Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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9 maggio 2012
mes di MARIA


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

«Toglietemi subito quei crocifissi dalle camere!» L’ufficiale in divisa è formale: la legge del Reich tedesco, onnipotente in questo inizio del 1940, vieta questo segno religioso nei luoghi pubblici. Tuttavia, nessuno dei presenti esegue l’ordine. Qualche giorno prima, in occasione dell’inaugurazione di un nuovo edificio dell’ospedale di Mödling, una suora si è presa la responsabilità di appendere un crocifisso in ogni stanza, cosa che nessun altro osava fare. Questa religiosa, Restituta Kafka, è stata proclamata beata il 21 giugno 1998 da Giovanni Paolo II – è la prima donna martire dell’Austria.

Helena Kafka è nata il 1° maggio 1894 a Brünn-Hussowitz, in Moravia (oggi Brno nella Repubblica Ceca). Suo padre, un modesto calzolaio, fa fatica a sfamare i suoi sette figli. La famiglia si stabilisce ben presto a Vienna. L’infanzia di Helena è segnata dalla povertà, ma riceve una solida educazione cattolica. Subito dopo la fine della scuola dell’obbligo, la ragazza viene impiegata come domestica, poi in un negozio. Nel 1913, attirata dal servizio ai malati, Helena entra come aiuto infermiera all’ospedale di Vienna-Lainz. Vi incontra delle religiose, le Francescane della Carità cristiana, più familiarmente chiamate le “Suore di Hartmann”, dal nome della via in cui si trova la loro casa madre. La ragazza decide di entrare in questa congregazione per dedicarsi più pienamente al servizio del prossimo attraverso una vita consacrata a Dio. Postulante, Helena rimane un anno al lavoro a Lainz; la sua candidatura viene in seguito esaminata da tre religiose. Le manca una dote, normalmente obbligatoria, che i suoi genitori non hanno la possibilità di offrire; ma la sua devozione e il suo zelo parlano a suo favore: viene accettata in noviziato e veste, con altre quattordici ragazze, l’abito dell’Ordine, il 23 ottobre 1915. Riceve il nome religioso di suor Restituta; santa Restituta è una vergine martire romana del III secolo.

La maestra delle novizie inculca nelle giovani religiose delle pratiche molto semplici ma che possono condurle lontano sulla via della perfezione: Confessione regolare, Comunione quotidiana, visita al Santissimo Sacramento, devozione alla Santa Vergine, Rosario. Suor Restituta vi rimarrà fedele; attingerà una grande forza nella sua devozione alla Madonna Addolorata. Nell’ottobre del 1916, pronuncia i suoi primi voti. Arrivata nel 1919 all’ospedale di Mödling, nella periferia di Vienna, vi è ben presto nominata prima assistente della sala operatoria. Il primario di questa clinica, il dottor Stöhr, è un uomo esigente, dal carattere difficile, che ha già scoraggiato molte religiose. L’intesa si stabilisce rapidamente tra il chirurgo e la sua assistente. La giovinezza difficile di Helena le ha insegnato ad avere pazienza, a piegarsi al carattere degli altri senza tuttavia rinunciare a imporsi quando è necessario. Ama il suo lavoro e i suoi malati; la sua mente fantasiosa è fertile di idee per migliorare le cure prodigate.

Suor “Resoluta”

Ci si rende ben presto conto a Mödling che le cose di  cui si occupa suor Restituta riescono. Bassa di statura e piuttosto robusta, lavora presto e bene. Il suo carattere determinato le farà dare il soprannome di suor “Resoluta”. Nella comunità delle religiose, costituisce un elemento di allegria contagiosa; durante le ricreazioni e soprattutto in tempo di carnevale, è irresistibile. Sa che le feste e i momenti di distensione trascorsi in comune aiutano le suore a superare la stanchezza e la tristezza. Rappresenta anche un “ponte” tra il dottor Stöhr e le persone che il comportamento talvolta brusco del medico ha potuto ferire. Lei trova sempre una soluzione quando si tratta di aiutare qualcuno in difficoltà: «Nessun letto disponibile!», viene detto un giorno a una malata venuta a farsi operare; immediatamente, suor Restituta si adopera per installarne uno in un locale che servirà provvisoriamente come camera.

Bisogna riconoscere che suor Restituta è una religiosa poco convenzionale. Visita spesso i propri pazienti a domicilio; a volte, dopo una giornata estenuante, va a distendersi in una birreria vicina, dove il proprietario le offre un “gulasch”, il suo piatto preferito, e un boccale di birra. Tutto questo esula dalle consuetudini della congregazione. Il carattere deciso di suor Restituta ha come risvolto una certa rudezza che prende alla sprovvista: parla con schiettezza, ha le sue idee. Alcune religiose la temono un po’! Tutti questi difetti – di cui lei si accusa ogni mese in comunità al “capitolo delle colpe” – non le impediscono di essere amata e stimata. Si è notato che va ogni sera - anche se è molto tardi – a ritemprare le sue forze spirituali in un lungo colloquio con Gesù nel tabernacolo.

Durante i suoi molti anni di servizio in sala operatoria, suor Restituta acquisisce una vera competenza, al punto che i giovani chirurghi hanno a volte l’impressione che sia lei il medico: non hanno bisogno di chiederle uno strumento chirurgico, lo ha già in mano! Divenuta corpulenta e soffrendo di male ai piedi, deve trascorrere l’intera giornata in piedi, eppure “regna” sulla sala operatoria e tutto sembra semplice per lei. Questa situazione influente le permette di esercitare un ruolo apostolico con i pazienti e il personale medico. Si prende l’abitudine, a Mödling, di andare a consultare suor Restituta in caso di difficoltà: per avere un consiglio, un aiuto materiale, una parola di conforto... Religiosi di altri Istituti che sono stati suoi pazienti le chiedono di venire a prendersi cura di loro nel loro convento. Questo successo professionale e umano suscita però gelosie. Giovani medici non gradiscono affatto che lei vieti loro categoricamente di fumare nell’anticamera della sala operatoria; trovano che la sua presenza si faccia troppo sentire e che li metta un po’ in ombra.

«Che Dio sia presente...»

A partire dall’annessione dell’Austria da parte della  Germania, nel marzo 1938, il regime ha cercato di estendere il proprio controllo in tutti gli ambiti della vita sociale; si accanisce soprattutto contro la Chiesa cattolica. I nazisti cercano di laicizzare il settore ospedaliero eliminando da esso il più possibile ogni presenza cristiana. Una simile politica non è purtroppo monopolio degli stati totalitari. Nel novembre 2009, una sentenza della Corte di giustizia europea ha preteso di costringere l’Italia a togliere i crocifissi presenti nelle scuole pubbliche. Contro il laicismo aggressivo, papa Benedetto XVI aveva detto, il 15 agosto 2005: «Nella vita pubblica, è importante che Dio sia presente, ad esempio, mediante la Croce negli edifici pubblici, che Dio sia presente nella nostra vita comune...; altrimenti i contrasti diventano inconciliabili, non essendoci più il riconoscimento della comune dignità.» Poi, il 17 dicembre 2010, il Papa ringraziava in questi termini l’ambasciatore d’Italia per la resistenza del suo governo alla sentenza contro il crocifisso: «Non si può pensare di conseguire l’autentico progresso sociale percorrendo la via dell’emarginazione o perfino del rifiuto esplicito del fattore religioso, come ai nostri tempi si tende a fare con varie modalità. Una di queste è, ad esempio, il tentativo di eliminare dai luoghi pubblici l’esposizione dei simboli religiosi, primo fra tutti il Crocifisso, che è certamente l’emblema per eccellenza della fede cristiana, ma che, allo stesso tempo, parla a tutti gli uomini di buona volontà e, come tale, non è fattore che discrimina.»

Uno dei medici della clinica, il dottor Stumfohl, è un ambizioso e un nazista dichiarato, membro delle SS. Le sua presenza diventa presto una minaccia per le religiose, e in particolare per suor Restituta, che egli detesta. Dal canto suo, quest’ultima non fa mistero della sua opposizione di principio al nazionalsocialismo, inconciliabile con la religione cattolica. Spaventate, alcune suore le dicono: «Non parlare tanto, trattieni la lingua.» Stumfohl, che dispone di informatori, spia ovunque nella clinica. Vieta alle religiose di chiamare un prete al capezzale dei morenti, a meno che questi ultimi non l’abbiano espressamente richiesto; una di loro dovrà lasciare la clinica per aver chiamato un sacerdote una sera per amministrare gli ultimi sacramenti a un moribondo. Suor Restituta si oppone ai metodi di questo medico incompetente, in particolare un giorno in cui egli si accinge ad amputare senza ragione il piede di un paziente; lei si rifiuta di collaborare, facendogli notare con calma che questo atto, non necessario dal punto di vista medico, menomerebbe a vita senza ragione questo paziente. Pieno di rabbia, Stumfohl deve accondiscendere. Un’altra volta, avendo egli rifiutato che un sacerdote amministri l’Estrema Unzione a un polacco, suor Restituta mette un crocifisso tra le mani del paziente e prega per lui fino a che sia morto in pace. Il medico avverte allora la religiosa: se questo succede di nuovo, ne subirà le conseguenze.

Una carta carbone accusatoria

Una mattina del dicembre 1941, suor Restituta entra  nell’ufficio di un segretario, nel reparto di radiologia. Tiene in mano il testo di una poesia satirica contro Hitler che circola “sottobanco” tra i soldati austriaci arruolati nell’esercito tedesco. Chiede al segretario di copiare con la macchina da scrivere questo documento; ma, nella sua impazienza, la suora non ha preso la precauzione indispensabile di chiudere la porta; mentre lei detta la poesia, un orecchio indiscreto sente tutto. Il dottor Stumfohl giubila: ritrova persino la carta a carbone che è servita per fare un’altra copia. Ha in mano l’occasione per denunciare alla Gestapo questa suora che lo esaspera. Per due mesi, non succede nulla; le suore si rassicurano; ma il 18 febbraio 1942, mercoledì delle Ceneri, quattro poliziotti della Gestapo entrano nella sala operatoria dove suor Restituta, in camice bianco, si trova accanto al dottor Stöhr; questi li fa aspettare. Quando l’operazione in corso è terminata, essi arrestano la religiosa e la conducono subito via. La sera stessa, la superiora generale fa chiedere a tutte le religiose il segreto assoluto, «nell’interesse stesso della detenuta».

La Gestapo cerca, invano, con la tortura, di far rivelare a suor Restituta il nome della persona che le ha trasmesso il testo incriminato. All’inizio di marzo, si apprende che suor Restituta è stato trasferita nel carcere regionale di Vienna: il caso è grave. Vi rimarrà tredici mesi. Soffre la solitudine: la comunità le manca molto, tanto più che le visite delle consorelle sono rare. In alcuni momenti di abbattimento, si chiede con amarezza: «Sono stata così presto dimenticata, io che ho tanto lavorato per la congregazione?» Ignora che la posta e le visite sono limitate in modo drastico: una visita ogni due mesi, una lettera al mese. Tuttavia, la prigioniera si unisce spiritualmente con la comunità; scrive alla sua superiora generale: «Lì, accanto al tabernacolo, siamo tutte unite e nessun abisso ci può separare.»

Le detenute che sono con lei notano la dolcezza, l’attenzione agli altri di questa donnina di piccola statura a cui danno il diminutivo di “Restl”. Questa religiosa che si trova nell’oscurità e nell’ombra della morte diventa rapidamente una luce nella notte per le sue compagne di prigionia. Si occupa in modo particolare di una di loro, imprigionata per infanticidio; questa sventurata soffre di una malattia della pelle e non riesce nemmeno a prendere il cibo con le mani. Le altre le gridano: «Hai lasciato morire di fame il tuo bambino, ora tocca a te!», ma suor Restituta la nutre con le sue mani. Lei sa che Gesù è venuto a chiamare non i giusti, ma i peccatori.

«Questo finirà bene»

In questa prigione nazionalsocialista, il latte e il burro  sono riservati alle persone di “sangue tedesco”; gli altri non vi hanno diritto. Suor Restituta condivide la sua porzione con donne non tedesche, ebree o altre. A quelle che trascorrono il loro tempo a lamentarsi e a proferire parole di disperazione, la religiosa dice sempre: «Questo finirà bene, tutto finirà bene; il male non può vincere.» Quando si diffonde la voce che lei sarà giudicata, tutte le sue compagne riprendono il suo ritornello: «Questo finirà bene; noi pregheremo per te», anche quelle che si definiscono atee. Ma lei risponde tranquillamente: «No, non ritornerò, morirò.»

Il 29 ottobre 1942, suor Restituta viene processata davanti al “Tribunale del popolo” di Vienna. È accusata di aver «composto una poesia provocatoria» contro il Führer e di aver «pubblicato un volantino dal contenuto ostile allo Stato». In realtà, l’imputata non era l’autrice della poesia e l’edizione in questione consisteva in una singola copia su carta carbone. Il regime di Hitler cercava un pretesto per colpire la Chiesa cattolica nella persona di una suora particolarmente nota per la sua resistenza. Ci si ricordava che era lei che aveva appeso i crocifissi sui muri dell’ospedale. Alla fine di questa parodia di processo, l’accusata viene condannata alla decapitazione «per cospirazione contro la patria e tentativo di alto tradimento». Accoglie con calma questa sentenza che spaventa le sue sorelle presenti all’udienza; quando apprenderà il verdetto, il dott. Stumfohl esclamerà piangendo: «Io non ho voluto questo!»

I tentativi di salvare la vita della religiosa francescana si moltiplicano. Il dottor Stöhr chiede la sua grazia a motivo della sua competenza professionale; la suora vicaria (prima assistente) parte per Berlino; l’arcivescovo di Vienna interviene anche lui. A partire dal 1° gennaio 1943, la congregazione inizia per questa intenzione una novena perpetua all’apostolo san Giuda Taddeo, molto venerato nei paesi germanici. Tutti questi sforzi si scontrano con l’inflessibile volontà di Martin Bormann, l’“eminenza grigia” del Führer: egli ritiene questa esecuzione – che rimarrà l’unica del genere riguardante una religiosa di “razza tedesca” – indispensabile per intimidire il clero e tutta la Chiesa cattolica.

Ormai, suor Restituta è rinchiusa nella cella dei condannati a morte, dove resterà cinque mesi. Tuttavia, le sue compagne di prigionia riescono ad avvicinarla; Anna Haider, una comunista che è sfuggita alla pena di morte, racconta: «Suor Restituta era seduta e diceva il rosario. Mi inginocchiai davanti a lei e vidi che piangeva. Le dissi: “Mio Dio, Restl, ora tocca a te!” Lei mi rispose: “Non pensare che io pianga perché devo morire; piango di gioia, perché tu vivrai.” Alla fine, mi disse: “Ho vissuto per Cristo, per Cristo morirò... sì, morirò!” Queste parole sono per sempre impresse nel mio cuore.»

Il medico delle anime

Gesù Cristo, il medico delle anime, ha deciso di cura- re egli stesso questa infermiera, diventata una paziente. Questa scorza ruvida, Egli la spezza come una noce, servendosi della malvagità del regime nazista, per far apparire il cuore ardente di carità soprannaturale che vi è nascosto. Suor Restituta, nella clinica, lavorava molto; ma possedeva un potere decisionale, era – come si diceva – “un’istituzione”. In prigione, non è più altro che una “nemica del popolo”, umiliata, affamata, destinata al patibolo. A questa religiosa traboccante di attività, che si alzava alle tre e mezza del mattino, Dio impone la passività: il regolamento le vieta di lasciare la sua cuccetta prima delle sei e mezza. Amava comandare: è costretta ad obbedire ai suoi carcerieri e a lasciarsi condurre “come una pecora al macello”. La sua ricchezza era di potersi prodigare a servizio dei malati: non può più dar loro nulla... se non il suo annientamento silenzioso offerto per loro.

La religiosa francescana ha notato una detenuta, incinta, che rischia di perdere il suo bambino per la malnutrizione. Le dona regolarmente una parte della sua magra porzione di patate. Nel novembre del 1942, nasce una bambina in carcere; sua madre vuole farla battezzare con il nome Restituta; per prudenza, “Restl” la dissuade; la bimba si chiamerà Helena, il nome di battesimo di colei che, con i suoi sacrifici, l’ha salvata. Tra le detenute cresce l’ammirazione. Una di loro dichiara: «Una simile fede, una simile bontà, una simile dimenticanza di sé sono una cosa assolutamente unica!» Per parte sua, il cappellano del carcere, mons. Köck, confiderà: « È stata per me un grande sostegno nel mio ministero tra i prigionieri.»

«Sì, Padre mio!»

Un mese prima della sua morte, la condannata scrive  alla sua superiora generale: «Attendo ogni giorno che la mia via crucis raggiunga il Monte Calvario... che sia ora o in seguito, sia fatta la santa Volontà di Dio. In questa santa Volontà sta tutta la mia consolazione; ogni giorno, dico “sì, Padre mio!” e tutto va bene.» Tre giorni dopo la sua condanna, ha fatto pervenire alle consorelle il suo “testamento”: chiede perdono per tutti i fastidi che ha causati loro e le ringrazia per i benefici ricevuti; perdona a coloro che le hanno fatto del male, soprattutto al Dott. Stumfohl; chiede loro di non piangere, ma di pregare perché lei faccia una buona morte. Potrà scrivere, il 31 gennaio 1943: «Ho sperimentato abbondantemente il fatto che il Salvatore e sua Madre non ci abbandonano mai. So che non avrò da portare la mia croce un secondo di più di quanto Dio non l’abbia prescritto. Non è per i miei meriti che cammino con tanto coraggio in questa via, ma grazie alle innumerevoli preghiere e sacrifici che ogni giorno salgono per me verso il Cielo.»

Il 30 marzo 1943, viene annunciato brutalmente alla condannata che è giunto il momento della sua esecuzione. Tremando, rinnova l’intera oblazione di sé fatta il giorno della sua professione religiosa. Le vengono presi l’anello di professione e tutti i suoi abiti, che vengono sostituiti con una tunica di carta; morirà nella povertà di san Francesco. Mons. Köck e un altro prete, padre Ivanek, la assistono; al momento di essere condotta al patibolo, chiede a quest’ultimo di farle il segno della croce sulla fronte. Poco dopo, i sacerdoti sentono il tonfo della mannaia che cade: «Pensammo allora che il Cielo si era arricchito di un’anima amante di Dio.» Una compagna di prigionia che è sopravvissuta testimonierà: «Molte di noi, condannate come lei a morte, hanno detto: Vorrei morire come suor Restituta .»

Il 4 dicembre 1942, i nazisti, temendo che suor Restituta fosse venerata come martire, avevano proibito che il suo corpo fosse consegnato alla sua congregazione: viene quindi gettato nella fossa comune. Terrorizzate, le religiose non osano neppure più parlare di lei. Tuttavia, padre Ivanek non può rimanere in silenzio; racconta loro la morte così edificante di suor Restituta e cita le sue ultime parole: «Per Cristo, ho vissuto; per Lui, voglio morire.» Padre Schebesta, suo confessore, testimonierà a sua volta: «Il carattere burbero e molto risoluto di suor Restituta mi ha sempre stupito, perché era, in fondo, un’anima tenera... Lo pensavo che Dio la riservasse per una prova pesante... Per me non c’è nessun dubbio: in carcere è diventata una Santa.» La prima beneficiaria dell’intercessione celeste della martire è Josefine Zimmerl, una donna anziana, sua compagna di detenzione. Madre di un resistente che era stato giustiziato, partigiana anche lei, non poteva certo sperare nella clemenza delle autorità. Tuttavia, un giorno, suor Restituta le aveva detto: «La prima cosa che farò quando sarà presso Dio sarà di chiedergli di liberarti.» Il 1° aprile, due giorni dopo l’esecuzione della religiosa, si viene ad annunciare a Josefine la sua liberazione.

In occasione della beatificazione di suor Restituta, Giovanni Paolo II ha sottolineato: «Essa rischiò la vita con la sua testimonianza per il Crocifisso. E il Crocifisso conservò nel suo cuore testimoniandolo di nuovo poco prima di essere condotta all’esecuzione capitale, quando chiese al cappellano carcerario di farle “il segno della croce sulla fronte”... Guardando alla beata suor Restituta, possiamo intravedere a quali vette di maturità interiore una persona può essere condotta dalla mano divina... Tante cose possono essere tolte a noi cristiani. Ma la croce come segno di salvezza non ce la faremo togliere. Non permetteremo che essa venga esclusa dalla vita pubblica!... Grazie, suor Restituta Kafka, per la tua resistenza alla moda del momento!» Poi, rivolgendosi ai giovani, il Papa esclamava: «Piantate nella vostra vita la croce di Cristo! È la croce il vero albero della vita!»

Dom Antoine Marie osb

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