Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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9 giugno 2010
Mese del Sacro Cuore


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Due ragazzine sudanesi di sette e dodici anni, traboccanti di vita e di gioia, passeggiano attraverso i campi gio- cando. La natura, il futuro, tutto sorride loro in questa primavera della vita. Nulla lascia presagire un evento tragico. Fermandosi a raccogliere delle erbe per la cucina, scorgono improvvisamente due uomini che si avvicinano a loro. Uno dei due si rivolge alla più grande, e le chiede come un servizio di lasciar andare la più piccola nel bosco per cercare un pacchetto dimenticato. La piccola, nella sua innocenza, fa quello che le viene chiesto e parte verso il bosco con i due uomini. Arrivata nel bosco, si rende conto che non c'è nessun pacchetto. I due uomini si avvicinano e la minacciano, uno con un coltello, l'altro con una pistola: «Se gridi, sei morta! Vieni, seguici». Terrorizzata, la bambina cerca di gridare, ma non ci riesce. Più avanti, i rapitori le chiedono il suo nome; pietrificata dalla paura, non è in grado di rispondere. «Bene, dicono, ti chiameremo Bakhita (che significa «fortunata»), perché sei veramente fortunata». Agli occhi di quegli uomini, c'era ironia nel chiamare «fortuna» quella che era una disgrazia. Ma agli occhi di Dio, che dirige tutti gli avvenimenti per il bene degli eletti, era davvero una fortuna inaudita per Bakhita.

Bakhita nacque nel Sudan verso il 1869 in una famiglia che conterà otto figli, della tribù nubiana dei Dagiù; trascorre i suoi primi anni a Olgossa, piccolo villaggio del Darfur nei pressi del Monte Agilerei. È ancora molto piccola quando la sua sorella maggiore viene rapita da trafficanti di schiavi – non è mai ritornata. Tocca ora a Bakhita essere trascinata per lungi giorni, in una marcia forzata su un percorso difficoltoso, con altre persone che, come lei, saranno vendute come schiave. Per cinque volte verrà acquistata e poi rivenduta sui mercati di El Obeid e di Khartoum; servirà diversi padroni per una dozzina d'anni, in mezzo a sofferenze indicibili. Presso uno di loro, particolarmente crudele, Bakhita viene picchiata ogni giorno a sangue; da un altro, viene sottoposta al tatuaggio riservato agli schiavi. L'operazione consiste nel tracciare con una lama di rasoio dei disegni sul petto e l'addome; le piaghe aperte sono poi riempite di sale per impedire la cicatrizzazione. Di tutti questi maltrattamenti, conserverà per il resto della sua vita centoquarantaquattro cicatrici.

Dentro di me

Nonostante i maltrattamenti, Bakhita si comporta con lealtà verso i suoi padroni. Non si serve mai a loro spese, nemmeno quando è affamata. Si sforza inoltre di eseguire fedelmente tutti gli ordini ricevuti, per quanto duri e ingrati possano essere. In seguito, quando le verrà chiesto se agisse così per obbedire a Dio, risponderà: «Non conoscevo Dio, allora. Facevo così, perché sentivo dentro di me che era in quel modo che bisognava fare». Bakhita obbediva alla sua coscienza illuminata dalla legge naturale inscritta nel cuore di ogni uomo: «Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire, spiega il Concilio Vaticano II. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell'intimità del cuore: «fa questo, evita quest'altro». L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedire è la dignità stessa dell'uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità» (Gaudium et spes, n. 16).

Qualche mese dopo il tatuaggio, il suo padrone, ufficiale dell'esercito turco, deve rientrare nel suo paese. Non potendo portare con sé i suoi schiavi, decide di venderli. Provvidenzialmente, Bakhita viene acquistata, nel 1883, dal Console d'Italia a Khartoum, Callisto Legnani. Ella racconterà: «Il nuovo padrone era assai buono e si affezionò a me« Non ricevetti più rimproveri, percosse, punizioni, per cui, di fronte a tutto questo, esitavo ancora a credere a tanta pace e tranquillità ». Per la prima volta dal giorno del suo rapimento, Bakhita non teme più lo staffile; anzi viene trattata in modo affabile e cordiale. Nella casa del Console, conosce la serenità, l'affetto e momenti di gioia, anche se ancora velati dalla nostalgia della sua famiglia, persa per sempre.

Nel 1885, le vicende politiche costringono il Console a tornare in Italia; desiderosa di rimanere al suo servizio, Bakhita viene autorizzata a seguirlo. All'arrivo del diplomatico a Genova, un amico gli esprime il desiderio della moglie incinta di avere una domestica per aiutarla. Avendo il Console aderito alla richiesta, Bakhita entra in una nuova famiglia, i Michieli. Alla nascita della bambina, Bakhita è incaricata della sua educazione; più tardi, entrambe vengono affidate alle Figlie della Carità, dette Suore Canossiane, dell'Istituto dei catecumeni di Venezia. Un amico offre allora a Bakhita un crocifisso d'argento. Al momento di darglielo, lo bacia rispettosamente spiegando che Gesù Cristo è il Figlio di Dio e che è morto per noi. Bakhita non coglie tutta la portata di queste parole; tuttavia, presso le Suore impara a conoscere Dio che dalla sua infanzia sente nel proprio cuore. Scriverà un giorno: «Vedendo il sole, la luna e le stelle, dicevo tra me: «Chi è mai il Padrone di queste belle cose?» E provavo una voglia grande di vederlo, di conoscerlo e di rendergli omaggio».

Un «Paron» tutto diverso

Nella sua enciclica sulla speranza cristiana, Spe salvi, del 30 novembre 2007, papa Benedetto XVI ha evocato il cammino spirituale di Bakhita: «Dopo «padroni» così terribili di cui fino a quel momento era stata proprietà, Bakhita venne a conoscere un «padrone» totalmente diverso – nel dialetto veneziano, che ora aveva imparato, chiamava «paron» il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora aveva conosciuto solo padroni che la disprezzavano e la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile. Ora, però, sentiva dire che esiste un «paron» al di sopra di tutti i padroni, il Signore di tutti i signori, e che questo Signore è buono, la bontà in persona. Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei, aveva creato anche lei – anzi che Egli la amava. Anche lei era amata, e proprio dal «Paron» supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni sono essi stessi soltanto miseri servi. Lei era conosciuta e amata ed era attesa. Anzi, questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e ora la aspettava «alla destra di Dio Padre». Ora lei aveva «speranza» – non più solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: io sono definitivamente amata e, qualunque cosa accada, io sono attesa da questo Amore. E così la mia vita è buona. Mediante la conoscenza di questa speranza lei era «redenta», non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio» (n. 3).

Bakhita segue le tappe del catecumenato. A questo punto, la signora Michieli, che sta per seguire il marito che deve tornare in Africa, decide di riprendere la sua domestica. In virtù della libertà che le garantisce la legge italiana, Bakhita dichiara di rinunciare a tornare nel suo paese: desidera rimanere con le Suore Canossiane per completare presso di loro la sua formazione cristiana. «Non posso ritornare in Africa, dice, perché, se io lo facessi, questo significherebbe l'abbandono della mia fede in Dio. Amo molto la mia padrona e la sua bambina, ma non posso perdere Dio. Mi sono quindi decisa a restare». Il 9 gennaio 1890, Bakhita riceve, dalle mani del Patriarca di Venezia, i sacramenti dell'iniziazione cristiana: Battesimo, Cresima ed Eucaristia, con il nome cristiano di Giuseppina. Secondo un testimone che partecipa al pranzo di festa che segue, Bakhita è trasfigurata: «Parlava poco, ma la felicità irradiava da tutti i suoi gesti, da tutte le sue parole». Spesso, in seguito, si vedrà Bakhita baciare i fonti battesimali dicendo: «Qui, sono diventata figlia di Dio!» Di giorno in giorno cresce in lei un'immensa gratitudine verso Dio che non ha cessato di tenerla per mano per condurla a Lui. Sperimenta la verità della parola di san Paolo: Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio (Rm 8,28). Infatti, un'analisi superficiale degli eventi non è in grado di spiegare il destino di Bakhita: solo la fede dà loro un senso. Come dice ancora Benedetto XVI: «Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che in definitiva governano il mondo e l'uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l'universo; non le leggi della materia e dell'evoluzione sono l'ultima istanza, ma ragione, volontà, amore – una Persona« La vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia, ma in tutto e contemporaneamente al di sopra di tutto c'è una volontà personale, c'è uno Spirito che in Gesù si è rivelato come Amore» (Spe salvi, n. 5).

Tutta di Dio

Dopo il suo Battesimo, Bakhita prosegue la sua formazione nella fede, e ben presto sente la voce del Signore che la chiama a consacrarsi totalmente a Lui. Il 7 dicembre 1893, viene accolta nel noviziato delle Suore Canossiane, e l'8 dicembre 1896 pronuncia i suoi primi voti religiosi, con il nome di suor Giuseppina, consacrandosi a Colui che chiama familiarmente: «el me Paron!». Prima di essere ammessa alla professione, per certificare che chiede liberamente di impegnarsi, viene interrogata, come di consueto, dal Patriarca di Venezia, il cardinal Sarto, futuro papa Pio X. Dopo averla ascoltata, il prelato le dice con un bel sorriso: «Pronunciate i vostri voti senza alcun timore. Gesù vi ama. AmateLo e serviteLo sempre come avete fatto finora».

Qualche anno dopo, una studentessa italiana chiederà a Bakhita ciò che avrebbe fatto se avesse incontrato per caso coloro che l'avevano rapita. Lei risponde senza esitazione: «Se io incontrassi i trafficanti di schiavi che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei e bacerei loro le mani. Se quello che mi è accaduto non avesse avuto luogo, come sarei diventata cristiana e religiosa?» Lungi dal nutrire sentimenti di odio nei confronti dei suoi persecutori, Bakhita fa di tutto per scusarli. Come Nostro Signore sulla Croce, lei prega per loro, perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34). Un giorno in cui viene fatta allusione ai suoi rapitori, dice: «Provo pietà per loro. Probabilmente ignoravano l'angoscia che mi hanno procurata. Loro erano i padroni, io ero la schiava. Come è naturale per noi fare il bene, così è naturale per loro fare come hanno fatto a me. L'hanno fatto per abitudine, non per cattiveria».

L'atteggiamento sorprendente di questa donna testimonia la presenza amorevole di Dio in un mondo troppo spesso ingiusto. Durante una visita sull'isola di Gorée al largo di Dakar, in Senegal, il 22 febbraio 1992, papa Giovanni Paolo II evocava i milioni di africani deportati per essere venduti in America: «Durante un intero periodo della storia del continente africano, uomini, donne e bambini neri sono stati condotti in questo piccolo luogo, strappati dalla loro terra, separati dai loro congiunti, per esservi venduti come mercanzia... Essi« sono stati vittime di un vergognoso commercio, a cui hanno preso parte persone battezzate ma che non hanno vissuto la loro fede. Come dimenticare le enormi sofferenze inflitte, disprezzando i diritti umani più elementari, alle popolazioni deportate dal continente africano? Come dimenticare le vite umane annientate dalla schiavitù? Occorre che si confessi in tutta verità e umiltà questo peccato dell'uomo contro l'uomo, questo peccato dell'uomo contro Dio. Com'è lungo il cammino che la famiglia umana deve percorrere prima che i suoi membri imparino a guardarsi e a rispettarsi come immagini di Dio, per amarsi infine come figli e figlie dello stesso Padre celeste!»

Ancora oggi

Ma tali crimini non appartengono solo al passato. Ancora oggi, la schiavitù, sotto diverse forme, è una piaga della società. Il Concilio Vaticano II afferma con forza: «« tutto ciò che viola l'integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili: tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose. Mentre guastano la civiltà umana, disonorano coloro che così si comportano più ancora che quelli che le subiscono e ledono grandemente l'onore del Creatore» (Gaudium et Spes, n. 27).

Inviata nel 1902 a Schio, nel nord d'Italia, suor Giuseppina vi assume diverse responsabilità: cuciniera, guardarobiera, ricamatrice, portinaia. Come cuoca, è piena di attenzioni nei confronti di tutti, specialmente i malati, per i quali prepara piatti più appetitosi: il suo desiderio è quello di amare e servire per amore di Cristo. Alla portineria, si prende gran cura dei bambini, che ama benedire affettuosamente imponendo loro la mano. Con la sua voce affabile, «La Madre Moretta», come viene chiamata, si fa vicina ai piccoli, accogliente per i poveri e i sofferenti, incoraggiante per tutti coloro che bussano alla porta del convento. Fedele nel cercare Dio negli umili lavori della vita quotidiana, ha un cuore di apostola. In occasione della sua professione religiosa, ha composto questa preghiera: «Signore diletto, come sei buono! Potessi volare verso l'Africa e proclamare ad alta voce a tutto il mio popolo la tua bontà nei miei riguardi. Quante anime ascolterebbero la mia voce e si volgerebbero verso di Te! Concedi, Signore, che anche loro Ti conoscano e Ti amino!». Questo spirito missionario viene sottolineato da papa Benedetto XVI: « [Ella] cercò in vari viaggi in Italia soprattutto di sollecitare alla missione: la liberazione che aveva ricevuto mediante l'incontro con il Dio di Gesù Cristo, sentiva di doverla estendere, doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile di persone. La speranza, che era nata per lei e l'aveva «redenta», non poteva tenerla per sé; questa speranza doveva raggiungere molti, raggiungere tutti» (Spe salvi, n. 3).

I veri poveri

Nel 1935, la sua superiora le chiede di recarsi in diversi conventi della congregazione per testimoniare davanti alle altre suore le meraviglie di Dio nei suoi confronti. Timida di natura e profondamente umile, non sente entusiasmo per questo progetto, ma accetta in spirito di obbedienza. E la grazia non le viene a mancare. Il suo messaggio consiste nell'incoraggiare le sue consorelle alla santità, alla gratitudine per tanti benefici ricevuti e anche nel pregare per tutte le anime che non hanno ancora avuto la gioia di conoscere Gesù Cristo. Dopo aver ascoltato la sua testimonianza, le vengono espresse talvolta delle condoglianze. Lei spiega: «Spesso la gente mi dice, «Poveretta! Poveretta!» Io non sono povera, perché appartengo al Padrone e vivo nella sua casa. I «poveri» sono quelli che non appartengono interamente a Lui». Dal 1936 al 1938, madre Giuseppina assolve le funzioni di portinaia al noviziato di Milano dove ha l'opportunità di edificare le novizie e le loro famiglie. Per le donne che hanno difficoltà ad accettare di veder partire le loro figlie per un paese lontano, lei trova le parole di conforto: «Quanti africani accetterebbero la fede se ci fossero missionari e missionarie a predicare loro il nome di Gesù Cristo, il suo amore per noi, il suo Sacrificio redentore per le anime!»

Nel 1943, la comunità e la popolazione di Schio celebrano i cinquant'anni di professione di madre Giuseppina. Poco dopo, la sua salute declina e si trova confinata in una sedia a rotelle. Un giorno, a un prelato che le chiede che cosa faccia seduta nella sua carrozzella, risponde: «Che cosa faccio? Esattamente la stessa cosa di Lei: la Volontà di Dio». Un'altra volta, il medico le cita il passo del Cantico dei Cantici (1,4; Vulg 1,5), «Nigra sum, sed formosa1» e gliene spiega il significato: «La mia pelle può pur essere nera, la mia anima è bella e radiosa». Madre Giuseppina gli risponde: «Oh, se solo Nostro Signore potesse pensare questo di me quando lo incontrerò!» Questo incontro, lei lo desidera: «Quando si ama molto una persona, si ha un gran desiderio di stare con lei. Perché quindi aver paura della morte? È questa che ci conduce a Dio». E a coloro che le suggeriscono che comunque però il Giudizio di Dio è qualcosa cosa di temibile: «Fate ora quello che vorrete aver fatto allora. Siamo noi stessi che prepariamo il nostro giudizio».

Questa fiducia incrollabile la aiuta a sopportare le sofferenza degli ultimi giorni. Nella sua agonia, rivive i terribili anni della schiavitù, e, più volte, supplica l'infermiera che la assiste: «Allentate un po' le catene... pesano!» Alla fine, però, la Beata Vergine viene a liberarla definitivamente da ogni male. Le ultime parole della morente: «La Madonna! La Madonna!», come il suo ultimo sorriso, testimoniano il suo incontro con la Madre del Signore. Era l'8 febbraio 1947, nel convento di Schio. La comunità la circondava con la sua preghiera; una folla di persone accorse rapidamente per vedere un'ultima volta la «Madre Moretta» e chiederle la sua protezione dal Cielo.

Qualche cosa di essenziale

Il 1° ottobre 2000, madre Giuseppina Bahkita è stata canonizzata da Giovanni Paolo II, e nel 2007, Benedetto XVI l'ha proposta come esempio della speranza nella sua enciclica Spe Salvi. Questa enciclica contiene tra l'altro un commento che merita una particolare attenzione: «Vorrei aggiungere ancora una piccola annotazione non del tutto irrilevante per le vicende di ogni giorno. Faceva parte di una forma di devozione, oggi forse meno praticata, ma non molto tempo fa ancora assai diffusa, il pensiero di poter «offrire» le piccole fatiche del quotidiano, che ci colpiscono sempre di nuovo come punzecchiature più o meno fastidiose, conferendo così ad esse un senso. In questa devozione c'erano senz'altro cose esagerate e forse anche malsane, ma bisogna domandarsi se non vi era contenuto in qualche modo qualcosa di essenziale che potrebbe essere di aiuto. Che cosa vuol dire «offrire»? Queste persone erano convinte di poter inserire nel grande com-patire di Cristo le loro piccole fatiche, che entravano così a far parte in qualche modo del tesoro di compassione di cui il genere umano ha bisogno. In questa maniera anche le piccole seccature del quotidiano potrebbero acquistare un senso e contribuire all'economia del bene, dell'amore tra gli uomini. Forse dovremmo davvero chiederci se una tale cosa non potrebbe ridiventare una prospettiva sensata anche per noi» (n. 40).

Alla luce di questo delicato suggerimento del Santo Padre, possiamo avanzare sul cammino della vita, guidati da Maria, la stella della speranza.

1 Bruna sono ma bella (N.d.T.)

Dom Antoine Marie osb

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