Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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25 maggio 2011
Mese di MARIA


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Nel maggio del 1873, il Vicario apostolico delle Hawaii, mons. Maigret, fa conoscere ad alcuni dei suoi sacerdoti la preoccupazione che gli causa lo stato di abbandono dei lebbrosi. Dal 1864, il terribile flagello della lebbra si diffonde nell'arcipelago. Di fronte al pericolo, il governo ha deciso di isolare i lebbrosi. «Questa è una situazione che mi preoccupa molto. Penso in particolare a quei poveri lebbrosi, di cui tanti muoiono ogni anno senza poter purificare la loro anima prima di comparire davanti a Dio, e che non hanno, nel corso della loro vita, nessun sollievo morale alle loro prove. - Ma, Monsignore, risponde padre Aubert, non avete che da designare uno di noi per diventare loro pastore, sarete subito obbedito!» I sacerdoti sono unanimi; tutti sono pronti a partire. Uno di loro, padre Damiano de Veuster, dice con voce ferma: «Monsignore, ricordandomi di essere stato messo sotto il drappo mortuario il giorno della mia professione religiosa per apprendere che la morte volontaria è il principio di una vita nuova, eccomi pronto a seppellirmi vivo con questi sventurati, molti dei quali conosco personalmente. – Quanti anni avete? chiede mons. Maigret. – Trentatré anni. – L'età che aveva Nostro Signore al momento della croce», riprende il vescovo.

Una persona piena di brio

Colui che, con la canonizzazione dell'11 ottobre  2009, è diventato san Damiano, nacque a Tremelo, nel Brabante fiammingo (Belgio), il 3 gennaio 1840. Battezzato il giorno stesso, riceve il nome di Giuseppe. Suo padre possiede una fattoria e gestisce un'attività di commercio del grano, che permette alla sua numerosa famiglia - otto figli - di vivere in un relativo benessere. In questo ambiente familiare cristiano, in cui quattro figli si faranno religiosi, è impensabile contravvenire ai comandamenti di Dio e della Chiesa; persino i lavori di cucito sono proibiti la domenica. In quel giorno, tutta la famiglia si reca alla chiesa parrocchiale per la Messa e i Vespri. Durante la settimana, la preghiera in famiglia scandisce il trascorrere della giornata; di sera, si legge la vita dei santi. Giuseppe, il penultimo, di costituzione robusta, diventa ben presto l'anima della casa: la sua foga nei giochi gli valgono una reputazione di scavezzacollo. Intraprendente e sempre in movimento, ha tuttavia reali disposizioni per la meditazione. Un giorno in cui lo si cerca ovunque, sua madre scopre il suo Giuseppe di 7 anni in preghiera in chiesa. Il suo maestro di scuola lo trova molto intelligente, ma i suoi genitori lo destinano all'agricoltura. A tredici anni, Giuseppe smette quindi di andare a scuola per prendere parte ai lavori della fattoria.

Nel 1858, segue una missione parrocchiale predicata dai Padri Redentoristi a Braine-le-Comte. È nel corso di questa che si decide la sua vocazione. «Sapete, scrive ai suoi genitori, che dobbiamo tutti scegliere lo stato per il quale il buon Dio ci ha predestinati, per essere felici eternamente; ecco perché non potete affliggervi a causa della mia vocazione.» La sua scelta si rivolge alla Congregazione dei Sacri Cuori, in cui si è già donato a Dio uno dei suoi fratelli. Questa famiglia religiosa, fondata nel 1800 da padre Coudrin, si è dapprima sviluppata in Francia a partire dalla casa madre, in rue de Picpus, a Parigi. Dal 1825, la Santa Sede le ha affidato l'evangelizzazione dell'Oceania orientale. L'anno seguente, un gruppo di missionari s'imbarcava per le isole Hawaii. Nel 1840, viene aperto il convento di Lovanio per ricevere le vocazioni missionarie dal Belgio, dall'Olanda e dalla Germania. È lì che, il 2 febbraio 1859, Giuseppe raggiunge il suo fratello maggiore. Uscito da una scuola elementare, senza aver studiato il latino, accetta di essere ricevuto come fratello di coro sotto il nome di Damiano. Ma Dio ha un altro piano su di lui. Il novizio impara da solo il latino in sei mesi e manifesta un'attrazione e una grande facilità per gli studi, per cui il superiore lo accetta tra i novizi studenti. Il 7 ottobre 1860, a Parigi, fratel Damiano pronuncia i suoi voti perpetui; prostrato sul pavimento della cappella, viene ricoperto da un drappo mortuario, in segno di morte alla sua vecchia vita per nascere a una nuova vita, quella di Cristo. Questo rito che, oggi, può sorprendere, lo segnerà per la vita, aprendo per lui la via del dono di sé. A Parigi poi a Lovanio, prosegue gli studi con serietà e tenacia. Nel 1863, suo fratello è sul punto di imbarcarsi per l'Oceania, ma, impedito dalla malattia, deve rinunciarvi. Damiano coglie l'occasione e chiede al Superiore Generale l'autorizzazione a partire al suo posto, anche se la sua formazione è lungi dall'essere terminata.

Cercare le pecore smarrite

Il 30 ottobre, un gruppo di missionari, di cui fa parte,  s'imbarca quindi per le isole Hawaii. La nave entra nella rada di Honolulu nel giorno di san Giuseppe, il 19 marzo 1864. Ordinato prete il 21 maggio successivo, padre Damiano viene nominato nel distretto di Puna, dove il lavoro apostolico non manca: da otto anni, non c'è stato nessun sacerdote residente. A piedi o a cavallo, corre in cerca delle pecore smarrite. Ben presto, tutti conoscono Kamiano (Damiano in hawaiano). Egli scrive a suo fratello che per se stesso desidera «possedere quell'amore puro per Dio, quello zelo ardente per la salvezza delle anime di cui era infiammato Giovanni Maria Vianney (il curato d'Ars)... I nostri poveri isolani, prosegue, si considerano molto felici quando vedono arrivare Kamiano. E io li amo molto, darei volentieri la mia vita per loro, come l'ha fatto il nostro divino Salvatore.» Nel marzo 1865, Kamiano prova una lacerazione ancor più grande della separazione dalla sua famiglia: deve lasciare i suoi cristiani. Un confratello, la cui salute è in declino, non è più in grado di sostenere l'incarico del vasto distretto di Koala. Padre Damiano accetta di scambiare il proprio ministero con il suo; da solo, deve assolvere al compito che avrebbe richiesto dieci missionari. La sua costituzione robusta gli consente di ottenere risultati rapidi. Forma belle comunità cristiane, organizza case di preghiera, predica, confessa, visita i malati, si fa architetto, falegname e muratore costruendo egli stesso chiese, scuole. Raggiunge le regioni più inaccessibili, a prezzo di pericolose scalate, di traversate in cui più volte rischia di annegare. L'energia del missionario galvanizza il coraggio del suo gregge per il quale le tentazioni sono in agguato da ogni parte: inganni dei medici stregoni, instabilità dei matrimoni, incontinenza generale, e, nei buoni, la pigrizia per gli esercizi della preghiera. «Ecco le armi dell'inferno per far cadere anche i migliori», scrive il 22 dicembre 1866. Questi anni sono stati per padre Damiano come una preparazione all'eroica missione che lo attende.

Nel corso delle sue visite nei villaggi, Kamiano scopre sempre più indigeni colpiti dalla lebbra. Nel 1865, il governo decreta una segregazione dei malati. Vengono deportati per amore o per forza nel «lebbrosario» installato sulla penisola di Kalawao, a nord dell'isola di Molokai. Si tratta di una lingua di terra desolata, di 17 km2, racchiusa tra una costa quasi inaccessibile e una catena di ripide montagne. Un comitato governativo è incaricato della gestione di Kalawao; in realtà, la paura della lebbra e l'incuria ordinaria dell'amministrazione ne hanno fatto una zona senza legge. Il governo fornisce cibo e vestiario ai reclusi, ma non vi è nulla per ospitarli se non qualche misera capanna dove i lebbrosi vegetano in una sordida promiscuità. Alla lebbra che corrode le carni in modo orribile, si aggiungono tutte le miserie, fisiche e morali, di persone in preda alla disperazione e alla pigrizia. La maggior parte sono pagani; tra di loro imperversano tutte le turpitudini, acuite dal pensiero di una fine imminente tra crudeli sofferenze. Si ubriacano, costringono le donne a prostituirsi; le loro orge si svolgono davanti agli altari della dea Laka, la Venere dei Canachi. I lebbrosi cristiani hanno molta difficoltà, anche loro, a resistere alla furia delle passioni. Questa situazione pesa su tutte le coscienze. Ma come porre rimedio all'epidemia? Il vescovo, mons. Maigret, si preoccupa del piccolo gruppo di cattolici che sono stati inviati a Molokai. Fa costruire sul posto una cappella dedicata a Santa Filomena. A turno, e per alcuni giorni, vi soggiornano dei sacerdoti. È un inizio. Ma queste brevi visite sono molto diradate. I giornali ne sottolineano l'insufficienza: «Quello di cui hanno bisogno i lebbrosi ora è di un fedele ministro del Vangelo e di un medico che vogliano sacrificarsi per il bene di questa sventurata comunità.»

Dal 1865, Kamiano ha potuto assistere, impotente, allo spaventoso avanzare del flagello che decima il suo popolo. Alla prova della malattia, si aggiunge, per i lebbrosi, quella, ancor più grande, di essere strappati alla loro famiglia, al loro villaggio, senza alcuna speranza di ritorno. Padre Damiano promette una visita a quelli che vengono portati via, e li accompagna il più a lungo possibile sul loro percorso. È quindi con piena cognizione di causa che si è offre volontario, il 4 maggio 1873, per raggiungere i lebbrosi.

Un cammino di speranza

Nella sua enciclica Spe salvi, del 30 novembre 2007,  papa Benedetto XVI ci illumina sulla condivisione della sofferenza e della compassione: «Il singolo non può accettare la sofferenza dell'altro se egli personalmente non riesce a trovare nella sofferenza un senso, un cammino di purificazione e di maturazione, un cammino di speranza. Accettare l'altro che soffre significa, infatti, assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventa anche mia. Ma proprio perché ora è divenuta sofferenza condivisa, nella quale c'è la presenza di un altro, questa sofferenza è penetrata dalla luce dell'amore. La parola latina con-solatio, consolazione, lo esprime in maniera molto bella suggerendo un essere-con nella solitudine, che allora non è più solitudine...

Bernardo di Chiaravalle ha coniato la meravigliosa espressione: Impassibilis est Deus, sed non incompassibilis, Dio non può patire, ma può compatire. L'uomo ha per Dio un valore così grande da essersi Egli stesso fatto uomo per poter com-patire con l'uomo, in modo molto reale, in carne e sangue, come ci viene dimostrato nel racconto della Passione di Gesù. Da lì in ogni sofferenza umana è entrato uno che condivide la sofferenza e la sopportazione; da lì si diffonde in ogni sofferenza la con-solatio, la consolazione dell'amore partecipe di Dio e così sorge la stella della speranza» (nn. 38 e 39).

Vivere e morire con voi

Il 10 maggio, accompagnato dal suo vescovo, padre  Damiano sbarca a Kalawao con il suo breviario come unico bagaglio. Molti lebbrosi validi vengono incontro al Prelato e al giovane missionario di trentatré anni. «Finora, figli miei, dice loro mons. Maigret, eravate soli e abbandonati; non lo sarete più. Ecco qualcuno che sarà un padre per voi. Egli vi ama così ardentemente che, per la vostra felicità e per la salvezza delle vostre anime immortali, non esita a diventare uno dei vostri e chiede di vivere e morire con voi.» I lebbrosi non possono nascondere la loro emozione. Il vescovo abbraccia il suo sacerdote, lo benedice e lo lascia al suo compito eroico e sovrumano. I primi tempi sono difficili: di notte, ha come unico riparo un albero vicino alla cappella. La vista dei lebbrosi e il fetore che esalano le loro membra corrose sono tra le cose più penose da sopportare, ma, egli scrive, «hanno un 'anima redenta al prezzo del Sangue adorabile del nostro divino Salvatore. Se non posso guarirli come Nostro Signore, almeno posso consolarli.» Nel nome di Cristo, egli sposa la loro causa. Si identifica immediatamente con questi sventurati: «Mi faccio lebbroso con i lebbrosi, confida. Quando predico, è l'espressione che uso: «Noi altri lebbrosi...» Potessi io guadagnarli tutti a Cristo!» La presenza di Kamiano dà un barlume di speranza a questi diseredati - ottocento al suo arrivo. Ogni settimana, fa il giro di tutte le capanne, senza fare distinzione tra credenti e non credenti, protestanti e cattolici. Per salvare le loro anime, si occupa di dar sollievo ai corpi e cerca di conquistare la loro fiducia. Di volta in volta infermiere, falegname, ingegnere, becchino, avvocato, maestro della banda musicale... nulla ferma padre Damiano per il bene dei lebbrosi.

Il suo eroismo provoca un vero e proprio contagio di generosità. I protestanti stessi rivaleggiano con i cattolici: doni considerevoli affluiscono a Molokai. I giornali celebrano all'unanimità il sacerdote belga. Un giornalista protestante tedesco scrive: «Non c'è che un prete cattolico che sia penetrato in questo inferno dei lebbrosi. È rimasto in mezzo a questi moribondi, a questi disperati, per portare loro le consolazioni della vita eterna.» Questi elogi non sono graditi al comitato di igiene che ha sede a Honolulu: si vede di mal occhio l'insediamento di questo prete cattolico a Molokai. L'intensissima attività che egli svolge vorrebbe forse suggerire che l'azione del comitato è insufficiente? Viene negato l'accesso all'isola a chiunque non abbia la lebbra. Ecco il Padre isolato e «internato», perché gli è vietato lasciare il lazzaretto; si spera, con questa misura, di scoraggiarlo e di indurlo ad abbandonare il suo posto. Quello che gli costa di più è non potersi confessare. Ma, dopo qualche mese, grazie ad un cambiamento di governo, questo provvedimento viene revocato.

Là dove, ieri, regnava la legge della giungla, sboccia una comunità in cui il più debole ha il suo posto, il primo! Kamiano scopre che il seme evangelico ha bisogno, per schiudersi e crescere, del sostegno delle virtù umane: è l'uomo intero che bisogna risollevare. Cristo stesso si è fatto prossimo dei lebbrosi per guarire i loro corpi e ridare loro gusto per la vita. Con la sua allegria, la sua presenza affettuosa, Kamiano vi contribuisce: «Dalla mattina alla sera, sono in mezzo alle miserie fisiche e morali che rattristano il cuore. Tuttavia, cerco di mostrarmi sempre lieto per risollevare il coraggio dei miei malati» (17 dicembre 1874). Spinto dal desiderio di alleviare le loro sofferenze, padre Damiano s'interessa anche ai progressi della scienza e, quando sarà a sua volta colpito dalla malattia, sperimenterà le nuove cure. Nel 1884, sedici anni dopo una prima visita, un professore americano, di passaggio a Molokai, non crede ai propri occhi. Il luogo di putrefazione ha lasciato posto a due bei villaggi con case bianche circondate da giardini fioriti e da colture, con strada di accesso e condutture dell'acqua. Vi si trovano un ospedale in cui i malati più gravi vengono adeguatamente curati, orfanotrofi pieni di bambini allegri, due chiese gremite di fedeli, un bel cimitero. Feste, splendide processioni, corse di cavalli danno luogo a gaie manifestazioni di ogni sorta, ravvivate da una banda musicale. Solo l'amore che si dona nell'umile servizio è in grado di far rifiorire i deserti dell'umanità.

«Padre Damiano, dirà Giovanni Paolo II durante la Messa di beatificazione nel 1995, era allo stesso tempo sacerdote, religioso e missionario. Attraverso queste tre qualità, egli ha rivelato il volto di Cristo, indicando il cammino della salvezza, insegnando il Vangelo ed essendo un infaticabile agente di sviluppo. Ha organizzato la vita religiosa, sociale e fraterna di Molokai, isola messa al bando dalla società a quell'epoca; con lui, ognuno aveva il suo posto, ognuno veniva riconosciuto e amato dai suoi fratelli.»

Il segreto di Padre Damiano

Dov'è che padre Damiano attinge questo amore e  questa forza che generano tante belle iniziative? Seguendo il suo fondatore, padre Coudrin, egli vibra all'unisono con i Cuori di Gesù e di Maria, adottando i loro sentimenti, le loro gioie e i loro dolori. Ma soprattutto, fa donazione intera di se stesso al Cuore di Gesù nell'adorazione eucaristica. «Senza la presenza costante del nostro divino Maestro nella mia povera cappella, scrive padre Damiano, non avrei mai potuto perseverare nella mia risoluzione di condividere la sorte dei lebbrosi.» Egli vive dell'Eucaristia. «Avendo Nostro Signore al mio fianco, continuo ad essere sempre allegro e contento, e lavoro con zelo al bene dei poveri sventurati.» Ed è per questo che, non appena può, istituisce a Kalawao l'adorazione perpetua. «Tutti i giorni, riferisce un testimone, i buoni cristiani vanno a cercare sollievo alle loro pene presso il divino Consolatore di tutti coloro che soffrono. Fanno ancora di più, in quanto si offrono come vittime per riparare gli oltraggi che ricevono i divini Cuori da parte di figli ingrati ai quali sono stati prodigati i benefici della civiltà cristiana.»

Il cammino di padre Damiano è irto di difficoltà, accresciute a volte dal suo temperamento focoso che egli si sforza tuttavia di contenere, tenendo lo sguardo fisso su Dio. Le sue giornate iniziano con la preghiera. Non lascia il suo rosario; la preghiera è diventata il respiro della sua anima, e Dio gli è sempre presente. La sua fiducia in Lui è incrollabile: «Fin dall'inizio, scrive, ho affidato a Nostro Signore, alla sua santa Madre e a san Giuseppe la questione della mia salute.» Condividendo la vita dei lebbrosi, si espone al rischio del contagio. Dal 1876, egli evoca il tempo «in cui il Signore vorrà farmi il dono di questa terribile lebbra».

Lebbroso tra i lebbrosi

Padre Damiano adotta le necessarie precauzioni igie- niche? Molto rapidamente, si è liberato dalle consegne strette. Qui, è impossibile applicare le regole osservate in un ospedale. Come essere il Padre di questa povera gente senza avvicinarsi a loro, toccarli, accettare il loro invito, prendere il cibo con le mani nel piatto familiare? In una parola, ha scelto di vivere con loro per salvarli. «Si espose alla malattia della quale essi soffrivano, dirà Benedetto XVI in occasione della canonizzazione. Con loro si sentì a casa. Il servitore della Parola divenne così un servitore sofferente, lebbroso con i lebbrosi, durante gli ultimi quattro anni della sua vita.»

Il pensiero della morte non gli fa paura: di stanza alla frontiera della sua terra d'esilio, vive a contatto con l'eternità beata. «Il cimitero e la capanna dei morenti, dice, sono i miei più bei libri di meditazione.» Nel 1885, ha già seppellito milleottocento dei suoi fratelli lebbrosi, vale a dire in media tre alla settimana. Li aveva curati, confessati, assistiti nella loro agonia come suoi propri figli. Padre Damiano scopre allora sul suo corpo i primi sintomi della lebbra. Nel mese di ottobre, ne informa il suo Provinciale: «Non vi è più dubbio per me, sono lebbroso: che il Buon Dio sia benedetto!» Al suo vescovo, scrive: «Ho sfidato il pericolo di contrarre questa terribile malattia facendo il mio dovere qui e cercando di morire sempre di più a me stesso. A mano a mano che la malattia progredisce, mi trovo contento e felice.» A questo degrado terribile per lui, così vigoroso, vengono ad aggiungersi le angosce della solitudine, le incomprensioni dei suoi superiori, le calunnie... Tuttavia padre Damiano, già sfigurato dalla lebbra, non è abbattuto, «ma sempre vivace e sorridente, a detta di un testimone. È allegro, nonostante tutto, e si è allegri attorno a lui.» Egli scrive nel 1887 al suo fratello religioso: «La gioia e la contentezza del cuore che i Sacri Cuori mi prodigano fanno sì che io mi senta il missionario più felice del mondo.» Nel 1888, padre Damiano ha la gioia di essere sostenuto da un missionario vallone, padre Conrardy. Quello stesso anno, tre suore francescane vengono ad installarsi nel lebbrosario. È il punto di arrivo di quindici anni di sforzi. Dio concede al Padre, al crepuscolo della sua vita, la consolazione di vedere che altri proseguiranno il compito da lui intrapreso. Ben presto la malattia si aggrava: attacca gli organi interni. Il 9 marzo 1889, il Padre sale all'altare per l'ultima volta. Alla fine di marzo, non lascia più la sua camera e dichiara: «È la fine, il Signore mi chiama a celebrare la Pasqua con Lui.» Il Lunedi Santo, 15 aprile 1889, all'età di 49 anni, di cui sedici passati al servizio dei lebbrosi, si spegne con il sorriso, munito dei sacramenti della Chiesa, come un bambino si addormenta tra le braccia di sua Madre.

In occasione della canonizzazione di padre Damiano, papa Benedetto XVI affermava: «Seguendo san Paolo, san Damiano ci porta a scegliere le buone battaglie (cfr. 1Tm 1,18), non quelle che portano alla divisione, ma quelle che riuniscono. Ci invita ad aprire gli occhi sulle lebbre che sfigurano l'umanità dei nostri fratelli e chiedono, ancora oggi, più che la nostra generosità, la carità della nostra presenza di servitori.»

Dom Antoine Marie osb

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