Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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1 dicembre 2010
Avvento


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Primavera 1944. Tutta l'Europa centrale è occupata dalla Germania nazista. Facendo pressione sul governo ungherese, Hitler ha ottenuto un decreto che costringe gli ebrei di questo paese a risiedere in ghetti; questo in vista della loro prossima deportazione. A Pentecoste, durante un'omelia pronunciata davanti alle autorità civili, un vescovo reagisce con queste parole: «Chi rinnega il comandamento di base del cristianesimo sulla carità, e sostiene che ci sono uomini e razze che si devono odiare; chi sostiene che si possono opprimere i neri o gli ebrei dovrebbe, anche se si vanta di essere cristiano, essere considerato come un pagano... Se partecipa a simili azioni o le incoraggia commette un peccato grave e non può riceverne l'assoluzione, fino a che non ha fatto riparazione». Contemporaneamente, il prelato scrive una lettera al ministro degli Interni per ricordargli le sue responsabilità davanti a Dio. Il funzionario reagisce con una minaccia di internamento alla quale il vescovo risponde solamente: «Sono pronto». Chi era questo coraggioso testimone di Gesù Cristo?

«Vi suonerò delle cose così belle»

Vilmos (Guglielmo) Apor è nato il 29 febbraio 1892  a Segesvár in Transilvania (regione allora ungherese, oggi rumena). La famiglia conterà nove figli di cui quattro moriranno in tenera età; Vilmos è il settimo. Suo padre, il barone Apor, giurista eminente discendente di una famiglia illustre, viene nominato nel 1895 segretario di Stato dell'imperatore Francesco Giuseppe; si stabilisce a Vienna con la sua famiglia, ma morirà già nel 1898 a quarantasette anni. Il piccolo Vilmos, sgomento al veder piangere sua madre, le dice con tenerezza: «Mamma, sto imparando il violino; vi suonerò delle cose così belle che dimenticherete la morte di Papà ». La vedova alleva i suoi figli con fermezza, molto attenta alla loro educazione religiosa. Vilmos studia con successo dai Gesuiti. Si fa apprezzare dai suoi compagni per il suo temperamento affabile, anche se determinato. Se a volte si scalda nelle discussioni, non manca di chiedere perdono a coloro che ha offeso.

Fin da bambino, Vilmos ha sentito la chiamata di Dio: sarà prete. Alla fine del 1909, viene ricevuto dal vescovo di Györ, suo parente, nel numero dei seminaristi di quella diocesi della zona nord-occidentale dell'Ungheria. Dopo aver conseguito presso i Gesuiti un dottorato in teologia, viene ordinato prete il 24 agosto 1915. È la guerra; il suo fratello maggiore è allora al fronte, mentre la madre e le sorelle curano i feriti.

Dopo aver seguito il suo vescovo, trasferito presso la sede di Nagyvárad (oggi Oradea) in Transilvania (sud-est dell'Ungheria), Vilmos viene nominato viceparroco di Gyula. Dapprima cappellano della Croce Rossa su diversi fronti durante l'ultimo periodo della guerra, ritorna all'inizio del 1919 a Gyula, questa volta come parroco. Vi resterà venticinque anni. Pur non essendo un predicatore travolgente, padre Apor tocca i suoi fedeli nell'intimo con la forza di convinzione che gli viene dalla sua fede profonda. Nel ministero della confessione, la sua carità gli conquista tutti i cuori. L'arrivo del giovane sacerdote coincide con un periodo difficile: dopo la sconfitta militare dell'Austria-Ungheria, subentra la breve ma violenta dittatura comunista di Béla Kun. Il comitato rivoluzionario decreta l'abolizione dell'insegnamento della religione; Vilmos organizza una manifestazione davanti al municipio e costringe il comitato a revocare questa misura. Poi l'Ungheria viene occupata dalla Romania; per intimidire la popolazione, il comando militare prende ostaggi tra gli ufficiali ungheresi; ma padre Apor andrà fino a Bucarest per ottenere, attraverso l'intercessione della regina Maria di Romania, un ordine di liberazione per questi ostaggi.

Il trattato di Trianon (1920) smembra l'Ungheria; la Transilvania viene annessa alla Romania. Gyula rimane ungherese, ma è ormai in zona di confine, il che provoca il suo declino economico. Il vescovo Ottokár Proháska esorta la popolazione a una profonda conversione, ricordando il glorioso passato cattolico del paese di santo Stefano (997-1038), il primo «re apostolico» d'Ungheria. Questo appello viene ampiamente ascoltato; Vilmos Apor si adopera con entusiasmo alla rinascita religiosa e sociale. Nel 1921, fonda nella sua parrocchia l'Azione Cattolica per lavorare alla cristianizzazione delle famiglie e della società; nel 1922 si tiene una missione popolare. Il parroco di Gyula è a disposizione dei suoi parrocchiani fino a tarda sera; a sua madre che gli consiglia di risparmiarsi, risponde: «Non posso rimandare indietro i fedeli nel momento in cui hanno forse più bisogno di me». La sua generosità è sconfinata: arriva fino a dare i suoi abiti più indispensabili (le sue scarpe, per esempio) ai bisognosi; viene chiamato il «parroco dei poveri». Ama prendersi cura dei giovani, che conquista con il suo entusiasmo comunicativo, e dei disabili. Lo si vede spesso celebrare la Messa nelle case di riposo per gli anziani. Ma la sua opera prediletta è un centro che ha fondato per degli orfani.

Tutte queste attività non impediscono a padre Apor di mettere al primo posto la sua vita spirituale. Lo si vede spesso in preghiera nella cattedrale; ogni anno, partecipa a un ritiro ignaziano presso i Gesuiti. Molto attento a vivere in modo esemplare il suo celibato sacerdotale, combatte i moti di sensualità con la preghiera, la penitenza, la temperanza nei pasti e una sana attività fisica; con le donne, è cortese ma riservato.

Vescovo in piena guerra

Nel maggio del 1938 si tiene a Budapest un  Congresso eucaristico internazionale, presieduto dal Segretario di Stato di papa Pio XI, Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII. La situazione politica è minacciosa: Hitler ha appena annesso l'Austria e la minaccia nazista pesa ormai sulla vicina Ungheria. Le encicliche di Pio XI sulle questioni scottanti del momento (Mit Brennender Sorge e Divini Redemptoris, 1938) contro il nazional-socialismo e il comunismo vengono pubblicate in lingua ungherese in più di due milioni di esemplari. Vilmos Apor viene chiamato a collaborare all'azione governativa per contrastare la penetrazione dell'ideologia nazista. Nel gennaio 1941, papa Pio XII lo nomina vescovo di Györ. La consacrazione episcopale ha luogo a Gyula (l'avevano chiesto con insistenza i parrocchiani). Un partecipante ha riferito le sue impressioni: «Quando il nuovo vescovo ebbe ricevuto la mitra e il pastorale e benedetto l'assemblea, notai con stupore a che punto il suo viso e tutto il suo aspetto fisico fossero trasformati; era come trasfigurato. Si constatava in lui in modo visibile la grazia della successione apostolica». Il prelato sceglie come motto «Crux firmat mitem, mitigat fortem» (la croce rende forte il mite, e mite il forte). Constatando che i suoi sacerdoti avevano difficoltà a confidarsi con il loro pastore, li accoglie con cordialità e tiene ogni giorno tavola imbandita all'ora di pranzo, il che non era la consuetudine a quell'epoca; fornisce loro assistenza su tutti i piani. Questa bontà paterna non gli impedisce di essere esigente, con particolare riguardo al modo di celebrare la Messa e l'Ufficio divino. Mons. Apor sorveglia da vicino la formazione e il comportamento dei suoi seminaristi. Riceve i fedeli con una pazienza instancabile e li soccorre spesso con le sue risorse personali; persino gli alcolizzati e i più noti pigri non vengono respinti.

Il Vescovo di Györ conosce la dottrina sociale della Chiesa, esposta in particolare da Pio XI nell'enciclica Quadragesimo Anno (1931). È consapevole del ritardo accumulato dall'Ungheria nel campo della protezione sociale. I vescovi ungheresi erano allora grandi proprietari terrieri; mons. Apor desidera realizzare una riforma agraria. Ma la guerra in corso non gli permetterà di portare a termine questo progetto. Egli cercherà almeno di essere un padrone equo per i fittavoli che coltivano le terre episcopali. Il vescovo soffre molto nel vedere gli operai conquistati dall'ideologia socialista allontanarsi dalla Chiesa. Approfitta di ogni occasione per incontrarli e si occupa, su mandato dell'episcopato ungherese, delle organizzazioni di giovani lavoratori cristiani.

Vilmos Apor ha assunto il suo incarico di vescovo in piena guerra. Il Terzo Reich, dopo aver attaccato l'Unione Sovietica nel giugno 1941, cerca di trascinare l'Ungheria nella sua folle impresa. A lungo, i dirigenti ungheresi riescono a temporeggiare. Nell'agosto 1943, il vescovo di Györ diventa il presidente del «Movimento cattolico sociale», fondato da notabili che si propongono di creare le condizioni per una rinascita cristiana dell'Ungheria dopo la guerra. Vogliono sperare che l'America eviterà al loro paese di cadere sotto il giogo comunista. A partire dall'occupazione tedesca in Ungheria (19 marzo 1944), l'aviazione anglo-sassone bombarda a tappeto le città; il 13 aprile, un bombardamento su Györ distrugge la fabbrica principale, provocando cinquecentosessantaquattro morti e millecento feriti. La città verrà ancora bombardata ventiquattro volte prima della fine della guerra. Il vescovo si adopera a consolare e a soccorrere la popolazione.

Il momento della resa dei conti verrà

Tuttavia, nel giugno del 1944 inizia la deportazione  degli ebrei dall'Ungheria verso i campi di concentramento tedeschi. Il vescovo cerca di aiutare le vittime con l'invio di viveri e di abiti, e chiede di render loro visita, il che gli viene negato. Invia allora a Hitler un telegramma formulato in questi termini: «I comandamenti divini s'impongono anche al Führer. Verrà il momento in cui dovrà rendere conto a Dio e al mondo delle sue azioni». Questo ammonimento ricordava al dittatore il carattere ineluttabile del Giudizio finale, in cui verrà fissata la sorte eterna di ogni uomo. Gesù Cristo ci ha avvertiti: Quanti avranno fatto il bene risusciteranno per la vita, quanti avranno fatto il male per la dannazione (Gv 5,28-29)... E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna (Mt 25,31.32.46).

«Il giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1040).

Nell'ottobre 1944, Hitler impone all'Ungheria un governo a lui asservito, guidato da Szálazy. Ben presto il cardinale primate Serédi rimprovera vivamente a quest'ultimo la sua politica di persecuzione contro gli ebrei. Il nunzio apostolico di papa Pio XII in Ungheria, mons. Rotta, riesce, in collaborazione con quattro am–bascia–tori di potenze neutrali (Svezia, Svizzera, Spagna e Portogallo), a salvare la vita di molti ebrei. Per parte sua, mons. Apor nasconde parecchi ebrei nel suo palazzo vescovile o nel sottotetto della cattedrale. Uno di loro, che nessuno a Györ aveva osato ospitare, racconterà la cordiale accoglienza ricevuta al vescovado e l'impegno personale del vescovo per trovargli un nascondiglio più sicuro a Budapest.

Il 31 ottobre 1944, mons. Mindszenty, vescovo di Veszprém, scrive una petizione a Szálazy per scongiurarlo di deporre le armi, per impedire l'occupazione e il saccheggio dell'ovest del paese da parte dell'Armata Rossa. Firmata da mons. Apor, questa petizione non avrà altra risposta che l'arresto di mons. Mindszenty. A Natale, i sovietici raggiungono Esztergom, la capitale religiosa dell'Ungheria. Mons. Apor ha potuto constatare, nel corso della prima offensiva dell'Armata Rossa, quale tipo di liberazione attendeva gli ungheresi: ovunque vengono segnalati saccheggi, massacri e stupri. Nel marzo 1945, la linea di difesa tedesca crolla e i russi si precipitano verso Györ. Nella città si svolgono terribili combattimenti di strada. Il 28 marzo, Mercoledì Santo, la torre della cattedrale crolla in fiamme, dando fuoco a tutto l'edificio. Il vescovo si è ritirato nella sua residenza, risparmiata dai bombardamenti, dove ha ospitato un gran numero di profughi; nella vasta cantina si sono nascoste un centinaio di donne che hanno paura di essere violentate.

Non rimanere impassibili

Le violenze sessuali esercitate contro le donne non  sono purtroppo né un male recente, né un crimine appartenente al passato. Nella sua Lettera alle donne del 29 giugno 1995, papa Giovanni Paolo II scriveva (n. 5): «Come non ricordare la lunga e umiliante storia - per quanto spesso «sotterranea» - di soprusi perpetrati nei confronti delle donne nel campo della sessualità? Alle soglie del terzo millennio non possiamo restare impassibili e rassegnati di fronte a questo fenomeno. È ora di condannare con vigore, dando vita ad appropriati strumenti legislativi di difesa, le forme di violenza sessuale che non di rado hanno per oggetto le donne. In nome del rispetto della persona non possiamo altresì non denunciare la diffusa cultura edonistica e mercantile che promuove il sistematico sfruttamento della sessualità, inducendo anche ragazze in giovanissima età a cadere nei circuiti della corruzione e a prestarsi alla mercificazione del loro corpo».

Deciso a qualsiasi sacrificio per proteggere contro la forza bruta la castità e l'onore delle donne rifugiate presso di lui, mons. Apor attende con calma i soldati sovietici. Il mercoledì sera, i primi fanno irruzione nel vescovado, urlando e brandendo mitragliatrici. Egli porge loro orologi e altri oggetti destinati a rabbonirli. Tutta la notte, rifiuta di andare a riposarsi dicendo: «Devo stare qui nel caso succedesse qualche cosa». Il giorno successivo, celebra la Messa nella cantina dove sono rifugiate le donne. Senza sosta compaiono nuovi soldati, che rubano e percuotono i profughi. Un soldato ingiunge al vescovo di lasciar libero l'accesso alla cantina. Poiché egli rifiuta, un altro grida al suo compagno: «Mandagli qualche pallottola nel ventre!» Tuttavia, Vilmos non si muove. Trascorre di guardia una seconda notte bianca – quella tra il Giovedì e il Venerdì Santo – e legge ai fedeli il racconto della Passione.

Il venerdì, mons. Apor invia due sacerdoti a chiedere al comando sovietico la sua protezione per le persone rifugiate nel vescovado; un ufficiale risponde loro cinicamente che i «partigiani» russi hanno il diritto di fare quello che vogliono. Verso le 19, si presenta un gruppo di soldati ubriachi, guidati da un maggiore – già venuto quella stessa mattina per spiare. Fingendo amabilità, il sottufficiale esige che gli vengano affidate le giovani donne, le quali stanno in quel momento preparando una minestra per i poveri, «per andare a sbucciare patate e fare piccoli lavori di cucito»; ed entra nella cantina con alcuni soldati. Il vescovo si precipita dietro di loro; al maggiore, che gli ha ripetuto la sua esigenza, promette che invierà un gruppo di volontari, uomini e donne anziani, per soddisfare la richiesta.

«Zio Vilmos... Aiuto!»

Ma il tono sale, i militari sono sempre più imperio- si, e il vescovo irremovibile nel suo rifiuto di lasciar andare via le giovani donne; conosce fin troppo bene il destino che le attende. Il maggiore, al colmo del furore, afferra il vescovo; impugna la pistola, ma non osa sparare. Mons. Apor approfitta della sua esitazione per spingerlo fuori dalla cantina; poi si apposta davanti all'ingresso. A questo punto, sente grida di panico: «Zio Vilmos... Aiuto!... » I soldati rimasti in basso si disponevano a portar via le giovani donne. Mons Apor si precipita nella cantina, seguito da suo nipote, da due preti e dal maggiore. Senza alcuna preoccupazione per la sua sicurezza, il vescovo grida rivolto alla soldataglia: «Fuori! Fuori!» Al che, fuori di sé, il maggiore, o uno dei suoi uomini, fa fuoco. Il vescovo viene colpito da tre pallottole: una attraversa solo i suoi abiti, la secondo gli fa un graffio in fronte, la terza gli arriva in profondità nel ventre. Suo nipote Sándor Pálffy, di 17 anni, che aveva cercato di coprire lo zio con il suo corpo, viene anch'egli ferito. Temendo una punizione da parte dei loro capi, i soldati abbandonano precipitosamente il palazzo vescovile.

Un medico presente constata che è necessaria un'operazione per estrarre il proiettile. Molto calmo, mons. Apor, al quale viene chiesto se ha male, risponde: «Ringrazio Gesù di poter soffrire un Venerdì Santo». L'ambulanza che lo trasporta in ospedale viene fermata da soldati russi che, nella speranza di un bottino, salgono a bordo e puntano le loro lampade a torcia sul volto del ferito. Questi li guarda con dolcezza e li benedice. Dopo l'operazione, Vilmos Apor, mezzo cosciente, esclama più volte: «Sì! sì! sì!...» Confida poco dopo a sua sorella Gizella che è stato per un momento spaventato dalla croce che lo attende, e che questi «sì» sono stati l'espressione della sua accettazione, per amore di Dio, delle sofferenze e della morte. Il giorno dopo, un sacerdote gli rende visita e gli assicura che nessuna delle donne rifugiate nel palazzo vescovile è stata violentata. Il vescovo, pieno di gioia, sorride e mormora: «Ne valeva la pena... Ringrazio il Buon Dio di aver accettato il mio sacrificio!» Il cancelliere del vescovado, che è andato a sporgere denuncia alle autorità sovietiche, viene congedato con indifferenza. Ben presto scoprirà i numerosi abusi dei soldati dell'Armata Rossa, coperti dai loro ufficiali. Ma osserverà che la protezione celeste si è estesa su quelle donne per le quali mons. Apor ha accettato di rischiare la sua vita.

«Ne valeva la pena... » In un discorso del 9 febbraio 2008, papa Benedetto XVI ha confermato che la difesa della dignità della donna contro i comportamenti che tendono a ridurla a un oggetto «vale la pena»: «Ci sono luoghi e culture dove la donna viene discriminata o sottovalutata per il solo fatto di essere donna, dove si fa ricorso persino ad argomenti religiosi e a pressioni familiari, sociali e culturali per sostenere la disparità dei sessi, dove si consumano atti di violenza nei confronti della donna rendendola oggetto di maltrattamenti e di sfruttamento nella pubblicità e nell'industria del consumo e del divertimento. Dinanzi a fenomeni così gravi e persistenti ancor più urgente appare l'impegno dei cristiani perché diventino dovunque promotori di una cultura che riconosca alla donna, nel diritto e nella realtà dei fatti, la dignità che le compete».

Il martirio, una Pasqua personale

Nel frattempo, i dolori del prelato diventano insop- portabili. Egli può appena mormorare: «Offro le mie sofferenze per i miei fedeli». La mattina di Pasqua, si comunica. Verso sera, la sua pressione si abbassa e il medico riscontra una peritonite. Il morente si confessa e riceve l'Estrema Unzione. Riesce a dire: «Saluto i miei sacerdoti; che restino fedeli alla Chiesa e annuncino con coraggio il Vangelo!... » Poi perdona ai suoi assassini e offre la sua vita in riparazione per la sua patria; Vilmos Apor rende l'anima a Dio il Lunedì di Pasqua 2 aprile 1945, all'una del mattino. Il 9 novembre 1997, papa Giovanni Paolo II lo ha elevato agli onori degli altari e fa il suo elogio con queste parole: «Ad immagine del Buon Pastore che offre la vita per le sue pecore (cfr Gv 10,11), il nuovo Beato visse in prima persona l'adesione al Mistero pasquale fino al supremo sacrificio della vita. La sua uccisione avvenne proprio nel giorno del Venerdì Santo: fu colpito a morte mentre difendeva il suo gregge. Egli ha così sperimentato, mediante il martirio, una propria singolare Pasqua... Possa mons. Vilmos Apor incoraggiare i credenti a seguire senza esitazione Cristo nella propria vita. Questa è la santità a cui ogni battezzato è chiamato!»

I funerali del vescovo-martire vennero celebrati nell'arcivescovado, all'altare di Maria, «Patrona d'Un-gheria». Egli venne sepolto molto discretamente nella cappella dei Carmelitani. Si era previsto di trasferire i suoi resti mortali nella cattedrale dopo il suo restauro, nel 1948 - il monumento funerario era terminato -, ma il governo comunista lo vietò. Solo nel 1986 le spoglie hanno potuto esservi trasportate.

L'11 maggio 2007, Benedetto XVI diceva: «Il mondo ha bisogno di vite limpide, di anime chiare, di intelligenze semplici, che rifiutino di essere considerate creature oggetto di piacere. È necessario dire no a quei mezzi di comunicazione sociale che mettono in ridicolo la santità del matrimonio e la verginità prima del matrimonio. È proprio ora che ci è data nella Vergine Maria la miglior difesa contro i mali che affliggono la vita moderna; la devozione mariana è la sicura garanzia di protezione materna e di tutela nell'ora della tentazione.

Chiediamo a Dio, attraverso l'intercessione di Maria, Madre sempre Vergine, e del beato Vilmos Apor, la grazia di stimare la virtù della castità, e di essere pronti a qualsiasi sacrificio per difenderla in noi e negli altri.

Dom Antoine Marie osb

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