Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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1 gennaio 2009
Maria SS. Madre di Dio


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

«Sì, la civiltà dell'amore è possibile, non è un'utopia! Ma è possibile soltanto se ci si rivolge costantemente con ardore a Dio, Padre di nostro Signore Gesù Cristo, dal quale deriva ogni paternità al mondo (Ef. 3, 14-15), dal quale deriva ogni famiglia umana» (Giovanni Paolo II, Lettera alle Famiglie, 2 febbraio 1994, n. 15). Infatti, è nella famiglia che nasce e si sviluppa la civiltà dell'amore.

Ora, «da qualche tempo a questa parte, si ripetono gli attacchi contro l'istituzione della famiglia. Si tratta di attacchi tanto più pericolosi ed insidiosi, in quanto essi misconoscono il valore insostituibile della famiglia fondata sul matrimonio» (Giovanni Paolo II, 4 giugno 1999). Ma «non è senza importanza per i figli nascere ed essere educati in una famiglia costituita da genitori uniti in una fedele alleanza» (Id.). Il matrimonio è l'alleanza per cui «l'uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi ed alla procreazione e educazione della prole» (Codice di Diritto Canonico, c. 1055, § 1). Il rispetto di una simile unione è «di un'estrema importanza per il progresso personale e la sorte eterna di ciascuno dei membri della famiglia, per la dignità, la stabilità, la pace e la prosperità dell'intera società umana» (Vaticano II, Gaudium et spes, 48). Per questo la Chiesa difende energicamente l'identità del matrimonio e della famiglia. All'uopo, essa propone l'esempio dei genitori di santa Teresa di Lisieux, Luigi e Zelia Martin, che sono stati beatificati il 19 ottobre 2008.

«È perchè credo!»

Luigi Martin è nato a Bordeaux, il 22 agosto 1823, secondogenito di una famiglia di cinque figli. Suo padre, ufficiale di carriera, è allora di stanza in Spagna. La famiglia Martin è sballottata secondo le guarnigioni del padre: Bordeaux, Avignone, Strasburgo. Quando viene collocato a riposo, nel dicembre del 1830, il Capitano Martin si stabilisce ad Alençon, in Normandia. È un ufficiale di una devozione esemplare. Avendogli il cappellano del reggimento fatto notare un giorno che ci si stupiva fra i soldati di vederlo, nel corso della Messa, rimanere così a lungo in ginocchio dopo la consacrazione, aveva risposto senza batter ciglio: «Dite loro che è perchè credo!» Luigi riceve in famiglia, e poi presso i Fratelli delle Scuole Cristiane, un'educazione religiosa molto seria. Non sceglie la carriera militare secondo la tradizione familiare, ma il mestiere di orologiaio, che conviene maggiormente alla sua natura meditativa e silenziosa, nonché alla sua grande destrezza manuale. È dapprima apprendista a Rennes, poi a Strasburgo.

Alle soglie dell'autunno del 1845, Luigi decide di consacrarsi interamente a Dio. Si reca all'Ospizio del Gran San Bernardo, nel cuore delle Alpi, dove i canonici si dedicano alla preghiera ed al salvataggio dei viaggiatori persi in montagna. Si presenta al Priore, che lo invita a tornare a casa per completare gli studi di latino, prima della sua eventuale ammissione al Noviziato. Dopo un tentativo infruttuoso per riprendere tardivamente gli studi, Luigi, non senza rimpianti, rinuncia al suo progetto. Per perfezionare l'apprendistato, si reca a Parigi. Poi torna e si installa ad Alençon, dove risiede con i genitori, conducendo una vita molto regolata, che fa dire ai suoi amici: «Luigi, è un santo».

Assorto nelle sue varie occupazioni, Luigi non cerca di sposarsi. Sua madre se ne affligge, ma, alla scuola del merletto, dove segue dei corsi, nota una ragazza, destra e beneducata. Non sarebbe la «perla» che desidera per suo figlio? La ragazza è Zelia Guérin, nata a Gandelain, nell'Orne (Normandia), il 23 dicembre 1831, seconda di tre figli. Suo padre e sua madre appartengono a famiglie profondamente cristiane. Nel settembre del 1844, si installano ad Alençon, dove le due figlie maggiori ricevono una formazione accurata nel collegio delle Suore del Sacro Cuore di Picpus.

Zelia pensa alla vita religiosa, come la sorella maggiore che diventerà Suor Maria Dositea presso la Visitazione di Le Mans. Ma la Superiora delle Figlie della Carità, cui Zelia chiede l'ammissione, le risponde senza esitazione che tale non è la volontà divina. Davanti ad un'affermazione tanto categorica, la ragazza si inchina, non senza tristezza. Con un bell'ottimismo soprannaturale, esclama: «Dio mio, mi sposerò per compiere la tua santa volontà. Allora, te ne prego, dammi molti figli, e che ti siano consacrati». Zelia si perfeziona allora nella realizzazione del Punto di Alençon, tecnica del merletto particolarmente famosa. L'8 dicembre del 1851, festa dell'Immacolata Concezione, riceve un'ispirazione: «Fa' fare il Punto di Alençon». Allora, si mette a lavorare in proprio.

Un giorno, incontrando un giovanotto la cui fisionomia distinta, l'aspetto riservato ed il contegno pieno di dignità, le fanno una grande impressione, Zelia sente una voce interiore: «È colui che ti ho preparato». L'identità del passante, Luigi Martin, le viene ben presto rivelata. I due giovani non tardano a stimarsi e ad amarsi. La loro intesa si stabilisce tanto prontamente che si sposano il 13 luglio 1858, tre mesi dopo il loro primo incontro. Luigi e la moglie si propongono di vivere come fratello e sorella, seguendo l'esempio di san Giuseppe e della Vergine Maria. Dieci mesi di convivenza in una continenza totale, permettono loro di fondere insieme le loro anime in un'intensa comunione spirituale. Ma un prudente intervento del confessore ed il desiderio di dare figli al Signore, li decidono ad interrompere tale santa esperienza. Zelia scriverà alla figlia Paolina: «Quanto a me, desideravo avere molti figli, onde allevarli per il Cielo». In meno di tredici anni, avranno nove figli. Il loro amore sarà bello e fecondo.

Agli antipodi

«Un amore che non sia «bello», vale a dire un amore ridotto alla sola soddisfazione della concupiscenza, o ad un «utilizzo» mutuo dell'uomo e della donna, rende le persone schiave delle loro debolezze» (Lettera alle Famiglie, 13). In questa prospettiva, le persone vengono utilizzate come cose: la donna può diventare oggetto di piacere per l'uomo, e viceversa; i figli, un impiccio per i genitori; la famiglia, un'istituzione ingombrante per la libertà dei propri membri. Ci si trova allora agli antipodi del vero amore. «Ricercando il solo piacere, si può giungere ad uccidere l'amore, ad ucciderne il frutto, dice il Papa. Per la cultura del piacere, il frutto benedetto del tuo seno (Luca 1, 42) diventa in un certo senso un «frutto maledetto»», vale a dire indesiderabile, che si vuol sopprimere con l'aborto. Tale cultura di morte si oppone alla legge divina: «La Legge di Dio nei riguardi della vita umana è senza ambiguità e categorica. Dio ordina: Non uccidere (Es. 20,13). Nessun legislatore umano può dunque affermare: Puoi uccidere, hai il diritto di uccidere, dovresti uccidere» (Ibid., 21).

«Tuttavia, aggiunge il Papa, si vede svilupparsi, soprattutto fra i giovani, una nuova coscienza del rispetto della vita a partire dal concepimento... È un lievito di speranza per l'avvenire della famiglia e dell'umanità» (Ibid.). Infatti, nel neonato si realizza il bene comune della famiglia e dell'umanità. I genitori Martin esprimono questa verità attraverso l'accettazione dei loro numerosi figli: «Vivevamo solo per i nostri figli; erano tutta la nostra felicità, felicità che abbiamo trovato soltanto in essi», scriverà Zelia. La loro vita coniugale, tuttavia, non si svolge senza prove. Tre figli muoiono in tenera età, fra cui i due maschi. Poi, è la morte improvvisa di Maria Elena, a 5 anni e mezzo. Preghiere, pellegrinaggi si succedono fra angosce, particolarmente nel 1873, durante la grave malattia di Teresa ed il tifo di Maria. La fiducia di Zelia, nelle massime apprensioni, è rafforzata dallo spettacolo della fede di suo marito, in particolare della di lui precisa osservanza del riposo domenicale: Luigi non apre mai il negozio la domenica. È la «festa del Buon Dio» che si celebra in famiglia, prima di tutto con le Funzioni parrocchiali, poi, con lunghe passeggiate. Si conducono i bambini alle feste di Alençon, piene di cavalcate e di fuochi artificiali.

L'educazione dei figli è ad un tempo allegra, tenera ed esigente. Non appena le intelligenze si risvegliano, la Signora Martin insegna loro l'offerta mattutina del cuore al Buon Dio, l'accettazione con semplicità delle difficoltà quotidiane «per far piacere a Gesù». Marchio indelebile che sarà la base del «sentierino» insegnato dalla loro figlia minore: la futura santa Teresa di Gesù Bambino. «Il focolare è così la prima scuola di vita cristiana», come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC, 1657). Luigi asseconda la moglie nella missione presso i figli: si mette in cammino fin dalle 4 del mattino, per la ricerca di una balia per uno dei suoi ultimogeniti, ammalato; accompagna la moglie a dieci chilometri da Alençon, in una notte gelida, al capezzale del primogenito, Giuseppe; fa l'infermiere alla figlia maggiore, Maria, colpita dalla febbre tifoidea, all'età di 13 anni, ecc.

Il dinamismo che dà l'amore

Molto dinamico, Luigi Martin non è il «mite sognatore» che è stato talvolta descritto. Per aiutare Zelia, sommersa dal successo della sua azienda di merletti, abbandona l'orologeria. Il merletto si lavora a pezzi di 15-20 centimetri. Si utilizzano fili di lino di primissima qualità e di un'estrema finezza. Una volta eseguito il «tracciato», il «pezzo» passa di mano in mano, secondo il numero di punti che comporta – ne esistono nove, che costituiscono altrettante specialità. Bisogna poi procedere all'assemblaggio: lavoro delicato, realizzato con aghi e fili sempre più sottili. Zelia esegue di persona l'invisibile raccordo dei pezzi che le portano le merlettaie che lavorano in casa. Tuttavia, bisogna trovare sbocchi di mercato. Luigi eccelle in questo ruolo commerciale ed aumenta considerevolmente il fatturato dell'azienda. Ma sa anche trovare il tempo di rilassarsi e di andare a pescare.

Inoltre, i coniugi Martin sono membri di parecchie associazioni devozionali: Terzo Ordine Francescano, adorazione notturna, ecc. Attingono la forza all'osservanza amorosa delle prescrizioni e dei consigli della Chiesa: digiuni, astinenze, Messa quotidiana, confessione frequente. «Le forze divine sono molto più potenti delle vostre difficoltà! scrive Papa Giovanni Paolo II alle famiglie. L'efficacia del sacramento della Riconciliazione è immensamente più grande del male che agisce nel mondo... Incomparabilmente più grande è soprattutto la potenza dell'Eucaristia... In questo sacramento, Cristo ci ha lasciato se stesso quale alimento e bevanda, quale fonte di potenza salvifica... La vita che viene da lui è per voi, cari sposi, genitori e famiglie! Non ha forse istituito l'Eucaristia in un contesto familiare, nel corso dell'ultima Cena?... Le parole pronunciate allora conservano tutta la potenza e tutta la sapienza del sacrificio della Croce» (Ibid., 18).

Frutti duraturi

Alla fonte eucaristica, Zelia attinge un'energia superiore a quella della media delle donne, e suo marito, una tenerezza superiore a quella della media degli uomini. Luigi si incarica dell'amministrazione finanziaria. Acconsente di buon grado alle richieste della moglie: «Per il ritiro di Maria alla Visitazione, scrive Zelia a Paolina, sai quanto al babbo piace poco separarsi da voi ed aveva all'inizio deciso formalmente che non ci sarebbe andata... Ieri sera, Maria si lamentava a questo proposito; le ho detto: «Lascia fare a me, ottengo sempre quel che voglio, e senza lotte; manca ancora un mese; è sufficiente per decidere tuo padre dieci volte.» Non mi sbagliavo, perchè, appena un'ora più tardi, quando è rientrato, si è messo a parlare molto amichevolmente con tua sorella (Maria)... «Bene, mi sono detta, ecco il momento buono!» Ed ho insinuato la questione. «Desideri dunque molto fare questo ritiro?» dice il babbo a Maria: «Sì, papà. – E allora, vacci!»... Trovo che avevo un'ottima ragione di volere che Maria andasse a quel ritiro. È vero che è una spesa, ma il denaro non conta quando si tratta della santificazione di un'anima; e l'anno scorso, Maria mi è tornata tutta trasformata. I frutti durano ancora; tuttavia, è ora che rinnovi la sua provvista».

I ritiri spirituali producono frutti di conversione e di santificazione, perchè, per effetto del loro dinamismo, l'anima, docile alle ispirazioni ed ai moti dello Spirito Santo, si purifica sempre di più dei peccati, pratica le virtù, imitando Gesù Cristo, modello assoluto, per arrivare ad un'unione più intima con lui. Per questo, Papa Paolo VI ha potuto dire: «La fedeltà agli esercizi spirituali annuali in un ambiente protetto assicura il progresso dell'anima». Fra tutti i metodi di esercizi spirituali, «ve n'è uno, che ha ottenuto l'approvazione totale e reiterata della Sede Apostolica... il metodo di Sant'Ignazio di Loyola, di colui che ci compiaciamo di chiamare Maestro specialista degli esercizi spirituali» (Pio XI, Enciclica Mens Nostra).

La vita profondamente cristiana dei genitori Martin si apre naturalmente alla carità verso il prossimo: elemosine discrete alle famiglie bisognose, cui vengono associate le figlie secondo la loro età, assistenza agli ammalati. Non temono di affrontare la giustizia per sostenere gli oppressi. Del pari, compiono insieme i passi necessari all'ammissione di un indigente all'ospizio, benchè non vi abbia diritto, non essendo abbastanza anziano. Questi servizi superano i limiti della parrocchia e palesano un grande spirito missionario: generose offerte annue per la Propagazione della Fede, partecipazione all'edificazione di una Chiesa in Canada, ecc.

Ma la felicità domestica intensa dei Martin non era destinata a durare molto a lungo. Fin dal 1865, Zelia nota la presenza di un tumore al seno, apparso dopo una caduta contro lo spigolo di un mobile. Suo fratello, farmacista, e suo marito non vi danno molta importanza. Verso la fine del 1876, il male si risveglia e la diagnosi è formale: «tumore fibroso inoperabile», perchè ad uno stadio troppo avanzato. Coraggiosamente, Zelia fa fronte fino alla fine. Conscia del vuoto che lascerà la sua scomparsa, chiede alla Signora Guérin, sua cognata, di aiutare suo marito nell'educazione delle figlie più piccole, dopo la sua morte.

La Signora Martin muore il 28 agosto 1877. Per Luigi, che ha 54 anni, è un crollo, una piaga profonda che si rimarginerà soltanto in Cielo. Ma accetta tutto, con spirito di fede esemplare e con la convinzione che la sua «santa moglie» è in Paradiso. Completerà il compito iniziato nell'armonia di un amore senza incrinature: l'educazione delle cinque figlie. Per questo, scrive Teresa, «il cuore tanto tenero di papà aveva aggiunto all'amore che già possedeva un amore veramente materno». La Signora Guérin si offre di aiutare la famiglia Martin ed invita suo cognato a trasferirsi a Lisieux. La farmacia di suo marito sarà per le piccole orfanelle una seconda casa, e l'intimità che unisce le due famiglie si amplificherà ancora di più, nelle stesse tradizioni di semplicità, di lavoro e di dirittura. Malgrado i ricordi e le amicizie fedeli che potrebbero trattenerlo ad Alençon, Luigi si risolve al sacrificio e si trasferisce a Lisieux.

Un grande onore

La vita ai «Buissonnets», la nuova casa di Lisieux, è più austera e ritirata che ad Alençon. La famiglia ha poche relazioni, e coltiva il ricordo di colei che il Signor Martin designa sempre alle figlie come «la vostra santa mamma». Le figlie più giovani vengono affidate alle Benedettine di Nostra Signora «du Pré». Ma Luigi sa riservare loro distrazioni: spettacoli teatrali, viaggi a Trouville, soggiorno a Parigi, ecc., ricercando attraverso tutte le realtà della vita, la gloria di Dio e la santificazione delle anime.

La sua santità personale si rivela soprattutto nell'offerta di tutte le figlie, poi di se stesso. Zelia prevedeva già la vocazione delle due maggiori: Paolina entra nel Convento delle Carmelitane di Lisieux nell'ottobre del 1882, e Maria nell'ottobre del 1886. In pari tempo, Léonie, ragazza dal carattere difficile, inaugura una serie di prove infruttuose, prima presso le Clarisse, poi alla Visitazione, dove, in capo a due tentativi falliti, finirà coll'entrare definitivamente, nel 1899. Teresa, la beniamina, la «Reginella», supererà tutti gli ostacoli per entrare nel Convento delle Carmelitane a 15 anni, nell'aprile del 1888. Due mesi dopo, Celina svela a suo padre che si sente anche lei chiamata alla vita religiosa. Davanti a questo nuovo sacrificio, la reazione di Luigi Martin è sublime: «Vieni, andiamo insieme davanti al Santissimo, a ringraziare il Signore che mi fa l'onore di prendermi tutte le mie figliole».

«Voi, genitori, rendete grazie al Signore se ha chiamato uno dei vostri figli alla vita consacrata, scrive Papa Giovanni Paolo II. Come è sempre stato, bisogna sentirsi molto onorati che il Signore rivolga il suo sguardo ad una famiglia e scelga uno dei suoi membri per invitarlo a seguire la via dei consigli evangelici. Coltivate il desiderio di dare al Signore uno dei vostri figli per l'accrescimento dell'amore di Dio nel mondo. Quale frutto dell'amore coniugale potrebbe essere più bello di questo?» (Esortazione apostolica Vita consecrata, 25 marzo 1996, n. 107).

La vocazione è innanzi tutto un'iniziativa divina. Ma un'educazione cristiana favorisce la risposta generosa alla chiamata di Dio: «È in seno alla famiglia che i genitori devono essere per i loro figli, con la parola e con l'esempio, i primi annunciatori della fede, e secondare la vocazione propria di ognuno, e quella sacra in modo speciale» (CCC, 1656). Così, «se i genitori non vivono i valori evangelici, il giovane e la ragazza potranno difficilmente sentire la chiamata, comprendere la necessità dei sacrifici da consentire o apprezzare la bellezza dello scopo da raggiungere. Infatti, è nella famiglia che i giovani fanno la prima esperienza dei valori evangelici, dell'amore che si dà a Dio ed agli altri. Bisogna anche che siano formati all'utilizzo responsabile della loro libertà, per essere pronti a vivere, secondo la loro vocazione, le più elevate realtà spirituali» (Vita consecrata, ibid.).

«Sono troppo felice»

Santa Teresa di Gesù Bambino e della Sacra Sindone testimonierà sul modo in cui suo padre viveva concretamente il Vangelo: «Quel che avevo notato, soprattutto, erano i progressi che papà faceva nella perfezione; come San Francesco di Sales, era riuscito a domare la propria vivacità naturale, al punto che sembrava avere l'indole più mite del mondo... Le cose terrene parevano sfiorarlo appena, prendeva facilmente il sopravvento sulle contrarietà di questa vita». Nel maggio del 1888, Luigi passa in rassegna le tappe della sua vita, in occasione di una visita nella chiesa in cui era stato celebrato il suo matrimonio. In seguito, racconta alle figlie: «Figlie mie, torno da Alençon, dove ho ricevuto, nella chiesa di Nostra Signora, grazie talmente grandi, consolazioni tali che ho pronunciato questa preghiera: Dio mio, è troppo! sì, sono troppo felice, non è possibile andare in Cielo in questo modo, voglio soffrire qualunque cosa per te! Ed ho offerto me stesso...» la parola «vittima» gli muore sulle labbra, non osa pronunciarla, ma le figlie hanno capito.

Dio non tarda ad esaudire il suo servo. Il 23 giugno 1888, afflitto da accessi di arteriosclerosi che lo colpiscono nelle sue facoltà mentali, Luigi Martin sparisce dal proprio domicilio. Dopo molte angosce, lo si ritrova a Le Havre, il 27. È l'inizio di una lenta ed inesorabile decadenza fisica. Poco dopo la vestizione di Teresa, in cui si mostra «tanto bello, tanto dignitoso», è vittima di una crisi di delirio che necessita il suo internamento all'ospedale del Buon Salvatore di Caen: situazione umiliante che accetta con una fede straordinaria: «Tutto per la maggior gloria di Dio», o ancora: «Non avevo mai subito umiliazioni in vita mia, mi ce ne voleva una». Qaundo le gambe sono colpite da paralisi, nel maggio del 1892, lo si riporta a Lisieux. «Arrivederci in Cielo!» può solo dire alle figlie, in occasione della sua ultima visita al Convento delle Carmelitane. Si spegne dolcemente a seguito di una crisi cardiaca, il 29 luglio 1894, assistito da Celina che ha differito la sua entrata nel Convento delle Carmelitane per prendersi cura di lui.

Santa Teresa di Gesù Bambino e della Sacra Sindone potrà dire: «Il Buon Dio mi ha dato un padre ed una madre più degni del Cielo che della terra». Che anche noi possiamo, seguendo il loro esempio, giungere alla Dimora eterna che la Santa di Lisieux chiama «la casa Paterna dei Cieli».

Dom Antoine Marie osb

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