Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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16 novembre 2011
santa Geltrude la Grande, Vergine


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Un giorno dell'estate del 1955, alla facoltà di medicina di Milano, una  studentessa si presenta al difficile esame finale del secondo anno.  Inaspettatamente, il professore la chiama per l'orale; in un primo momento, lei non reagisce, poi arrossisce e spiega timidamente: «Professore, sono in cura per una malattia nervosa, non sento nulla... Spero di guarire... La prego di avere pazienza... Può pormi le domande per iscritto?» Gli studenti presenti nell'aula si mettono a ridere. Credendo che si tratti di uno scherzo di cattivo gusto, il professore urla: «Che pazienza e pazienza! Ma vi rendete conto? Chi ha mai visto un medico sordo?» e scaglia contro il muro il libretto universitario della ragazza, sconcertata e umiliata, che mormora: «Scusi, professore, non volevo offenderLa.» Il professore rimane inflessibile. Bocciata all'esame, la studentessa esce dall'aula e dice a un'amica, che ha visto tutto e che piange: «Non importa; ascolta, non dire niente alla mamma per il momento; glielo dirò domani»; ed è lei stessa che cercherà di giustificare il suo professore presso la madre. Questa studentessa non si è mai laureata in medicina; ma, dall'alto del Cielo, insegna oggi a innumerevoli «pazienti» l'arte di soffrire bene.

Benedetta Bianchi Porro è nata l'8 agosto 1936 a Dovadola, paese della provincia di Forlì in Romagna (Italia settentrionale). Sua madre ha una fede profonda che cercherà di trasmettere ai suoi sei figli. A pochi mesi, Benedetta è colpita da poliomielite; la malattia viene arrestata, ma la sua gamba destra rimarrà più corta dell'altra. Un giorno, durante un gioco nel cortile di ricreazione, un ragazzino, che la bambina aveva contrariato, le grida: «Oh! la zoppetta!» Suo fratello Gabriele la prende male, da cui uno scambio di pugni tra i ragazzi. Le mamme accorrono per separarli. Ma Benedetta non se la prende: «Mi ha chiamata «la zoppetta»; che cosa c'è di male in questo? È la verità!» E queste parole riconciliano i due ragazzi che riprendono il loro gioco.

I grandi desideri di un'adolescente

Nel 1942, la famiglia Bianchi si stabilisce a Sirmione,  sulle rive del lago di Garda. A partire dal 1946, Benedetta affida i suoi pensieri a un diario intimo in cui la bambina rileva spesso i propri difetti: «La mamma mi ha detto che sono insopportabile... Sono maleducata e cattiva.» Nel 1949, deve mettere un busto per evitare di diventare gobba. Scrive nello stesso giorno: «Che pianto! Il busto mi stringe forte forte sotto le ascelle! Prima ero sempre spensierata e mi credevo quasi uguale agli altri, ma ora, che precipizio ci separa! Ma nella vita voglio essere come gli altri, forse più. Vorrei poter diventare qualche cosa di grande.» In classe, la ragazza ottiene risultati brillanti. Nel 1953, annota: «Oggi, è Pasqua; come vorrei risorgere dai miei peccati e vivere solo di Dio!... oggi, con Gabriele, abbiamo un po' filosofato su Dio e l'immortalità dell'anima. Come sono sciocchi gli uomini a vergognarsi di parlare di queste cose importanti!»

In un'omelia del 15 aprile 2010 ai membri della Pontificia Commissione Biblica, papa Benedetto XVI osservava: «Noi oggi abbiamo spesso un po' paura di parlare della vita eterna. Parliamo delle cose che sono utili per il mondo, mostriamo che il cristianesimo aiuta anche a migliorare il mondo, ma non osiamo dire che la sua meta è la vita eterna e che da tale meta vengono poi i criteri della vita... Dobbiamo di nuovo riconoscere che solo nella grande prospettiva della vita eterna il cristianesimo rivela tutto il senso... La vita eterna c'è, è la vera vita e da questa vera vita viene la luce che illumina anche questo mondo.»

Il 15 febbraio 1953, interrogata oralmente durante la lezione di latino, Benedetta non riesce a sentire le domande del professore. Questi disturbi dell'udito si ripetono. Lei commenta nel suo diario: «Che figure debbo fare ogni tanto! Ma cosa importa? Un giorno forse non capirò più niente di quello che gli altri dicono, ma sentirò sempre la voce dell'anima mia: e questa è la vera guida che devo seguire.» Nel mese di ottobre, a forza di impegno, consegue la maturità classica con un voto eccellente. Poi s'iscrive alla facoltà di medicina di Milano; il suo obiettivo: «Vivere, lottare, sacrificarmi per tutti gli uomini.»

Tuttavia, minacciata di sordità, Benedetta attraversa un periodo di scoraggiamento; sente le vertigini del nulla. Alla sua amica allora più vicina, scrive: «Sai, Anna, mi sembra di essere in una palude infinita e monotona e di sprofondare lentamente, lentamente senza dolore o rimpianto, così incosciente e indifferente verso ciò che avverrà quando anche l'ultimo tratto di cielo scomparirà e il fango si chiuderà sopra di me».... «Molto spesso sono piena di dubbi, precipito nel più profondo scetticismo.» Il più grande pericolo che minacciava la ragazza non era la malattia, ma la tentazione insidiosa di sprofondare nel nichilismo e nella disperazione. Tuttavia, è proprio in questo momento che comincia a rendersi conto della ricchezza della vita interiore, un mondo tanto più vasto di quello dei sensi. E le sfugge un grido che annuncia il futuro orientamento della sua vita: «Come vorrei vivere solo di Dio!» Tuttavia, il suo incontro personale con Gesù Cristo avverrà solo in seguito.

Lottando con stoico accanimento contro il suo handicap, Benedetta prosegue con successo i suoi studi. Ha imparato a leggere sulle labbra; agli esami orali, risponde a tono alle domande, senza lasciar indovinare la sua sordità. Nel novembre 1955, viene autorizzata a ripetere l'esame orale dell'estate precedente; questa volta, le domande le sono poste per iscritto e ottiene un voto eccellente; ma la sera stessa, viene presa da emicrania e, improvvisamente, il suo campo visivo si restringe. Subito, viene colta da un presentimento: «No, mio Dio! no, non gli occhi!» Una sera del 1956, la studentessa mostra a un'amica un trattato di medicina: «Ecco la mia malattia», e le mostra la fotografia di un paziente affetto da «neurofibromatosi diffusa», chiamata anche «morbo di Recklinghausen»: questa patologia rarissima, ma inesorabile, distrugge progressivamente i centri nervosi formandovi piccoli tumori; il nervo acustico è il primo ad essere leso, poi il nervo ottico, gli altri sensi; è infine la paralisi progressiva. Dopo alcuni esami, i medici, sgomenti, ammettono che la diagnosi di Benedetta è giusta. Inizia allora una lunga serie di degenze in ospedale e di interventi chirurgici destinati a rallentare il terribile processo.

«Una docile pecorella nelle sue mani»

Il 27 giugno 1957, Benedetta viene operata alla testa.  Guardando in faccia la morte, confida alla madre: «Come sono contenta, mamma, di andare al Signore pura, senza un peccato mortale.» Queste parole di san Francesco che lei amava tanto le ritornano in mente: «Laudato si' mi' Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda no 'l farrà male.» (San Francesco d'Assisi, Cantico delle Creature). Mentre le rasano i capelli, si sente umiliata, ma ricorre alla preghiera: «Mentre mi tagliavano i capelli, mi sentivo come un agnello cui tagliano la lana... Ho domandato al Signore di essere una pecorella docile nelle sue mani.» Appena uscita dall'anestesia, si tocca il viso: «Mi hanno tagliato il nervo facciale»; ha ora la metà sinistra del viso paralizzata . Il chirurgo non sa come chiederle perdono per questo errore professionale; lei gli dice semplicemente: «Lei ha fatto tutto quello che poteva; mi dia la mano e stia sereno! È una cosa che può succedere: non è mica il Padre eterno Lei!»

Tuttavia, la grandissima forza morale di cui dà prova non basta più a Benedetta per sopportare la sua situazione; alla sua migliore amica, Maria Grazia, scrive un giorno, dal suo appartamento milanese situato al settimo piano: «Certe volte avrei voglia di gettarmi dalla finestra.» Tuttavia, non si dà per vinta a causa della malattia; a prezzo di un lavoro accanito, termina con successo, nel giugno 1959, il suo quinto anno di medicina; non è che a un anno dalla laurea! Ma ben presto, un intervento chirurgico destinato ad arrestare la paralisi progressiva degli arti inferiori si conclude in un insuccesso: non può più camminare del tutto. Nel 1960, si vede costretta a rinunciare completamente ai suoi studi: dura prova per questa ragazza così piena di talento e avida di azione. Ma mentre i suoi cari assistono, impotenti, alla sua progressiva distruzione fisica, sono anche testimoni stupefatti della sua elevazione spirituale. Reclusa nella sua stanza, non manifesta né tristezza, né scoraggiamento: «Quanto a me, faccio la vita di sempre, pure a me sembra così completa! È però vero che la vita in sé e per sé mi sembra un miracolo, e vorrei poter innalzare un inno di lode a Chi me l'ha data.» E a sua madre che le regala un uccellino in gabbia osservando: «È come te», lei risponde: «No, io, mamma, non sono mai stata tanto libera come da quando sono immobile qui.» Potrà dire a Maria Grazia, con la sincerità che la contraddistingue: «Per quello che riguarda lo spirito, sono serena, perfettamente, anzi sono molto di più: felice sono; non credere che esageri.» Al tempo stesso, diventa umile, rendendosi conto che è molto imperfetta, «peccatrice» agli occhi di Dio; e ha paura di perdere questa gioia interiore di cui non si sente degna.

Tuttavia, non tutto va da sé. Alla pace succedono tempi di agonia interiore. Nel 1960, Benedetta scrive a una nuova amica già esperta nella vita spirituale, Nicoletta: «Io sto attraversando un periodo di grande aridità. Mi sento sola, stanca, un po' avvilita, senza molta pazienza... Il più doloroso è che non ho pace. Prega per me, prega per me... Perché mi succede questo? Perché Dio lo permette?» La sua amica le risponde: «Non ti sforzare di sentire che credi, né di capire in che modo è giusto che tu soffra così tanto. Non ti angustiare se ti sembra di ribellarti: a Dio non importa! Lui sa... Davanti a questo mistero enorme Lui vuole solo il nostro «sì»; non importa se lo diciamo male.» Benedetta ascolta, dice il suo «sì»; e, a poco a poco, fa l'esperienza della presenza di Gesù Cristo vivo in lei; potrà scrivere a Nicoletta: «Tu dunque sii benedetta per la gioia che mi hai procurato, troppo grande per me indegna; stravolta di gioia ero, è stato come se l'acqua degli oceani si riversasse in una conchiglietta.»

A partire da quel momento, Benedetta riceve la sofferenza meno come un fardello da portare eroicamente che come il segno di una predilezione divina. Gesù la chiama a condividere la sua croce per identificarla a Lui; lei si abbandona e trova la sua forza nel Vangelo letto ogni giorno, in san Paolo e nei salmi.

Nella sua Enciclica sulla speranza, Benedetto XVI conferma la correttezza di questo atteggiamento: «Affinché la preghiera sviluppi questa forza purificatrice, essa deve, da una parte, essere molto personale, un confronto del mio io con Dio, con il Dio vivente. Dall'altra, tuttavia, essa deve essere sempre di nuovo guidata ed illuminata dalle grandi preghiere della Chiesa e dei santi, dalla preghiera liturgica, nella quale il Signore ci insegna continuamente a pregare nel modo giusto» (Enciclica Spe salvi, 30 novembre 2007, n. 34).

«Diglielo alla Madonnina!»

Nel maggio 1962, Benedetta parte per Lourdes con  un treno-ospedale. Nel letto accanto al suo, all'ospedale di Lourdes, si trova una ragazza di 22 anni, Maria, paralizzata come lei. In una situazione materiale e morale umanamente disperata, Maria è venuta a Lourdes a chiedere un miracolo all'Immacolata Concezione; prega in continuazione, ma non succede nulla. Il giorno prima della partenza, le due malate si ritrovano l'una a fianco dell'altra, davanti alla Grotta; Maria singhiozza. Benedetta le prende allora la mano e la stringe tra le sue come per pregare al suo posto: «Maria, la Madonnina è lì che ti guarda! Diglielo alla Madonnina!» E all'improvviso, Maria si alza dalla sua barella. Muove adagio qualche passo, ancora incredula. Poi, pazza di gioia, avanza tra le carrozzelle, piangendo di commozione e di riconoscenza. Benedetta, felice di questo miracolo, prova tuttavia un momento di malinconia pensando che è un altra che ne è stata la beneficiaria. Poi ritrova la calma e si abbandona nelle mani di Maria. Un anno dopo, ritornerà a Lourdes, da dove scriverà: «Ora ho la dolcezza della rassegnazione. È stato questo per me il miracolo di Lourdes quest'anno... La Madonna mi ha ripagato di quello che non possiedo più. Mi ha ripagato quello che mi era stato tolto, perché possiedo la ricchezza dello Spirito Santo.» Il 20 agosto 1963, un'infermiera troverà la malata in estasi; Benedetta le confiderà di aver visto la Santa Vergine, e aggiungerà: «Com'è bella, la Madonna!»

Nel frattempo, si sono succedute diverse operazioni alla testa. Prima dell'ultima (27 febbraio 1963), Benedetta confida la sua paura a Maria Grazia, che le ricorda allora quel passo del «Diario di un curato di campagna», un romanzo di Georges Bernanos: «Se avrò paura, dirò senza vergogna: «Ho paura», e il Signore mi darà la forza.» Benedetta ripete a mezza voce, a lungo, questa frase; e, a poco a poco, la pace s'instaura in lei. Ringrazia con effusione la sua amica. Il giorno dopo l'operazione, annuncia che è ora cieca; ma chiede che non lo si dica al chirurgo, per non rattristarlo. Ha accettato questa croce della cecità che, nel 1955, l'aveva spaventata, e la sua anima è in pace: «Non c'è che da fidarsi di Dio, ad occhi chiusi. Sto vivendo la semplicità, cioè la spogliazione dell'anima... è così bella! Si diventa molto leggeri e liberi!»

Benedetto XVI, a proposito di queste grandi prove che sembrano umanamente impossibili da portare, dà una luce, quel segreto che ha scoperto Benedetta: «È importante sapere: io posso sempre ancora sperare, anche se per la mia vita (...) apparentemente non ho più niente da sperare. Solo la grande speranza-certezza che, nonostante tutti i fallimenti, la mia vita personale e la storia nel suo insieme sono custodite nel potere indistruttibile dell'Amore e, grazie ad esso, hanno per esso un senso e un'importanza, solo una tale speranza può in quel caso dare ancora il coraggio di operare e di proseguire» (Spe salvi, n. 35).

Ormai, e quasi per un anno, Benedetta è come un castello inaccessibile, senza porte né finestre. Tuttavia, due piccole «feritoie» le restano aperte sull'esterno: un esile filo di voce per farsi sentire, e la sua mano sinistra, rimasta «miracolosamente» sensibile; con le dita di questa mano valida, i suoi cari tracceranno sul suo viso i segni dell'alfabeto muto che lei non vede ma sente (ad esempio la «b» viene formata con l'indice e il medio congiunti, appoggiati sulla guancia)... Potrà così comunicare! La sua stanza sarà assediata da visitatori venuti a incoraggiarla, ma anche a chiedere il suo aiuto. Benedetta ha il dono di seminare la gioia intorno a lei; consiglia e mostra a tutti la «via stretta» che conduce a Dio. Dice alla sua migliore amica, che non sopporta di vederla soffrire così tanto fisicamente: «Dobbiamo accettare il mistero, Maria Grazia; quello che ci angoscia è chiederci: «Perché?»... Il Signore ci dà tante sofferenze quante ne possiamo portare; né più, né meno.» E la sua amica testimonierà: «Mi sono accorta allora che, inaspettatamente, qualcosa era cambiato in lei da quando era diventata cieca. Una grande pace sembrava averla invasa, come se si fosse sentita completamente liberata dalla paura e dall'angoscia.» Don Gabriele, un sacerdote che le porta spesso la santa Comunione, riceverà questa confidenza: «Se per un istante si affacciano tentazioni, io Lo chiamo, anche se impallidisco di paura, e avverto immediatamente la presenza del Signore che mi consola.»

Benedetta s'interessa a tutti, specialmente alle persone che sono lontane da Dio. Nel maggio del 1963, sua madre le legge attraverso il «linguaggio delle mani» la lettera di un giovane, pubblicata in un settimanale. Natalino è affetto da una grave malattia; disorientato, senza speranza, chiede aiuto. Lei gli scrive: «Sono sorda e cieca, perciò le cose, per me, diventano abbastanza difficoltose... Però nel mio calvario non sono disperata. Io so che in fondo alla via, Gesù mi aspetta. Prima nella poltrona, ora nel letto che è la mia dimora, ho trovato una sapienza più grande di quella degli uomini. Ho trovato che Dio esiste ed è amore, fedeltà, gioia, certezza, fino alla consumazione dei secoli... Le mie giornate non sono facili; sono dure, ma dolci perché Gesù è con me, col mio patire, e mi dà soavità nella solitudine e luce nel buio... Lui mi sorride e accetta la mia cooperazione con Lui. Ciao, Natalino: la vita è breve, passa velocemente. Tutto è una brevissima passerella, pericolosa per chi vuole sfrenatamente godere, ma sicura per chi coopera con Lui per giungere in Patria.»

Il 21 gennaio 1964, sentendo prossimo il momento dell'incontro definitivo con Gesù, suo Sposo, Benedetta si confessa e riceve la Comunione. Nella notte del 22, chiede alla sua infermiera di restare vicino a lei, perché Satana la tenta: «Emilia, domani, morirò. Mi sento molto male.» Al mattino, sua madre nota una rosa bianca, sbocciata nel giardino... una rosa in fiore, in gennaio! Annuncia la sua scoperta a Benedetta, che risponde: «Ecco il segno che aspettavo!» Le ricorda allora un sogno che aveva fatto alla festa di Tutti i Santi precedente: entrava nella tomba di famiglia e la vedeva ornata di una rosa bianca abbagliante di luce. Poco dopo, colpita da un'emorragia, si spegne a ventisette anni, mormorando: «Grazie.»

«Non sarò più sola con la paura»

La luce diffusa da Benedetta Bianchi Porro, dopo la  sua morte, non fa che aumentare. Innumerevoli persone che si trovano di fronte alla sofferenza trovano forza e coraggio leggendo il racconto della sua vita e le sue lettere. Come Maria Grazia, possono dire: «Non sarò più sola con la paura, perché tu mi hai insegnato il valore della preghiera.» Il 23 dicembre 1993, papa Giovanni Paolo II ha approvato il decreto che proclama l'eroicità delle sue virtù; è ora richiesto il riconoscimento di un miracolo ottenuto per sua intercessione perché la venerabile Benedetta possa essere proclamata «Beata».

Nella sua Esortazione Apostolica Salvifici doloris (11 febbraio 1984), il beato Giovanni Paolo II ha scritto queste righe che si possono applicare precisamente all'itinerario spirituale percorso da Benedetta: «Quasi sempre ciascuno entra nella sofferenza con una protesta tipicamente umana e con la domanda del suo «perché». Ciascuno si chiede il senso della sofferenza e cerca una risposta a questa domanda al suo livello umano... Cristo non risponde direttamente e non risponde in astratto a questo interrogativo umano circa il senso della sofferenza. L'uomo ode la sua risposta salvifica man mano che egli stesso diventa partecipe delle sofferenze di Cristo... Questa [risposta] è, infatti, soprattutto una chiamata. È una vocazione. Cristo non spiega in astratto le ragioni della sofferenza, ma prima di tutto dice: «Seguimi! Vieni! Prendi parte con la tua sofferenza a quest'opera di salvezza del mondo, che si compie per mezzo della mia sofferenza! Per mezzo della mia Croce!». Man mano che l'uomo prende la sua croce, unendosi spiritualmente alla Croce di Cristo, si rivela davanti a lui il senso salvifico della sofferenza... E allora l'uomo trova nella sua sofferenza la pace interiore e perfino la gioia spirituale» (n. 26).

Il 24 maggio 1963, Benedetta confidava: «Vorrei dire a coloro che soffrono, agli ammalati, che se siamo umili e docili, il Signore farà in noi grandi cose.» Al suo seguito, chiediamo a Gesù di fare di ciascuno di noi «una docile pecorella nelle sue mani».

Dom Antoine Marie osb

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