Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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15 agosto 2008
Assunzione della Beata Vergine Maria


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Un giorno dell'autunno 1885, il Papa Leone XIII riceve in udienza l'ambasciatore Merry del Val, venuto a Roma per presentare suo figlio Rafael al Collegio Scozzese. Il Papa, che incontra il giovane per la prima volta, lo interroga sui suoi studi e gli chiede: «Perché entra al Collegio Scozzese?» Poi, dopo aver ascoltato la risposta, aggiunge, con tono di comando: «No. Non al Collegio Scozzese, ma all'Accademia dei Nobili Ecclesiastici». L'intervento del Vicario di Cristo orienterà in modo decisivo l'avvenire di questo giovane.

Raffaele Merry del Val è nato il 10 ottobre 1865 a Londra, dove suo padre, diplomatico spagnolo di origine irlandese, è segretario dell'ambasciata di Spagna. Ben presto, Raffaele dà prova di un'intelligenza e di una fermezza di carattere al di sopra della sua età, e manifesta un'inclinazione naturale alla pietà. Compie studi brillanti al Collegio preparatorio di Bayliss House a Slough. Il ragazzo è appassionato di sport: tennis, cricket, equitazione, scherma; ama anche gli scacchi. Tuttavia, nel suo cuore brucia un'altra passione, ben più forte: quella di diventare prete, di operare per la salvezza delle anime e per la conversione dell'Inghilterra. Per metterlo alla prova, suo padre gli chiede un giorno: «Come farai, Raffaele, se diventerai prete, tu che ami tanto lo sport, i giochi e l'equitazione?» Il giovane risponde senza esitazione: «Per Dio, posso e devo sacrificare tutto!» All'età di diciotto anni, mentre gli sorride la giovinezza con le sue promesse e le sue attrattive, il figlio dell'ambasciatore entra nel grande collegio universitario di Ushaw per intraprendere gli studi che lo condurranno al sacerdozio.

Dopo aver compiuto degli studi di filosofia e aver ricevuto gli ordini minori, Raffaele Merry del Val, per conformarsi al desiderio del cardinale Vaughan, arcivescovo di Westminster, parte per proseguire la sua formazione a Roma. Giovane chierico in mezzo a preti che si preparano agli incarichi diplomatici nella Chiesa, egli s'impone una regola di vita, dividendo la sua giornata tra il lavoro e la preghiera, rinunciando alle piccole libertà concesse agli allievi. In occasione delle sue vacanze in famiglia, si trova a contatto con la più alta aristocrazia. Tuttavia, se ne sta in disparte il più possibile dalle visite e dai ricevimenti e conduce una vita ritirata, edificando con la sua pietà tutti coloro che lo avvicinano.

La serietà della sua preparazione, la sua perfetta padronanza delle principali lingue europee, le tradizioni diplomatiche ereditate dalla sua famiglia non tardano a richiamare su di lui l'attenzione di Leone XIII, che gli affida diverse missioni importanti. Mentre non è ancora prete, riceve il titolo di «monsignore». Tuttavia, senza lasciarsi distrarre dagli onori precoci, aspira a salire all'altare, sperando di potersi finalmente consacrare al ministero delle anime. Il sacerdozio gli viene conferito il 30 dicembre 1888; fedele al suo motto: Da mihi animas coetera tolle – Dammi delle anime, prendi tutto il resto, dedica le sue ore libere ad esercitare il ministero tra i bambini del quartiere popoloso di Trastevere e presso l'aristocrazia di lingua inglese residente a Roma.

Un progetto contrariato

Il 31 dicembre 1891, Leone XIII lo chiama al Vaticano in qualità di «Cameriere Segreto Partecipante», posto che fa di lui uno dei «famigliari» del Papa. Il giovane prete prende allora coscienza del fatto che non potrà realizzare il suo progetto di dedicarsi al ministero delle anime. Confida la sua inquietudine al Sovrano Pontefice, rivelandogli le sue più intime aspirazioni e supplicandolo di lasciarlo seguire la sua vocazione di semplice prete. Il Papa gli risponde: «Mi dica, Monsignore, Lei è disposto a obbedire al Papa e a servire la Chiesa? – Sì, se Sua Santità lo comanda, risponde lui, commosso. – Va bene, conclude il Santo Padre». Mons. Merry del Val si sottomette, e, senza guardare indietro, va avanti sulla strada che gli traccia la Provvidenza. Scriverà in seguito: «Quando Dio ci chiama a compiere qualche cosa per Lui, è una prova di fiducia che Egli ci dà; dobbiamo rispondervi fedelmente e non tradire la fiducia di Gesù « Bisogna accettare, immediatamente e nella completa sottomissione, le disposizioni della Provvidenza, vedendo in tutto la Volontà di Dio. Egli sa meglio di noi qual è il nostro bene e cambierà in una grazia ancor più grande quello di cui ci sembrava di essere privati». Mons. Merry del Val darà anche questo consiglio: «Non ha alcuna importanza che una cosa vi piaccia o non vi piaccia. Quello che importa è conoscere la Volontà di Dio e decidere in base ad Essa« Lasciatevi condurre, giorno per giorno, dal buon Dio, con una completa fiducia nella sua Misericordia e nel suo Amore per voi«»

Leone XIII tiene alla presenza di mons. Merry del Val al suo fianco per valutare la situazione religiosa dei paesi anglofoni, in particolare dell'Inghilterra. Il giovane prelato svolge un ruolo importante nella redazione dell'Enciclica che il Papa pubblica nel 1895 per raccomandare ai cristiani d'Inghilterra l'unità della fede. Egli assolve anche l'incarico di segretario della commissione istituita per esaminare le ordinazioni anglicane. L'esito di questo esame sarà la lettera apostolica Apostolicæ curæ, del 13 settembre 1896, in cui Leone XIII dichiara l'invalidità di queste ordinazioni. Nell'ottobre 1899, mons. Merry del Val viene nominato Presidente dell'Accademia dei Nobili Ecclesiastici, poi, nell'aprile 1900, riceve, a trentaquattro anni, la consacrazione episcopale.

«Sia coraggioso, il Signore La aiuterà!»

Leone XIII muore il 20 luglio 1903. I cardinali riuniti a Roma eleggono mons. Merry del Val Segretario del Conclave. Contrariamente a tutte le previsioni, i cardinali orientano la loro scelta sul Patriarca di Venezia, il cardinale Giuseppe Sarto. Quest'ultimo, sentendosi incapace di assumere l'incarico di Sovrano Pontefice, oppone un rifiuto. Diversi cardinali intervengono presso di lui per pregarlo di accettare; infine il Cardinale Decano incarica Mons. Merry del Val di chiedere all'eletto se persiste nel suo rifiuto e se, in questo caso, egli lo autorizzi a fare al Conclave una dichiarazione pubblica in questo senso. Mons. Merry del Val racconta: «Era quasi mezzogiorno quando entrai nella cappella (Paolina) silenziosa e oscura« Scorsi un cardinale inginocchiato sul pavimento di marmo vicino all'altare, immerso nella preghiera, la testa tra le mani e i gomiti appoggiati su uno sgabellino. Era il cardinal Sarto. Mi inginocchiai accanto a lui, e, a bassa voce, gli trasmisi il messaggio di cui ero stato incaricato. Sua Eminenza, subito dopo avermi ascoltato, alzò gli occhi e voltò lentamente la testa dalla mia parte mentre abbondanti lacrime sgorgavano sai suoi occhi« «Sì, sì, Monsignore, soggiunse dolcemente, dica al Cardinale Decano che mi faccia questa carità«» Le uniche parole che io ebbi la forza di pronunciare e che mi vennero spontaneamente alle labbra furono: «Eminenza, sia coraggioso, il Signore La aiuterà!»». Allo scrutinio dell'indomani, il cardinal Sarto, avendo ottenuto il numero di voti richiesti, accetta il pontificato «come una croce, per obbedire alla volontà di Dio». Il nuovo Papa prende il nome di Pio X. Forse mons. Merry del Val ha pensato a queste circostanze drammatiche, scrivendo più tardi: «I momenti di scoraggiamento sono un pezzo della croce che dovete portare. Non dovete sorprendervi di questi momenti di dolore. Se vi accade spesso di cadere sotto la croce, rialzatevi con coraggio. Accettate questa porzione di Croce».

La sera stessa dell'elezione, mons. Merry del Val si presenta davanti al nuovo Papa per fargli firmare le lettere indirizzate ai Capi di Stato per annunciare loro ufficialmente la sua elezione. Poi, avendo terminato la sua funzione, si accinge a prendere commiato. «Come, Monsignore! esclama Pio X. Vuole abbandonarmi? No, no, resti, resti con me. Mi faccia questa carità». Davanti alle reticenze del prelato il Papa aggiunge: «Le chiedo di proseguire nel Suo incarico finché io abbia preso una decisione. Mi faccia questa carità. È la volontà di Dio, lavoreremo insieme e soffriremo insieme per l'amore e l'onore della Chiesa». Due mesi dopo, Pio X lo nomina Segretario di Stato e cardinale.

Un modesto e un santo

La nomina a Segretario di Stato di un prelato di trentotto anni, per giunta non italiano, non manca di sorprendere. Sorgono opposizioni, critiche, addirittura calunnie. Pio X spiega: «L'ho scelto perché è poliglotta. Nato in Inghilterra, educato in Belgio, spagnolo di origine, vissuto in Italia, figlio di diplomatico e diplomatico egli stesso, conosce i problemi di tutti i paesi. È un modesto e un santo. Viene qui tutte le mattine e m'informa di tutte le questioni del mondo. Non ho mai un'osservazione da fargli. E poi, non ha compromissioni». Il cardinale Merry del Val, senza nascondersi le sofferenze che lo attendono, intraprende l'arduo compito affidatogli dal Santo Padre. D'ora innanzi non appartiene più a se stesso. Il suo nome e la sua opera saranno legati al nome e all'opera del Papa san Pio X, in un'intima identità di pensieri e di aspirazioni. Le righe seguenti permettono di apprezzare le disposizioni di spirito nelle quali egli assume il suo incarico: «Ho promesso a Dio, con la sua grazia, di non intraprendere nulla senza ricordarmi che Egli ne è il Testimone, che operiamo insieme e che è Lui che mi dà i mezzi per agire; di non terminare nessuna azione senza il medesimo pensiero, offrendola a Dio come una cosa che gli appartiene; e se, nel corso dell'azione, questo pensiero mi ritorna in mente, di arrestarmi un momento per rinnovargli il mio desiderio di piacergli».

Per undici anni, Pio X si dedica senza requie a importanti riforme: musica sacra, breviario e calendario romano, codificazione del diritto canonico, formazione catechetica. A queste si aggiungono le difficoltà politiche: in Italia, essendo stati ingiustamente spogliati gli Stati pontifici nel 1870, il Papa è in certo qual modo prigioniero in Vaticano; in Francia, il governo si prepara a rompere le relazioni diplomatiche, a procedere all'espulsione degli ordini religiosi e a confiscare i beni della Chiesa; in Spagna e in Portogallo, i governi liberali combattono la Chiesa e il Papa. La massoneria non si lascia sfuggire nessuna occasione per gettare fango sulla Chiesa. Questa si trova in una tale situazione che un libero pensatore dell'epoca ha potuto scrivere: «Nessuna forza potrà far risalire la corrente; il cattolicesimo è definitivamente vinto, la fede è bell'e morta e il libero pensiero trionfante si allarga a macchia d'olio su tutta l'Europa».

Rimanere nella Chiesa per cambiare la fede

Preoccupazione ancor più grave per il nuovo pontificato: la tempesta imperversa in seno alla stessa Chiesa. Si tratta di una corrente di pensiero apparsa verso la fine del XIX secolo: un gruppo d'intellettuali, sotto l'apparenza di un adattamento alla mentalità moderna (da cui il nome di «modernisti»), pretende di rinnovare la Chiesa cambiandone radicalmente l'insegnamento dogmatico e morale. Decisi a restare all'interno della Chiesa per trasformarla più efficacemente, hanno l'abilità di mantenere il vocabolario cattolico, al quale danno un significato nuovo, conforme alle loro proprie idee. Pio X, dopo diversi appelli caritatevoli agli smarriti, e di fronte alla loro ostinazione, pubblica, il 3 luglio 1907, il decreto Lamentabili, che enumera gli errori modernisti; due mesi più tardi, l'Enciclica Pascendi espone magistralmente i motivi per i quali questo sistema è contrario alla sana filosofia e alla fede cattolica.

Il sistema modernista sostiene che la ragione umana è rinchiusa nel campo delle apparenze e non è capace di elevarsi fino a Dio per mezzo delle creature. La Chiesa insegna al contrario, in piena coerenza con l'esperienza di tutti i tempi: «Partendo dalla creazione, cioè dal mondo e dalla persona umana, l'uomo, con la sola ragione, può con certezza conoscere Dio come origine e fine dell'universo e come sommo bene, verità e bellezza infinita» (Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica, n. 3). I principi del modernismo conducono a negare l'esistenza di una verità oggettiva e, di conseguenza, la certezza e addirittura la possibilità di una Rivelazione divina. La religione si riduce a dei simboli. Dio stesso non è più il Creatore trascendente (cioè preesistente all'universo e che lo supera) ma solo una forza immanente, «l'anima universale del mondo», il che conduce direttamente al panteismo (identificazione del mondo con Dio); Gesù Cristo non è altro che un uomo straordinario trasfigurato dalla fede. Di qui la distinzione modernista tra il «Cristo della storia», che non è altro che un uomo morto su una croce in Palestina, e il «Cristo della fede» che i discepoli immaginano sia «risorto» e che «divinizzano» nel loro cuore. Questo insieme di errori induce san Pio X a definire così il modernismo: «La sintesi e il punto d'incontro di tutte le eresie che tendono a distruggere i fondamenti della fede e ad annientare il cristianesimo». Le misure adottate dal santo Papa e dai suoi collaboratori producono in pochi anni il declino di questo male, che era entrato «quasi nelle viscere stesse e nelle vene della Chiesa».

La dittatura del relativismo

Con il centenario dell'enciclica Pascendi, dobbiamo tuttavia constatare che l'idra modernista ha risollevato la testa. Già nel 1965, la crisi della fede era tale che il cardinale Charles Journet poteva scrivere in una lettera a un religioso: «Quello che Lei mi dice del grande disorientamento degli spiriti, non lo ignoro, ne soffro nel profondo del mio cuore« Piaccia a Dio che questa sofferenza sia benedetta! Non si può, senza tradire la Rivelazione, rimettere in discussione i dogmi del Credo, sostituire Gesù-Dio con il «Dio di Gesù», interpretare le definizioni del Concilio di Trento sulla dottrina cattolica privandole del loro significato realista« Tutto il significato della Rivelazione biblica è realista« La crisi attuale è certamente più grave di quella del modernismo. Un giorno, i credenti si sveglieranno e prenderanno coscienza di essere stati intossicati dallo Spirito del Mondo». Nel 2005, il cardinale Ratzinger dichiarava, alla vigilia della sua elezione al Sovrano Pontificato: «Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde – gettata da un estremo all'altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all'individualismo radicale; dall'ateismo ad un vago misticismo religioso; dall'agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull'inganno degli uomini, sull'astuzia che tende a trarre nell'errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare «qua e là da qualsiasi vento di dottrina», appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie» (Omelia del 18 aprile 2005). Simili mali ci incitano a volgere il nostro sguardo verso i rimedi adottati da san Pio X per scongiurare il modernismo: lo studio della sana filosofia, il ritorno alla Tradizione, in particolare alla dottrina di san Tommaso d'Aquino, e la sottomissione al Magistero della Chiesa.

In questo combattimento contro le potenze dell'inferno, il cardinale Merry del Val resta al fianco di san Pio X, condividendo il fardello e sostenendo con coraggio gli attacchi, talvolta virulenti. Egli scrive: «Non agiamo mai con il fine di piacere al mondo. Diamoci il coraggio di sopportare le critiche, le disapprovazioni del mondo; non facciamoci prendere da alcun rispetto umano; purché Dio sia contento, che importa il resto« Noi dobbiamo avere il coraggio di affermare la Verità, e di non tirarci mai indietro di fronte al dovere. Dobbiamo avere il coraggio di affrontare il ridicolo, perché spesso il dovere è scherno del mondo. Fate questo per amore di Nostro Signore e per somigliare a Lui». In un'altra lettera: «Sopportate nella pace, e con rassegnazione, le pene e le ansie di ogni giorno. Ricordatevi che non potete essere un discepolo di Gesù se non prendete parte alla Passione di Gesù».

Il 20 agosto 1914, Pio X si addormenta nel Signore, il cuore spezzato dallo scoppio della prima guerra mondiale. Il cardinale Merry del Val ha raccontato il loro ultimo incontro: «Entrai nella sua stanza. Immediatamente, si voltò verso di me, seguendomi con il suo sguardo penetrante« Mi prese la mano e la strinse con tanta forza che rimasi stupito. Mi fissò così intensamente che il suoi occhi penetravano i miei« Mi trattenne presso di lui, ora lasciando andare la mia mano, ora riprendendola. Infine, stanco, lasciò ricadere la testa sul cuscino, con le palpebre chiuse«»

Il più grande insegnamento di Nostro Signore

Dopo la morte di san Pio X, il cardinale Merry del Val svolge la funzione di Arciprete della Basilica di San Pietro, e collabora con le Congregazioni romane; la sua saggezza e la sua esperienza fanno dire di lui: «È un maestro nato ». Esercita la sua profonda carità fraterna in particolare con la sua azione a favore della conversione degli anglicani, e assicura la direzione spirituale di molte anime. Insiste sulla fiducia illimitata e filiale che dobbiamo avere in Dio, e raccomanda di rimanere in pace là dove Dio ci ha posti per fare la sua volontà. In confronto con il suo incarico precedente di Segretario di Stato, la sua nuova posizione lo mette in ombra, il che non gli dispiace. Vi trova un'occasione per dedicare più tempo alla preghiera e allo studio silenzioso, mettendo in pratica il suo ideale: «Trovare Dio nella prosa santificante del dovere quotidiano. Silenzio e raccoglimento. Preghiera e attività. Sacrificio e amore». Il cardinale Merry del Val è infatti un uomo di preghiera.

Ogni giorno, dopo la sua Messa, recita quelle che egli chiama le «Litanie dell'Umiltà», composte da lui, ma rimaste ignote fino alla sua morte. Esse rivelano un'anima che ama intensamente Nostro Signore e che ha contemplato assiduamente gli abbassamenti della sua Passione. Avido di umiltà, non avendo mai cercato gli onori, il Servitore di Dio desidera scomparire agli occhi del mondo. Scrive: «Considerate che l'umiltà è la base della Santa Famiglia. Nell'umiltà dei vostri rapporti familiari, potrete arrivare ad avere la pace. Nostro Signore ha trascorso trent'anni della sua vita a insegnare l'umiltà delle virtù domestiche, per farne comprendere l'importanza e farci meritare la grazia di imitarlo. Il primo, il più grande insegnamento di Nostro Signore è l'umiltà: l'umiltà di spirito, di volontà, di cuore. Noi dobbiamo sforzarci di imitare l'umiltà del Cuore di Gesù, la sua unione con suo Padre, il suo abbandono, la sua docilità alla Volontà del Padre. Come Lui, abbandonatevi alla volontà di Dio, nelle piccole come nelle grandi cose, nelle fatiche di ogni giorno, nelle contrarietà e difficoltà della vita. Accettate dalle mani di Nostro Signore le pene per amore per Lui e sappiate vedere, nelle consolazioni che Egli vi concede, le prove della sua misericordiosa tenerezza».

A 64 anni, il cardinale Merry del Val è ancora in pieno vigore. Ma, la sera del 24 febbraio, prova un leggero malessere. L'indomani, è colpito da una crisi di appendicite, di cui non si sospetta la gravità. Nel pomeriggio del 26 febbraio, si addormenta nella morte. Aveva scritto: «Morire è chiudere gli occhi e addormentarsi per risvegliarsi lassù, nel Cielo« Al momento della morte, ciò che è necessario è la tranquillità, pensando che si passa da questa vita all'altra, come attraverso una porta che si apre per condurre a Dio». Si legge nel suo testamento: «Accetto amorosamente la morte, quando e come Dio vorrà, in espiazione dei miei peccati e adorando i suoi decreti».

Il santo Cardinale ci ha lasciato non solo l'esempio luminoso di una vita offerta tutta intera al servizio della Chiesa, ma anche preziose raccomandazioni, tra cui questa: «La nostra Patria non è di questo mondo; dopo alcuni anni trascorsi quaggiù, dobbiamo abbandonare questa terra per seguire Nostro Signore, se gli siamo rimasti fedeli. Quale errore, quale follia attaccarsi alle cose di quaggiù, al di fuori della Volontà di Dio, fino a offenderlo, trasformando così in ostacolo quello che Egli ha messo a nostra disposizione per arrivare alla Vita eterna!»

Dom Antoine Marie osb

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