Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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24 marzo 2010
Mese di san Giuseppe


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

In occasione del trecentocinquantesimo anniversario della fondazione della Società per le Missioni Estere di  Parigi, papa Benedetto XVI scriveva, l'11 maggio 2008, al reverendo padre Etcharren, Superiore generale: «Numerosi furono i missionari che non hanno risparmiato le loro fatiche per testimoniare l'amore di Dio tra i popoli d'Asia, talvolta in modo eroico». Fu il caso in particolare di François Pallu, uno dei tre fondatori della Società per le Missioni Estere di Parigi, che ha consacrato la sua vita alle missioni d'Estremo Oriente in mezzo a difficoltà incessanti.

Nato a Tours, Francesco viene battezzato il 31 agosto 1626 nella chiesa di San Saturnino. Suo padre, Étienne, «Signore di Périers», è consigliere e avvocato presso il Tribunale d'appello di Tours, città di cui è anche il sindaco. Di Marguerite, sua madre, si dice che è «una donna forte che non mangia affatto il suo pane nell'ozio». Metterà al mondo diciotto figli. Molti moriranno in tenera età e tra gli altri si conteranno quattro preti e tre religiose. Fin da molto giovane, Francesco si fa notare per la sua inclinazione verso il bene, poiché è di spirito mite, modesto e pieno di una devozione che lo fa optare per lo stato ecclesiastico. Viene così aggregato al capitolo della basilica di Saint Martin, come canonico. A motivo della sua giovane età, ottiene un permesso per compiere i suoi studi a Tours, poi a Parigi. Nella capitale, stringe amicizia con giovani ferventi, ecclesiastici e laici, che formano un'associazione posta sotto la protezione della Santa Vergine. Viene ordinato prete durante l'estate 1650.

Il desiderio dei suoi genitori è che rimanga canonico nella città di Tours. Francesco esita: resterà tranquillamente nel suo stallo di Saint Martin, come i suoi due zii paterni? Oppure si farà religioso, anzi gesuita, come due dei suoi fratelli? Egli s'interroga, cercando la risposta in frequenti ritiri e nella preghiera costante. I canonici di Saint Martin, a loro insaputa, gli forniranno la soluzione che desidera. Conoscendo la sua rara prudenza, gli affidano la cura di una pratica che hanno in corso nella capitale. A Parigi, Francesco ritrova i suoi amici congregazionisti diretti ora da padre Jean Bagot, un gesuita. Quest'ultimo li mette in relazione, nel gennaio 1653, con il suo confratello, padre Alexandre de Rhodes, che ha mirabilmente organizzato le Chiese del Tonchino e della Cocincina. Si diceva che avesse battezzato più di centomila pagani. Di fronte alle minacce di espulsione degli europei, è venuto a chiedere a papa Innocenzo X l'invio di vescovi che possano formare un clero locale. Dal canto suo, il vescovo di Macao, colonia portoghese, è da solo ad amministrare la più grande diocesi del mondo: la Cina con i suoi quattrocento milioni di anime!

« Non spetta a noi scegliere »

Padre de Rhodes si vede affidare dal Papa il compito di trovare tre preti che non si tirino indietro di fronte alla pesante missione di organizzare le chiese d'Asia. Conquistato dai figli spirituali di padre Bagot, egli dice a quest'ultimo: «Ah! padre mio, ho appena visto quelli che Dio destina alle nostre missioni!» Interrogati dal loro padre spirituale, i giovani lasciano la parola a Francesco: «Non spetta a noi scegliere, dice lui. Comandate, e siate certo che sarete obbedito; ci abbandoniamo interamente alla vostra prudenza». Un fervente ritiro li conferma in questo disegno. Il destino delle Missioni Estere è sancito. Al signor Pallu, che male accetta il progetto del figlio, Francesco assicura che è chiamato da Dio; non può sottrarvisi, «senza mancare, gli scrive, alla sua propria coscienza e mettere a repentaglio la sua salvezza». Sulla tomba dell'apostolo di Parigi, San Dionigi, Francesco s'impegnerà con voto a offrire a Nostro Signore «la sua vita per la salvezza delle anime e la conversione degli infedeli».

Questa offerta generosa costituisce un esempio degno di un'attenzione particolare. In effetti, «l'annuncio missionario della Chiesa viene oggi messo in pericolo da teorie di tipo relativistico», fa notare la Congregazione per la Dottrina della Fede, in una nota pubblicata il 14 dicembre 2007; «per molti fedeli, non è chiara la stessa ragione d'essere dell'evangelizzazione. Si afferma addirittura che la pretesa di aver ricevuto in dono la pienezza della Rivelazione di Dio nasconde un atteggiamento d'intolleranza ed un pericolo per la pace» (n. 10). In un recente discorso, papa Benedetto XVI spiegava: «I cristiani della Chiesa nascente non hanno considerato il loro annuncio missionario come una propaganda, che doveva servire ad aumentare il proprio gruppo, ma come una necessità intrinseca che derivava dalla natura della loro fede: il Dio nel quale credevano era il Dio di tutti, il Dio uno e vero che si era mostrato nella storia d'Israele e infine nel suo Figlio, dando con ciò la risposta che riguardava tutti e che, nel loro intimo, tutti gli uomini attendono. L'universalità di Dio e l'universalità della ragione aperta verso di Lui costituivano per loro la motivazione e insieme il dovere dell'annuncio. Per loro la fede non apparteneva alla consuetudine culturale, che a seconda dei popoli è diversa, ma all'ambito della verità che riguarda ugualmente tutti» (Allocuzione al Collège des Bernardins, a Parigi, il 12 settembre 2008).

Il senso della cattolicità

Nel 1658, la scelta della Congregazione per la Propagazione della Fede (chiamata allora: «Propa-ganda») per dirigere l'evangelizzazione dell'Asia, si orienta su François Pallu, 32 anni, Pierre Lambert de la Motte, 34 anni, e Ignace Cotolendi, 28 anni. Alessandro VII ratifica questa scelta, e il 17 novembre Francesco viene consacrato vescovo a Roma, poi nominato Vicario Apostolico del Tonchino e amministratore delle province cinesi nonché del Laos. La nomina di questi nuovi vescovi dà loro il diritto, e impone loro il dovere, di recarsi in Estremo Oriente; ma non ne assicura loro i mezzi. Ritornato a Parigi, mons. Pallu pubblica un opuscolo che espone gli ordini del Papa e le ragioni della nomina di Vicari Apostolici. Cerca e trova delle risorse finanziarie presso il re e alcune famiglie, e chiama a lui tutti coloro che desiderano consacrarsi alle missioni nella nuova Società. I futuri missionari s'installano in una proprietà nei pressi di Parigi chiamata «La Couarde», dove possono prepararsi spiritualmente e intellettualmente nel silenzio (l'attuale seminario della rue du Bac verrà acquistato nel 1663). Mons. Pallu commenta per loro le istruzioni della Santa Sede: queste richiedono di adattarsi agli usi e costumi del paese, di creare un clero autoctono che abbia, il più presto possibile, i propri vescovi. Soprattutto, si veglierà a inculcare in loro molto profondamente il senso della cattolicità e l'amore della Santa Sede e dell'unità attorno al Papa. I Vicari Apostolici ricevono una direttiva particolare: «Fate in modo specialmente che, nel corso del vostro viaggio, nessuno possa conoscere il nome e il fine della vostra missione. Cambiate quindi i vostri nomi, il vostro modo da comportarvi e, soprattutto, nascondete la vostra dignità episcopale». Queste istruzioni, trasmesse nel 1659 dalle autorità romane ai fondatori delle Missioni Estere di Parigi, la dicono lunga sui pericoli del loro compito. Alla difficoltà dei viaggi, all'ignoto delle contrade da attraversare, si aggiunge l'ostilità delle due potenze coloniali dell'epoca, la Spagna e il Portogallo i cui sovrani esercitano un controllo sulle missioni d'America e d'Asia. La fondazione delle Missioni Estere ha anche per obiettivo di svincolare l'evangelizzazione dei popoli dagli interessi politici.

Un ponte tra l'Europa e l'Asia

I tre nuovi Vicari Apostolici viaggiano separatamente circondandosi ognuno di alcuni preti e di laici. Lambert s'imbarca per primo, nel novembre 1660. Diciotto mesi dopo, attracca a Mergui, nel Siam, l'attuale Tailandia. Cotolendi, quanto a lui, muore di sfinimento all'età di trentatré anni, nel mese di agosto 1662, in India. Dopo aver aperto il seminario della Società delle Missioni Estere nei pressi di Parigi, mons. Pallu e i suoi compagni s'imbarcano a Marsiglia il 2 gennaio 1662. A partire da Aleppo, in Siria, decidono di vestirsi «alla turca». In effetti, per evitare certi cristiani contrari al successo dell'impresa, bisogna mettersi nelle mani di guide musulmane. Durante questo lungo viaggio di più di due anni, il gruppo di missionari non viene risparmiato dalle prove. Mons. Pallu vede morire molti dei suoi compagni: «Spero, scrive, che risentirete gli stessi effetti che noi proviamo perché, per misericordia di Nostro Signore, ben lungi dall'essere spaventati e abbattuti nel nostro cuore per il numero di questi nostri fratelli morti (anche se vi siamo sensibili al massimo), proviamo piuttosto un grande coraggio e un maggior vigore nel proseguire l'opera che è piaciuto alla divina bontà metterci nelle mani». Il vescovo, in una visione di fede, non dubita che i suoi compagni, così presto richiamati a Dio, intercedano e proteggano l'opera nascente. A una grande benefattrice delle missioni, egli scrive: «Ecco cominciato il ponte, troppo felici se le nostre carcasse e le nostre ossa, oltre a quelle dei nostri cari figli, potessero servire da pilastri di sostegno per consolidarlo e aprire una via ampia e sgombra a dei coraggiosi missionari perché vengano a fare un abbondante raccolto in questi campi così fertili».

All'inizio del settembre 1663, mons. Pallu s'imbarca a Masulipatam, sulla costa est dell'India, per raggiungere Tenasserim, porto situato sulla lunga penisola malese. Grosse tempeste prolungano la traversata e i viveri vengono a mancare. Finalmente, il 27 gennaio 1664, il vescovo e i suoi compagni arrivano a Ayutthaya (a nord di Bangkok), capitale del regno del Siam, dove possono prendere contatto in tutta sicurezza con i preti stranieri, perché la religione cristiana vi gode di una piena libertà. Il Siam diventa il centro esterno della missione del Vietnam, dove imperversa allora la persecuzione. È lì che, di concerto con mons. Lambert de la Motte, Vicario Apostolico della Cocincina, e con i suoi preti, mons. Pallu tiene un sinodo per studiare la situazione; essi elaborano insieme le «Istruzioni per adempiere correttamente alle funzioni apostoliche», più note sotto il nome di «Monita». Tre temi dominano questo testo: la santificazione del missionario attraverso la salvezza dei cristiani, la conversione degli infedeli e l'organizzazione delle Chiese. Viene decisa anche la fondazione di un seminario in cui verrà formato il clero indigeno. I giovani vietnamiti stupiranno i missionari per le loro straordinarie doti intellettuali; i risultati ai quali arriveranno saranno superiori a quelli che si ottenevano in Europa da parte di ragazzi della stessa età. Molto rapidamente, impareranno a leggere e a scrivere in latino; i più grandi saranno in grado di commentare il Vangelo e i più giovani daranno lezioni di catechismo in modo competente.

Sotto l'ispirazione di mons. Lambert de la Motte, mons. Pallu pensa alla fondazione di una Congregazione religiosa i cui membri faranno dei voti, e precisa le grandi linee di questo istituto che conta di far approvare da Roma. Ma si pone un problema piuttosto delicato: quello dei rapporti tra i missionari appartenenti a diversi ordini religiosi e i vescovi missionari; quale autorità possono rivendicare sui religiosi i vescovi nominati da Roma? Alcuni religiosi sostengono la politica del loro paese d'origine e si oppongono ai missionari francesi inviati dalla Propaganda. Inoltre, occorrerebbe ottenere la giurisdizione sul regno del Siam, nonché un terzo Vicario Apostolico in sostituzione di mons. Cotolendi, e infine reclutare nuovi volontari per le missioni d'Asia. Tutte questioni che non si possono risolvere con semplici lettere.

Gusto dell'avventura?

Nel gennaio 1665, diventa necessario che uno dei due vescovi rientri in Europa. Dopo due anni di viaggio e un anno soltanto di presenza in Estremo Oriente, mons. Pallu sarà costretto a riprendere il cammino in senso inverso? Egli non si decide facilmente. «I legami del dovere, dell'affetto e della compassione per queste anime abbandonate, scrive, facevano su di me una potente impressione; e il mio cuore non poteva pensare di allontanarsene, senza farsi un'estrema violenza». Quanto alle difficoltà del viaggio, le conosce troppo bene per aver voglia di ritrovarle per il solo gusto dell'avventura. Tuttavia, fa tacere le sue ripugnanze e prende una decisione eroica: il viaggio s'impone per porre una base solida per le missioni che sono loro affidate. Al termine di due anni e tre mesi di viaggio, mons. Pallu arriva sano e salvo a Roma nel momento stesso in cui muore papa Alessandro VII. Occorre ancora aspettare due anni per ottenere da papa Clemente IX le risposte sperate. Il 4 luglio 1669, il Siam viene eretto a vicariato apostolico, e tutte le altre richieste sono accolte. I «Monita» vengono approvati nella loro integralità: il Sant'Uffizio li dichiara «pieni dello spirito apostolico», e la Propaganda li fa stampare a sue spese. L'opera, più volte ristampata, sarà per trecento anni, il vademecum dei preti delle Missioni Estere. Il progetto di Congregazione religiosa non ottiene invece l'approvazione della Propaganda, che lo giudica troppo esigente e di natura tale da scoraggiare le vocazioni. Mons. Pallu si sottomette e scrive a mons. Lambert: «Preferirei morire che scostarmi di uno iota dai limiti che ci sono stati prescritti, foss'anche solo per mostrare il rispetto e l'obbedienza che devo e voglio rendere per tutta la mia vita alla Santa Sede».

Nella primavera del 1670, mons. Pallu s'imbarca a Nantes con nuove reclute per le sue missioni, a bordo di una delle navi della Compagnia delle Indie che costeggia l'Africa occidentale. L'equatore viene superato solo il 10 settembre. In ottobre, la situazione diventa tragica: più di settanta uomini dei cento che compongono l'equipaggio soccombono allo scorbuto e vengono seppelliti nell'oceano. I missionari devono prendere parte alle manovre. Arrivati all'inizio di novembre al capo di Buona Speranza, dove l'accoglienza degli olandesi è delle più cordiali, vi rimangono due mesi. Ci vogliono in seguito quarantadue giorni per raggiungere il Madagascar, perché la tempesta imperversa e disalbera la nave. Là, il clima veramente micidiale provoca la morte di un missionario; altri due, ridotti agli estremi, riescono tuttavia ad essere salvati. Arrivano però buone notizie dal Siam, dove mons. Lambert de la Motte ha ordinato i primi sacerdoti vietnamiti; vi si contano numerose conversioni. Mons. Pallu deve aspettare sei mesi in Madagascar. È la sua ascesi principale: non appena scorge una necessità urgente, si apre subito davanti a lui un oceano di contrattempi, e sperimenta che occorre pazienza per attendere l'ora di Dio. Senza manifestare irritazione, adotta allora il ritmo della vita monastica, prega, lavora, cerca di rendersi utile presso le anime, fino al momento in cui la porta si socchiude; ma dietro alla prima porta se ne nasconde sempre un'altra, poi una terza. Egli non sembra mai di fretta; sempre padrone di sé, è di una pazienza instancabile. È lui che finirà con lo stancare le forze avverse e gli elementi; a forza di voler proseguire la sua strada a dispetto di tutti, senza misurare né tempo né fatiche, riuscirà a percorrerla.

Rapidamente esaudito

I missionari arrivano infine alla loro casa di Ayutthaya nel maggio 1673, cioè dopo più di tre anni di viaggio! Ma non è il Siam la meta di mons. Pallu, che è destinato al Tonchino, paese ancora ostile ai missionari. Il vescovo spera di penetrarvi per raggiungere due preti. Nel 1674, s'imbarca su una nave francese, che, presa in un tornado, sfugge per poco alla catastrofe. «Oh! com'è bello e salutare trovarsi in simili occasioni, scrive, in cui si conosce per esperienza quanto Dio è vicino a coloro che a Lui piace mettere alla prova, e ci si rende conto dei grandi vantaggi che vi sono nel trovarsi nella necessità di non poter ricorrere se non a Lui solo. Questo lascia in seguito nell'anima un certo vigore, un riposo e una soddisfazione che essa non conosceva prima; è ciò che faceva dire a san Francesco Saverio, in tutti i pericoli in cui si è trovato, che non desiderava e non chiedeva a Dio di esserne liberato se non per essere esposto a più grandi per suo amore». Mons. Pallu verrà rapidamente esaudito. Uscita dal tornado, la nave non val più gran che; fa acqua più in fretta di quanto la pompa possa prosciugarla. Impossibile in questo stato raggiungere la costa del Tonchino da cui ci si è allontanati. Non rimane più che da raggiungere le Filippine. Rifugiarsi in terra spagnola significa tuttavia gettarsi nella bocca del lupo.

Senza esserne schiacciato

Il Vicario Apostolico del Tonchino viene trattenuto sei mesi a Manila dalle autorità civili e religiose che decidono di rinviare tutta la questione al Supremo Consiglio delle Indie, che ha sede a Madrid, dove mons. Pallu potrà difendere egli stesso la sua causa. Aver fatto un così lungo viaggio per arrivare a questo! Ciò significa per il vescovo altri cinque o sei anni di viaggi e di discussioni che si perdono in un ginepraio di procedure. Per la missione, non è solo un contrattempo, è un disastro. Al Tonchino, si attende il vescovo con impazienza; i missionari hanno riunito venticinque candidati al sacerdozio di cui i primi devono essere ordinati preti al suo arrivo. Altri che non fossero lui avrebbero ceduto a una rabbia nera e sarebbero sprofondati nello scoraggiamento; la sua forza d'animo gli permette di ricevere questa nuova delusione senza esserne schiacciato. Il viaggio si fa passando dall'est, attraverso il Messico. Non appena il Vicario Apostolico arriva in Spagna, il governo di Luigi XIV e il papa Innocenzo XI chiedono alla corte di Madrid e ottengono rapidamente la sua liberazione. Lasciando Madrid nel 1677, mons. Pallu si reca a Roma per difendere le sue missioni contro il patronato portoghese e ottiene decreti per l'organizzazione della Chiese dell'Estremo Oriente. Questi decreti, emanati dal 1677 al 1681, riguardano in particolare il richiamo di diversi religiosi della Compagnia di Gesù che disturbano alcune delle missioni dei Vicari Apostolici, l'estensione della giurisdizione del Vicario Apostolico del Siam sul Giappone e la creazione di vescovi annamiti e cinesi. Uno dei decreti più difficili da applicare riguarda il giuramento di obbedienza da prestare ai Vicari Apostolici da parte dei religiosi dei diversi ordini che operano sul posto.

Nel 1680, sollevato dalla Missione del Tonchino, mons. Pallu viene nominato amministratore generale delle missioni della Cina, nonché Vicario Apostolico del Fo-Kien. Dopo un soggiorno a Parigi, arriva nel Siam con nuovi missionari e aiuti in denaro. Nel giugno 1683, s'imbarca per la Cina accompagnato da un prete; ma la loro giunca viene attaccata e dirottata sull'isola di Formosa. Trattenuto prigioniero per diversi mesi e finalmente liberato, il vescovo prosegue il suo viaggio e, nel gennaio 1684, raggiunge la Cina, meta di tutte le sue aspirazioni. Ma, fin dai primi mesi su questo continente, soffre degli attacchi della malattia che lo condurrà alla morte. Sentendo prossima la fine, mons. Pallu raccomanda le missioni a Innocenzo XI, poi a Luigi XIV. Ai Vicari Apostolici e ai direttori del Seminario di Parigi invia consigli per il buon funzionamento della Società, raccomandando soprattutto l'unione tra di loro: «Finché ci sarà la carità nelle missioni, tutto andrà bene, sarà l'oggetto principale delle mie preghiere e dei miei voti, quando sarò davanti a Nostro Signore».

Il 29 ottobre 1684, mons. Pallu muore di un catarro che lo soffoca a Mo-Yang, provincia del Fo-Kien. Viene sepolto nei pressi del villaggio, ai piedi della «Santa Montagna», dove i suoi resti riposeranno fino al 1912. Verranno allora trasferiti a Hong-Kong, nella casa di ritiri spirituali delle Missioni Estere di Parigi. È sorprendente che un vescovo missionario abbia consumato la sua vita in viaggi senza aver potuto operare egli stesso sul suo proprio campo di apostolato. Ma la missione che il Signore gli aveva riservata era quella di porre solide basi sulle quali altri diversi da lui dovevano realizzare, secondo i piani stabiliti sotto la sua guida, un'opera magnifica. Dalla sua fondazione, la Società per le Missioni Estere di Parigi ha inviato quattromiladuecentosettantatré preti in missione. Centosettantasette sono morti di morte violenta, e di questi ventitré sono stati canonizzati e due beatificati.

Papa Benedetto XVI, nella sua omelia del 14 settembre 2008, a Lourdes, esprimeva questo augurio: «Che al seguito dei grandi evangelizzatori del vostro Paese, lo spirito missionario, che ha animato tanti uomini e donne di Francia nel corso dei secoli, sia ancora la vostra fierezza e il vostro impegno!»

Dom Antoine Marie osb

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