Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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29 luglio 2009
Santa Marta


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Agosto 1943. Nel carcere militare di Berlino-Tegel, un condannato a morte traccia con mano maldestra le righe  seguenti: «Anche se scrivo con le mani incatenate, è meglio che avere la mia volontà incatenata. A volte, Dio si manifesta donando la sua forza a coloro che lo amano e che non pongono le cose terrene al di sopra delle realtà eterne. Né la prigione, né le catene, e nemmeno la morte possono separare qualcuno dall'amore di Dio, strappargli la sua fede e la sua libera volontà. La potenza di Dio è invincibile». Questo «martire di coscienza» è stato beatificato dalla Chiesa il 26 ottobre 2007, in presenza di sua moglie, di 94 anni.

Franz (Francesco) Jägerstätter nasce il 20 maggio 1907, figlio naturale di Rosalia Huber, a Sankt Radegund, un paesino dell'Alta Austria, vicinissimo al confine tedesco. Viene battezzato all'indomani e allevato nella povertà presso la nonna. Nel 1917, sua madre sposa il proprietario di una fattoria Heinrich Jägerstätter e Franz viene legittimato; diventerà erede della fattoria del patrigno. È un ragazzo sveglio che legge volentieri, impara a suonare la cetra e ha un ruolo nelle «Rappre-sen-tazioni della Passione di Cristo» di Sankt Radegund, che attirano ogni anno decine di migliaia di spettatori. Franz, che non è privo di difetti, si rivela facilmente litigioso. A vent'anni, va a guadagnarsi da vivere in una miniera. Il giovane si trova in un ambiente materialista e ostile alla Chiesa, il che provoca in lui una crisi religiosa. Smette per un certo periodo di andare a Messa, ma ritornerà presto a una pratica cristiana; quest'ultima, probabilmente insufficiente, non gli impedirà di cadere in una colpa grave: nell'agosto 1933, Franz diventa padre di una figlia naturale, di cui si occuperà fino alla morte. Tuttavia, presto decide di condurre una vita seria.

Un punto di svolta

Franz è amato e apprezzato in paese per la sua disponibilità a rendere servizio. Il 9 aprile 1936, sposa Franziska Schwaninger, una cameriera di ristorante, nata nel 1913. Gli sposi si uniscono a un gruppo di pellegrini e vanno in viaggio di nozze a Roma. Franziska, fervente cristiana che fa spesso la comunione e santifica i primi venerdì del mese, è una giovane donna piena di fascino e di senso dell'umorismo. Franz ha trovato la perla preziosa. Scriverà in seguito a sua moglie: «Non avrei mai immaginato che il matrimonio potesse essere qualche cosa di così bello». Trascinato dall'esempio di Franziska, inizia anch'egli a fare spesso la comunione; è il punto di svolta della sua vita spirituale.

Nel 1933, Hitler s'impadronisce del potere in Germania e le relazioni con l'Austria diventano subito tese. Il vescovo di Linz, mons. Gföllner, nella cui diocesi si trova Sankt Radegund, constata fin da quell'anno l'incompatibilità tra la dottrina cattolica e quella del nazionalsocialismo. Franz si atterrà a questa linea di condotta: nessun compromesso con il neo-paganesimo. Il 10 aprile 1938, vota «no» al plebiscito organizzato in Austria dai nazisti dopo l'Anschluss (annessione forzata dell'Austria alla Germania). È l'unico del suo paese ad osare farlo. Il 17 giugno 1940, Jägerstätter viene chiamato al servizio militare attivo a Branau, luogo di nascita di Hitler. È tuttavia dichiarato indisponibile per intervento delle autorità del suo comune, avendo tre figlie piccole di cui l'ultima è appena nata. Ma in ottobre, è richiamato a Enns negli alpini. L'8 dicembre, viene accolto nel Terz'Ordine francescano di cui anche sua moglie fa parte. Nell'aprile 1941, Franz riesce, sempre grazie alle autorità del suo comune, a tornare a casa; avrà due anni di relativa tranquillità; ma in tutto questo periodo, sua moglie e lui vivono nella temuta attesa di una lettera dalla Wehrmacht.

Franz non rifiuta affatto, per principio, di indossare le armi. Riceve l'insegnamento della Chiesa, formulato oggi dal Catechismo della Chiesa Cattolica: «I pubblici poteri, in questo caso [se sono soddisfatte le condizioni della «guerra giusta»], hanno il diritto e il dovere di imporre ai cittadini gli obblighi necessari alla difesa nazionale. Coloro che si dedicano al servizio della patria nella vita militare sono servitori della sicurezza e della libertà dei popoli. Se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono veramente al bene comune della nazione e al mantenimento della pace» (n. 2310). Tuttavia, a partire dall'aprile 1941, Franz è deciso a non ottemperare più a una nuova chiamata al servizio nei corpi dell'esercito del Terzo Reich. È infatti convinto, dopo una lunga e prudente riflessione, che, se lo farà, peccherà collaborando direttamente a una guerra ingiusta.

Nella parrocchia di Sankt Radegund, si consiglia a Franz di essere più conciliante. Egli, tuttavia, rifiuta ogni collaborazione con il regime, ogni finanziamento a vantaggio del NSDAP (il partito unico). Paga invece volentieri il contributo per procurare dei mezzi di sussistenza alla Chiesa spogliata, e distribuisce di nascosto viveri agli indigenti, per evitare di passare attraverso gli enti ufficiali di beneficenza. Partecipa ormai quotidianamente alla Messa. Diventato sacrestano a partire dal 1940, Franz prende sul serio il suo incarico; consiglia discretamente al prete di parlare più spesso delle pene del purgatorio, per indurre i parrocchiani a cercare la perfezione e a fare penitenza – consiglio che verrà seguito. Per parte sua, fa penitenza, digiuna, moltiplica le preghiere. È soprattutto nella santa Comunione che attinge la sua forza. Di fronte alla domanda: «Si può ancora fare qualche cosa?», Franz risponde: «Si sente spesso dire: «Non c'è niente da fare; dire qualche cosa significherebbe esporsi inutilmente alla prigionia e alla morte. Non si può certo cambiare da soli il destino del mondo»« Ma per salvare se stessi, e per guadagnare forse anche qualche anima a Cristo, credo che non sia mai troppo tardi, finché noi uomini viviamo in questo mondo».

Segno di contraddizione

La decisione che prende Franz di sottrarsi a una nuova chiamata alle armi gli vale molte critiche nel suo ambiente circostante. Sua madre gli mostra le tragiche conseguenze che sono da temere per lui e per la sua famiglia. Padre Joseph Karobath, il suo parroco, cerca di tranquillizzarlo sostenendo che può, senza peccato, partecipare alla guerra, perché non c'è altra via possibile. Ma, dirà il sacerdote, «Franz mi ha sempre controbattuto citandomi la Scrittura: Non facciamo il male perché ne venga un bene (Rm 3,8)». Nel maggio 1942, Jägerstätter scrive: «Oggi è forse la stessa cosa fare una guerra giusta o ingiusta? Vi è forse qualche cosa di peggio che dover assassinare e spogliare uomini che difendono la loro patria, solo per aiutare un potere anti-cristiano a trionfare per instaurare un impero senza Dio?» Franz non crede alla «crociata contro il bolscevismo» (slogan utilizzato per giustificare l'aggressione del giugno 1941 contro la Russia). Egli non ignora che «il comunismo è intrinsecamente perverso», come l'ha insegnato Pio XI nel 1937 (enciclica Divini Redemptoris), ma sa anche che un fine buono non giustifica mezzi immorali. Ora, i mezzi utilizzati da Hitler in Russia non sono conformi con i principi di umanità e di rispetto delle popolazioni civili.

Franz interroga il suo vescovo, mons. Joseph Fliesser, che – secondo la sua propria testimonianza – cerca di convincerlo a obbedire alla chiamata alle armi: la questione di sapere se la guerra sia giusta va oltre la competenza di un semplice cittadino, e Franz ha dei doveri prima di tutto nei confronti della sua famiglia. Questa risposta non soddisfa Jägerstätter: egli sospetta che il vescovo abbia potuto prenderlo per un provocatore nazista. Inoltre, vedendo nell'ambiente che lo circonda il gran numero di soldati che sono morti al fronte in Russia, Franz osserva che non è molto meno pericoloso essere renitente alla leva che lasciarsi condurre come soldato sul fronte dell'Est. «Credo che se Dio ci chiede di morire per la nostra fede, questa non sia una cosa troppo difficile, se si pensa alle migliaia di giovani che, in questi difficili anni di guerra, sono stati costretti a dare la loro vita per il nazionalsocialismo».

Dio primo servito

Ai nostri giorni, la questione dell'obiezione di coscienza si pone in particolare per le persone a cui viene ingiunto di applicare le leggi omicide che autorizzano l'aborto o l'eutanasia. Nella sua enciclica Evangelium vitae del 25 marzo 1995, papa Giovanni Paolo II insegnava a questo riguardo: «L'aborto e l'eutanasia sono crimini che nessuna legge umana può pretendere di legittimare. Leggi di questo tipo non solo non creano nessun obbligo per la coscienza, ma sollevano piuttosto un grave e preciso obbligo di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza. Fin dalle origini della Chiesa, la predicazione apostolica ha inculcato ai cristiani il dovere di obbedire alle autorità pubbliche legittimamente costituite (cf. Rm 13,1-7; 1Pt 2,13-14), ma nello stesso tempo ha ammonito fermamente che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (At 5,29)» (n. 73).

Nel febbraio 1943, il ministro Goebbels proclama la «guerra totale». I riservisti saranno d'ora innanzi richiamati in servizio. Jägerstätter riceve la temuta convocazione. Accusandone ricevuta, egli osserva: «Ho appena firmato la mia condanna a morte». Se sua madre lo supplica di non ostinarsi, sua moglie rinuncia, per parte sua, a farlo cambiare di parere. Quando gli viene ingiunto di trovarsi alla caserma di Enns il 25 febbraio, Franz scrive a padre Karobath, allora in esilio: «Devo annunciarLe che forse perderà uno dei Suoi parrocchiani... Poiché nessuno può ottenere che io venga dispensato dal compiere una cosa che metterebbe in pericolo la mia salvezza eterna, non posso cambiare nulla alla mia risoluzione, che Lei conosce». Il sacerdote comprende allora la posizione del suo amico e l'approva.

In un primo tempo, Franz non si reca alla caserma; la sua idea è quella di nascondersi nella foresta. Poi, riflettendo che la sua fuga potrebbe provocare ritorsioni contro la sua famiglia, si presenta a Enns il 1° marzo. Fin dal 2, annuncia all'ufficiale reclutatore che si rifiuta di portare le armi, a causa della sua opposizione ai principi del nazionalsocialismo. Lo stesso giorno, scrive a sua moglie una lettera piena d'amore in cui le spiega i motivi della sua decisione; essa termina così: «Possa Dio concederti tutto quello che desideri, a condizione che questo non comprometta la tua salvezza eterna... Se Dio non permette che vi riveda in questo mondo, spero che saremo presto riuniti tutti in Cielo». Egli chiede a Franziska di inviargli un opuscolo sulle apparizioni della Vergine Maria a Fatima.

Franz viene condotto alla prigione militare di Linz. Qui riceve la visita di padre Baldinger, che lo invita ad accettare la chiamata alle armi. Il prete sostiene che l'indossare le armi non implica un'adesione al regime nazista; è soltanto un atto di obbedienza civile che non vincola la coscienza. Franz mantiene la sua decisione mille volte soppesata davanti a Dio: egli non può prestare il giuramento di obbedienza incondizionata a Hitler che è richiesto a ogni soldato. Padre Baldinger testimonierà dopo la guerra la perfetta salute mentale di Jägerstätter e la sua mitezza: nulla in lui del fanatico. Del resto, Franz dice spesso: «Mi affido a Dio; se vuole che io agisca diversamente, me lo farà sapere».

Nel cuore dell'uomo

È per obbedire a Dio e salvare la propria anima che Jägerstätter segue il giudizio della sua coscienza. «Nell'intimo della coscienza, insegna il concilio Vaticano II, l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell'intimità del cuore: «Fa' questo, evita quest'altro». L'uomo ha in realtà una Legge scritta da Dio dentro al cuore; obbedirle è la dignità stessa dell'uomo, e secondo questa egli sarà giudicato» (Gaudium et spes, n. 16). «La coscienza, scrive san Bonaventura, è come l'araldo di Dio e il messaggero, e ciò che dice non lo comanda da se stessa, ma lo comanda come proveniente da Dio, alla maniera di un araldo quando proclama l'editto del re. E da ciò deriva il fatto che la coscienza ha la forza di obbligare».

Tuttavia, «la coscienza non è una fonte autonoma ed esclusiva per decidere ciò che è buono e ciò che è cattivo»; al contrario, «la dignità di questa istanza razionale e l'autorità della sua voce e dei suoi giudizi derivano dalla verità sul bene e sul male morale che essa è chiamata ad ascoltare e ad esprimere. Questa verità è indicata dalla «Legge divina», norma universale e oggettiva della moralità » (Giovanni Paolo II; Enciclica Veritatis splendor, 1995, n. 60). Lo si vede, «la coscienza morale non chiude l'uomo dentro una invalicabile e impenetrabile solitudine, ma lo apre alla chiamata, alla voce di Dio» (ibid., n. 58).

Il concilio Vaticano II insegna: «I fedeli di Cristo, nella formazione della loro coscienza, devono considerare diligentemente la dottrina sacra e certa della Chiesa. Infatti per volontà di Cristo la Chiesa cattolica è maestra di verità e sua missione è di annunziare e di insegnare autenticamente la verità che è Cristo, e nello stesso tempo di dichiarare e di confermare autoritativamente i principi dell'ordine morale che scaturiscono dalla stessa natura umana» (Dignitatis Humanae, n. 14).

Egli non è l'unico

All'inizio di maggio, Franz viene trasferito nel carcere militare di Berlino-Tegel. Egli si rende conto che non è l'unico ad aver rifiutato il servizio armato e che molti altri hanno compiuto atti eroici di resistenza contro il nazionalsocialismo. Aiuta molti di loro a convertirsi e ad accettare la loro prossima morte. Apprende con gioia che dei soldati delle S.S. si sono convertiti prima di morire. Il cappellano Heinrich Kreutzberg, che ha già assistito duecento cattolici condannati a morte, gli dimostra affetto e rispetto. In carcere, Franz, che è sempre stato un contadino coscienzioso e competente, manifesta la propria tenerezza per la sua famiglia e la sollecitudine per la sua azienda agricola. Il 12 marzo 1943, scrive alla moglie: «Sarà ben presto tempo di seminare l'avena. Quando hai delle domande riguardo alla fattoria, scrivimi perché io ti aiuti con i miei consigli. Dio sa che preferirei tuttavia aiutarti di persona». Al suocero, rivolge con tatto un piccolo consiglio: «Non far lavorare troppo duramente i miei, perché resti loro comunque un po' di tempo per meditare e pregare».

Jägerstätter attraversa tuttavia dei momenti di prova, temendo soprattutto che la sua famiglia venga perseguitata per causa sua. Sua moglie lo rasserena accettando cristianamente la prova che attraversa. Il 7 marzo, Franziska gli scrive: «Mio carissimo sposo,« sia fatta la volontà di Dio, anche se fa molto male!« Le tue tre bambine chiedono sempre di te e offrono sacrifici quaresimali per il tuo ritorno». Il 9 aprile, Franz scrive a sua moglie, in occasione dei loro sette anni di matrimonio: «Quando ripenso a tutte le grazie che ho ricevute per sette anni, mi sembra talvolta un miracolo... Ecco perché, anche se temiamo il futuro, possiamo essere certi che Colui che ci ha così sostenuti e colmati non ci abbandonerà. Se sappiamo rendergli grazie e continuare i nostri sforzi verso la perfezione, Dio ci concederà una gioia eterna« Se dovessi lasciare questa vita, riposerei in pace nella mia tomba poiché tu sai che non sono un criminale».

Gli intimi pensieri annotati da Jägerstätter durante i suoi ultimi giorni mostrano la sua forza e la sua libertà interiori: «Si cerca sempre di piegare la mia risoluzione adducendo il fatto che sono sposato e ho dei figli. Ma l'aver moglie e figli cambia forse una cattiva azione in una buona? Oppure un'azione diventa buona o cattiva semplicemente perché migliaia di cattolici la compiono? A che cosa serve chiedere a Dio i sette doni dello Spirito santo, se bisogna comunque praticare l'obbedienza cieca? A che cosa serve all'uomo aver ricevuto da Dio intelletto e libera volontà, se, come si sostiene, non spetta a lui discernere se questa guerra che fa la Germania sia giusta o ingiusta?»

Prima del processo, l'avvocato di Franz, Feldmann, che vuole fare tutto il possibile per salvare il suo cliente, ha ottenuto che l'imputato possa incontrare i suoi giudici da solo a solo. Questi ultimi lo esortano a «non costringerli a condannarlo a morte», accettando di prestare servizio in un'unità sanitaria. Ma Franz declina l'offerta, perché dovrebbe prestare il giuramento di obbedienza incondizionata, il che non vuol fare a nessun costo. La sentenza del tribunale militare di Berlino, in data 6 luglio 1943, constata che questo rifiuto del servizio militare è un reato punibile secondo la legge del Reich, poiché i motivi di coscienza addotti non sono accoglibili e l'imputato non è stato giudicato malato di mente. Franz è quindi condannato a morte.

«Avrei tanto voluto»

Il 12 luglio, Franziska viene autorizzata a vedere il marito; l'incontro di venti minuti si svolge in presenza del parroco sostituto di Sankt Radegund, padre Fürthauer. Questo sacerdote pusillanime tenta invano di convincere il condannato a sottomettersi per salvare la propria vita. L'8 agosto 1943, Franz viene trasferito nella prigione di Brandeburgo. Gli viene annunciato che è stato condannato a morte e che la sentenza verrà eseguita il giorno seguente. Quello stesso giorno, Franz scrive ai suoi: «Avrei tanto voluto risparmiarvi questa sofferenza che dovete sopportare per causa mia. Ma sapete quello che ha detto Cristo: Chi ama suo padre, sua madre, sua moglie e i suoi figli più di me non è degno di me (cf. Mt 10,37)». Nella sua lettera di addio, scritta poche ore prima dell'esecuzione, aggiunge: «Ringrazio il nostro Salvatore di poter soffrire e anche morire per Lui... Che Dio degni accettare l'offerta della mia vita in sacrificio di espiazione non solo per i miei peccati, ma anche per quelli degli altri». E raccomanda di non nutrire pensieri di rabbia né di vendetta nei confronti di nessuno: «Finché un uomo è in vita, è nostro dovere aiutarlo con il nostro amore a camminare sulla via del Cielo».

Alle ore 16, il 9 agosto, Franz Jägerstätter viene decapitato. La sera dello stesso giorno, padre Jochmann, cappellano del carcere, dichiara alle religiose austriache che hanno una clinica a Brandeburgo: «Non posso che congratularmi con voi per avere una tale compatriota, che è vissuto da Santo ed è morto da eroe. Ho la certezza che quest'uomo semplice è l'unico Santo che mi sia stato dato di incontrare nella mia vita». Il corpo di Jägerstätter viene cremato per ordine delle autorità. L'urna funeraria, dopo la guerra, verrà sepolta nel cimitero di Sankt Radegund.

Padre Kreutzberg, che ha conosciuto Franz durante i suoi ultimi giorni, si chiederà in seguito: «Di dove viene la forza di carattere di quest'uomo semplice? Le sue lettere mostrano quanto egli vivesse delle grandi verità della sua fede cattolica: Dio, il peccato, la morte, il Giudizio, l'eternità, il Cielo e l'inferno; queste verità che aveva ricevute durante le omelie parrocchiali della domenica. In particolare, il pensiero dell'eternità e delle gioie del Cielo è stato per lui un grande aiuto e una preziosa consolazione nelle sue sofferenze e nel doloroso addio alla sua famiglia».

Il 1° novembre 2007, il Cardinale Schönborn, arcivescovo di Vienna, dichiarava: «Ciò che è affascinante in Jägerstätter è la chiaroveggenza del martire che ha, meglio di molti esponenti del mondo accademico del suo tempo, saputo discernere l'incompatibilità tra il nazionalsocialismo e la fede cristiana. Sarebbe tuttavia un profondo errore pensare che con la beatificazione di Jägerstätter siano condannati tutti coloro che hanno prestato il servizio militare. Jägerstätter stesso non ha mai giudicato gli altri, ma ha soltanto obbedito alla sua coscienza fino alla fine».

Beato Franz Jägerstätter, concedici di seguire la voce della nostra coscienza, guidati da nostra Santa Madre Chiesa, senza lasciarci fermare da alcuna considerazione umana.

Dom Antoine Marie osb

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