Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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6 gennaio 2011
Epifania


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

«Un altro maschietto!». Questo grido di gioia risuona il 10 maggio 1272 nella  casa della famiglia Tolomei, a Siena in Toscana (Italia). Il giorno stesso,  probabilmente, secondo la consuetudine generale di quel tempo, il bambino riceve il battesimo con il nome di Giovanni. Nella casa paterna lo attendono già due fratelli, e in seguito verranno altri due maschi e due femmine.

Giovanni viene al mondo in un ambiente caratterizzato da un gusto pronunciato per il denaro e il potere. La sua famiglia è impegnata dalla fine del XII secolo in attività commerciali e bancarie diventate molto prospere, che l'hanno posta al vertice della scala sociale, tra i potenti che esercitano un'influenza di prim'ordine, sia economica che politica, nella città di Siena. I Tolomei fanno parte di quei pionieri della banca moderna che vede la luce proprio a quell'epoca in Italia. Esercitano la loro attività commerciale nelle fiere dello Champagne dove si scambiano i drappi di Fiandra e le ricchezze venute d'Oriente, in particolare la seta e le spezie. Si spostano fino in Inghilterra per trattare acquisti di lana e prestiti alla corona. Figurano anche tra i banchieri del Papa, garantendo l'incasso e il trasporto dell'imposta pontificia con le attività di cambio che questo comporta. Il favore del Sommo Pontefice procura loro un facile accesso presso i vescovi, abati e capitoli ai quali forniscono prestiti. Nel lungo conflitto che oppone da più di due secoli l'imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, sostenuto dai «ghibellini», al Papa, sostenuto dai «guelfi», i Tolomei si schierano risolutamente dalla parte di questi ultimi. All'epoca in cui nasce Giovanni, il conflitto è risolto a favore del papato, ma gli spiriti rimarranno divisi ancora per molto.

Insigne giurista

L'Italia è famosa per aver favorito fin dall'Alto  Medioevo, in una élite laica urbana, la diffusione di una cultura ispirata all'Antichità classica. Giovanni vi riceve la migliore educazione. A contatto con il padre e gli zii, apprende i rudimenti delle tecniche commerciali e bancarie. Un'antica cronaca lo qualifica come «insigne giurista». Le sue competenze nel campo del diritto gli danno sicuramente la possibilità di arrivare alle cariche amministrative e diplomatiche della sua città. Viene anche chiamato «eccellente cavaliere», cioè membro del nucleo dell'esercito comunale richiesto dal clima di guerriglia permanente creato dai conflitti tra le città italiane. Spiritualmente, egli conosce le sue debolezze e si considera peccatore. È tuttavia sospinto dal clima religioso di Siena, la città dei santi. La Vergine ne è la patrona, e una «Maestà», Vergine in trono, circondata dagli apostoli, da angeli e santi, verrà condotta in processione all'altar maggiore del duomo nel giugno 1311. La dedica scritta in fondo al quadro legge: «Santa Madre di Dio, sii la causa del riposo di Siena», dove il riposo designa non solo la tranquillità temporale degli abitanti ma anche il loro riposo eterno. Tutta una rete di confraternite, associazioni spirituali di laici, garantisce ai suoi membri un solido sostegno per la vita interiore e la pratica della carità. Giovanni è probabilmente membro di quella che si riunisce in un celebre ospedale per l'assistenza ai malati e ai poveri. Vi si coltiva una spiritualità dell'ascesi e l'amore per la solitudine. Un cronista ci presenta Giovanni con queste parole: «Animato dal soffio del divino Spirito e toccato nell'intimo da un fervore appassionato, era molto legato ai suoi nobili amici senesi Patrizio de' Patrizi, Francesco e Ambrogio Piccolomini, e, meditando giorno e notte, aspirava alle realtà celesti. Astenendosi di comune accordo dalle frivolezze del mondo, si sforzavano di servire il Dio che tuona». Il riferimento al «Dio che tuona» è biblico e fa allusione all'episodio del dono dei dieci comandamenti sul Sinai (cf Es 19,16-19). Giovanni capisce che «la vera felicità non si trova né nella ricchezza o nel benessere, né nella gloria umana o nel potere, né in alcuna attività umana, per quanto utile possa essere, come le scienze, le tecniche e le arti, né in alcuna creatura, ma in Dio solo, sorgente di ogni bene e di ogni amore» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1723).

Un giorno del 1313, Giovanni e i suoi amici si dirigono verso un luogo chiamato Acona, che il discendente dei Tolomei ha ricevuto in eredità. Si tratta di un luogo completamente isolato e accessibile solo da un lato, poiché gli altri sono costeggiati da precipizi. Ispirati dallo Spirito di Dio, questi giovani lasciano la città dove si trovano molti ostacoli alle loro aspirazioni spirituali, e si ritirano in questo luogo solitario per iniziarvi una nuova esistenza e cercare Dio più intensamente.

Un nuovo modo di pensare

Il 28 giugno 2009, papa Benedetto XVI diceva, in occa- sione della chiusura dell'anno dedicato a san Paolo: «Nella Lettera ai Romani (cap. 12), ... l'apostolo san Paolo riassume il nucleo essenziale dell'esistenza cristiana... Innanzitutto afferma, come cosa fondamentale, che con Cristo è iniziato un nuovo modo di venerare Dio – un nuovo culto. Esso consiste nel fatto che l'uomo vivente diventa egli stesso adorazione, «sacrificio» fin nel proprio corpo. Non sono più le cose ad essere offerte a Dio. È la nostra stessa esistenza che deve diventare lode di Dio. Ma come avviene questo? Nel secondo versetto ci vien data la risposta: Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio« (12,2)... Diventiamo nuovi, se ci lasciamo afferrare e plasmare dall'Uomo nuovo Gesù Cristo... Paolo rende ancora più chiaro questo processo di «rifusione» dicendo che diventiamo nuovi se trasformiamo il nostro modo di pensare... Avremmo forse aspettato che [questo] riguardasse piuttosto qualche atteggiamento: ciò che nel nostro agire dobbiamo cambiare. Ma no: il rinnovamento deve andare fino in fondo. Il nostro modo di vedere il mondo, di comprendere la realtà – tutto il nostro pensare deve mutarsi a partire dal suo fondamento. Il pensiero dell'uomo vecchio, il modo di pensare comune è rivolto in genere verso il possesso, il benessere, l'influenza, il successo, la fama e così via. Ma in questo modo ha una portata troppo limitata. Così, in ultima analisi, resta il proprio «io» il centro del mondo... Dobbiamo imparare a prendere parte al pensare e al volere di Gesù Cristo. È allora che saremo uomini nuovi».

L'amicizia che lega Giovanni ei suoi compagni deriva dalla loro amicizia con Dio e la nota caratteristica della famiglia monastica che nasce si trova in questa comunione vissuta dai fondatori. Patrizio appartiene a quei mercanti molto ricchi che fanno parte della magistratura suprema della Repubblica senese. Stanco dei frequenti viaggi e di un'attività sterile per la sua anima, è entrato a far parte della confraternita a cui appartiene Giovanni. Egli porterà alla nuova comunità un prezioso contributo grazie alle sue competenze nei campi economico e amministrativo. È il compagno più vicino a Giovanni. Morirà nel 1347. Ambrogio proviene dallo stesso ambiente di Giovanni. Figlio di famiglia agiata che vive nell'ozio, gli ci vorrà coraggio per portare felicemente a termine la conversione intrapresa con i suoi amici. Morirà nel 1338. Non si sa se Francesco accompagnasse il gruppo dei fondatori. I tre amici trovano ad Acona un edificio in cui s'installano, scambiando il loro abiti di stoffa fine con vestiti poveri. Costruiscono un luogo di culto per cantarvi l'Ufficio divino e far celebrare i divini Misteri da sacerdoti di loro scelta, poiché nessuno di loro ha ricevuto il sacerdozio. La povertà li costringe a vivere del lavoro delle loro mani, cosa alla quale probabilmente non erano abituati. Coltivano qualche ortaggio e raccolgono i frutti che trovano sul posto. Tuttavia, questo lavoro non può da solo garantire il loro sostentamento; per questo lo integrano con le rendite dei possedimenti di Giovanni.

Solitudine e amicizia

«Assidui nell'orazione, assicura un cronista, con  un'attenzione estrema al silenzio, erano pieni d'ardore nel rendere lode a Dio». Il loro fervore e la loro gioia attirano altre anime e a poco a poco il nucleo iniziale cresce. «Desiderosi di dedicarsi in privato alla compunzione del cuore (pentimento pieno d'amore) e all'orazione – secondo ciò che Dio si degnava di accordare a ciascuno – cercavano il silenzio e la tranquillità gli uni nei boschi, gli altri nella loro piccola chiesa, altri ancora in grotte scavate nel terreno, alcuni infine in luoghi ancora più appartati; in questa solitudine, elevavano nella preghiera mani pure verso Dio, aprendo il loro animo sotto lo sguardo del Signore loro Dio». Tale solitudine è tuttavia temperata dal calore dell'amicizia e dalla loro unanimità.

Questa prova di vita monastica non passa inosservata e si diffondono i pettegolezzi su questi figli di famiglie agiate che vivono in mezzo ai boschi vestiti di un abito singolare. A quel tempo si sono sviluppati gruppi di francescani detti «spirituali» che, sotto l'apparenza di un attaccamento alla povertà radicale voluta da San Francesco d'Assisi, si sono costituiti in gruppi autonomi settari contro i quali il Papa ha promulgato misure severe . Un inquisitore ufficiale della Chiesa si reca quindi ad Acona. Le sue conclusioni, favorevoli agli asceti, li incoraggiano a farsi riconoscere come religiosi dal loro vescovo e ad adottare una Regola.

Un giorno, Giovanni si trova solo in preghiera quando vede innalzarsi davanti a lui una scala d'argento in cima alla quale si trovano il Salvatore e la sua santissima Madre, con abiti di un bianco sfolgorante; per questa scala, degli angeli scendono verso la terra mentre dei monaci, vestiti di bianco, salgono in cielo. Chiamando alcuni confratelli che si trovano nelle vicinanze, Giovanni fa loro condividere questa visione che contiene il presagio del futuro: la costruzione di un monastero che sarà per molti monaci bianchi una scala verso il cielo. «Il Signore appariva in piedi in cima alla scala, mostrandosi chiaramente sempre pronto ad aiutare coloro che combattono per il Regno dei cieli», afferma un autore contemporaneo. Quanto agli angeli, essi tengono per mano i monaci nella loro ascesa verso la patria celeste. Fortificati da questa manifestazione soprannaturale, i solitari di Acona scelgono di mettersi alla scuola di san Benedetto. Giovanni assume allora il nome di Bernardo, in memoria del cantore della Vergine Maria che fu nel XII secolo l'abate di Chiaravalle. Accompagnato da Patrizio, si reca ad Arezzo dove si trova il vescovo. Questi si mostra benevolo e generoso nei loro confronti e, il 26 marzo 1319, concede loro una carta che costituisce l'atto di nascita del monastero benedettino di Acona. La fondazione è dedicata alla Vergine Maria e prende il nome di «Santa Maria del Monte Oliveto», in ricordo non solo dell'aspetto naturale del luogo piantato di ulivi, ma soprattutto del giardino degli Ulivi dove Gesù amava recarsi con i suoi discepoli. I nuovi religiosi hanno ottenuto di distinguersi dagli altri benedettini indossando un abito bianco al posto di quello nero. Sono infatti monaci vestiti di bianco che sono apparsi loro sulla misteriosa scala.

Un incarico temuto poi accettato

Il 29 marzo, Bernardo, Patrizio e Ambrogio vengono  ufficialmente rivestiti dell'abito monastico, e fanno la loro professione religiosa nelle mani di un monaco dell'abbazia di Sasso, delegato dal vescovo per questa cerimonia. Resta da intraprendere la costruzione del monastero. Un prete nominato dal vescovo si reca ad Acona per scegliere il luogo più favorevole, piantare in terra una croce, posare la prima pietra dell'edifico e pronunciare le benedizioni di rito. All'indomani della fondazione, la comunità si riunisce per chiarire alcuni punti della vita monastica. La durata dell'incarico dell'abate è fissata a un anno, contrariamente all'uso abituale delle abbazie benedettine di eleggere un abate a vita. Il primo abate eletto non è Bernardo, che vuole nascondersi e fa valere lo stato carente della sua vista, bensì Patrizio. Nei due anni seguenti verranno eletti Ambrogio, e poi Simone di Tura. Nel settembre 1322, tuttavia, Bernardo Tolomei accetterà l'incarico di abate, su insistenza dei suoi confratelli, e, di anno in anno, verrà costantemente rieletto.

Le giornate monastiche si suddividono tra il canto dell'Ufficio divino, il lavoro manuale che occupa presso i nuovi monaci un posto importante, e la lettura. La costruzione della chiesa e del monastero richiede un duro e difficile lavoro, poiché i fratelli devono cuocere i mattoni al forno. Si dedicano inoltre alla coltivazione della vigna e ad altri lavori agricoli destinati a procurare il vitto per la comunità. L'abate veglia in particolare al clima di silenzio, anche sui luoghi di lavoro. La povertà è evidente nell'abbigliamento, nei pasti e nei letti, che non sono altro che sacchi riempiti di paglia. Ma questo regime monastico è modellato sulle condizioni di vita dei poveri di quel tempo.

L'insegnamento spirituale di Bernardo Tolomei, dopo la sua elezione ad abate, mette in risalto la virtù dell'umiltà alla quale riserva un posto centrale nella vita del monaco. La sua conversione personale alla vita monastica lo ha condotto agli antipodi dei valori esaltati nel mondo. Egli scrive a un corrispondente che accumulare le virtù senza l'umiltà equivale a gettare polvere al vento. Ma ricorda anche che la madre dell'umiltà è la carità. Solo Cristo può donare quest'ultima. Le cosa più importante di tutte è quindi aderire a Cristo che dona in abbondanza. La carità è da attuare in modo particolare nel «santissimo amore della comunità », che Bernardo pratica a un raro livello. Egli si mostra pieno di attenzione nei confronti di ciascuno dei suoi confratelli, specialmente dei più giovani; governa come un padre di famiglia, consapevole nello stesso tempo delle sue responsabilità e dei suoi limiti, fiducioso nell'assistenza dello Spirito Santo che si manifesta in particolare attraverso il consiglio dei fratelli riuniti in capitolo. Sulle lettere che invia, firma: «fra Bernardo abate, sebbene indegno, del monastero Santa Maria di Monte Oliveto».

Il mantenimento dell'unità

Ben presto, vescovi o signori laici, toccati dal fervore  dei nuovi monaci, chiedono fondazioni. La prima ha luogo a Siena, già nel 1322. Una ventina d'anni dopo, se ne conteranno dieci, spesso situate nelle vicinanze delle città, talvolta completamente isolate nella campagna. Per mantenere alla nuova famiglia monastica, che cresce rapidamente, la coesione di un'unità organica, i monaci la concepiscono come un unico monastero che si diffonde in luoghi diversi, i quali rimangono ciascuno legato e soggetto alla casa madre come le membra lo sono alla testa, al punto da costituire un unico corpo. In questa istituzione, vi è un solo abate, quello di Monte Oliveto, mentre le altre comunità sono governate da priori; queste ultime aggiungeranno d'altronde alla propria denominazione il nome di Monte Oliveto, per cui il monastero di Siena diventa, per esempio, «San Benedetto di Monte Oliveto di Siena». Il capitolo generale riunisce ogni anno, attorno alla comunità di Monte Oliveto, il priore e due delegati di ogni fondazione. L'abate comincia con il presentare le sue dimissioni, poi tutti si mettono all'ascolto dello Spirito Santo per fare il punto sulla vita della Congregazione. Una volta eletto o rieletto l'abate, è questi che presiede il capitolo e nomina i priori e i responsabili dei principali incarichi di ogni casa. Nell'intervallo tra due capitoli, l'abate visita i diversi monasteri o fa compiere questa visita da un delegato. Si può facilmente immaginare quanto costi a Bernardo Tolomei lasciare la sua solitudine. Deve inoltre sopportare il peso della corrispondenza con i benefattori e con le persone che si rivolgono a lui e, naturalmente, prendersi una cura paterna dei suoi confratelli. Per ottenere l'approvazione della sua famiglia monastica, il santo invia due delegati presso il papa francese Clemente VI, egli stesso monaco benedettino, che risiede ad Avignone. Il 21 gennaio 1344, il Papa accoglie le richieste formulate nella supplica di Bernardo. Si tratta dell'atto di nascita ufficiale di questa Congregazione, che conta allora centosessanta monaci suddivisi tra il monastero di Monte Oliveto e dieci fondazioni.

Raggiunta un'età avanzata, Bernardo aspira a ritirarsi dal governo, ma il 4 maggio 1347 il capitolo generale lo elegge di nuovo, «con piena fiducia che, a causa della sua santità, non si scosterebbe dalla volontà di Dio né dalla salvezza delle anime dei suoi fratelli e figli»; preziosa testimonianza che ci è lasciata dai suoi contemporanei.

All'inizio del 1348, la peste nera, che colpirà l'Europa intera, si diffonde a velocità fulminea in tutta l'Italia del nord. La paura del contagio induce all'abbandono degli ammalati: «Il disastro, scrive un autore contemporaneo, aveva gettato tanto spavento nel cuore degli uomini e delle donne che il fratello abbandonava il fratello, lo zio abbandonava il nipote, la sorella abbandonava il fratello, spesso anche la moglie abbandonava il marito. Si verificava anche un avvenimento più grave e difficilmente credibile. I padri e le madri evitavano di andare a vedere i figli e di aiutarli, come se non appartenessero più a loro». Di fronte a una così grande calamità, Bernardo Tolomei, lungi dal mettersi al riparo dal contagio, lascia la solitudine di Monte Oliveto e si reca al monastero di Siena dove i suoi monaci sono più esposti, per fornire loro il conforto della sua presenza e della sua assistenza spirituale. Si può verosimilmente supporre che, insieme a loro, egli si prenda anche cura degli ammalati isolati o abbandonati della città. Ma, a sua volta, contrae la malattia. Il 20 agosto, circondato da alcuni fratelli sopravvissuti, e proteso con tutta la sua fede verso il suo Signore che sa presente al suo fianco con la sua gloriosa Madre, rende l'anima a Dio. Il suo corpo, sepolto in fretta a causa del contagio, non è mai stato ritrovato, come se il santo volesse dirci di non volgere i nostri sguardi verso di lui, ma verso Cristo.

La famiglia monastica del santo è fortemente colpita dal flagello poiché ottanta fratelli soccombono contemporaneamente al loro padre, vale a dire circa la metà del numero totale. Ma la sua vitalità è tale che in una dozzina d'anni essa si ricostituisce e prosegue il suo sviluppo. Oggi, è presente al di là delle frontiere dell'Italia, fino in Corea, nelle Hawaii e nel Ghana, il che ha modificato la sua organizzazione pur lasciando intatta la profonda comunione dei suoi membri, ereditata dalle origini. Si è anche aperta a diverse forme di presenza femminile, in particolare grazie a santa Francesca Romana (1384-1440).

Rafforzare l'uomo interiore

Bernardo Tolomei è stato canonizzato ili 26 Aprile  2009 da papa Benedetto XVI. La sua vita ci ricorda un messaggio essenziale già insegnato da san Paolo (Ef 3,16) e ripreso dal Santo Padre: «L'uomo interiore deve rafforzarsi – è un imperativo molto appropriato per il nostro tempo in cui gli uomini così spesso restano interiormente vuoti e pertanto devono aggrapparsi a promesse e narcotici, che poi hanno come conseguenza un'ulteriore crescita del senso di vuoto nel loro intimo. Il vuoto interiore – la debolezza dell'uomo interiore – è uno dei grandi problemi del nostro tempo. Deve essere rafforzata l'interiorità – la percettività del cuore; la capacità di vedere e comprendere il mondo e l'uomo dal di dentro, con il cuore. Noi abbiamo bisogno di una ragione illuminata dal cuore, per imparare ad agire secondo la verità nella carità. Questo, tuttavia, non si realizza senza un intimo rapporto con Dio, senza la vita di preghiera. Abbiamo bisogno dell'incontro con Dio, che ci vien dato nei sacramenti. E non possiamo parlare a Dio nella preghiera, se non lasciamo che parli prima Egli stesso, se non lo ascoltiamo nella parola che ci ha donato» (Discorso per la chiusura dell'anno paolino, il 28 giugno 2009).

Preghiamo il Signore, perché ci aiuti a riconoscere l'ampiezza del suo amore. Che Cristo abiti nei nostri cuori e faccia di noi degli uomini nuovi, testimoni della verità nella carità!

Dom Antoine Marie osb

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