Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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16 dicembre 2009
Avvento


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

«Se non vi sono più sacerdoti, è il catechista che sarà il buon pastore delle pecore di Gesù Cristo!» diceva, nel  1942, il beato Pierre To Rot, catechista, in occasione dell'arresto di un missionario; egli stesso doveva morire martire nel 1945, all'età di 29 anni, per aver rifiutato la poligamia; papa Giovanni Paolo II l'ha beatificato il 16 gennaio 1995.

Pietro To Rot è nato nel 1916 a Rakunai nell'attuale Papua Nuova Guinea (Oceania). Isola più grande della Francia, la Nuova Guinea è circondata da numerosi arcipelaghi; vi abitano più di mille tribù che parlano settecento dialetti diversi . Questa regione è stata evangelizzata da missionari francesi e tedeschi a partire dal 1890; il padre di Pietro To Rot, To Puia, è il capo di un villaggio; cattolico molto stimato, insegna egli stesso a suo figlio gli elementi fondamentali del catechismo, mentre sua madre gli insegna a pregare. La scuola del villaggio è tenuta dai missionari; il bambino vi si mostra attivo e pieno d'interesse per la religione. È noto per la sua prontezza nel rendere servizio; molto agile nell'arrampicarsi sugli alberi di cocco, va volentieri a fare la raccolta delle noci di cocco per conto degli abitanti anziani del villaggio. Questa gentilezza stupisce da parte di un figlio di capo, che potrebbe pretendere che lo si serva. Ma la parola di Nostro Signore: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere (At 20,35) gli ha colpito il cuore.

A scuola, il giovane Papuano si mostra birichino, ma la sua franchezza (virtù rara tra i Tolai, etnia alla quale egli appartiene) è totale. Nel 1930, padre Laufer, che è incaricato della parrocchia di Rakunai, chiede al padre del bambino se non potrebbe farlo studiare in vista del sacerdozio. L'innalzamento di un papuano al sacerdozio era allora rarissima. A questa proposta lusinghiera, To Puia risponde con saggezza: «Penso che i tempi non siano maturi perché uno dei miei figli, o un altro uomo di qui diventi prete. Ma se vuoi mandarlo alla scuola di catechisti di Taliligap, sono d'accordo». L'adolescente parte quindi per questa scuola dove giovani scelti studiano allo scopo di fornire un sostegno ai missionari, poco numerosi in quell'immenso campo di apostolato. Attivo e ottimista, Pietro si reca con eguale entusiasmo agli Uffici religiosi, alle lezioni o ai lavori manuali (la scuola deve in gran parte la sua sussistenza al lavoro agricolo degli allievi). Egli stimola i compagni spesso portati all'indolenza sotto il bruciante clima equatoriale. La comunione quotidiana, la confessione frequente, la recita del rosario sono la sua forza contro le tentazioni. Poco per volta, corregge il proprio temperamento faceto di cui sono vittima i suoi professori. Ma rimane un compagno allegro, impareggiabile nel disarmare gli attaccabrighe con le sue battute.

Nel 1934, avendo dato ogni soddisfazione, Pietro To Rot riceve dal suo vescovo la croce di catechista, poi viene inviato nel suo villaggio natale per aiutare padre Laufer. Egli esercita sui cristiani una sorveglianza discreta, incoraggia i tiepidi a partecipare alla Messa domenicale, prepara i peccatori a un seria confessione, riconduce le pecore disperse all'ovile del Buon Pastore. Ama soprattutto fare conoscenza con la gente. Il suo zelo lo porta a combattere le pratiche di stregoneria ancora vive, anche tra i cristiani.

Testimoni diretti

«Cari catechisti, diceva papa Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione di Pietro To Rot, siate testimoni diretti, evangelizzatori insostituibili, la forza basilare delle comunità cristiane. Fin dagli inizi, l'opera dei catechisti laici in Papua Nuova Guinea ha apportato un contributo singolare ed insostituibile alla propagazione della fede e della Chiesa. A nome dell'intera Chiesa vi ringrazio per l'opera santa che state svolgendo».

Per guidare la catechesi attuale, papa Giovanni Paolo II ha pubblicato, nel 1992, il Catechismo della Chiesa Cattolica (CEC). Questo era rivolto in primissimo luogo all'episcopato «come testo di riferimento sicuro e autentico per l'insegnamento della dottrina cattolica, e in particolare per l'elaborazione dei catechismi locali». Nel 2005, Benedetto XVI ha approvato la stampa di un sunto di questo Catechismo: «Il Compendio che ora presento alla Chiesa universale è una sintesi fedele e sicura del Catechismo della Chiesa Cattolica. Esso contiene, in modo conciso, tutti gli elementi essenziali e fondamentali della fede della Chiesa, così da costituire, come era stato auspicato dal mio Predecessore, una sorta di «vademecum» (Benedetto XVI, 28 giugno 2005). [Il «vademecum» è un libro che si porta abitualmente e comodamente su di sé, destinato a ricordare in poche parole i concetti principali di una scienza o di un'arte].

La catechesi è prima di tutto un'educazione della fede. Che cosa significa concretamente, per l'uomo, credere in Dio? «Significa, risponde il Compendio, aderire a Dio stesso, affidandosi a Lui e dando l'assenso a tutte le verità da Lui rivelate» (n. 27). «Insegna il Concilio [Vaticano II] che «a Dio che si rivela è dovuta l'obbedienza della fede» (Dei Verbum, n. 5). Con questa breve ma densa affermazione, viene indicata una fondamentale verità del cristianesimo» (Giovanni Paolo II, Enciclica Fides et ratio, 14 settembre 1998, n. 13). «L'uomo, sostenuto dalla grazia divina, risponde [a Dio] con l'obbedienza della fede, che è affidarsi pienamente a Dio e accogliere la sua Verità, in quanto garantita da Lui, che è la Verità stessa» (Compendio, n. 25).

Una chiave preziosa

Nell'enciclica Spe salvi, del 30 novembre 2007, papa Benedetto XVI ricorda che la fede è la chiave della vita eterna. Evoca a questo riguardo il rituale del Battesimo: «Vorrei partire dalla forma classica del dialogo con cui il rito del Battesimo esprimeva l'accoglienza del neonato nella comunità dei credenti e la sua rinascita in Cristo. Il sacerdote chiedeva innanzitutto quale nome i genitori avevano scelto per il bambino, e continuava poi con la domanda: «Che cosa chiedi alla Chiesa?» Risposta: «La fede». «E che cosa ti dona la fede?» «La vita eterna». Stando a questo dialogo, i genitori cercavano per il bambino l'accesso alla fede, la comunione con i credenti, perché vedevano nella fede la chiave per «la vita eterna». Di fatto, oggi come ieri, di questo si tratta nel Battesimo, quando si diventa cristiani: non soltanto di un atto di socializzazione entro la comunità, non semplicemente di accoglienza nella Chiesa» (n. 10).

Chiave della vita eterna, la fede è «necessaria per essere salvati» (Compendio, n. 28). Ma quando è autentica, la fede guida il modo di vivere. Al giovane che lo interroga sulla vita eterna, Gesù risponde: Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti, poi aggiunge: Vieni e seguimi (Mt 19,16-21). «Seguire Gesù implica l'osservanza dei Comandamenti. La Legge non è abolita, ma l'uomo è invitato a ritrovarla nella persona del divino Maestro, che la realizza perfettamente in se stesso, ne rivela il pieno significato e ne attesta la perennità » (Compendio, n. 434). È grazie ai sacramenti che diventa possibile vivere secondo la fede: «Ciò che il Simbolo della fede professa, i sacramenti lo comunicano. Infatti, con essi i fedeli ricevono la grazia di Cristo e i doni dello Spirito Santo, che li rendono capaci di vivere la nuova vita di figli di Dio nel Cristo accolto con la fede» (Compendio, n. 357).

Nel 1942, il Giappone, in guerra contro le potenze occidentali, invade la Nuova Guinea; i giapponesi, appena sbarcati a Rabaul, imprigionano preti, religiosi e religiose. Padre Laufer viene ben presto arrestato; Pietro To Rot si sforza da quel momento di supplire quanto possibile all'assenza del sacerdote, battezza i neonati, assiste con testimoni ai matrimoni, presiede i funerali. Ogni domenica, dirige in chiesa un incontro di preghiera in cui esorta i fedeli alla perseveranza. Perché possano ricevere i sacramenti, li conduce, di nascosto, da un missionario che ha evitato l'arresto e vive nella foresta. Ben presto, i soldati giapponesi si danno al saccheggio e alla distruzione delle chiese, e To Rot deve costruire nella boscaglia una cappella di legno nonché dei nascondigli sotterranei per gli arredi e i vasi sacri. A causa delle numerose spie, effettua abitualmente di notte le sue visite ai cristiani. Va spesso a Vunapopé, città distante dove un prete gli dà il Santissimo, che egli può allora distribuire ai morenti e ai malati, in virtù di un permesso speciale del vescovo.

Per il Regno di Dio

Pietro ha sempre nutrito un grande rispetto per la santità del matrimonio. Sposato dal 1936 con Paula Ia Varpit, giovane di un villaggio vicino, è un modello per le altre famiglie, e salva molte coppie minacciate dai litigi o dalla cattiva condotta di uno dei coniugi. I giapponesi incoraggiano il ritorno alla poligamia, praticata nel paese prima dell'evangelizzazione. Sperano, con questa misura, di allontanare la popolazione dall'influenza «occidentale». Trascinati dalla sensualità o per timore delle rappresaglie, molti uomini prendono una seconda donna. Di fronte a questo scandalo. Pietro To Rot non può tacere: la sua fede e le sue responsabilità di catechista gli impongono di parlare, quali che ne possano essere le conseguenze: «Non dirò mai troppo ai cristiani sulla dignità e il profondo significato del sacramento del matrimonio», egli dichiara. A sua moglie che teme che questa determinazione attiri la sventura sulla sua famiglia, To Rot risponde: «Se devo morire, è una cosa buona, perché morirò per il Regno di Dio sul nostro popolo».

L'insegnamento di Pietro sul matrimonio è quello della Chiesa, ricordato ai nostri giorni dal Compendio: «Dio, che è amore e che ha creato l'uomo per amore, l'ha chiamato ad amare. Creando l'uomo e la donna, li ha chiamati nel Matrimonio a un'intima comunione di vita e di amore fra loro, così che non sono più due, ma una carne sola (Mt 19,6)» (n. 337). L'unità che formano gli sposi è esclusiva durante la loro vita: «Il sacramento del Matrimonio genera tra i coniugi un vincolo perpetuo ed esclusivo. Dio stesso suggella il consenso degli sposi. Pertanto il Matrimonio concluso e consumato tra battezzati non può essere mai sciolto» (n. 346). Per questa ragione, «l'unione matrimoniale, secondo l'originario disegno divino, è indissolubile, come afferma Gesù Cristo: Quello che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi (Mc 10,9)» (n. 338). Inoltre, Gesù Cristo « dona la grazia per vivere il Matrimonio nella nuova dignità di sacramento, che è il segno del suo amore sponsale per la Chiesa: Voi mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa (Ef 5,25)» (n. 341).

« Senza di lui... »

To Metepa, un cattolico, poliziotto al servizio dei giapponesi, concupisce, benché sia già sposato, Ia Mentil, la moglie di un protestante. Il padre di questa donna, nonché To Rot, gli impediscono di prenderla. Furioso, il poliziotto denuncia To Rot al suo superiore Kueka, che convoca il catechista e gli vieta ogni attività pastorale. To Metepa, aiutato da un altro poligamo, s'impadronisce di Ia Mentil e molesta suo marito, attaccandolo alla fine a un albero dove resta due giorni. Ma il capo del villaggio, buon cristiano, chiama To Rot e riescono a mettere Ia Mentil al sicuro a Rakunai. Numerosi cattolici sono sul punto di cedere alla tentazione della poligamia, ma Pietro, con le sue vigorose esortazioni, li rimette sul retto cammino. Uno di loro testimonierà in seguito: «Senza di lui, avrei preso una seconda moglie. To Rot era un santo, preoccupato unicamente della salvezza delle anime. Non aveva alcun timore dei ricchi e dei potenti». «Con la loro vita conforme al Signore Gesù, afferma il Compendio, i cristiani attirano gli uomini alla fede nel vero Dio, edificano la Chiesa, informano il mondo con lo spirito del Vangelo e affrettano la venuta del Regno di Dio» (n. 433). Lo stesso fratello di Pietro, Tatamai, ha abbandonato sua moglie per «sposarne» un'altra. Rifiutando di ascoltare i rimproveri di To Rot, lo denuncia ai giapponesi. Poco dopo, tuttavia, preso dal pentimento, viene a chiedergli perdono. Dopo la guerra, ricostruirà con i propri mezzi la chiesa di Rakunai, in segno di penitenza per il suo tradimento.

Nessuno riesce a dissuadere il catechista dal proseguire il suo apostolato. Di conseguenza egli riceve delle minacce sempre più dirette da parte di certi giapponesi che odiano il cristianesimo, giudicato responsabile del fallimento militare del Giappone. Interrogato dalla polizia giapponese sui suoi sentimenti nei confronti dell'occupante, To Rot risponde: «La Chiesa cattolica desidera la pace; ma non è colpa sua, se voi non siete vittoriosi. – Silenzio! grida il poliziotto, vietiamo tutte le riunioni religiose. – Gesù, risponde calmo Pietro, ha insegnato ai suoi discepoli che era meglio obbedire a Dio che agli uomini (At 5,29)». E continua a riunire i cattolici ogni domenica. Da allora viene spiato da traditori che cercano di coglierlo in flagrante reato di preghiera. Un giorno mentre assiste, a nome della Chiesa, a due matrimoni, la sbadataggine di una delle coppie lo fa denunciare. Dapprima viene perquisita la casa del catechista. I poliziotti vi scoprono diversi oggetti di culto e vanno ad arrestare Pietro che sta piantando degli ortaggi per conto di soldati giapponesi. Quest'ultimo racconterà in seguito il suo interrogatorio al quartier generale di Vunaiara: «Il capo della polizia, Meshida, mi chiese: «Hai tenuto una riunione di preghiera ieri? – Sì». Mi ha allora colpito violentemente sul viso e sulla nuca. «È vero che sei contro la bigamia (matrimonio di un uomo con due donne)?» Quando ho risposto «sì», sono stato messo in prigione. Era, per Mescida, la mia colpa principale».

Pietro sa che la poligamia è contraria alla comunione degli sposi nel matrimonio. «La poligamia nega in modo diretto il disegno di Dio quale ci viene rivelato alle origini, perché è contraria alla pari dignità personale dell'uomo e della donna, che nel matrimonio si donano con un amore totale e perciò stesso unico ed esclusivo» (Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Familiaris consortio, del 22 novembre 1981, n. 19). «Quando le autorità legalizzarono e incoraggiarono la poligamia, diceva papa Giovanni Paolo II, il Beato Pietro, sapendo che ciò andava contro i principi cristiani, denunciò fermamente tale pratica. Grazie allo Spirito di Dio che dimorava in lui, egli proclamò coraggiosamente la verità circa la santità del matrimonio. Rifiutò di prendere la «via più facile» (cf. Mt 7,13) del compromesso morale. «Devo compiere il mio dovere come testimone nella Chiesa di Gesù Cristo» spiegò. Non lo fermò il timore della sofferenza e della morte».

La vera gioia

«Lo so, confida Pietro a sua madre, mi uccideranno. Ma non preoccupatevi; sono pronto a offrire la mia vita per Gesù Cristo». «Sì, affermava papa Giovanni Paolo II, la saggezza del Vangelo ci dice che la vita eterna si ottiene attraverso la morte, e la vera gioia attraverso la sofferenza. Per comprendere ciò dobbiamo giudicare con i criteri divini e non con quelli umani!... Agli occhi di Dio, coloro che sono stati perseguitati per la loro fedeltà al Vangelo sono realmente beati, poiché grande sarà la ricompensa nei cieli (Mt 5,12)« Nel piano salvifico di Dio, la sofferenza, più di ogni altra cosa, rende presenti nella storia dell'umanità le forze della Redenzione« Proprio come il Signore Gesù ha salvato il suo popolo amandolo sino alla fine (Gv 13,1), fino alla morte e alla morte in croce (Fil 2,8), così continua anche ad invitare ogni discepolo a soffrire per il Regno di Dio. Quando viene unita alla Passione redentrice di Cristo, la sofferenza umana diventa uno strumento di maturità spirituale e una magnifica scuola di amore evangelico» (Omelia di beatificazione).

Imprigionato in una minuscola cella senza finestra, Pietro ne esce solo per occuparsi dei porci. Sua madre e sua moglie gli portano il cibo. Un giorno, in presenza dei loro due figli, sua moglie supplica Pietro di dire ai giapponesi che rinuncia al suo mestiere di catechista e vuole vivere d'ora in poi come un uomo ordinario nel suo villaggio. Lei pensa così di poterlo far liberare, tramite l'intervento dei notabili del villaggio. To Rot le risponde gravemente: «Non è affar tuo. Bisogna, aggiunge facendo il segno della croce, che io glorifichi il Nome di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, e che io aiuti così il mio popolo». E chiede a sua moglie di portargli la sua croce di catechista, che lo accompagnerà fino alla fine. Lo stesso giorno – è nel giugno 1945 -, confida a sua madre: «I poliziotti mi hanno detto che, questa sera, un medico giapponese verrà a darmi una medicina. Questo mi stupisce, non sono malato! Torna presto a casa e prega per me». L'indomani, un poliziotto arriva a Rakunai e annuncia: «Il vostro catechista è morto». Dominando la propria emozione, il capo del villaggio chiede: «Che cosa gli avete fatto? Eppure era in buona salute. – Si è ammalato ed è morto».

La fecondità di una morte

Ben presto, Tarua, lo zio di To Rot, viene inviato alla prigione, accompagnato dal comandante Meshida, per riconoscere e portare via il corpo. Il martire giace, rannicchiato, il corpo ancora caldo, il viso rivolto verso il cielo. Ha del cotone, in certi punti rosso di sangue, nel naso, negli occhi e nelle orecchie. Un foulard rosso gli stringe il collo, la sua nuca è gonfia e mostra delle piaghe. La traccia di un'iniezione nel braccio destro è ben visibile. Gli è stata iniettata della manioca (prodotto contenente cianuro), a giudicare dall'odore dell'ambiente circostante. Vedendo che il veleno tardava a fare la sua opera, i soldati hanno strangolato la loro vittima e l'hanno colpita alla nuca con una trave. Pietro To Rot è sepolto nel cimitero di Rakunai, dove la sua tomba diventa un luogo di pellegrinaggio. Lungi dallo scoraggiare e dall'intimidire i cristiani, la morte di To Rot fu per tutti un potente stimolo. Il villaggio di Rakunai, dal 1945, non ha dato alla Chiesa meno di dodici preti e religiose. Questa fecondità spirituale è stata sottolineata da papa Giovanni Paolo II: «Nei periodi di persecuzione, la fede degli individui e delle comunità si prova col fuoco (1Pt 1,7). Tuttavia Cristo ci dice che non c'è ragione di aver paura. Coloro che vengono perseguitati per la loro fede saranno più eloquenti che mai: Non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,20). Così è stato per il Beato Pietro To Rot... Anche lui fu condotto come un agnello al macello (Is 53,7). E ciononostante questo «chicco di grano» che è caduto silenziosamente in terra (cf. Gv 12,24) ha prodotto una messe di benedizioni per la Chiesa in Papua Nuova Guinea! »

Il beato Pietro To Rot è stato scelto per figurare tra i patroni delle GMG del 2008 a Sydney, in Australia. In occasione della sua beatificazione, nel 1995, papa Giovanni Paolo II si rivolgeva così ai giovani: «Il Beato Pietro è un modello anche per voi. Egli vi insegna a non preoccuparvi solo per voi stessi, ma a mettervi generosamente al servizio degli altri... Non abbiate paura d'impegnarvi nel compito di far conoscere e amare Cristo». «L'esempio del Martire parla anche alle coppie sposate, aggiungeva il Papa. Il Beato Pietro To Rot aveva un'alta considerazione del matrimonio e, nonostante il grande rischio personale e l'opposizione, difese l'insegnamento della Chiesa sull'unità del matrimonio e sul bisogno di fedeltà reciproca. Trattò sua moglie Paola con grande rispetto, e pregava con lei ogni mattina e ogni sera. Per i suoi figli nutriva un profondo affetto e trascorreva con essi più tempo possibile. Se le famiglie sono buone, i vostri paesi saranno pacifici e buoni. Mantenetevi fedeli alle tradizioni che difendono e rafforzano la vita familiare».

L'esempio del beato catechista Pietro To Rot ci incoraggia ad approfondire la nostra fede e a vivere in perfetta coerenza con essa, in conformità con le richieste di papa Benedetto XVI ai cristiani, il 18 maggio 2008: «Abbiate cura della formazione spirituale e catechistica, una formazione «sostanziosa», più che mai necessaria per vivere bene la vocazione cristiana nel mondo di oggi. Lo dico agli adulti e ai giovani: coltivate una fede pensata, capace di dialogare in profondità con tutti, con i fratelli non cattolici, con i non cristiani e i non credenti».

Dom Antoine Marie osb

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