Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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21 giugno 2007
San Luigi Gonzaga


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

«Per dei poveri cristiani quali, in fondo, siamo noi tutti, i martiri sono un incoraggiamento a vivere il Vangelo con serietà e nella sua interezza, affrontando coraggiosamente i piccoli e grandi sacrifici che la vita cristiana, vissuta nella fedeltà alle parole ed agli esempi di Gesù, comporta normalmente. I martiri sono i più autentici imitatori di Gesù nella passione e nella morte», affermava il Cardinale Saraiva Martins (29 ottobre 2005). E continuava: «Ecco perchè la Chiesa ne ha onorata la memoria e li ha proposti in tutte le epoche ai cristiani quali modelli da imitare». La beata Suor Zdenka Schelling è una martire che Papa Giovanni Paolo II ci ha presentato come un «esempio luminoso di fedeltà nei periodi di persecuzione religiosa dura e senza pietà» (14 settembre 2003).

Cecilia Schelling nasce il giorno di Natale del 1916, decima figlia di una famiglia di contadini, a Krivá, in Slovacchia, paese dell'Impero austroungarico. Il suo villaggio natale è situato in una meravigliosa regione montagnosa, la cui popolazione è profondamente cattolica. Alla fine della prima guerra mondiale, la Slovacchia è unita alla Boemia ed alla Moravia e forma la Cecoslovacchia. Nel 1929, su richiesta del curato, le Suore della Santa Croce di Ingenbohl (in Svizzera) si stabiliscono nel villaggio di Krivá, per educarvi i fanciulli. Il livello dell'insegnamento impartito dalle Suore è notevole. Esse curano anche gli ammalati ed introducono nuovi metodi di agricoltura. Grazie alla loro dedizione, nel villaggio regna una buona armonia.

Di costituzione delicata e sensibile, Cecilia ha tuttavia un temperamento combattivo. Intelligente e vivace, riesce anche a trascinare le compagne in birichinate. Quando ha un'idea in testa, non riflette alle conseguenze... Un giorno, spinte da lei, le alunne della classe rialzano talmente la sedia a vite di un insegnante di bassa statura, che, sedendovisi, egli si ribalta e cade a terra, per la più gran gioia delle bambine. Cecilia impara facilmente. Agli esami, di nascosto, aiuta gli alunni vicini. Tuttavia, affascinata dalla vita regolata delle suore che la educano, chiede, fin dall'età di quindici anni, l'ammissione alla Congregazione. Le Suore della Santa Croce si occupano di opere di carità di ogni genere: asili nido, scuole, cliniche, sanatori, assistenza agli anziani e agli emarginati... Esse hanno centri di formazione propri. In capo a quattro anni di studi, Cecilia ottiene il diploma di infermiera, e, il 30 gennaio 1937, pronuncia i primi voti. Le viene impartito il nome tipicamente slavo di Suor Zdenka, che si può tradurre con «Sidonia».

Nel 1939, la parte ceca del paese viene annessa al Reich tedesco e la Slovacchia diventa uno Stato a parte, satellite della Germania. Fino al 1942, Suor Zdenka si occupa attivamente di un ospedale del centro della Slovacchia orientale. Poi, viene chiamata all'ospedale pubblico di Bratislava. Coscienziosa, dotata di un senso innato dell'ordine e della pulizia, di una sensibilità molto profonda che le permette di capire i malati, si fa voler bene ed apprezzare tanto dai medici quanto dai pazienti. La preghiera è l'anima della sua vita: «Nel servizio ospedaliero, dice, vado dall'altare di Dio all'altare del mio lavoro... Non temo nulla e provo a far tutto con gioia. È con l'esempio più che con le parole che annuncio il Vangelo, come Cristo che si è manifestato attraverso la testimonianza della sua vita».

Fuggire verso l'Occidente

Nel 1945, la Cecoslovacchia viene ricostituita, ma, alla fine di febbraio del 1948, i Sovietici vi impongono il comunismo. Le industrie e le proprietà sono nazionalizzate; una riforma agraria spossessa la Chiesa; quasi tutti i giornali sono aboliti. Nell'aprile del 1949, viene creata una commissione in vista di procedere all'eliminazione sistematica della Chiesa cattolica. Nel 1950, i conventi vengono chiusi con il pretesto menzognero che costituiscono luoghi di rivolta contro la democrazia popolare. Le suore che lavorano negli ospedali possono conservare temporaneamente l'impiego, in mancanza di personale laico qualificato. Numerosi sacerdoti, seminaristi e monaci cercano di fuggire verso l'Occidente, ma non c'è nessuna possibilità di partire legalmente. Un qualsiasi aiuto dato ad un fuggiasco viene considerato come un tradimento contro il paese e comporta le pene più severe.

Un sacerdote, Padre Sandtner, che ha cercato invano di fuggire, viene ricoverato, gravemente ammalato, all'ospedale di Bratislava. Suor Zdenka se ne occupa particolarmente. Malgrado un divieto assoluto, egli celebra la Messa in presenza di lei in una stanzetta. Quando il suo stato di salute migliora, è previsto un ritorno in prigione, ma la Suora riesce a far prorogare la degenza all'ospedale. L'atteggiamento di Suor Zdenka provoca conflittualità sempre più aspre con il regime. Nel corso dell'anno 1951, un sacerdote molto attivo, Stefan Kostial, viene imprigionato e torturato per aver cercato di lasciare il paese. Assolutamente spossato, viene portato all'ospedale di Bratislava, dove Suor Zdenka si dimostra piena di sollecitudine nei suoi riguardi. Dopo aver ricuperato un po' le forze, egli deve presentarsi davanti al tribunale per esser giudicato, il 20 febbraio 1952. Suor Zdenka entra allora in contatto con persone suscettibili di aiutarlo a fuggire. La sera del 19 febbraio, prepara un tè per il guardiano di turno e vi aggiunge un sonnifero. Stefan Kostial riesce a fuggire. Qualche giorno dopo, un tentativo per sostenere l'evasione di altri sacerdoti, fallisce.

Tocca a me!

Il 29 febbraio, la polizia fa irruzione nell'ospedale. Un testimone racconta: «I poliziotti rastrellavano l'ospedale. Una suora venne arrestata sotto i nostri occhi. Allora, Suor Zdenka, testimone della scena, esclamò: «Questa volta, tocca a me!» Mi chiamò nella sua stanza e mi pregò di portar via alcuni documenti che aveva in suo possesso e di nasconderli altrove... Non appena ebbi lasciata la stanza, i poliziotti mi chiesero dove fosse Suor Zdenka. Essa si affrettava a riunire alcuni oggetti da toeletta prima che la trovassero... Finalmente la trovarono e la portarono in carcere insieme alle altre Suore». Si seppe più tardi che l'autista del camion che aveva partecipato all'evasione dei sacerdoti era una spia reclutata dallo Stato, con l'incarico di sorvegliare soprattutto le donne e di denunciarle.

Suor Zdenka aveva scritto: «Non abbiamo paura di soffrire. Dio dà sempre la forza ed il coraggio necessari. Crederò sempre nella sua grazia. Nulla mi farà vacillare, nè la tempesta nè le nuvole minacciose. Se dovrà succedere, durerà poco. La mia fiducia e la mia certezza ne saranno rafforzate». In occasione della di lei beatificazione, Papa Giovanni Paolo II ha detto, nello stesso senso: «Sembrerebbe che la Croce piantata nella terra affondi le sue radici nella perversità umana, invece è proiettata verso l'alto, come un indice puntato verso il cielo, un indice che addita la bontà di Dio. Per mezzo della Croce di Cristo, il Maligno è sconfitto, la morte è vinta, ci è trasmessa la vita, restituita la speranza, comunicata la luce». Suor Zdenka viene confrontata con tale austera esperienza. La polizia di Stato vuole estorcerle i particolari relativi alle evasioni e soprattutto il nome dei complici, ma essa non rivela nulla. Affermerà in seguito: «Volevano farmi confessare fatti mendaci e falsificati». Davanti al suo rifiuto assoluto di mentire, i sorveglianti la sottopongono a parecchie riprese alla tortura e all'asfissia. «Questo supplizio cessò quando, assolutamente esausta, stavo per svenire, racconterà. Allora, mi misero un paio di occhiali neri e mi trascinarono attraverso i corridoi della prigione fino ad una segreta cieca... Quando ripresi i sensi, cercai attorno a me un qualsiasi oggetto che avrei voluto mettermi sotto la testa che mi faceva tanto male. Poichè le ricerche furono vane, mi tolsi le scarpe e le usai come cuscino. Ad ogni modo, erano più morbide del suolo di cemento».

Amore della verità e discrezione

Incarcerata a causa della sua carità nei riguardi dei sacerdoti, Suor Zdenka avrebbe probabilmente potuto evitare molte sofferenze, se avesse accettato di dire qualche menzogna o di denunciare altre persone, cosa che ha sempre rifiutato di fare. L'Antico Testamento attesta che Dio è fonte di tutte le verità. Le sue Parole sono verità (ved. Prov. 8, 7; 2 Sam. 7, 28). In Gesù Cristo, la verità di Dio si è manifestata integralmente. Egli è la Verità (Giov 14, 6). Ai discepoli, Gesù insegna l'amore della verità: Dite sì, sì; no, no (Matt. 5, 37). Di conseguenza, il Compendio (raccolta riassuntiva) del Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda: «Tutti sono chiamati alla sincerità ed alla veracità nella condotta e nelle parole. Ciascuno ha l'obbligo di ricercare la verità e di aderirvi, conformando tutta la propria vita alle esigenze della verità. In Gesù Cristo, la verità di Dio si è manifestata tutta intera. Egli è la Verità. Chi lo segue vive nello Spirito di verità e rifugge dalla duplicità, dalla simulazione e dall'ipocrisia» (n. 521). Il Catechismo della Chiesa Cattolica precisa: «Il diritto alla comunicazione della verità non è incondizionato. Ognuno deve conformare la propria vita al precetto evangelico dell'amore fraterno. Questo richiede, nelle situazioni concrete, che si vagli se sia opportuno o no rivelare le verità a chi la domanda. La carità e il rispetto della verità devono suggerire la risposta ad ogni richiesta di informazione o di comunicazione. Il bene e la sicurezza altrui, il rispetto della vita privata, il bene comune sono motivi sofficienti per tacere ciò che è opportuno non sia conosciuto, oppure per usare un linguaggio discreto. Il dovere di evitare lo scandalo spesso esige una discrezione rigorosa. Nessuno è tenuto a palesare la verità a chi non ha il diritto di conoscerla» (nn. 2488-2489).

Fedele alla verità, Suor Zdenka viene sottoposta ad altre sedute di tortura durante le quali essa viene percossa su tutto il corpo. Solo la certezza della protezione divina le dà l'energia per sopportare tali sofferenze. «Quando i martiri sono persone povere e umili, che hanno speso la vita in opere di carità e soffrono e muoiono perdonando i loro carnefici, ci si trova allora di fronte ad una realtà che supera il livello umano ed obbliga a comprendere che solo Dio può concedere la grazia e la forza del martirio. Così, il martirio cristiano è un segno, più che mai eloquente, della presenza dell'azione di Dio nella storia umana» (Cardinale Martins). Durante tutta l'istruttoria del processo, Suor Zdenka rimane da sola, in una cella senza finestre, seduta, tremante di freddo. «Non sapevo più, racconta, se fosse giorno o notte e non ricordo più per quanto tempo durò l'isolamento. Dopo un tempo che mi parve interminabile, fui improvvisamente trasferita in un'altra cella. Là, mi diedero da mangiare e da bere: davanti al tribunale, bisognava che avessi una cera migliore!»

Il 17 giugno 1952, essa compare davanti alla giustizia di Bratislava per aver collaborato alla tentata evasione di sei sacerdoti cattolici romani. Seduta sul banco degli imputati, Suor Zdenka sembra esser invecchiata di parecchi anni. Le si leggono in viso la sofferenza e la paura. La sentenza del tribunale la condanna a dodici anni di carcere, per essersi resa colpevole di alto tradimento. È anche accusata di essere «il nemico numero uno» del regime democratico popolare. Sotto la sorveglianza di un membro della Pubblica Sicurezza, firma la seguente dichiarazione: «Prendo visione delle accuse e della conclusione del processo. Non mi sento colpevole. Riconosco i fatti che mi sono imputati, ma rifiuto l'accusa di alto tradimento. Il custode aveva sparso la notizia che i cinque sacerdoti detenuti sarebbero stati deportati in Siberia e giustiziati. Sono stata sconvolta e ho voluto salvarli. Solo la compassione mi ha spinta a decidere di aiutarli a fuggire. Sono stata troppo ingenua a prestar fede alle parole del custode. Ma non per questo sono una nemica della democrazia popolare».

Profonda incomprensione

Suor Zdenka viene associata alle carceri di Rimavská Sobota. Là, si veglia a che nessuna amicizia possa nascere fra i detenuti. Lo stato dei locali è pietoso: i muri sono grigi e umidi, le inferriate sono arrugginite e i corridoi sanno di muffa. Suor Zdenka paragona le guardie carcerarie e il personale a robots. Si sente assolutamente sola, e tanto più incompresa in quanto parecchie consorelle hanno interpretato la sua attività caritatevole nei riguardi dei fuggiaschi come una disobbedienza ai superiori ecclesiastici: essi avevano dato consegne rigorose, raccomandando di non provocare il regime, per evitare di attirarsi un soprappiù di odio e problemi. Quando viene a conoscenza di tali critiche, Suor Zdenka ne è profondamente ferita.

Una giovane, Apollonia Galis, che diventerà suora della Santa Croce e morirà a 78 anni, il 21 giugno 2003, visita la carcerata in prigione e le porta di nascosto dei dolci contenenti vitamine. Narra: «Suor Zdenka, pallida e dimagrata, era seduta ad un gran tavolo. Una sorvegliante se ne stava impalata dietro di lei e osservava attentamente tutto quel che facevamo e dicevamo». In una lettera inviata clandestinamente, la Suora lancia un vero grido di disperazione, un'invocazione di aiuto, affinchè le sue condizioni di vita vengano migliorate e le sia concesso di ricevere cure mediche fuori del carcere. Rosi dall'ansia, la madre e il fratello più giovane di Suor Zdenka decidono di farle visita. La direzione del carcere li lascia entrare, ma facendo capire loro chiaramente che non dovranno manifestare nessun sentimento, nessuna emozione, pena l'interruzione dell'incontro.

Dopo un anno e mezzo di carcere, Suor Zdenka viene trasferita nel servizio penitenziario dell'ospedale di Praga, dove subisce l'operazione di un tumore canceroso al seno. Alla fine dell'intervento chirurgico, Helena Korda, detenuta politica recentemente operata di un'ernia del disco dovuta ai lavori forzati che le erano stati imposti nel campo di concentramento, accetta di occuparsi di Suor Zdenka. Osserva a lungo la Suora ancora addormentata e percepisce una pace inspiegabile che si sprigiona dall'ammalata. Ad un tratto, essa apre gli occhi. Helena non ne ha mai visti di tanto belli, chiari e limpidi, ma nello stesso tempo carichi di tristezza e di sofferenza. Un'intimità inesprimibile si stabilisce fra le due donne; ma Suor Zdenka non riesce a parlare a lungo, perchè le sue sofferenze diventano intollerabili.

Un fascio di rose bianche

La cella che occupa non è riscaldata; il vitto è assolutamente insufficiente. Dopo l'operazione, nessuna terapia viene applicata e non le viene somministrato nessun sedativo. Tuttavia, essa si aggrappa alla vita. Una mattina, Helena la sente mormorare: «Ogni volta che posso scorgere il sole attraverso le sbarre della finestra, è una gioia per me». Parla spesso della sua infanzia e vorrebbe tornare nel suo paese natale, rivedere la sua famiglia e soprattutto sua madre. In capo a tre settimane, arriva un ordine simile ad un fulmine a ciel sereno. La sorvegliante dice alla Suora: «Lei se ne va a Brno!». Impossibile resistere. Con il cuore straziato, le due amiche si abbracciano, poi Suor Zdenka si riprende: «Non bisogna piangere... tu sarai liberata, mentre per me è finita. E se i miei presentimenti sono esatti, un giorno verrai sulla mia tomba e vi deporrai un fascio di rose bianche. Mi piacciono tanto!» Esse non si rivedranno mai più sulla terra. Helena ritroverà la libertà nel 1960 ed andrà a deporre un gran fascio di rose bianche sulla tomba dell'amica.

A Brno, dove viene trasferita Suor Zdenka, i carcerati corrispondono fra di loro grazie all'alfabeto morse. Il direttore della prigione decide di far della Suora una spia: le chiede di intercettare i messaggi e di trasmetterglieli. Ma davanti al suo rifiuto, essa viene inviata in un carcere ancor più terribile, a Pardubice, in Boemia. Là, viene confinata in una cella isolata e senza letto, alimentata al minimo indispensabile perchè non muoia. Apollonia Galis riesce ad andare a farle visita: «Tutto era sinistro, testimonierà. Fra quelle mura, io stessa fui invasa dalla paura e, sulla via del ritorno, mi misi a piangere a calde lacrime. Avevo sperato di poter scambiare qualche parola con Suor Zdenka, ma fu impossibile... Non scorgevo che il viso terreo della mia amica. Era molto malata, era evidente. Il suo sguardo mi supplicava di fare il necessario perchè fosse liberata, cosa che mi sarebbe costata molto cara, mentre nè io medesima nè la sua famiglia ne avevamo i mezzi. Dovette dunque resistere per undici lunghi mesi».

Tuttavia, lo Stato non desidera che i detenuti muoiano in carcere e passino per martiri. Essendo Suor Zdenka diventata incurabile, la si libera il 15 aprile 1955. Una religiosa che, come lei, era stata imprigionata e poi liberata, la accoglie, ma, ben presto, fa capire a Suor Zdenka che non possono rimane insieme. Per non compromettere la vita della Sorella, essa si reca dunque a Bratislava e si presenta alla Superiora del convento, presso l'ospedale pubblico. Ma la Superiora teme che la sua presenza crei problemi, e Suor Zdenka deve ripartire. Capisce gli argomenti della Superiora; tuttavia, il fatto di esser messa in disparte la ferisce profondamente. A Trnava, dove giunge spossata, accompagnata da Apollonia Galis, ha una nuova delusione: le Suore non vogliono più accoglierla.

Apollonia prende con sè, a casa sua, Suor Zdenka. Ma, una settimana dopo, bisogna ricoverarla all'ospedale. Ha metastasi cancerose nei due polmoni. Apollonia va spesso a visitarla e si stupisce della sua serenità e dell'eroica pazienza con cui sopporta l'insufficienza respiratoria che la opprime. Un giorno, la trova in lacrime: vorrebbe sapere che ne sia stato del sacerdote che ha aiutato a fuggire. Ma ha l'immensa gioia di rivedere sua madre, venuta da Krivá. Sentendo la morte prossima, Suor Zdenka prega così: «Dio mio, mi rivolgo a Te con il cuore umile e pentito. I piedi freddi e rigidi mi ricordano che il mio pellegrinaggio terreno sta per finire. Le mani sono deboli e tremanti, gli occhi pieni d'angoscia e lo sguardo è indistinto. Se la mia anima è importunata da fantasmi ingannevoli, angosciata dall'agonia e turbata dal ricordo di tutto quello che ho omesso o fatto male, se devo lottare contro l'angelo delle tenebre che dissimula la tua bontà e mi riempie l'anima di terrore, allora, abbi pietà di me e, se piango, accetta le mie lacrime come segno di riconciliazione. E infine, quando la mia anima sarà davanti a Te e per la prima volta mi sarà dato di vedere la tua maestà, abbi pietà di me».

All'alba della domenica 31 luglio 1955, Suor Zdenka esala l'ultimo respiro, dopo aver ricevuto la santa Comunione. Il suo corpo riposa oggi nel cimitero di Podunajské-Biskupice, in un loculo delle Suore della Santa Croce. Quindici anni dopo la morte, Suor Zdenka sarà riabilitata dalla Corte di Giustizia della Repubblica socialista slovacca: «La sentenza di alto tradimento non è giustificata, afferma il verbale del 6 aprile 1970. Le azioni compiute non presentavano alcun pericolo per la Società e non esigevano nessun intervento punitivo. Inoltre, sarebbe stato possibile ai funzionari di polizia della Pubblica Sicurezza impedire le evasioni piuttosto che provocarle». Il presidente del senato, che aveva firmato la condanna di Suor Zdenka, ha finito col convertirsi e rimpiangere amaramente le condanne spietate che aveva approvato, in particolare quella della Suora.

La vittoria della verità

Un trionfo ancora più glorioso è stato accordato a Suor Zdenka in occasione della beatificazione. La Chiesa ha manifestato in tal modo che le di lei sofferenze e la morte sono una vittoria. «Sant'Agostino diceva: «Non vincit nisi veritas» (Solo la verità prevale). Non è dunque l'uomo che prevale sull'uomo, nè i persecutori sulle vittime, malgrado le apparenze. Nel caso dei martiri cristiani, alla fine, è la verità che prevale sull'errore; perchè, come concludeva il santo Dottore d'Ippona: «Victoria veritatis est caritas», vale a dire che la vittoria della verità è la carità... Il martirio cristiano proclama chiaramente che Dio, la persona di Gesù Cristo, la fede in Lui e la fedeltà al Vangelo sono i valori più elevati della vita umana, a tal punto che per essi si deve sacrificare perfino la propria vita» (Cardinale Martins).

Che la Croce incontrata nelle nostre realtà quotidiane sia per noi la via che conduce alla vita, una fonte di forza e di speranza!

Dom Antoine Marie osb

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