Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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11 luglio 2008
San Benedetto, patrono dell'Europa


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Agosto 1997: Giovanni Paolo II è in Francia per le Giornate Mondiali della Gioventù. Si viene a sapere che il Papa ha cambiato il programma del suo viaggio: nonostante pressioni contrarie, fa una deviazione per Châlo-Saint-Mars, borgo dell'Île-de-France, per raccogliersi sulla tomba del suo amico il professor Lejeune, morto nel 1994.

Jerôme Lejeune è nato nel 1926, a Étampes, in una famiglia che la guerra 1939-45 lascerà rovinata. A 13 anni, la scoperta di due autori, Pascal e Balzac, lo segna per la vita. Soggiogato dal Dr Bénassis, eroe del «Medico di campagna», vuole diventare anch'egli medico condotto, dedicato agli umili e ai poveri. Dopo la guerra, si getta con passione negli studi di medicina. Presto, lo stimola al lavoro una motivazione supplementare: fa la conoscenza di una giovane danese, Birthe, e se ne innamora appassionatamente. Il 15 giugno 1951, discute con successo la sua tesi di dottorato. Nello stesso, giorno, il suo avvenire si decide in una direzione completamente diversa dai suoi progetti: uno dei suoi insegnanti, il professor Raymond Turpin, gli propone di collaborare a una grande opera sul «mongolismo», malattia che colpiva un bambino su seicentocinquanta. Jerôme accetta. La sua via è ormai tracciata. Il 1° maggio 1952, sposa, a Odense in Danimarca, Birthe Bringsted diventata cattolica, da cui avrà cinque figli. La vita di famiglia è per lui un bene prediletto, soprattutto nelle vacanze. Durante i suoi soggiorni all'estero, ogni giorno scrive a sua moglie.

Nel 1954, diventa membro dell'ufficio di presidenza della Società Francese di Genetica e ricercatore presso il Centro Nazionale della Ricerca Scientifica. A partire dalle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki, l'effetto delle radiazioni nucleari sulla riproduzione umana è all'ordine del giorno. Turpin orienta la sua équipe verso questo settore, e, nel 1957, Jérôme viene nominato, presso l'ONU, «esperto degli effetti delle radiazioni atomiche sulla genetica umana». Partecipa, da allora, a congressi internazionali, dove si fa notare per la sua candida libertà di linguaggio, di fronte alla volontà di dominio di certe delegazioni.

La sua famiglia è già allietata da tre bambini, quando la salute di suo padre si deteriora. Jerôme è messo di fronte all'evidenza: si tratta di un cancro ai polmoni. L'agonia di questo amato padre lo porta a rendersi conto di quanto «il vedere la sofferenza di coloro che si amano è insopportabile». Il suo sguardo diventa da allora più profondo: nel volto di ogni paziente, riconoscerà Cristo stesso.

Approfittando di nuovi procedimenti fotografici, Jérôme evidenzia, in un tessuto proveniente da un piccolo «mongoloide», la presenza di un cromosoma supplementare, a livello della 21a coppia (un essere umano ne possiede 23, ossia 46 cromosomi). Ecco l'origine del «mongolismo», malattia ormai chiamata «trisomia 21». Viene data comunicazione della scoperta all'Accademia di Medicina, nel marzo 1959. Nel novembre 1962, Jérôme si vede conferire il «premio Kennedy»; nell'ottobre 1965, diventa titolare della prima cattedra di genetica fondamentale a Parigi. Tutto induce alla speranza: la sua scoperta e la pubblicità che ne viene fatta nel mondo scientifico, pensa, stimoleranno la ricerca, e permetteranno la predisposizione di cure idonee per guarire i malati e dare una speranza ai loro genitori. Le famiglie dei malati, attirate dalla fama internazionale di Jérôme e dalla sua accoglienza, si rivolgono sempre più numerose a lui. Egli cura diverse migliaia di giovani pazienti, venuti a consultarlo dal mondo intero o seguiti per corrispondenza. Aiuta i genitori a comprendere e ad accettare questa prova in una visione cristiana: questi bambini trisomici, creati a immagine di Dio, sono destinati a un avvenire eterno dove non rimarrà nulla delle loro infermità. Egli li conforta con la sicurezza che il loro bambino, nonostante un grave deficit intellettivo, traboccherà di amore e di tenerezza.

Il razzismo cromosomico

Ma Jérôme percepisce, soprattutto nella classe medica americana, una corrente che raccomanda la soppressione con l'aborto dei nascituri malati. Vede con spavento quali rischi ha generato la sua scoperta per i trisomici. Per combattere questa forma di razzismo, gli sembra un'arma decisiva il richiamo alla realtà sperimentale. Essa mostra, infatti, alle menti non prevenute, che non è permesso considerare come estranei alla specie umana degli esseri che, biologicamente, ne fanno parte: l'embrione è un essere umano.

Agosto 1967: il professor Lejeune è invitato alla settima assemblea mondiale dell'Associazione Medica Israeliana, a Tel-Aviv. Si alternano lavori ed escursioni; la prima ha come meta il lago di Tiberiade. «Entrai in una cappellina di cattivo gusto, racconta Jérôme« Mi prostrai lungo disteso per baciare la traccia immaginaria dei passi di Colui che era lì». In quell'istante, provai un sentimento sconosciuto: «Un figlio che ritrova un Padre prediletto, un Padre finalmente conosciuto, un Maestro riverito, un Cuore molto sacro scoperto, c'era tutto questo e molto di più«» Tutto fonde al fuoco di questo braciere di amore: il mondo, gli onori, il successo, il timore del giudizio degli altri. Non c'è più nient'altro se non il Signore, e la necessità di rispondere alla sua bontà premurosa.

Quando Jérôme raggiunge nuovamente gli altri congressisti, una forza si è impadronita di lui. Per quale scopo? Un episodio lo metterà sulla buona strada. Arrivando a Cana, la guida chiede se qualcuno conosce la ragione della fama internazionale della città. Jérôme prende il microfono e, ingenuamente, racconta l'episodio evangelico delle nozze e il miracolo dell'acqua cambiata in vino. Silenzio. Poi la guida: «Ma Lei è proprio fuori strada! Quello che dà importanza a Cana è la presenza dei laboratori di cosmetica Helena Rubinstein!» Scoppio di risa generale. Jérôme tace: si sente impotente a vendicare l'oltraggio che Cristo ha appena ricevuto sotto i suoi occhi. Ecco ora Nazareth: scendendo dal pullman, tutti si dirigono verso la basilica dell'Annunciazione. Ma alcuni parlano a voce alta, altri si lasciano andare a battute oscene sulla visita dell'Angelo e la Verginità di Maria. Jérôme sente che lo si sta provocando. Che cosa fare? Entra e, lentamente, si fa il segno della croce poi s'inginocchia per rispetto nei confronti del mistero dell'Incarnazione compiutosi in quel luogo. Stranamente, il suo atteggiamento umile e coraggioso fa tacere gli schernitori. Dopo questa pubblica professione di fede, nessuno provocherà più il professor Lejeune, ma viene messo in disparte dal gruppo.

«Mi sono giocato il mio «Nobel»»

Nell'agosto 1969, la società americana di genetica conferisce a Jérôme il «premio William Allen Memorial», la più alta onorificenza che possa essere concessa a un genetista. Fin dal suo arrivo a San Francisco, dove deve venirgli consegnata, Jérôme percepisce nettamente che si sta progettando di autorizzare l'aborto dei trisomici. Il pretesto è che sarebbe crudele, disumano, lasciar venire al mondo dei poveri esseri destinati a una vita inferiore, e che rappresentano un carico intollerabile per la loro famiglia. Jérôme trema: «Con la mia scoperta, si dice, ho reso possibile questo calcolo vergognoso!» Dopo la consegna del premio, deve pronunciare davanti ai suoi colleghi una conferenza. Avrà il coraggio di dire la verità? Gli viene in mente una celebre frase di sant'Agostino: «Due amori hanno fatto due città: l'amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio ha fatto la città terrestre; l'amore di Dio fino al disprezzo di sé ha fatto la città celeste». Poco importa la sua quotazione nel mondo scientifico: In verità vi dico: tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, ha detto Gesù, l'avete fatto a me! (Mt 25,40). Parlerà! La natura corporea degli uomini, spiega, è contenuta tutta intera nel messaggio cromosomico, fin dal primo istante del concepimento; questo messaggio fa del nuovo essere un uomo, non una scimmia, né un orso; un uomo di cui tutte le potenzialità fisiche sono già incluse nelle informazioni date alle sue prime cellule. A queste potenzialità, che saranno al servizio della sua vita intellettiva e spirituale, nulla sarà più aggiunto: è tutto lì. Conclude con chiarezza: la tentazione di sopprimere con l'aborto i piccoli di uomini malati va contro la legge morale, di cui la genetica conferma la fondatezza; questa morale non è una legge arbitraria. Non un solo applauso: silenzio ostile o imbarazzato tra questi uomini che sono l'élite della sua professione. Jérôme si è loro opposto apertamente. Scrive a sua moglie: «Oggi, mi sono giocato il mio «Nobel» di medicina»; ma è in pace. Confida al suo diario intimo: «Il razzismo cromosomico viene brandito come un vessillo di libertà« Che questa negazione della medicina, di tutta la fratellanza biologica che unisce gli uomini, sia l'unica applicazione pratica della conoscenza della trisomia 21 è più che uno strazio« Proteggere i diseredati, che idea reazionaria, retrograda, integralista, disumana!»

Lotta mediatica

Poiché il mondo medico fa difetto, non si può convincere il mondo politico? Nel giugno 1970, un deputato francese, Peyret, deposita un progetto di legge che autorizza la diagnosi prenatale dei bambini trisomici e la loro soppressione con l'aborto. Nell'autunno seguente, i mass media lanciano il dibattito. Jérôme viene invitato ai Dossiers de l'Écran, trasmissione televisiva di «largo ascolto»: il suo intervento gli vale una corrispondenza impressionante, nella quale ci sono lettere sconvolgenti di portatori di handicap grave dalla nascita che testimoniano che la loro vita non è stata l'incubo che alcuni pretendono, nonché lettere di genitori di trisomici, che raccontano l'affanno del loro figlio o della loro figlia, quando hanno capito che si vogliono uccidere quelli che assomigliano a loro. In realtà, la campagna a favore della soppressione dei trisomici è un mezzo per introdurre il diritto all'aborto. Ci si adopera a far screditare Lejeune. Dopo aver tentato di contraddirlo nel corso di diverse conferenze, il 5 marzo 1971, durante una grande riunione pubblica alla Mutualité, gli oppositori, armati di spranghe di ferro, arrivano a molestare delle donne, delle persone anziane, addirittura dei portatori di handicap grave. La polizia deve intervenire per mettere in fuga gli aggressori. Quanto a Jérôme, se la cava con qualche pomodoro in faccia.

La questione dell'aborto agita ora tutta l'Europa; la Gran Bretagna ha seguito le orme degli Stati Uniti, che hanno legalizzato la diagnosi precoce della trisomia e la sua «cura» con l'aborto. La campagna mediatica, in Francia, si estende all'aborto di tutti gli indesiderabili: «Un neonato diventa legalmente una persona solo quando è nato»; «una donna ha il diritto di fare quello che vuole del suo corpo»« Argomenti speciosi, ai quali molti cattolici si mostrano permeabili, a volte addirittura al punto di propagarli.

In occasione di un viaggio in Virginia, nell'ottobre 1972, viene presentato a Jérôme un protocollo da applicare in occasione di esperimenti di fisiologia o di biochimica praticati su feti di cinque mesi, «prelevati» a questo scopo con taglio cesareo. Scrive alla moglie: «Il testo dice di trattarli come qualsiasi prelievo di tessuti o di organi, ma precisa che bisogna ucciderli dopo poco tempo« Ho semplicemente detto che nessun testo poteva regolamentare il crimine». Come sono arrivati a questo punto i suoi colleghi così qualificati? Sono stati formati, con il pretesto del rigore scientifico, in un'ottica in cui Dio non trova posto: è «bene» non ciò che è conforme alla legge di Dio, ma ciò che è efficace; è «male», quello che intralcia il progresso materiale. Per loro, il feto non è più un uomo, una creatura di Dio, destinata a vederlo e ad amarlo per tutta l'eternità. Può allora diventare il bersaglio di tutti gli attacchi: basta ottenere una maggioranza.

L'anello più debole

1973: gli Stati Uniti hanno appena riconosciuto costituzionalmente il diritto all'aborto in generale. Durante un simposio su questo argomento, tenutosi il 18 marzo prezzo l'abbazia di Royaumont, nell'Île-de-France, una donna che ha delle responsabilità lancia questa frase: «Noi vogliamo distruggere la civiltà giudeo-cristiana. Per distruggerla, dobbiamo distruggere la famiglia« attaccandola nel suo anello più debole, il bambino che non è ancora nato. Siamo per l'aborto!» Il 7 giugno, il progetto di legge che depenalizza l'aborto viene depositato all'Assemblea Nazionale. Jérôme constata che si presentano cifre false e che ci si serve dei casi di estrema indigenza, ai quali egli è pur molto attento, per far passare il diritto all'aborto. Dei presunti sondaggi inducono a credere che la metà della classe medica vi sia favorevole: ora, nello stesso tempo, grazie all'iniziativa della Signora Lejeune, vengono raccolte e pubblicate più di 18.000 firme di medici francesi (ossia la maggior parte della classe medica) che dichiarano la loro opposizione all'aborto, e manifestano così la falsità della campagna mediatica. Ai medici si aggiungono presto delle infermiere, poi dei magistrati, dei professori di diritto, dei giuristi, più di 11.000 sindaci e rappresentanti locali. Il progetto viene bloccato. In questa lotta, la cui posta in gioco è rimanere fedele al Decalogo e salvare vite umane, una gran parte del clero tace. Il Parroco della sua parrocchia scrive alla signora Lejeune: «La Chiesa non può mostrarsi come un gruppo di pressione. Mi sembra che sia a causa di ciò che il collegio dei vescovi mantiene in questo momento il silenzio». Jérôme ne è amareggiato. Un anno dopo, il 15 dicembre 1974, la «legge Veil», che autorizza l'aborto, viene approvata all'Assemblea Nazionale, per una durata di cinque anni.

Il 13 maggio 1981, Jérôme e sua moglie sono a Roma: il Santo Padre desidera riceverli in udienza privata. Dopo il colloquio, il Papa li trattiene spontaneamente a pranzo. La sera stessa, rientrando a Parigi, apprendono l'attentato di cui Giovanni Paolo II è appena stato vittima, qualche ora dopo che l'hanno lasciato. La salute di Jérôme viene scossa da questa notizia. Nell'autunno, preoccupato dalla situazione internazionale, il Papa decide di inviare a ogni capo di Stato in possesso dell'arma nucleare una delegazione di membri della Pontificia Accademia delle Scienze, latori di una relazione sui pericoli della guerra atomica. Per l'URSS, designa Lejeune e altri due. L'incontro ha luogo il 15 dicembre 1981. «Noi, scienziati, dice chiaramente Jérôme, sappiamo che, per la prima volta, la sopravvivenza dell'umanità dipende dall'accettazione da parte di tutte le nazioni di precetti morali che trascendono qualsiasi sistema e qualsiasi speculazione teorica». Di questa missione diplomatica, nessuna eco nella stampa. Le vessazioni amministrative che, a partire dalla votazione della legge Veil, avevano cominciato a prendere di mira Jérôme in particolare sotto forma di controlli fiscali ripetuti, s'intensificano. Le sovvenzioni a lui destinate per la ricerca vengono soppresse; è costretto a chiudere il suo laboratorio. Indignati da questo modo di procedere, dei laboratori americani e inglesi gli concedono senza contropartita sovvenzioni private; questa solidarietà disinteressata gli permette di ricostituire un'équipe di ricercatori animati dalle stesse motivazioni.

Nonostante la derisione

Nell'agosto 1988, il professor Lejeune viene sollecitato a testimoniare a Maryville, negli Stati Uniti, in un processo spettacolare la cui posta in gioco è la sopravvivenza di migliaia di embrioni congelati. Nonostante la stanchezza, Jérôme ci tiene a recarsi presso coloro che, nel mondo intero, soffrono persecuzioni per il loro rispetto della vita. Vuole soprattutto aiutare i suoi colleghi cattolici a seguire l'insegnamento della Chiesa, nonostante la derisione del mondo. Nell'agosto 1989, il re del Belgio, Baldovino I, in situazione difficile di fronte al suo parlamento pronto ad autorizzare l'aborto, lo prega di consigliarlo. Alla fine del colloquio, il re gli propone: «Professore, le dispiacerebbe se pregassimo un momento insieme?» Si sa quale atteggiamento esemplare il re abbia assunto in seguito riguardo a tale questione, fino a rinunciare addirittura alla sua carica per non offendere Dio.

Jérôme abbozza nel 1991 delle «riflessioni sulla deontologia medica», in sette punti: «1. «Cristiani, non abbiate paura!» Siete voi che detenete la verità, non perché sia stata inventata da voi, ma ne siete il veicolo. A tutti i medici, bisognerebbe ripetere: è la malattia che bisogna vincere, non il malato che bisogna attaccare. 2. L'uomo è fatto a immagine di Dio. È l'unica ragione per cui è degno di rispetto« 3. «L'aborto e l'infanticidio sono delitti abominevoli» (Vaticano II). 4. La morale esiste oggettivamente; essa è chiara, è universale poiché è cattolica. 5. Non si può disporre del figlio e il matrimonio è indissolubile. 6. Onora tuo padre e tua madre: la riproduzione monoparentale per clonazione o per omosessualità non è possibile. 7. Non si può disporre del genoma umano, del capitale genetico della nostra specie». Notiamo questa frase coraggiosa: «Nelle Società dette pluraliste, ci viene ripetuto continuamente: «ma voi, cristiani, non avete il diritto d'imporre la vostra morale agli altri!» Ebbene! ve lo dico: non solo avete il diritto di tentare di far entrare la vostra morale nelle leggi, ma è vostro dovere democratico!»

Nell'esercizio delle sue funzioni

Il 5 agosto 1993, il Santo Padre decide la creazione di un'Accademia pontificia di medicina, consacrata alla difesa della vita; ne sarà presidente il professor Lejeune. Tra il Papa e quest'ultimo, vi è infatti una convergenza: l'aborto è, ai loro occhi, la minaccia principale contro la pace. Se i medici cominciano a uccidere, perché se ne asterrebbero i governi? Questa nomina lascia Lejeune sbigottito; si concede qualche giorno per riflettere, perché sente una grande stanchezza. Verso la festa dei Santi, consulta il suo amico il professor Lucien Israël. Quest'ultimo, con il viso alterato, gli mette sotto gli occhi le radiografie dei suoi polmoni: rivelano un cancro già avanzato. Jérôme accetta la realtà con coraggio e sottomissione alla Volontà divina. Bisogna informare della cosa Birthe e i figli: «Non dovete preoccuparvi fino a Pasqua: vivrò almeno fino ad allora»; d'improvviso, aggiunge: «E a Pasqua, non può avvenire nulla che non sia meraviglioso!» Le sedute di chemioterapia cominciano all'inizio di dicembre: sono molto penose, come egli si aspettava: Continua tuttavia a ricevere le telefonate, a confortare le famiglie dei pazienti. Avendo avvertito il Santo Padre del suo stato di salute e rinunciato alla presidenza della Pontificia Accademia per la Vita – come a quella dell'Accademia delle scienze morali e politiche, che gli è appena stata conferita – viene informato che il Santo Padre rifiuta di nominare un altro presidente. Jérôme sorride: «Morirò nell'esercizio delle mie funzioni». Fino alla fine, si sforza di redigere lo statuto dell'Accademia. Sente la sua impotenza, ma il suo spirito di fede gli mostra la fecondità degli stessi insuccessi. Non si lamenta mai: i suoi dolori, uniti per amore alla Passione di Cristo, possono rimettere il mondo sul suo vero asse!

Il Mercoledì Santo 30 marzo 1994, poiché delira, in preda a una febbre di più di 40 gradi, viene ricoverato in cure palliative. L'indomani, all'alba, riprende conoscenza; il Venerdì Santo, confida al prete che gli amministra gli ultimi sacramenti: «Non ho mai tradito la mia fede». È tutto ciò che conta davanti a Dio« Dice ai suoi figli che gli chiedono che cosa vuole lasciare in eredità ai suoi piccoli malati: «Non ho granché, sapete. Allora, ho dato loro la mia vita. E la mia vita, è tutto ciò che avevo». Poi, commosso fino alle lacrime, mormora: «Oh mio Dio! sono io che dovevo guarirli, e me ne vado senza aver trovato« Che ne sarà di loro?» Poi, raggiante, si rivolge ai suoi: «Figli miei, se posso lasciarvi un messaggio, è il più importante di tutti: noi siamo nella mano di Dio. L'ho verificato più volte». L'indomani, Sabato Santo, trascorre dolcemente: Jérôme è sereno. Tuttavia, verso la fine del pomeriggio, ritorna, più forte, la difficoltà respiratoria. D'improvviso autoritario, comanda a sua moglie e ai suoi di rientrare a casa. Non vuole che assistano alla sua agonia. La domenica mattina, verso le sette, dice con fatica a un collega, quasi sconosciuto, che gli ha tenuto la mano una gran parte della notte: «Vede« ho fatto bene«» e rende lo spirito. Fuori, si fanno sentire i primi rintocchi delle campane: è il giorno della Risurrezione, il giorno della Vita, quella che non finisce. Perché il Cristo è la Vita eterna (1Gv 5,20)!

L'indomani, il Papa Giovanni Paolo II scriveva riguardo a Jérôme Lejeune: «Ci troviamo oggi davanti alla morte di un grande cristiano del XX° secolo, di un uomo per cui la difesa della vita è diventata un apostolato. È chiaro che, nella situazione attuale del mondo, questa forma di apostolato dei laici è particolarmente necessaria«»

Dom Antoine Marie osb

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