Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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21 settembre 2010
San Matteo, apostolo ed evangelista


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Tolone, 8 gennaio 1932: una nave si appresta a salpare. Sul ponte, il signore e la signora Bazin de Jessey, sentendosi stringere il cuore, abbracciano un'ultima volta la loro figlia Solange, di 26 anni; non si rivedranno più. Rispondendo alla chiamata di Gesù, lei lascia tutto per entrare in una congregazione di suore indigene in Papua Nuova Guinea.

Yves e Élisabeth Bazin de Jessey abitano al «Montmarin», una bella tenuta vicino a Saint-Malo. Dopo due anni di matrimonio, non hanno ancora figli. Una mattina, Yves, zaino in spalle, bastone in mano, parte in pellegrinaggio per Sainte-Anne d'Auray. Pochi mesi dopo, arriva il bambino tanto atteso: un maschietto che sarà seguito da sei bambine. Solange, la quarta, vede la luce il Giovedì Santo, 12 aprile 1906. La famiglia risiede per una parte dell'anno a Parigi, ma la Grande Guerra viene a sconvolgere la sua vita. Come padre di sette figli, Yves è automaticamente dispensato dagli obblighi militari; tuttavia, si arruola volontariamente, in obbedienza al senso del dovere. Ritornerà, grazie a Dio, illeso. Durante la guerra, Élizabeth assume da sola il pesante onere dell'educazione dei figli. Applica a suo modo il consiglio di san Paolo: Sforzatevi di vincere il male con il bene, e preferisce agire piuttosto con la ricompensa che con la punizione. Qualche anno dopo, Solange annoterà queste frasi rivelatrici: l'educazione «è ciò che il bambino respira nell'atmosfera in cui si trova, il linguaggio involontario, inconsapevole dei suoi genitori e dell'ambiente circostante, e non i loro consigli ufficiali né le loro lezioni regolari; le parole che gli adulti dicono davanti a loro senza accorgersene. È attraverso queste espressioni non intenzionali che l'intimo pensiero dei genitori si fa conoscere al bambino. Ecco che cosa è l'educazione».

« Il mio unico sostegno »

Nel corso della sua istruzione scolastica, Solange arri- va spesso ad essere tra i migliori della classe. Vi mette un tale entusiasmo che si rattrista un po' quando ottiene solo un voto un po' più basso. Desiderio umano, ma che è accompagnato da esigenze spirituali: il ritiro a cui partecipa ogni anno è l'occasione per il bilancio dei mesi trascorsi, delle risoluzioni per l'avvenire. «Voglio uscire da questi giorni con l'anima purificata, ardente nel fare il bene, amante della mortificazione, amando Dio come mio unico sostegno» (25 marzo 1919). Senza mai affrettarsi – la si potrebbe credere noncurante, perché è fantasiosa, distratta, talvolta imprecisa – trova il tempo di dedicarsi alla musica: pianoforte, canto, poi il violino che presto l'appassiona. A casa, le sorelle maggiori la rispettano, i più giovani la ammirano. Le viene persino chiesto di arbitrare piccole controversie familiari. Sorge una discussione tra le figlie maggiori e i loro genitori riguardo alle libertà da conquistare? Solange ascolta in silenzio, rattristata se il tono si alza un po'. Qualche ora dopo, sua sorella troverà nella propria camera un biglietto con una sintesi chiarificatoria così discreta e così opportuna che la maggiore trova del tutto naturale piegarsi al giudizio della sua sorella minore. Durante l'estate, Solange apprezza l'incantevole cornice del Montmarin, dove ama fare esercizio fisico dopo i lunghi mesi di studio: tennis, nuoto, lunghe gite in bicicletta, tutte attività incoraggiate dai genitori che, fin da quell'epoca, lottano contro l'abitudine allora emergente di «stravaccarsi»1 al sole. Gli amici vengono calorosamente accolti al Montmarin. Nel 1911, c'era stata la visita di un cugino di Yves de Jessey, mons. Alain de Boismenu, religioso dei Missionari del Sacro Cuore di Issoudun. Era stato inviato in Nuova Guinea, poi innalzato alla dignità episcopale nel 1900. Con la sua intensa attività apostolica, «il vescovo dal cuore di leone» era riuscito a far vacillare la cittadella del paganesimo che era la Papuasia. Al Montmarin, colpito dalla personalità della piccola Solange, bambina così curiosa e così appassionata, lo zio la soprannominava la sua «Piccola Sorgente», a tal punto era incantevole la limpidezza del suo sguardo. Nel 1920, si attende di nuovo il missionario. «Quest'anno, annota Solange, è stato segnato per me dalla venuta al Montmarin del Santo che abbiamo per zio. Salire più in alto deve essere d'ora innanzi la mia preoccupazione costante». Quando scopre che il mondo non è l'ambiente protetto in cui è vissuta fino ad allora, scrive: «Ora che ho un po' gustato i piaceri del mondo, capisco quanto siano inebrianti, attraenti e pericolosi. Mio malgrado li amo e mi ci diverto».

Un'aspirazione più elevata

Dopo aver conseguito il diploma di maturità, allo  scopo di approfondire la lingua inglese, Solange trascorre un anno con una delle sue sorelle nel pensionato delle monache benedettine di Sainte-Cécile di Solesmes, allora in esilio a Ryde, sull'isola di Wight. Le due sorelle sono così felici in questo luogo dove la bellezza è messa al servizio di Dio, e dove la letizia benedettina fa già pregustare il Cielo, che i loro genitori si chiedono se verranno loro restituite le figlie. Sì, ritornano; tuttavia, è lì che, per la prima volta, Solange ha pensato alla sua vocazione. Al ritorno, non si sottrae alle attività mondane, ma è evidente che il mondo non la appaga. Si prepara allora per uno dei concorsi della École Normale de Musique, a Parigi. Tuttavia, questa allieva così appassionata della musica e così desiderosa di liberarsi dalle pastoie della tecnica per trarre dal suo violino un'armonia sempre più pura, lascia capire al suo maestro che, per lei, la musica non è un fine, che vi è in lei un'aspirazione più elevata. Scriverà in seguito: «Dio ha permesso che la musica fosse uno dei canali che mi hanno condotta a Lui. Mi ha fatto amare l'armonia in tutte le cose. E l'ho trovata realizzata in modo supremo nella carità».

A Sydney, il 19 luglio 2008, Benedetto XVI così esortava i giovani: «Fate sì che la vostra fede maturi attraverso i vostri studi, il lavoro, lo sport, la musica, l'arte. Fate in modo che sia sostenuta mediante la preghiera e nutrita mediante i sacramenti, per essere così sorgente di ispirazione e di aiuto per quanti sono intorno a voi. Alla fine, la vita non è semplicemente accumulare, ed è ben più che avere successo. Essere veramente vivi è essere trasformati dal di dentro, essere aperti alla forza dell'amore di Dio. Accogliendo la potenza dello Spirito Santo, anche voi potete trasformare le vostre famiglie, le comunità, le nazioni».

Nel 1926, Pio XI, nella sua enciclica Rerum Ecclesiae, dava un impulso vigoroso all'apostolato missionario nel mondo intero. Consacrarsi alle missioni, condurre le nazioni a Cristo sono obiettivi che attirano Solange. Suo zio potrebbe forse aiutarla a scoprire il disegno di Dio su di lei. Mons. Boismenu è atteso per l'appunto in quell'autunno 1930. L'accoglienza è tanto più calorosa per il fatto che lo si sa addolorato per la morte della «Madre dei Papua», madre Marie-Therese Noblet (1899-1930), superiora della congregazione fondata dal vescovo missionario, le «Serve di Nostro Signore», chiamate «Ancelle». Solange chiede allo zio se lei non potrebbe andare a continuare l'opera di madre Marie-Therese. «Vedremo», risponde egli semplicemente. Ma, da quel momento, egli sa che Dio ha ascoltato la sua preghiera ed esaudito i suoi voti. Incoraggia la nipote a pazientare, a pregare e a riflettere. L'11 febbraio 1931, Solange partecipa a una conferenza tenuta dal vescovo a Parigi, ed è per lei una rivelazione. «La grazia della chiamata, scrive alla madre badessa di Ryde, con la sua grande luce interiore, mi si è imposta talmente che ne sono stata sconvolta, fisicamente e psicologicamente». Sente il compito al di sopra delle proprie forze, ma, «poiché Nostro Signore mi ha fatto la grazia tanto grande, prosegue, di darmi una certezza assoluta sulla mia vocazione, nonostante tutto, sono armata di grande fiducia». Messi al corrente di questa vocazione, Yves ed Élisabeth, nonostante il colpo durissimo e del tutto inaspettato, considerano subito questa chiamata dal solo punto di vista della fede e della prudenza. Consultano l'arcivescovo di Parigi, il cardinale Verdier, che vi vede la mano di Dio. All'obiezione: perché andare così lontano quando c'è tanto da fare in Francia? Solange risponde: «Io non mi faccio religiosa per servire la Francia, ma per servire Dio, là dove Lui mi vuole». Aveva pensato al Carmelo, con l'idea di lavorare con la preghiera per la missione di Papuasia; «ma Dio, soggiunge, ha messo in me un amore così grande per la sua carità che soffrirei molto a non prodigare tutte le mie forze, tutte le mie possibilità apostoliche per farlo amare amando i suoi figli e le sue figlie più diseredati come Lui ci ha amati. E la grazia di Dio mi ha molto cambiata perché non ero così».

L'esempio di Solange è un incoraggiamento per i giovani di oggi a rispondere all'appello di papa Benedetto XVI, il 20 luglio 2008, alla GMG di Sydney: «La Chiesa ha specialmente bisogno del dono dei giovani, di tutti i giovani... Non abbiate paura di dire il vostro «sì» a Gesù, di trovare la vostra gioia nel fare la sua volontà, donandovi completamente per arrivare alla santità e facendo uso dei vostri talenti a servizio degli altri!

Delle regole adattate

Solange trascorre diversi mesi presso la casa madre  delle Francescane Missionarie di Maria, dove si prepara alla vita religiosa e consegue, sotto la direzione della Croce Rossa, il diploma di infermiera ospedaliera, con giudizio ottimo. Poi, dopo sei settimane di viaggio, raggiunge mons. de Boismenu a Sydney, in Australia. Di lì, il 3 marzo 1932, essi arrivano a Port Moresby, capitale della Papua Nuova Guinea, sulla punta sud-est dell'isola. Sulla banchina, hanno la sorpresa di trovare quattro suore papuane che hanno fatto un lungo viaggio attraverso la giungla per accogliere la loro nuova madre. Solange viene immediatamente adottata dalle Piccole Sorelle. Per gli apostoli della Papuasia, i primi desideri nati tra gli indigeni di consacrarsi a Dio erano stati un segno di speranza per la Missione. Mons. de Boismenu aveva dovuto creare una congregazione dalle regole adattate, ben lontane certo dalla vita che queste ragazze avevano condotto fino ad allora, ma compatibili con il loro temperamento. Il convento era stato insediato un centinaio di chilometri a nord di Port Moresby, nella valle del Kubuna, un tempo in piena foresta vergine, dissodata dai missionari e diventata un luogo di tappa sulla strada delle montagne. Le Ancelle hanno come modello la Vergine Maria, prima e perfetta serva di Gesù. Il loro abito: un vestito grigio da serva, un velo leggero, i piedi nudi pronti alla corsa. «Siate sempre aggraziate nell'andatura e nel viso, raccomanda loro il vescovo, servendo amabilmente colui che in tutto intendete servire, il divin Maestro della dolcezza e della dilezione». Sotto l'impulso di madre Marie-Thérèse Noblet, l'opera si era sviluppata per dieci anni, al di là di ogni speranza: numerose vocazioni, aiuti al servizio della Missione, apertura di un asilo nido nel Kubuna, vera vita religiosa sull'esempio della loro santa Madre. Ma, il 15 gennaio 1930, questa era morta improvvisamente, offrendo la vita per le sue figlie.

Una grande isola selvaggia

Solange scopre la bellezza della Papua Nuova Guinea,  la grande isola selvaggia con le sue foreste vergini sulle pendici della montagna: una terra tuttavia inospitale, il paese della febbre, si dice, dove gli esseri umani devono convivere con animali selvatici. Immedia–tamente, ama i volti dei papuani e la loro accoglienza, le loro bizzarre acconciature ornate di piume, le loro pazze risate alla vista dei bianchi. Tutto le piace, eccetto le zanzare! Apprezza anche la semplicità dei rapporti sociali: le relazioni umane le sembrano più dirette che in Europa.

Il 22 marzo 1932, Solange prende l'abito, e, il 4 aprile, pronuncia i suoi voti temporanei. Mons. Boismenu evoca le due parole chiave, Ecce e Scio, delle Ancelle. Ecce Ancilla Domini, Ecco la serva del Signore: questo versetto è all'origine del loro nome (Ancelle). «È con questa risposta all'Angelo che la Vergine Maria, a nome di tutto il genere umano, ha acconsentito all'Incarnazione, spiega il prelato. Questo fu il punto di partenza di tutta l'opera redentrice e missionaria che, attraverso il Verbo incarnato, riconduce il mondo a Dio. Il nostro piccolo Ecce significa questa adesione fondamentale al volere divino che è l'essenza di ogni santità». E anche lo Scio della fiducia: Scio cui credidi, So in chi ho posto la mia fede (2Tm 1,12). Per queste truppe di avanguardia, che vengono assegnate alle spedizioni difficili, alle postazioni ingrate e pericolose, «vi è, soggiunge, una forza incredibile nel nostro Ecce e nel nostro Scio». Lo stesso giorno, nel segreto del suo cuore, Solange pronuncia, con l'autorizzazione del suo padre spirituale, i suoi voti privati perpetui. Una giovane francese, che condividerà per qualche tempo la vita delle Ancelle, dirà di lei: «Il suo amore per Nostro Signore era così personale, la sua fiducia in Lui così assoluta che non sopportava nei suoi confronti di darsi a termine. Con Dio, che cosa si rischia? pensava».

Da «bianca», Solange si fa in qualche modo «scura» per ritrovarsi a capo di ventitré suore scure di pelle, di cui molte sono nate sotto la capanna di genitori cannibali, ed escono dalle tenebre del paganesimo più grossolano. Con, tra l'altro, la responsabilità dei venticinque bambini dell'asilo nido, avrà raramente la possibilità di riposarsi. Fin dal mattino, le preoccupazioni della giornata che viene invadono un po' il suo spirito: «Ci sono sempre croci. Esse conducono al distacco le anime che Gesù chiama... La buona sofferenza, ben offerta, lascerà questa sera un buon ricordo». La sua preoccupazione dominante è quella della formazione delle sue figlie. Illuminata sui punti forti e i punti deboli di ciascuna di esse, madre Solange ricorda più volentieri le qualità che i difetti. Con parole molto semplici, cerca di far condividere il suo amore per Nostro Signore: «Fare ogni cosa con Lui, fare lo sforzo del momento. Egli non aspetta che questo, ed è lì che Egli ci attende. Lasciare a Dio il programma di ogni giorno, con l'Ecce a tutto, l'Ecce sempre più pronto, più ricco di amore». Mons. de Boismenu scrive: «Dio si serve del fascino della Madre per attirare vocazioni e popolare il suo convento». Accanto alle lezioni d'inglese o di francese, incontra il massimo favore il canto. Il risveglio musicale dei bambini e delle Ancelle è fondamentale e permette a madre Solange di entrare in comunicazione con loro. Accompagnati dal suo violino, i canti assumono un ben altro slancio. Le Ancelle cantano le melodie gregoriane che Solange chiama «preghiere sulla bellezza».

«Appare evidente, diceva Benedetto XVI, come la musica ed il canto, grazie al loro abile intreccio con la fede, possano rivestire un alto valore pedagogico in ambito religioso. La musica come arte può essere un modo particolarmente grande di annunciare Cristo, perché riesce a renderne percepibile il mistero con un'eloquenza tutta sua» (12 febbraio 2009).

Le trasformazioni possibili

Le suore di Kubuna accolgono persone in difficoltà,  malati o feriti e raccolgono i neonati portati da madri povere o cacciate dal loro villaggio. Il suo diploma di infermiera permette a madre Solange di insegnare alle Ancelle come curare i malati. Vivendo cristianamente tra i loro fratelli di razza, queste religiose offrono ai papuani l'esempio vivente delle trasformazioni possibili, con l'aiuto di Dio, ad ogni creatura umana. Negli anni 1930-1940, nascono molti centri di evangelizzazione e di istruzione. Madre Solange forma catechisti e catechiste che insegnano i rudimenti della lettura e della scrittura nelle scuole di villaggio. L'anno 1935 segna il pieno sviluppo della missione, con ventitremila cattolici su quarantaseimila papuani. Dai tre centri iniziali nel 1900, si è passati a ottantadue.

Nel gennaio 1939, Solange perde sua madre, Élizabeth. «Com'è duro perdere la propria mamma, scrive, soprattutto quando si è lontani e quando è una madre come quella che ci aveva data il Buon Dio». Quello stesso anno, si esauriscono le risorse finanziarie e vengono completamente tagliati i rinforzi materiali a causa della seconda guerra mondiale. A proposito delle preoccupazioni suscitate dalla guerra, madre Solange scrive: «Sì, qui la vita è dura, ma non abbiamo quelle angosce, ed è più confortante vedere quelli che erano dei selvaggi umanizzarsi alla luce del grazia, che vedere coloro che erano civilizzati ritornare a uno stato peggiore della barbarie, nonostante tutte le comodità e gli agi della vita moderna. Il progresso, senza Dio, quale presunzione, e come Dio fa ricadere in basso gli orgogliosi che credono di poter rendere il mondo migliore senza di Lui!»

Il 20 luglio 2008, alla GMG di Sydney, Benedetto XVI osservava: «In molte nostre società, accanto alla prosperità materiale, si sta allargando il deserto spirituale: un vuoto interiore, una paura indefinibile, un nascosto senso di disperazione. Quanti dei nostri contemporanei si sono scavati cisterne screpolate e vuote (cfr Ger 2,13) in una disperata ricerca di significato, di quell'ultimo significato che solo l'amore può dare? Questo è il grande e liberante dono che il Vangelo porta con sé: esso rivela la nostra dignità di uomini e donne creati ad immagine e somiglianza di Dio. Rivela la sublime chiamata dell'umanità, che è quella di trovare la propria pienezza nell'amore. Esso dischiude la verità sull'uomo, la verità sulla vita».

« Ecco la serva del Signore »

Nel Kubuna, nell'ottobre 1940, un incendio boschi- vo riduce in ceneri oltre la metà del centro e distrugge venti anni di lavoro. Stanca, madre Solange ha frequenti attacchi di malaria. In seguito a una ferita al piede, zoppica. Poiché la guerra del Pacifico si estende fino in Papua Nuova Guinea, le Ancelle vengono invitate, di fronte alla minaccia dei giapponesi, a rifugiarsi in Australia. Ma esse decidono di rimanere a loro posto per garantire i soccorsi sanitari d'urgenza presso i papuani. Solange offre cure e conforto a tutti. Rimane notte e giorno al capezzale di una delle sue figlie colpita da una forte influenza; nonostante le sue cure, la religiosa muore. Lei stessa contrae la malattia. Ha solo 35 anni, ma, minata da dieci anni estenuanti, lontano da ogni soccorso medico, la sua salute non resiste. Avvertito, mons. Boismenu accorre presso la nipote che rinnova i suoi voti e offre la sua vita: «Per le mie piccole, per il mio padre Vescovo, la Missione, la mia famiglia, la mia patria, per il regno del buon Dio, per la pace». Poi, questo grido dal cuore: «Sono figlia di Maria», e queste ultimissime parole: «Scio cui credidi, So in chi ho posto la mia fede ». Poche ore dopo, quel 26 febbraio 1942, madre Solange si spegne. Chino su di lei, il vescovo mormora: «Ecce Ancilla Domini». Egli scrive a suo cugino: «Se tu sapessi come penso al dolore del tuo povero cuore di padre. Non ho che da sentire il mio per comprenderlo. Che Dio ti sostenga e ti consoli! Egli lo farà, perché nulla lo tocca di più del sacrificio che la tua cara Élisabeth e tu avete fatto della vostra carissima figlia, e il dono completo, eroico che lei ha fatto della sua vita e di voi... Il suo sacrificio, radicale e definitivo, dal momento del suo arrivo qui, fu compiuto ogni giorno alla grande maniera dei santi, senza un momento di rammarico, senza calcolo, e fino alla fine». Egli attribuisce all'offerta della sua vita da parte di madre Solange la straordinaria protezione di cui furono circondati. Nel momento in cui le missioni vicine, invase dai giapponesi, erano già in rovina, con il personale decimato, egli si aspettava la stessa sorte. Ma, mentre le truppe nemiche, proseguendo la loro avanzata, li circondavano da tutte le parti, ecco che d'improvviso l'invasione si fermò di colpo a poca distanza dalla Missione: non si seppe mai perché.

«Che sarebbe del mondo se non vi fossero i religiosi?» Dopo aver citato queste parole di santa Teresa d'Avila, nell'Esortazione apostolica Vita consecrata (25 marzo 1996, n. 105), papa Giovanni Paolo II aggiungeva: «Al di là delle superficiali valutazioni di funzionalità, la vita consacrata è importante proprio nel suo essere sovrabbondanza di gratuità e d'amore, e ciò tanto più in un mondo che rischia di essere soffocato nel vortice dell'effimero... La vita della Chiesa e la stessa società hanno bisogno di persone capaci di dedicarsi totalmente a Dio e agli altri per amore di Dio... Senza questo segno concreto, la carità che anima l'intera Chiesa rischierebbe di raffreddarsi, il paradosso salvifico del Vangelo di smussarsi, il «sale» della fede di diluirsi in un mondo in fase di secolarizzazione».

Perché la carità della Chiesa non si raffreddi, possiamo chiedere per l'intercessione di madre Solange la grazia di donare gratuitamente noi stessi a Dio e al prossimo, e di pronunciare, giorno dopo giorno, l'Ecce dell'offerta di sé e lo Scio della fiducia.

Dom Antoine Marie osb

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