Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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10 febbraio 2011
santa Scolastica, vergine


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

«Tra le minacce tese oggi contro la gioventù e l'intera società, la droga si colloca ai primi posti come pericolo tanto più insidioso quanto più invisibile... All'origine di questo fenomeno, vi è spesso un clima di scetticismo umano e religioso, di edonismo, che alla fine porta alla frustrazione, al vuoto esistenziale, alla convinzione dell'insignificanza della vita stessa, al degrado nella violenza... La piaga della droga, favorita dai grandi interessi economici e a volte anche politici, si è estesa in tutto il mondo», affermava papa Giovanni Paolo II (27 maggio 1984, 24 giugno 1991 e 23 novembre 1991).

Il 14 maggio 1991, lo stesso Pontefice ha dichiarato l'eroicità delle virtù di un giovane religioso redentorista, padre Alfredo Pampalon, che viene spesso invocato, dal giorno della sua beata morte, nel 1896, dalle persone dedite all'alcol e alla droga. La vita di quest'uomo, apparentemente insignificante, brilla come una luce per il nostro tempo avido di efficienza materiale e di comodità. Egli l'aveva edificata sulle realtà soprannaturali, ed ecco che abbondanti favori, anche temporali, vengono ottenuti attraverso la sua intercessione!

Alfred viene al mondo in una parrocchia mariana del Québec, Notre-Dame de Lévis, il 24 novembre 1867, nono figlio di una famiglia profondamente cristiana. Il padre, Antoine Pampalon, è imprenditore edile e si occupa della costruzione di chiese. La madre, Josephine Dorion, si fa notare per la sua umiltà e il suo spirito di fede; esercita sui figli una sorveglianza piena d'amore. Ogni sera, si prega in famiglia, specialmente il rosario. Due dei fratelli di Alfredo e sua sorella Emma si doneranno a Dio. Particolarmente affettuoso e servizievole, Alfredo apprende rapidamente, grazie a sua madre, la bontà del Signore e sa pronunciare i nomi di Gesù, Maria e Giuseppe.

Una mamma ancora migliore

A cinque anni, perde sua madre. Questo dolore segue  da vicino la gioia di una dodicesima nascita. Poco prima di morire, la signora Pampalon riunisce i suoi otto figli vivi e, guardandoli con un sorriso affettuoso, dice loro: «Miei piccoli cari, la vostra mamma morirà... Vi amo molto, ma devo partire... Non avrete più una mamma sulla terra... Vi affido a una mamma ancora migliore, la migliore che ci sia, la Santa Vergine... Lei vi tende le braccia... Amatela molto! Pregatela molto! Si prenderà cura di voi...» Accanto al letto, Alfredo piange sommessamente. Le parole di colei che egli ama più di ogni altra persona sulla terra si imprimono nella sua memoria; lasceranno un segno in tutta la sua vita. Sua madre spira il 2 luglio 1873, all'età di 45 anni.

Un anno dopo, il signor Pampalon decide di risposarsi. Si unisce a un'eccellente vedova irlandese, Margaret Phélan, che considererà tutti figli di Antoine come propri. Alfredo si dimostra affettuoso e dolce nei confronti della sua «seconda madre». «Aveva sempre il sorriso sulle labbra, racconta Margaret. Era allegro, gentile, divertiva i miei figli piccoli (fratellastri di Alfredo), servizievole con ciascuno».

A nove anni, nel settembre 1876, Alfredo entra come esterno nel collegio di Lévis, diretto da sacerdoti diocesani. Vi studierà per cinque anni, senza mai pensare di diventare sacerdote: attratto dal commercio, ha scartato gli studi classici a favore del corso commerciale. Nel maggio 1877, fa la sua prima Comunione e il 7 ottobre, festa della Madonna del Rosario, riceve il sacramento della Cresima.

Si nota in lui un senso del soprannaturale che si svilupperà senza sosta. Si confessa e comunica una volta alla settimana, il che, per l'epoca, è eccezionale; ama servire la Messa. Passando ogni giorno davanti alla chiesa parrocchiale, si ferma ad adorare Nostro Signore e a pregare la Santa Vergine. «Durante i dieci anni di studi che ho trascorsi con lui nelle stesse classi, riferisce un compagno, non ricordo che abbia commesso la più piccola mancanza contro la disciplina. Aveva l'abitudine di sedersi davanti in classe per essere più vicino al professore e meno esposto alla distrazione». Eppure, la virtù di Alfredo attira. Egli spira bontà; durante la ricreazione, di umore costante e un po' burlone, si rivela eccellente organizzatore. Nessuno può rivaleggiare con lui in certi giochi; specialmente i più giovani sono meravigliati della sua abilità nel cricket, nel calcio, nel baseball... Si dimostra molto veloce nella corsa. Non solo lo ammirano, ma lo amano, perché i suoi successi lo lasciano sempre modesto e gentile.

Un sorriso che illumina

Anno 1881. Giovane adolescente, Alfredo non è bril- lante a scuola, e un difetto di pronuncia – di cui non riuscirà mai a liberarsi – lo rende difficile da seguire per i suoi ascoltatori; ma nel catechismo, eccelle... Improvvisamente, la sua vita viene minacciata da una grave malattia. Egli prega, si raccomanda a Maria. «Dio mi fece comprendere, scriverà, che non mi voleva nel mondo, ma tutto per Lui. Senza indugio, alla sua chiamata, decisi di abbandonare il ramo commerciale e di seguire l'indirizzo classico in vista del sacerdozio, se fossi guarito». Modera il suo amore per il gioco; rimane allegro, anche burlone, ma vuole vivere con il Signore, per Lui. Per tutta la sua vita, conserverà un'aria malaticcia, illuminata tuttavia dal suo sorriso. I suoi sforzi portano il loro frutto: termina l'anno 1883 al quarto posto di una classe di trenta allievi.

Nel 1885, una polmonite lo porta alle soglie della morte. Riceve gli ultimi sacramenti. Il santuario di Beaupré, dove i cristiani del Québec venerano sant'Anna come loro patrona, si trova nelle vicinanze: la famiglia, allarmata, si rivolge con insistenza alla madre della Vergine Maria, per ottenere dal Bambino Gesù la guarigione di Alfredo. «A mano a mano che andavo avanti nei miei studi, dirà più tardi quest'ultimo, la mia intenzione di diventare prete si consolidava sempre più; ma ciò che finì per renderla definitiva fu la mia seconda malattia. È lì che Dio mi aspettava: mi ispirò di realizzare il mio progetto attraverso il vincolo irresistibile del voto. Io Glielo promisi, se Egli mi avesse concesso la guarigione». Insegnanti e allievi di Lévis si uniscono ai genitori per strappare al Cielo questa grazia. Alfredo guarisce... Non appena ne ha la forza, percorre a piedi, con il rosario in mano, i 35 km che lo separano da Sainte-Anne-de-Beaupré. Lì, in ginocchio davanti alla statua miracolosa, rende grazie e promette di seguire l'esempio di suo fratello entrando presso i Redentoristi.

La Congregazione del Santissimo Redentore era stata fondata nel 1732 da sant'Alfonso Maria de' Liguori, nobile napoletano, allo scopo di evangelizzare le anime più abbandonate. I suoi religiosi – chiamati Redentoristi – erano arrivati a Sainte-Anne-de-Beaupré solo nel 1878. Ancor prima della sua decisione, Alfredo aveva letto con profitto l'opera che il santo, nel 1750, aveva dedicato alla Vergine: «Le Glorie di Maria». Non essendo ancora stata aperta nessuna casa di formazione redentorista in Canada, egli deve imbarcarsi per l'Europa. Coraggiosamente, il 22 luglio 1886 – a diciotto anni –, si strappa all'affetto dei suoi cari per recarsi al noviziato di Saint-Trond, in Belgio. La formazione religiosa vi è austera, ma nutrita della dottrina dei santi: Alfred vi si applica con zelo e buon umore. Subito, si offre spontaneamente per i compiti ripugnanti. Svantaggiato dalla sua salute fragile, compie tutti i suoi sforzi, ed edifica con la sua umile obbedienza... L'8 settembre 1887, pronuncia con gioia i voti perpetui di povertà, castità e obbedienza. Lui che da giovanissimo si era abbandonato nelle mani di Maria, esclama: «Ho promesso alla mia Buona Madre di diventare un santo! E la mia fiducia in Lei me lo fa sperare!»

Inviato al seminario maggiore di Saint-Jean-de-Beauplateau, per due anni di filosofia e quattro di teologia, affronta gli studi con coraggio. Con la sua preghiera assidua – soprattutto a Maria, Sede della Sapienza – unita al suo impegno, ottiene risultati sempre più sod–dis–facenti. Esercitare meglio il suo futuro apostolato, ecco la sua unica ambizione. Ordinato prete il 4 ottobre 1892, inizia il suo ministero a Mons, in Belgio: predicazione di alcune missioni parrocchiali, confessioni, insegnamento del catechismo ai bambini. Visita spesso gli ammalati e li incoraggia con il suo sorriso e la sua dolcezza. Sin dagli albori della sua vita religiosa, ha visto nella Regola del suo Istituto una salvaguardia: per istinto spirituale, sa che senza disciplina di vita non è garantita la perseveranza. «Vuoi essere un santo, un grandissimo santo? Osserva bene, molto bene la tua Regola e le prescrizioni dei tuoi superiori», egli suggerisce.

Una guida sicura

Dove attinge la sua forza d'animo? Nella preghiera:  «Non c'è virtù, dice, senza la preghiera», soprattutto quella che risale alla fonte, la santissima Eucaristia. Inginocchiato nella cappella, rimane spesso, immobile, con gli occhi fissi sul tabernacolo. Tuttavia, non confondere mezzi e fine: «Ama Dio, egli dice, colui che gli testimonia questo amore con le opere e la sofferenza, in altre parole, colui che si conforma alla sua santa Volontà ». Le sue azioni manifestano la sua consapevolezza della presenza di Dio. Nella vita di comunità, porta un'impronta di amabilità e di mitezza che non gli impedisce, quando si presenta l'occasione, di esprimere liberamente il suo pensiero, senza rispetto umano.

Il giusto vivrà della fede, si legge nella lettera ai Romani (1,17). Alfred ha assimilato queste parole: «Nella vita spirituale, dice, non bisogna prendere per guida i sentimenti, ma la fede. Il sentimento spesso inganna: la fede è una guida chiara e sicura». Essa gli mostra che l'amore di Dio va di pari passo con la fuga da ogni colpa volontaria: «C'è un solo male, il peccato, e un solo bene, Dio; non commetterò mai la più piccola imperfezione per piacere a chicchessia». Il Catechismo esprime la stessa verità: «Agli occhi della fede, nessun male è più grave del peccato, e niente ha conseguenze peggiori per gli stessi peccatori, per la Chiesa e per il mondo intero» (Catechismo della Chiesa Cattolica, CEC, 1488).

Alfredo rinnova frequentemente le promesse del suo Battesimo e i suoi voti religiosi. Il suo spirito di fede brilla particolarmente quando celebra il Sacrificio eucaristico; quanto alla speranza, «arrivata a maturità, essa prende il dolce nome di fiducia... Devo conservare la pace del cuore e non permettere l'accesso al minimo turbamento. La misura della nostra santità dipende dalla misura della nostra fiducia». Arriva così a mostrarsi contento di tutto, dei suoi superiori, dei suoi confratelli, delle prove interiori come delle consolazioni divine, delle difficoltà negli studi come della malattia.

In cima all'edificio, padre Alfredo ha posto un amore appassionato per Gesù Cristo. Impregnato di queste parole di san Giovanni: Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi per primo... Egli ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo affinché noi vivessimo per mezzo di Lui (1Gv 4,9.10), egli vuole ricambiare amore per amore. Contempla il presepio, il crocifisso, l'Eucaristia; ogni giorno, fa la Via Crucis e legge le Sacre Scritture. Ripete spesso, soprattutto nella sua ultima malattia: «Che non mi venga a mancare la costanza! ancora un po' di tempo, e sarà l'eternità ». Orientandoci verso le realtà eterne, il pensiero della morte ci aiuta a far prevalere l'amore di Dio su ogni altro amore; per questo i santi pensavano spesso alla morte.

Esaltare la misericordia

Alfredo è animato da un ardente zelo per le anime:  «Voglio diventare e rimanere sempre un santo prete, per poter operare in modo molto efficace per la salvezza del prossimo. Più sarò santo, più anime salverò». Non potendo, a causa della sua debolezza, predicare molto, si dedica in modo assiduo al ministero della confessione. Nelle missioni parrocchiali, apporta il suo modesto contributo: si rivolge di solito ai bambini e li prepara a ricevere i sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia. Le sue istruzioni, chiare, solide e pratiche, sono molto apprezzate. Data la sua difficoltà di espressione, gli viene concesso di predicare un unico grande sermone: egli sceglie di esaltare la misericordia della Vergine Maria. La sete di lavorare in modo efficace al regno di Dio lo porta a dar valore alla mortificazione cristiana, potente mezzo per liberarsi dell'amor proprio. Anche in passeggiata, mangia raramente al di fuori dei pasti; sopporta pazientemente le screpolature dovute al freddo...

A partire dal maggio 1895, viene allontanato da Mons, paese minerario, per curare i suoi polmoni malati all'aria buona di Saint-Jean-de-Beauplateau, nella foresta delle Ardenne. Egli scrive: «Il mio modo di tenere le missioni consiste nel pregare per le anime». Libero nei confronti dei criteri del mondo, pensa che «di tutti i vizi, non ve n'è nessuno che abbia fermato tante anime nel cammino della pietà quanto l'orgoglio; lo spirito di vanità genera il desiderio smodato di apparire e di riuscire in tutto ciò che si fa». Parla poco di sé, ma menziona volentieri le sue scarse capacità intellettuali. Si dedica con cura e piacere ai compiti più umili.

Dall'età di quattordici anni, fino alla sua morte, Alfredo è stato affetto da tubercolosi; ha resistito, bene o male. Ma, il 5 febbraio 1896, nove mesi dopo il suo ritiro forzato nelle Ardenne, deve rassegnarsi a rimanere nell'infermeria: un polmone è perso, l'altro gravemente deteriorato. Il medico prevede la fine in marzo o aprile. Il giovane sacerdote trascorre le sue giornate in una poltrona: «Gli uni lavorano, gli altri sono lavorati. Eccomi lavorato dalla malattia». Dedica il suo tempo alla preghiera e alla lettura della vita dei santi; non è mai sfaccendato. Tossisce giorno e notte. Alla tisi si aggiunge presto la dissenteria. Si formano delle ulcere da decubito: Alfredo deve riposare su piaghe vive. Tuttavia, non ha mai un moto di impazienza, rimane affabile e allegro; tutti amano fargli visita. Nel Sacrificio divino, che celebra ancora ogni giorno, attinge la forza per sopportare tutto in unione con il suo Salvatore inchiodato sulla Croce. Ma il 23 agosto, non potendo più reggersi in piedi, deve interrompersi a più riprese. Tutto il mese di settembre, rimane tra la vita e la morte. Il 29, alle tre del mattino, riceve la santa Comunione per l'ultima volta. Lo si sente appena. Il 30, all'una del mattino, canta improvvisamente, a voce alta e chiara, il Magnificat per intero. Alle due, chiede e riceve l'assoluzione di tutti i peccati della sua vita. Un po' prima delle otto, fissa gli occhi al Cielo sorridendo, come se vedesse qualcuno, e rende l'ultimo respiro. Non ha ancora ventinove anni.

Le testimonianze affluiscono

Vita povera e sterile, sembrerebbe! È un dato di fatto  che questo sacerdote gracile non prestava alcuna attenzione alle conversazioni che si svolgevano su argomenti profani, e sembrava non comprendervi nulla. Eppure, subito dopo la sua morte, le preghiere salgono verso Alfredo Pampalon. Suo fratello Pietro scriverà dieci anni dopo: «Ho raccolto i favori temporali attribuiti all'intercessione di questo Servo di Dio. Sono arrivato al numero di duecentosettantacinque; ne scopro sempre di nuovi. Ho ventisei casi, almeno, in cui la guarigione mi sembra miracolosa». Gli annali del santuario Sainte-Anne-de-Beaupré ne testimoniano: «Le vittime delle bevande alcoliche e degli stupefacenti sembrano attirare la speciale attenzione e la pietà del Servo di Dio. Le testimonianze affluiscono da ogni parte... » I giovani vengono a invocare il Servo di Dio, per se stessi o per altri. Ai giorni nostri, i benefici ottenuti si moltiplicano.

«La droga e la tossicomania, secondo il Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, toccano in modo particolare i giovani, indipendentemente dal contesto a cui appartengono. La valorizzazione delle droghe più svariate e il loro utilizzo non è mai stato di una simile entità. Esse sono presentate come qualche cosa che apporta un supplemento di «libertà», come una fonte di convivialità o di benessere» («Chiesa, droga e tossicomania», 2002, n. 1). Promessa illusoria! In realtà, il risultato è l'opposto dell'effetto aspettato: il tossicodipendente cade nell'instabilità emotiva, in uno stato depressivo di fondo che si associa alla dipendenza nei confronti dei gruppi e degli spacciatori; inquieto, desiderando tutto con avidità e talvolta con angoscia, si sente spesso minacciato e non comprende più il senso della sua vita: «Meglio sarebbe non essere nato»; ha difficoltà a manifestare interesse nei confronti delle persone e delle cose, perché la sua intelligenza è occupata principalmente da ciò che è in relazione con la droga (Ibid., n. 517). Si può quindi comprendere il monito paterno di Giovanni Paolo II: «Il drogarsi è sempre illecito, perché comporta una rinuncia ingiustificata ed irrazionale a pensare, volere e agire come persone libere... Ora l'essere umano non ha il diritto di abdicare alla sua dignità personale, che è un dono di Dio!» (23 novembre 1991; ibid., n. 43). Quindi, «esclusi i casi di prescrizioni strettamente terapeutiche, l'uso della droga costituisce una colpa grave» (CCC, 2291).

Per prevenire questo male, alcuni sono a favore della liberalizzazione delle «droghe leggere», considerate innocue. Ora, l'esperienza mostra che il consumo di questi prodotti favorisce l'isolamento e la dipendenza; poi incoraggia l'assunzione di sostanze più forti. Numerosi prodotti tossici vengono utilizzati in medicina a causa dei loro effetti positivi; ma, se vengono consumati in modo improprio o associati indiscriminatamente tra di loro, possono diventare una droga. Si può dire altrettanto del tabacco e dell'alcol: l'intossicazione da alcol è altrettanto pericolosa dell'intossicazione indotta dalla marijuana.

Prevenire il male

Nella maggior parte delle loro testimonianze, i tossi- codipendenti dichiarano di far uso di queste sostanze per «sentirsi bene con se stessi» e per trovare piacere. Il piacere spinge allora ad agire all'istante, vale a dire senza fare un lavoro di discernimento. Il consumatore entra in una spirale di dipendenza, al punto che le droghe diventano il desiderio primordiale della sua esistenza. La liberazione da questa schiavitù presuppone una presa di coscienza: in realtà, desideri e piaceri – che sono buoni in se stessi – rientrano nella sfera della riflessione del soggetto, della sua vita spirituale, del suo libero arbitrio e della sua responsabilità. Di qui la necessità di fondare la propria esistenza su una morale e un atteggiamento religioso autentici. Per far fronte alle difficoltà della vita, in particolare per affrontare i problemi posti dalla malattia, dalla solitudine e dalla morte, è indispensabile scoprire innanzitutto il significato della vita:

«La serena convinzione dell'immortalità dell'anima, della futura risurrezione dei corpi e della responsabilità eterna dei propri atti è il metodo più sicuro per prevenire il male terribile della droga, per curare e riabilitare le sue povere vittime, per fortificarle nella perseveranza e nella fermezza sulle vie del bene» (Giovanni Paolo II, 7 settembre 1984). Ognuno deve anche imparare a compiere rinunce salutari. Così si costruisce una persona libera e responsabile. Rivolgendosi a dei vescovi, Giovanni Paolo II affermava: «Il dono di una vita degna si riferisce alla sobrietà, alla castità, all'opporsi alla crescente pornografia, alla sensibilizzazione circa la minaccia della droga» (19 giugno 1983). Egli vedeva nella vita di famiglia un potente antidoto alla tentazione di fuggire in un mondo irreale; invitava quindi i coniugi a mantenere rapporti coniugali e familiari stabili, fondati sull'amore vicendevole aperto alla vita, che sa dare e perdonare.

Padre Pampalon ha lasciato questo mondo un anno esatto prima di santa Teresa del Bambin Gesù. Entrambi hanno sognato di partire verso le missioni lontane; entrambi desideravano il martirio e morirono giovani: furono affetti da tubercolosi e soffrirono atrocemente; entrambi scoprirono che la loro vocazione era quella di amare, per tutta un'esistenza senza episodi sensazionali. Si può pensare che padre Alfredo abbia ereditato presso Dio un ruolo importante, che ha qualche somiglianza con quello della Patrona delle Missioni: esercitare la misericordia nei confronti delle persone nello sconforto.

Venerabile Servo di Dio, ottieni alle vittime della droga il dono della speranza vera, che non delude (Rm 5,5)!

Dom Antoine Marie osb

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