del Signore”... In realtà, tutta la vita dell’uomo e tutto il tempo dell’uomo devono essere vissuti come lode e ringraziamento nei confronti del Creatore. Ma il rapporto dell’uomo con Dio ha bisogno anche di momenti di esplicita preghiera... Il “giorno del Signore” è, per eccellenza, il giorno di questo rapporto, in cui l’uomo eleva a Dio il suo canto, facendosi voce dell’intera creazione. Proprio per questo è anche il giorno del riposo: l’interruzione del ritmo spesso opprimente delle occupazioni esprime... il riconoscimento della dipendenza propria e del cosmo da Dio. Tutto è di Dio! Il giorno del Signore torna continuamente ad affermare questo principio...» (Lettera Apostolica Dies Domini del 31 maggio 1998, 11, 14, 15).

Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega come il sabato (il settimo giorno) ha ceduto il posto alla domenica (il primo giorno): « Gesù è risorto dai morti il primo giorno della settimana (Mc 16,2). In quanto primo giorno, il giorno della Risurrezione di Cristo richiama la prima creazione. In quanto ottavo giorno che segue il sabato, esso significa la nuova creazione inaugurata con la risurrezione di Cristo. È diventato per i cristiani il primo di tutti i giorni, la prima di tutte le feste, il giorno del Signore, la domenica» (CCC 2174).

In mezzo alle sue prove, Kateri è sola e subisce costanti vessazioni. La sua amica Anastasia e molti indiani cristiani sono andati a vivere in Canada in un villaggio fondato dai padri gesuiti: la missione San Francesco Saverio sulla riva meridionale del fiume San Lorenzo, di fronte a Montreal. Kateri aspira a raggiungerli per poter praticare la sua fede liberamente, e il padre de Lamberville ritiene anch’egli prudente che lei vada via. Approfittando di un’assenza del vecchio zio di Kateri, il missionario la fa partire con due cristiani, e scrive al padre Frémin, superiore della missione San Francesco Saverio: «Le mando un tesoro, lo custodisca bene!» Di ritorno al villaggio, lo zio apprende la fuga di sua nipote e si mette subito al suo inseguimento ma non riesce a raggiungerla. Dopo un lungo viaggio, Kateri arriva a destinazione. Può finalmente condurre una vita cristiana, libera da ogni ostacolo. Le lacrime le sgorgano dagli occhi alla vista della cappella: è la prima volta che vede una chiesa.

Quello che è più gradito a Dio

Padre Cholenec non tarda ad ammettere Kateri tra i  neofiti che preparano la loro prima comunione. Vedendo il suo zelo eccezionale e venendo a sapere con quale carità essa trascorra il suo tempo a prendersi cura dei malati, a guardare i bambini e a rendere tutti i servizi possibili, la dispensa dalla regola che impone ai neo-battezzati di aspettare un anno prima di fare la loro prima comunione. Il giorno di Natale 1676, Kateri riceve per la prima volta nel suo cuore casto Colui che ella ama sopra ogni cosa. Rimane a lungo da sola nella chiesa in azione di grazie con Gesù. Il suo fervore cresce in seguito di giorno in giorno. Nel suo diario, padre Cholenec annoterà: «A partire dal quel giorno, Kateri ci sembrò diversa, perché rimase tutta piena di Dio e di amore per lui.» Lei si chiede: «Chi m’insegnerà quello che è più gradito a Dio, affinché io lo faccia?» Ma, come testimoniano i missionari, la sua grande unione con Dio non le fa per nulla trascurare il suo lavoro; lo compie, anzi, con un amore più grande.

Natale è anche la vigilia della grande partenza per la spedizione annuale di caccia. Per gli irochesi, la caccia fa parte della vita: è il grande avvenimento dell’anno. Costituisce per l’intero villaggio e per ognuna delle famiglie un’impresa di approvvigionamento. Si riportano a casa carne in quantità abbondante e soprattutto ricche pellicce da barattare, con i Bianchi, contro armi e derrate alimentari. È anche un momento di distensione generale. Per le donne, è una festa. La vita nella foresta è, per loro, molto più libera. Certo, dovranno tagliare a pezzi la selvaggina abbattuta e preparare le pellicce, ma il ricco bottino acquisito è l’occasione di feste e danze rumorose alle quali tutti, uomini e donne, si dedicano con entusiasmo.

Per Kateri, questo periodo di caccia è una prova a causa della lontananza dalla chiesa, dell’impossibilità di avere la Messa e di accedere ai sacramenti, e della promiscuità. Un giorno, un uomo rientra nella capanna molto stanco, si getta sul primo pagliericcio che trova e si addormenta; ora questo giaciglio è accanto a quello di Kateri. Il giorno dopo, la moglie di quell’uomo crede che abbiano dormito insieme; ha anche notato che Kateri se ne va regolarmente da sola nella foresta, il che acuisce ulteriormente i suoi sospetti. Manifesta il proprio dubbio alle amiche e, di ritorno al villaggio, ne parla anche con il missionario. Questi interroga Kateri. La ragazza gli confessa che andava ogni giorno a pregare Gesù nella solitudine dei boschi dove si era sistemata un piccolo oratorio con una croce di legno. Era per lei un buon modo per sfuggire all’ozio, ai giochi e alle conversazioni frivole delle sue compagne. «Vorrei che questo rimanesse segreto, aggiunge, e Le chiedo di non dirlo alle altre donne. Non importa se mi sospettano di avere fatto del male. La mia anima deve rispondere a Dio solo.» Queste parole serene convincono padre Cholenec della sua innocenza. Egli dichiara alla donna gelosa che i suoi sospetti non hanno alcun fondamento. Tuttavia, per qualche tempo, Kateri continua ad essere sorvegliata, umiliazione che offre a Dio in unione con Gesù Cristo coronato di spine.

Una profonda impressione

La domenica di Pasqua del 1678, Kateri viene ammes- sa nella confraternita della Sacra Famiglia, istituita nella Nuova Francia dal vescovo di Québec, mons. de Laval, per invitare i fedeli a riprodurre nella loro vita individuale e in ogni casa le virtù di Gesù, Maria e Giuseppe. Un giorno, Kateri visita Montreal, dove incontra le religiose ospedaliere di San Giuseppe, dell’Hôtel-Dieu. È colpita da queste donne consacrate a Dio con il voto di castità. Con due amiche, progetta di vivere in solitudine sull’isola chiamata Ile aux Hérons, del fiume San Lorenzo, ma padre Frémin le obietta la sua poca esperienza della vita cristiana e il pericolo che rappresenta per le tre donne il vivere in modo così solitario. Kateri si sottomette e si dedica a rafforzare la propria vita interiore, pur rimanendo nel mondo. Ma conserva il desiderio di appartenere a Cristo.

La scelta della verginità per amore di Dio rende presente già su questa terra il Regno di Dio, come spiegava ai religiosi il beato Papa Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica Vita consecrata del 25 marzo 1996: « Là dove è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore » (Mt 6, 21): il tesoro unico del Regno suscita il desiderio, l’attesa, l’impegno e la testimonianza. Nella Chiesa primitiva l’attesa della venuta del Signore era vissuta in modo particolarmente intenso. Questo atteggiamento di speranza la Chiesa non ha, tuttavia, cessato di coltivare col passare dei secoli: essa ha continuato ad invitare i fedeli a guardare verso la salvezza pronta ormai per essere rivelata, perché passa la scena di questo mondo (1 Cor 7, 31)... È costante la dottrina che presenta [la vita consacrata] come anticipazione del Regno futuro. Il Concilio Vaticano II ripropone questo insegnamento quando afferma che la consacrazione [dei religiosi] “preannunzia la futura risurrezione e la gloria del Regno celeste” (Lumen gentium, 44). Questo fa innanzitutto la scelta verginale, sempre intesa dalla Tradizione come un’anticipazione del mondo definitivo che già fin da ora opera e trasforma l’uomo nella sua interezza» (n. 26).

Kateri ha ora ventitré anni, età ben superiore a quella a cui le giovani indiane vengono date in matrimonio. Tutte le sue amiche la spingono a sposarsi, perché, in questi giovani comunità cristiane, la verginità abbracciata per amore di Cristo è totalmente sconosciuta. Kateri non è compresa e la si considera “eccentrica”. Lei ne soffre, soprattutto quando Anastasia le rivolge duri rimproveri a questo riguardo: « È inaudito che una Mohawk non si sposi! Bisogna obbedire alle donne più anziane di te. Del resto, chi ti manterrà? Sarai di peso a tutti, se non ti sposi. Ci sono molti giovani che vorrebbero la tua mano.» Ma tutto questo serve solo a confermarla nel suo desiderio di appartenere a Dio solo. Consulta il missionario, che la rimanda prudentemente a una decisione personale: «Questo dipende solo da voi.» Ma la sua risoluzione è irremovibile: lei avrà solo Cristo come Sposo. Il Padre è stupito e felice di una tale decisione, mai vista prima nella tribù. Kateri gli chiede il permesso di fare voto di verginità. Vedendo che si trova in presenza di un’anima scelta da Dio, egli dà il suo consenso. Il 25 marzo 1679, colei che verrà chiamata il “giglio dei Mohawk”, dopo esservisi seriamente preparata, fa nel suo cuore il voto di verginità perpetua.

La verginità consacrata è una testimonianza importante della potenza dell’amore di Dio nella fragilità della condizione umana. Essa attesta che ciò che la maggioranza ritiene impossibile diventa, con la grazia del Signore Gesù, possibile e fonte di autentica liberazione. La verginità scelta dai consacrati ricorda a tutti i fedeli la necessità della virtù della castità. «Tutti i battezzati, seguendo Cristo modello di castità, sono chiamati a condurre una vita casta secondo il proprio stato: gli uni vivendo nella verginità o nel celibato consacrato, un modo eminente di dedicarsi più facilmente a Dio con cuore indiviso; gli altri, se sposati, attuando la castità coniugale; se non sposati, vivendo la castità nella continenza» (Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, 491).

La nuova stella

Kateri si dedica ai poveri, ai malati, agli anziani. Porta  regolarmente intorno al collo il suo rosario che recita camminando a piedi nudi nella neve. Moltiplica le penitenze per la conversione del suo popolo. Padre Cholenec cerca di moderarla un po’ nelle sue austerità, ma lei è ben presto sull’orlo della tomba e, durante l’inverno, viene presa da una tosse violenta, da mali di testa, e da febbre. Trascorre questi giorni di agonia a pregare e a parlare del “Grande Spirito” a tutti coloro che vogliono ascoltarla; e sono molti, perché tutti hanno beneficiato della sua carità. Il Martedì Santo, le viene portato il Santo Viatico nella sua povera capanna. Il giorno successivo, 17 aprile 1680, circondata da tutto il villaggio, dopo aver sussurrato: « Gesù! Maria! Vi amo!», va a raggiungere lo Sposo eterno della sua anima. Immedia–tamente appare trasfigurata e il suo volto diventa liscio e di una straordinaria bellezza, mentre aveva sempre conservato i segni del vaiolo.

Il suo culto si diffuse rapidamente tra le popolazioni, tanto indiana che francese, e si moltiplicarono i racconti di guarigioni miracolose operate per sua intercessione. Sessanta anni dopo, era universalmente considerata come la protettrice del Canada e come la “nuova stella del Nuovo Mondo”. È stata beatificata da papa Giovanni Paolo II, il 22 giugno 1980.

In occasione delle Giornate Mondiali della Gioventù a Toronto (Canada), egli si rivolgeva così ad alcuni compatrioti della beata: «Saluto il gruppo di giovani indigeni che provengono dalle terre della beata Kateri Tekakwitha. Giustamente voi la chiamate kaiatano (vale a dire nobilissima e degnissima persona): sia per voi un modello di come i cristiani possono essere sale e luce della terra!» (28 luglio 2002).

Dom Antoine Marie osb

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