Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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25 gennaio 2012
Conversione di san Paolo


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Il campo di Zella-Mehlis, in Turingia, nel cuore della Germania, ospita  molti francesi requisiti per il Servizio del Lavoro Obbligatorio, lo S.T.O. Il  19 aprile 1944, di buon mattino, Marcel Callo, un giovane bretone, parte, come di consueto, per la fabbrica. Verso le undici, ritorna al baraccamento. Joël, un compagno che lavora di notte, si stupisce di vederlo tornare così presto: «Allora Marcel, stai male? – Sono arrestato.» Subito entra un agente della Gestapo, perquisisce gli effetti personali di Marcel ed esamina attentamente libri e documenti. Joël gli chiede le ragioni di questo arresto. «Il signore è troppo cattolico», risponde freddamente il poliziotto, che ordina a Marcel di seguirlo. Il giovane prende il suo rosario, stringe la mano a Joël e gli raccomanda: «Scriverai ai miei genitori e alla mia fidanzata che mi hanno arrestato.»

Nato il 6 dicembre 1921 a Rennes, Marcel è il secondo di una famiglia di nove figli. Suo padre, Jean Callo, è un modesto operaio. La sua famiglia è povera di tutti i beni di quaggiù, ma ricca di fede. A casa, Marcel, che è molto servizievole, è di carattere allegro e birichino; il suo difetto principale è forse la testardaggine, ma sa riconoscere i propri torti. A scuola, gli si rimprovera lo studio irregolare; tuttavia, nel complesso, i suoi maestri lo trovano coscienzioso, e tutti sono colpiti dalla sua rettitudine e dal suo animo buono. Dall'età di otto anni, Marcel s'impegna nella Crociata Eucaristica, in cui viene trasmesso un vero amore per Gesù-Ostia. Impara ad offrire le sue giornate al Cuore di Gesù per la salvezza delle anime. Ogni mattina, serve una Messa, e si confessa ogni quindici giorni, prendendo sul serio il motto dei «crociati»: «Prega, comunicati, sacrificati, sii apostolo.»

Una nuova pagina

Nel 1933, Marcel entra in un gruppo scout, il Rennes  V. Il giorno della sua promessa, il 18 giugno 1934, si apre una nuova pagina nella sua vita. L'ideale scout di lealtà, di coraggio, di servizio, di purezza corrisponde alle sue aspirazioni profonde; egli mette in pratica con fervore la Legge scout, senza dimenticare che il dovere dello scout inizia a casa. Dal 1936, gli viene affidata la direzione di una squadriglia. Marcel sarà grato allo scoutismo per aver contribuito a formare l'animatore che egli diventerà nella Gioventù Operaia Cristiana (J.O.C.).

«Lo scoutismo, diceva il venerabile Pio XII, dà al culto e al servizio di Dio il posto sopraeminente che gli è dovuto nella vita dell'uomo, e con ciò stesso dispone il giovane a scorgere in ogni oggetto, in ogni ordine, in ogni virtù, in ogni bellezza creata, il suo vero valore, il suo vero splendore al lume del sole divino. Cercare, trovare, gustare, magnificare Iddio nelle sue opere« ecco ciò che deve costituire il fondo della vostra vita di «Esploratori»» (10 settembre 1946).

Dopo aver conseguito, nel 1934, la licenza elementare, Marcel entra come apprendista in una tipografia. È orgoglioso di poter aiutare finanziariamente i suoi genitori con il suo lavoro; a quell'epoca, non esistevano gli assegni familiari. I suoi inizi nella tipografia si rivelano difficili. L'ideale cristiano di Marcel si scontra con le preoccupazioni malsane degli operai che si vantano di iniziare i più giovani ai loro vizi. Quando per i loro scherzi volgari sono scossi da risate stupide, egli si astiene dal ridere, ma si confida con sua madre che ristabilisce la verità. Dietro suo consiglio, Marcel prende l'abitudine di rivolgere il cuore verso la Santa Vergine. Diventa presto un operaio competente, apprezzato dal suo caposquadra e dai nuovi apprendisti che egli sottrae abilmente all'influenza perversa degli anziani.

Padre Martinais, vicario nella chiesa di Saint-Aubin, deplora una mancanza di ideale cristiano in seno alla sezione parrocchiale della J.O.C. Si mette alla ricerca di ragazzi in grado di riportarla sulla buona rotta. Dietro sua insistenza, dopo una lotta interiore, Marcel lascia a malincuore lo scoutismo, nel 1936, per entrare nella J.O.C. L'accoglienza è più che fredda; questi giovani operai vengono alle riunioni per distrarsi, ma sono diffidenti nei confronti della Chiesa e dei «novellini», come Marcel, nei quali vedono complici del clero. Marcel si rende conto rapidamente che l'ideale della J.O.C. consiste nel restituire agli operai il senso della dignità del loro lavoro, che essi credono disprezzato, e nel ricordare loro che sono tutti figli di Dio. Per far questo, occorrono apostoli orgogliosi della loro appartenenza a Cristo, puri, gioiosi e conquistatori. Certe sere, le discussioni sono aspre. Marcel, che è di natura categorica, che non ammette le mezze misure, conosce i suoi primi conflitti di militante: tuttavia, si fa rispettare per il suo comportamento. A volte, certe parole o certi comportamenti lo rivoltano, non esita allora ad esprimere la sua collera, senza però mancare di rispetto nei confronti dei suoi avversari. A poco a poco, impara a controllare i propri scatti d'ira, a dominarli, e, quando ha detto tutto quello che aveva da dire per far trionfare la verità, ritrova rapidamente la pace.

Presidente a diciassette anni

Marcel è molto fedele al circolo di studi della J.O.C.  che egli segue con grande attenzione. Egli stesso, dal canto suo, studia la dottrina della Chiesa. Nel 1938, l'équipe dirigente della sezione jocista di Saint-Aubin dà le dimissioni. Marcel si è a tal punto guadagnato la stima di tutti che, nonostante i suoi 17 anni, viene scelto come presidente della sezione. Farà di questa una équipe straordinaria che, con il suo dinamismo, eserciterà un influsso positivo sulla parrocchia. Animato dalla fiamma apostolica, vuole che questa si diffonda, e adopera ogni mezzo per attirare i giovani infelici e sfaccendati. Con passione, Marcel diffonde tra i giovani jocisti il metodo di padre Cardijn, fondatore della J.O.C.: «Imparare a pensare come Cristo, ad avere la mentalità di Cristo.» Per Marcel, l'essenziale è in effetti «vivere in Dio ventiquattro ore al giorno». Il jocista, oltre alla Messa e alla Comunione quotidiane, s'impegna a un quarto d'ora di meditazione ogni giorno; si riserva anche, una volta alla settimana, un tempo di lettura spirituale e un'ora di studio per la formazione generale.

Marcel prepara con cura le riunioni della sezione, l'organizzazione di un gioco o di un giro in bicicletta. Non trascura nulla perché i membri della J.O.C. trovino nel locale un'atmosfera fraterna. Le attività del tempo libero rivestono per lui una grande importanza perché vi vede un mezzo eccellente per trascinare le anime; ed è proprio questo che gli sta maggiormente a cuore. Il suo buon carattere lo aiuta anche molto ad attirarsi delle amicizie. Ride, fa il clown, ma soprattutto irradia luce con la vita interiore che emana dalla sua persona. I giovani arrivano sempre più numerosi; a poco a poco, ritrovano la via della chiesa. Non sono più «delle nullità, i dannati della terra», come vogliono far loro credere alcuni compagni rivoluzionari, sono figli di Dio, e il loro lavoro, che compiono unendosi a Cristo, salva il mondo.

Nella sua enciclica Laborem Exercens, il beato Giovanni Paolo II insegnava: «Ogni lavoro - sia esso manuale o intellettuale - va congiunto inevitabilmente con la fatica. Il Libro della Genesi lo esprime in modo veramente penetrante, contrapponendo a quella originaria benedizione del lavoro, contenuta nel mistero stesso della creazione ed unita all'elevazione dell'uomo come immagine di Dio, la maledizione che il peccato ha portato con sé... Sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso per noi, l'uomo collabora in qualche modo col Figlio di Dio alla Redenzione dell'umanità. Egli si dimostra vero discepolo di Gesù, portando a sua volta la croce ogni giorno nell'attività che è chiamato a compiere... Nel lavoro umano il cristiano ritrova una piccola parte della croce di Cristo e l'accetta nello stesso spirito di redenzione nel quale il Cristo ha accettato per noi la sua croce» (14 settembre 1981).

I tempi di preghiera e di riflessione spirituale occupano un posto importante nel movimento, ma sempre in stretto legame con la vita quotidiana degli operai jocisti. Marcel spiega: «Non è possibile arrivare a Messa a mani vuote.» Uno dei suoi compagni racconta: «Noi pensavamo che per essere un buon cristiano fosse necessario dire le preghiere mattina e sera, assistere alla Messa la domenica, e basta. Al di là di quello, non c'era granché. Da quanto Marcel me l'ha insegnato, non «assisto» più alla Messa, cerco di partecipare, di non venire a mani vuote, di offrire qualche cosa della mia vita.» Marcel trascina spesso i suoi compagni a far visita al Santissimo Sacramento; il suo raccoglimento li impressiona. A partire dal 1939, organizza anche una «catena di comunioni» per chiedere la pace e per i prigionieri.

Lo stupore dei parrocchiani

L'occupazione tedesca, iniziata nell'estate 1940, non  scoraggia lo zelo del giovane apostolo. Durante la Quaresima del 1941, fa di tutto, con l'aiuto dei suoi jocisti, per condurre il maggior numero possibile di giovani a un ritiro di tre giorni, che si svolge alla chiesa di Saint-Aubin. I parrocchiani sono molto sorpresi di veder arrivare tutti quei ragazzi, molti dei quali non frequentavano più la chiesa. Marcel comprende che la sua efficacia di militante passa attraverso una vita di preghiera, di vera intimità con Gesù: «Dio è tutto, noi niente. Senza l'aiuto di Cristo, da soli, i nostri sforzi sarebbero vani.» Conduce una dura lotta contro il peccato: «Siamo spesso cattivi strumenti nelle mani di Dio perché abbiamo cattive abitudini, tendenze cattive. Il peccato diminuisce la nostra vita spirituale, ci abbassa, ci impedisce di essere militanti, di sacrificarci. È nella misura in cui metteremo Cristo in noi che opereremo per il bene della comunità. Bisogna che ogni giorno io diventi un po' più conforme a Cristo.»

Ben presto, però, la J.O.C. viene proibita dai tedeschi. Marcel nasconde con cura carte e documenti importanti e la sezione lascia il suo locale per diventare una «associazione sportiva»! Le attività rimangono le stesse; la clandestinità galvanizza l'entusiasmo e lo zelo dei giovani. È davvero la J.O.C. delle catacombe: le attività sono nascoste, ma lo spirito è ardente, la solidarietà senza limiti e la preghiera più fervente che mai, come ai tempi dei primi cristiani. È in questo periodo che Marcel fa la conoscenza di Marguerite, una giovane jocista. Successivamente, fanno il progetto di unire le loro vite e affidano la loro futura famiglia alla Madonna. Il fidanzamento ufficiale è fissato per l'estate del 1943. L'avvenire si annuncia radioso per Marcel! Ma l'8 marzo 1943, tutto vacilla... La città di Rennes viene bombardata dagli Alleati. Marcel, come molti altri, lascia il lavoro per andare a soccorrere le vittime. Con spavento, scopre che l'edificio dove la sua giovane sorella Madeleine lavora è in rovina. Non appena si può sgomberare dalle macerie, Marcel si precipita e non tarda a trovare il corpo della sorella. È lui che dovrà annunciare la terribile notizia ai suoi genitori. È prostrato; come superare un simile dolore? Eppure, «se Dio, dice ai suoi genitori, ci ha preso Madeleine, vuol dire che la considerava pronta per il Cielo. In seguito, sarebbe stata nelle stesse disposizioni? Non avrebbe potuto perdersi? La Provvidenza sa meglio di noi quello di cui abbiamo bisogno.»

Crisi di coscienza

La prova è appena iniziata per Marcel che porta in  tasca un terribile segreto: la sua convocazione per lo S.T.O. Una legge obbliga i giovani francesi al Servizio del Lavoro Obbligatorio, in Germania, per sostituire gli operati e gli agricoltori tedeschi mobilitati nell'esercito. È una crisi di coscienza: Marcel deve lasciare la sua famiglia ancora sotto choc per la morte di Madeleine, la sua fidanzata Marguerite, castamente amata, la sua cara J.O.C., o rimanere dandosi alla macchia? Ma in questo caso, ci saranno probabilmente delle rappresaglie nei confronti della sua famiglia, soprattutto di Jean, il suo fratello maggiore, che deve essere ordinato prete a giugno. «Non è come lavoratore, dice ai suoi, che vado laggiù. Parto come missionario; c'è così tanto da fare per far conoscere Cristo.»

Il 19 marzo 1943, Marcel viene inviato in Turingia, a Zella-Mehlis, dove i francesi lavorano, in fabbrica, al montaggio di pistole lanciarazzi; bisogna resistere in piedi dieci ore al giorno, in un'atmosfera pesante, con compagni che pensano soprattutto a condurre una vita dissoluta. A Marcel vengono rubati i risparmi. Quelle prime settimane in Germania sono per lui un vero e proprio calvario. Non è autorizzato nessun ufficio religioso! È fuori discussione ricostituire qui la J.O.C., già vietata in Francia. Non vi è una chiesa cattolica in questa regione protestante. Un bel giorno, però, l'orizzonte s'illumina: egli scopre una saletta dove un sacerdote tedesco celebra la Messa la domenica. Marcel si è bruciato un dito su una macchina, ha mal di denti, ha mal di pancia, ma di domenica potrà andare a Messa Inoltre, ogni volta che può, Marcel si reca a far visita al Santissimo Sacramento e a pregare la Santa Vergine. Lì, attinge forza e coraggio, e ritrova il suo zelo per le anime. «Qui, scrive alla sua fidanzata, ci sono molte ferite morali da curare... I due mesi che hanno seguito il mio arrivo sono stati estremamente difficili e penosi. Non avevo più gusto per nulla, ero insensibile, sentivo che me ne stavo progressivamente andando... Improvvisamente Cristo mi ha fatto reagire... Mi ha detto di occuparmi dei miei compagni, poi mi è tornata la gioia di vivere.» A suo fratello, ordinato sacerdote il 29 giugno, scrive il suo dolore di essere così lontano da lui in quel bel giorno: «Questa dolorosa separazione mi avrà fatto comprendere un po' meglio la vita: è nella sofferenza che si diventa migliori.»

A poco a poco, Marcel trascina i suoi compagni, la domenica, e spera che, dopo qualche tempo, tutti andranno a Messa. Per Pasqua, può rallegrarsi: tutta la sua camerata vi è presente, con un'unica eccezione. Una volta al mese, il prete, su richiesta di Marcel, celebra una Messa per i francofoni con canti francesi. «Quasi un centinaio di francesi vi partecipavano. E quale entusiasmo! Cantavamo tutti a una sola voce. Ma quello che mi ha fatto maggior piacere è constatare che siamo riusciti a portare degli amici che non partecipavano alla Messa da anni.» Per sostenere il loro morale, egli organizza attività sportive e artistiche (canti, musica e teatro). La sua influenza si estende sempre di più. Gli stessi cuori induriti lo rispettano e si viene volentieri a chiedergli consiglio. Lui è sempre pronto a rendere servizio, ad ascoltare le confidenze, a condividere il suo pacco alimentare con compagni nel bisogno o malati. Marcel stesso vive del ricordo della sua fidanzata di cui parla spesso, il che disinnesca le conversazioni salaci di alcuni. È sufficiente del resto che egli arrivi perché il tono cambi, in quanto la sua sola presenza incute rispetto.

Una rete clandestina

Nei diversi campi di lavoro, la J.O.C. ha messo in  piedi un'organizzazione clandestina. I responsabili cercano ogni occasione per incontrarsi e aiutarsi a vicenda nel loro apostolato comune. Si costituisce una vera e propria rete di resistenza spirituale in Turingia. Il cardinale Suhard, arcivescovo di Parigi, informato dello zelo magnifico dei jocisti, scrive loro per benedirli e ringraziarli. Dal canto suo, la Gestapo, che li spia, vede nella J.O.C. un partito politico antinazista. Nell'aprile del 1944, la polizia tedesca smantella la rete jocista. Il 19, Marcel raggiunge undici dei suoi amici, tra cui due sacerdoti e due seminaristi, nelle celle della Gestapo. Gli uni dopo gli altri vengono interrogati, minacciati, molestati. Si vogliono conoscere il loro piano d'azione e i nomi dei loro compagni. La domenica successiva, dalle diverse celle, si innalzano le voci dei dodici prigionieri che cantano la Messa degli Angeli. Hanno paura, fame e freddo, ma sono profondamente uniti di cuore. Alla fine di aprile, vengono condotti alla prigione di Gotha in attesa del loro giudizio. Durante il giorno, vanno a lavorare con gli altri prigionieri in una fattoria vicina, dove mangiano a sazietà. Il 16 luglio, al ritorno dal lavoro, sulla strada, un jocista consegna di nascosto a uno di loro delle ostie consacrate: gioia immensa per i prigionieri che possono ricevere Colui per il quale sono perseguitati e che aspettano da ottantotto giorni!

Si contano 180 lettere o cartoline scritte da Marcel dalla Germania. L'ultima, datata 6 luglio 1944, rivela la profondità della sua anima. Dopo aver espresso il suo dolore di non ricevere più notizie della sua famiglia, scrive: «Fortunatamente, c'è un Amico che non mi lascia un solo istante e che sa sostenermi nei momenti dolorosi e opprimenti. Con Lui, si sopporta tutto. Quanto ringrazio Cristo di avermi indicato il cammino che ora percorro. Che belle giornate da offrirgli!... Tutte le mie sofferenze le offro per voi tutti, miei carissimi genitori, per la mia piccola fidanzata, per Jean, affinché il suo ministero sia fecondo; per tutti i miei compagni. Sì, quanto è dolce e confortante soffrire per quelli che uno ama... Mi sforzo di diventare migliore avvicinandomi sempre di più a Dio... Il mio pensiero va anche verso la Francia. Noi soffriamo al vederla nello stato in cui è ora; tutti noi che abbiamo sofferto la ricostruiremo e sapremo darle il suo vero volto. Dio, famiglia, patria, tre parole che si completano e che non si dovrebbero mai separare. Se ogni individuo volesse costruire e appoggiarsi su queste tre basi, tutto andrebbe bene.»

Nocivo al regime

In agosto, in seguito a un nuovo afflusso di prigionieri,  i jocisti vengono riuniti in una stessa cella in cui hanno la gioia di pregare e di cantare insieme. Le guardie chiamano questa cella «die Kirche», la chiesa. Il 25 settembre, viene loro comunicato il verdetto giunto da Berlino: sono condannati alla deportazione in campo di concentramento. Ognuno deve firmare il suo mandato d'internamento così formulato: «Con la sua azione cattolica presso i suoi camerati francesi, durante il suo servizio di lavoro obbligatorio in Germania, si è reso nocivo al regime nazista e alla salvezza del popolo tedesco.» Dei dodici, solo quattro torneranno dai campi della morte, con una salute malandata.

Marcel lascia Gotha il 6 ottobre per raggiungere il campo di Mauthausen, in Austria. Là soffrono ventimila deportati: torture, omicidi, malattie li decimano nella proporzione del 90%. Devono lavorare in condizioni molto dure. Marcel è assegnato al montaggio di aerei, in una fabbrica sotterranea. Gli vengono rubati gli occhiali; i suoi occhi non sopportano più la luce abbagliante riflessa dalle lastre di alluminio e sono iniettati al punto da renderlo, certi giorni, quasi cieco. Il minimo errore, qualificato come sabotaggio, è punito con orribili colpi di manganello che Marcel dovrà sopportare quattro volte. Emaciato, esausto, maltrattato, subisce tutto senza che l'odio e nemmeno il rancore s'impadroniscano di lui; non insulta mai i suoi aguzzini. Non cessa di dare prove della sua carità e trova il modo di seminare intorno a lui parole di conforto: «Fiducia, dice, Cristo è con noi... Non bisogna lasciarsi andare, Dio ci custodisce.» Si è lieti accanto a lui. La sua fede e la sua pazienza eroiche sono un vero e proprio incoraggiamento per i suoi compagni. Prega con coloro che accettano di unirsi alla sua preghiera. Ma il suo esaurimento fisico è così grande che è lui, a volte, a implorare un aiuto: «Aiutatemi, vi prego, non ne posso più.» Contrae la tubercolosi e la dissenteria; un edema alle gambe nonché la foruncolosi lo fanno soffrire crudelmente. Viene trasferito così nell'infermeria del campo. Lì manca tutto; la disfatta dell'esercito tedesco – siamo nel marzo 1945 – provoca la penuria di cibo e di medicine. I malati sono abbandonati e vivono uno addosso all'altro. Il 18 sera, Marcel crolla. Il colonnello Tibodo, un detenuto francese assegnato all'infermeria, lo trasporta sul suo giaciglio ed è sorpreso della sua pazienza. Marcel si spegne dolcemente sotto i suoi occhi, come una lampada che non ha più olio: «Non aveva che uno sguardo, dice, uno sguardo che vedeva qualcosa d'altro, ed esprimeva una profonda convinzione che partiva verso la Felicità. Era un atto di Fede e di Speranza in una vita migliore. Non ho mai visto da nessuna parte in nessun morente – eppure ne ho visti delle migliaia – uno sguardo come il suo. Aveva lo guardo di un santo. Fu per me una rivelazione.» Ventitreenne, Marcel è volato in Cielo il 19 marzo 1945, per la festa di san Giuseppe, patrono della buona morte, che la signora Callo invocava incessantemente per suo figlio.

In occasione della beatificazione di Marcel Callo, il 4 ottobre 1987, papa Giovanni Paolo II affermava: Marcel «mostra lo straordinario splendore di quelli che si lasciano abitare da Cristo e si dedicano alla liberazione totale dei fratelli».

Dom Antoine Marie osb

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