Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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17 maggio 2007
Ascensione del Signore


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

In occasione del suo viaggio in Cile nel 1987, il Papa Giovanni Paolo II pronunciò queste parole piene di speranza: «Potrà ancora ai nostri giorni lo Spirito suscitare apostoli della statura di padre Hurtado, che mostrino con la loro infaticabile testimonianza di carità la vitalità della Chiesa? Siamo sicuri di sì; e lo imploriamo con fede».

Alberto Hurtado Cruchaga è nato a Viña del Mar in Cile, il 22 gennaio 1901. Ha appena quattro anni quando muore suo padre. Sua madre, Ana, nello sconforto di questa improvvisa vedovanza che la lascia senza mezzi, si rifugia con i due figli nella capitale. Santiago. Senza domicilio, essi devono trasferirsi di casa in casa alla mercé di parenti più o meno ben disposti. Alberto soffre molto di questa condizione familiare precaria; nonostante tutto, riesce nei suoi studi e, nel marzo 1918, inizia a studiare legge all'Università cattolica del Cile.

«Chi amare?»

Gli anni difficili della sua infanzia hanno lasciato un segno profondo nel giovane Alberto: per tutta la sua vita, sarà portato ad occuparsi dei miseri. Egli si dedica ad attività apostoliche in loro favore, e s'impegna nella politica per procurare loro un'assistenza sociale. Non può, infatti, vedere il dolore né una qualunque necessità senza cercare di porvi rimedio. Più tardi, egli scriverà: «Chi amare? Tutti i miei fratelli umani. Soffrire dei loro fallimenti, delle loro miserie, dell'oppressione di cui sono le vittime. Rallegrarmi delle loro gioie. Cominciare con il ricordarmi di tutti coloro che ho incontrato sul mio cammino. Di quelli da cui ho ricevuto la vita, la luce e il pane. Di quelli con cui ho condiviso il tetto e il cibo« Quelli contro cui ho combattuto, che ho fatto soffrire, che ho deluso, ai quali ho arrecato danno « Tutti quelli che ho soccorso, aiutato, ai quali ho potuto prestare manforte « Coloro che si sono opposti a me, che mi hanno disprezzato, o che mi hanno arrecato danno « Tutti gli abitanti della mia città, del mio paese« Tutti gli abitanti del mondo sono miei fratelli».

Ma un simile amore del prossimo è possibile? Sì, spiega il Papa Benedetto XVI: «Si rivela così possibile l'amore del prossimo nel senso enunciato dalla Bibbia, da Gesù. Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall'intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest'altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell'apparenza esteriore dell'altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione« Posso dare all'altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno» (Enciclica Deus caritas est, 25 dicembre 2005, n. 18).

Alberto esita tra il sacerdozio, la vita consacrata e il matrimonio. Alla fine, dopo un'intensa preghiera, egli si offre al Signore: «Io Ti dono tutto ciò che sono e possiedo, voglio donarTi tutto, serviTi dove non ci sarà nessun limite al dono totale di me stesso», poi opta per il noviziato nella Compagnia di Gesù. Il 7 agosto 1923, il giovane supera brillantemente l'esame finale all'Università cattolica e consegue il titolo di avvocato. Nonostante la prospettiva di un avvenire che si annuncia molto promettente, egli entra nel noviziato dei Gesuiti. Scrive a un amico: «Eccomi finalmente Gesuita, felice e contento come non è possibile esserlo di più a questo mondo. Rendo grazie a Dio che mi ha guidato fino a questo Paradiso, dove si può appartenerGli completamente 24 ore su 24». Inviato a Córdoba, in Argentina, egli vi pronuncia i suoi voti, il 15 agosto 1925. Il suo spirito di servizio gli fa chiedere gli umili lavori della cucina. S'impegna nella pratica delle virtù, in particolare nel rispetto del prossimo: «Non criticare i miei confratelli, coprire il loro difetti, parlare delle loro qualità. Parlare sempre bene dei Superiori e delle loro disposizioni». In effetti, «l'onore è la testimonianza sociale resa alla dignità umana, e ognuno gode di un diritto naturale all'onore del proprio nome, alla propria reputazione e al rispetto. Ecco perché la maldicenza e la calunnia offendono le virtù della giustizia e della carità» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2479).

Alberto Hurtado viene inviato in Spagna per studiarvi teologia. Ma nel 1931, i disordini politici che imperversano nella penisola iberica lo costringono a trasferirsi all'Università di Lovanio, in Belgio. Le testimonianze dei suoi confratelli sono unanimi nel descriverlo gioioso, ardente lavoratore, servitore di tutti. Il 24 agosto 1933, viene ordinato prete. «Ci siamo, mi vedi d'ora in avanti sacerdote del Signore! scrive a un amico« Dio mi ha concesso la grande grazia di vivere contento in tutte le case in cui ho vissuto, e con tutti i compagni che ho avuto. Ma ora, ricevendo per sempre l'ordinazione sacerdotale, sono al colmo della felicità. Da questo momento, non desidero altro che esercitare il mio ministero con la più intensa vita interiore e un'attività esteriore compatibile con la prima. Il segreto di questa armonia e del successo è nella devozione al Sacro Cuore di Gesù, cioè nell'Amore traboccante di Nostro Signore».

Il più in alto possibile

Egli collabora alla fondazione della Facoltà di teologia dell'Università cattolica del Cile e si dà molto da fare per trovare professori, libri e riviste. Il 10 ottobre 1935, discute brillantemente la sua tesi di dottorato in pedagogia all'Università di Lovanio, poi visita diversi istituti d'insegnamento in vari paesi d'Europa. Di ritorno a Santiago del Cile nel febbraio 1936, il Padre Alberto tiene delle lezioni al collegio dei Gesuiti. Egli attira i giovani e li trascina in azioni caritative e sociali. Nel corso dei ritiri predicati secondo gli Esercizi di sant'Ignazio, esorta le anime a un incontro sempre più profondo con il Signore e le aiuta a cercare con serietà la volontà di Dio: «I ritiri sono per le anime che vogliono elevarsi, e il più in alto possibile; sono per coloro che hanno compreso il significato della parola amare, e che il cristianesimo è amore e il comandamento per eccellenza è quello di amare».

Animato da un grandissimo fervore sacerdotale, il Padre Hurtado è un modello di devozione eucaristica; un missionario cappuccino ha potuto dire che se i preti celebrassero la Messa nello stesso suo modo, diventerebbero tutti santi. Nel 1941, viene nominato assistente dell'Azione Cattolica giovanile per la città di Santiago, il che estende il suo apostolato agli allievi dei licei pubblici. Egli incoraggia le vocazioni. In un libro intitolato: Il Cile è un Paese cattolico?, egli apre gli occhi dei suoi contemporanei sulla situazione del loro paese, segnalando il grave problema della mancanza di vocazioni sacerdotali. Ma questa difficoltà non intacca il suo ottimismo di base, e presto il suo successo pastorale lo fa nominare assistente nazionale della gioventù cattolica. Egli percorre il paese, predicando ovunque dei ritiri.

In occasione di una grande fiaccolata in onore della Santissima Vergine Maria, sulla collinetta che domina Santiago, il Padre Alberto si rivolge alle migliaia di giovani presenti: «Se Cristo scendesse questa notte, vi ripeterebbe guardando la città: Ho pietà di lei; e, voltandosi verso di voi, vi direbbe con molta tenerezza: Voi siete la luce del mondo. Voi dovete illuminare queste tenebre. Chi vuole collaborare con me? Volete essere miei apostoli?» Il Padre fa così eco a sant'Ignazio che, nei suoi Esercizi spirituali, impresta a Gesù queste parole: «La mia volontà è quella di conquistare il mondo intero, di sottomettere tutti i miei nemici, e di entrare così nella gloria di mio Padre. Colui che vuol venire a me lavori con me; mi segua nelle mie fatiche, per seguirmi anche nella gloria» (n. 95). E il Padre Hurtado commenta, mettendo queste parole in bocca a Gesù: «Ho bisogno di te. Non ti obbligo, ma ho bisogno di te per realizzare i miei progetti di amore. Se tu non vieni, resterà incompiuta un'opera che tu, e tu solo, puoi realizzare. Nessuno può farsi carico di quell'opera, perché ognuno ha il suo ruolo da svolgere. Guarda il mondo, le messi già mature, quanta fame, quanta sete nel mondo!« Molti hanno fame di religione, di spiritualità, di fiducia, di senso della vita».

Il trionfo dei fallimenti

Ma lo zelo del Padre non è compreso da tutti: Lo si accusa di mancare di sottomissione alla gerarchia, di avere delle idee troppo avanzate ed eccessive nel campo sociale nonché una indipendenza esagerata nei confronti degli altri rami dell'Azione cattolica. L'opposizione gli arriva in particolare dall'assistente generale della gioventù. Nel novembre 1944, il Padre Hurtado ritiene preferibile dare le dimissioni dal suo incarico di assistente dell'Azione cattolica; ne prova una sofferenza profonda. Tuttavia, non perde di vista la fecondità di questa prova: «Nel lavoro cristiano, scrive, c'è il trionfo dei fallimenti! I trionfi tardivi! Nel mondo dell'invisibile, quello che apparentemente non serve a nulla è ciò che è più efficace. Un fallimento completo accettato di buon grado è fonte di maggior successo soprannaturale di tutti i trionfi. Seminare, senza preoccuparsi di ciò che crescerà. Continuare a seminare nonostante tutto. Ringraziare il Signore dei frutti apostolici dei miei fallimenti. Quando Cristo parlò al giovane ricco del Vangelo, Egli fallì, ma quanti ne hanno compreso la lezione! E quando Egli annunciò l'Eucaristia, quanti sono fuggiti; ma anche, quanti sono accorsi! Tu lavorerai! Il tuo zelo sembrerà morto alla nascita, ma quanti vivranno grazie a te!»

In una notte fredda e piovosa, egli incontra un pover'uomo, malato, tremante, che si avvicina e gli dice di non avere dove ripararsi. La sua miseria lo fa fremere. Qualche giorno dopo, predicando un ritiro a un gruppo di signore, egli parla della povertà che regna a Santiago: «Cristo vaga per le nostre strade nella persona di tanti poveri, sofferenti, malati, cacciati fuori dai loro poveri tuguri« Cristo non ha un focolare! Non potremmo offrirgliene uno, noi che abbiamo la fortuna di avere una casa confortevole, cibo in abbondanza, i mezzi necessari per educare i nostri figli e garantire il loro avvenire? Tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l'avete fatto a me, (Mt 25,40)». Alla fine del ritiro, riceve un terreno, dei gioielli, alcuni assegni, che permettono la nascita del «Hogar de Cristo» (Focolare di Cristo). Sei mesi dopo, l'arcivescovo di Santiago ne benedice la prima sede. Quest'opera non cessa da quel momento di ampliarsi per ricevere i più poveri, creando una corrente di solidarietà che oltrepasserà le frontiere del paese. Ma il suo scopo è principalmente spirituale: «Una delle prime qualità che noi dobbiamo restituire ai nostri poveri è la coscienza de loro valore personale, della loro dignità di cittadini e, ancor più, di figli di Dio».

La prima povertà

Questa esperienza del Padre Hurtado illustra bene le parole del Papa Benedetto XVI, nel suo messaggio per la Quaresima 2006: «Dinanzi alle terribili sfide della povertà di tanta parte dell'umanità, l'indifferenza e la chiusura nel proprio egoismo si pongono in un contrasto intollerabile con lo «sguardo» di Cristo« Anche oggi, nel tempo della interdipendenza globale, si può constatare che nessun progetto economico, sociale o politico sostituisce quel dono di sé all'altro nel quale si esprime la carità. Chi opera secondo questa logica evangelica vive la fede come amicizia con il Dio incarnato e, come Lui, si fa carico dei bisogni materiali e spirituali del prossimo. Lo guarda come incommensurabile mistero, degno di infinita cura ed attenzione. Sa che chi non dà Dio dà troppo poco, come diceva la beata Teresa di Calcutta: «La prima povertà dei popoli è di non conoscere Cristo». Perciò occorre far trovare Dio nel volto misericordioso di Cristo: senza questa prospettiva, una civiltà non si costruisce su basi solide».

Nel 1947, il Padre Hurtado fonda con dei giovani universitari l'Azione Sindacale ed Economica Cilena (ASICH), come mezzo per «realizzare un lavoro che renda la Chiesa presente nell'ambiente professionale». L'opera offre agli operai una formazione cristiana incentrata sull'insegnamento sociale della Chiesa per difendere la dignità del lavoro umano al di fuori di qualsiasi influenza ideologica. «Ci sono delle persone, scrive il Padre, che vogliono progredire, ma senza dolore. Non hanno compreso che cosa vuol dire crescere. Vogliono svilupparsi attraverso il canto, lo studio, il piacere, ma non attraverso la fame, l'angoscia, il fallimento, il duro sforzo quotidiano, né attraverso l'accettazione dell'impotenza che ci insegna ad affidarci al potere di Dio, né attraverso l'abbandono dei progetti personali, che ci fa riconoscere quelli di Dio. La sofferenza è benefica perché mi mostra i miei limiti, mi purifica, mi fa stendere sulla croce di Cristo, mi obbliga a volgermi verso Dio». Nel contesto di questo lavoro, il Padre si reca negli Stati Uniti e in Europa, partecipando, tra l'altro, alla 34a settimana sociale a Parigi, poi alla Settimana internazionale dei Gesuiti a Versailles. A Lione, egli partecipa al congresso di teologi moralisti sulle relazioni tra la Chiesa e lo Stato. La sua opinione sul movimento cattolico sociale in Francia è positiva, ma comporta diverse riserve, in particolare sui discorsi sentiti al Congresso di Lione. Egli nota «un desiderio eccessivo di rinnovamento e una certa tendenza a dimenticare i veri valori della Chiesa, la visione tradizionale». Questa tendenza ha come conseguenza di lasciare la Chiesa «senza dirigenti autenticamente cristiani, ma solo con uomini dalla mistica sociale, e non social-cristiana»; tuttavia, egli osserva che vi è «un grande desiderio di servire la Chiesa e una dedizione molto reale». In occasione di un pellegrinaggio a Roma, nell'ottobre di quello stesso anno, egli riceve gli incoraggiamenti del Generale dei Gesuiti nonché del Papa Pio XII.

Come uno scoglio battuto dalle onde

Rientrato in Cile, il Padre Hurtado radica solidamente l'opera dell'ASICH sul fondamento di Cristo e della Chiesa. Nel 1948, egli tiene delle conferenze molto apprezzate che attirano talvolta fino a quattromila persone e che sono trasmesse dalla radio. È tuttavia oggetto di malintesi e di critiche ingiustificate. Egli aveva scritto: «Se qualcuno ha cominciato a vivere per Dio, con abnegazione e amore per gli altri, tutte le miserie busseranno alla sua porta». In effetti, egli annota: «Mi sento spesso come uno scoglio battuto da tutti i lati dalle onde che salgono all'assalto. Non vi sfuggo che verso l'alto. Per un'ora, un giorno, le lascio infrangersi contro lo scoglio, non guardo l'orizzonte, alzo gli occhi verso l'alto, verso Dio. Oh benedetta vita attiva, interamente consacrata al mio Dio, interamente donata agli uomini. I suoi stessi eccessi mi costringono a rivolgermi a Dio, per trovare me stesso! Egli è l'unica via d'uscita possibile nelle mie preoccupazioni, il mio unico rifugio».

Ma il Padre Hurtado, che è un santo, tiene i piedi per terra: egli sa che l'uomo, anche nel servizio di Dio, deve risparmiare le sue energie: «Non bisogna esagerare ed esaurire le proprie forze in un eccesso di tensione verso la conquista. L'uomo generoso ha tendenza ad avanzare troppo in fretta: egli vorrebbe instaurare il bene e polverizzare l'ingiustizia, ma vi è un'inerzia degli uomini e delle cose di cui bisogna tener conto. Misticamente, si tratta di camminare al passo di Dio, di situarsi esattamente nel piano di Dio. Qualsiasi sforzo che volesse oltrepassarlo è inutile, anzi peggio ancora, dannoso. L'attività verrà sostituita dall'attivismo che monta come lo champagne, pretende di raggiungere obiettivi inaccessibili e non lascia tempo alla contemplazione. L'uomo cessa di essere padrone della sua vita« Il pericolo dell'azione eccessiva è la compensazione. Una persona esaurita la cerca facilmente. Questo momento è tanto più pericoloso per il fatto che si è perso in parte il controllo di se stessi. Il corpo è stanco, i nervi a fior di pelle, la volontà vacillante. Le più grandi sciocchezze diventano possibili in queste circostanze. Allora, bisogna semplicemente ridurre il ritmo, ritrovare la calma con amici veramente buoni, recitare macchinalmente il proprio rosario e sonnecchiare dolcemente in Dio».

Nel gennaio del 1950, l'episcopato boliviano lo invita a partecipare al primo «Incontro Nazionale dei Dirigenti dell'Apostolato Economico e Sociale». La Gioventù Agricola Cattolica boliviana sollecita anch'essa la sua presenza a un'assemblea nazionale. «È giunta l'ora, egli dice ai giovani, in cui la nostra azione economico-sociale non può limitarsi a ripetere delle consegne generali tratte dalle encicliche papali, ma deve proporre soluzioni ben studiate e di applicazione immediata nel campo economico e sociale». Nel frattempo, il suo interesse per l'apostolato intellettuale lo spinge a fondare la rivista «Mensaje» (Messaggio), rivista che egli desidera di «alto livello», per offrire una formazione religiosa, filosofica e sociale.

Una collaborazione di ogni istante

Ma la profondità d'anima del Padre Hurtado si rivela soprattutto al momento della sua ultima malattia e della sua morte. Sapendosi affetto da un tumore del pancreas, egli esclama: «Perché non dovrei essere felice? Ne sono tutto riconoscente verso il Buon Dio! Invece di una morte violenta, mi concede una malattia lunga perché io mi possa preparare. Il Buon Dio è stato per me veramente un Padre pieno di tenerezza, il migliore dei Padri». Da tempo, il nostro santo aveva ordinato la sua intensa attività in vista di questa ora: «La vita è stata donata all'uomo per cooperare con Dio, per realizzare il suo piano; la morte è il complemento di questa collaborazione, perché è la consegna di tutti i nostri poteri nelle mani del Creatore. Che ogni giorno io possa prepararmi alla morte, dedicandomi ogni istante a cooperare a quello che Dio mi chiede, compiendo la mia missione, quella che Dio si aspetta da me, quella che io solo posso compiere». Sempre ha desiderato la vita eterna, cioè l'incontro definitivo con Cristo: «Ed io? Davanti a me, l'eternità. Io sono una freccia lanciata verso l'eternità« ha scritto. Non aggrapparmi qui ma, attraverso ogni cosa, guardare la vita futura. Che tutte le creature mi siano trasparenti e mi lascino sempre vedere Dio e l'eternità. Quando esse diventano opache, io divento terreno e sono perduto. Dopo di me, l'eternità. È là che io vado, e molto presto« Quanto si pensa che il tempo presente passerà così in fretta, si conclude: essere cittadino del Cielo e non di ciò che è terreno». L'immagine della freccia manifesta nello stesso tempo la fugacità della vita e la sua concentrazione su un obiettivo unico: l'eternità. È del resto questa prospettiva dell'eternità che gli aveva impedito di essere indifferente di fronte alle sofferenze degli uomini. «Chiudere tutti gli uomini nel mio cuore, tutti insieme, scrive. Ognuno al suo posto, perché naturalmente ci sono diversi posti in un cuore di uomo« Unificare tutti i miei amori nel Cristo. Tutto questo in me, come un'offerta, come un dono che fa scoppiare il cuore; un movimento del Cristo in me che risveglia e infiamma la mia carità, un movimento dell'umanità verso Cristo attraverso di me. Questo è essere sacerdote!»

Il Padre Hurtado muore santamente il 18 agosto 1952, circondato dai confratelli della comunità. Poco prima, aveva scritto: «Partendo, ritornando presso mio Padre, vorrei affidarvi un ultimo desiderio: ogni volta che si fanno sentire le necessità e le pene dei poveri, cercate il mezzo per aiutarli come si aiuterebbe il Maestro». La Messa del suo funerale è un vero e proprio trionfo. All'uscita dalla chiesa, si forma una croce di nuvole nel Cielo, fatto impressionante rilevato dai giornali dell'epoca.

Il Padre Hurtado è stato beatificato il 16 ottobre 1994 da Giovanni Paolo II, e canonizzato il 23 ottobre 2005 da Benedetto XVI, che faceva notare: «Nel suo ministero sacerdotale [sant'Alberto Hurtado] si distinse per la sua semplicità e la sua disponibilità verso gli altri, essendo un'immagine viva del Maestro, «mite e umile di cuore». Alla fine dei suoi giorni, tra i forti dolori causati dalla malattia, ebbe ancora forze per ripetere: «Contento, Signore, contento» esprimendo così la gioia con la quale visse sempre».

Chiediamo a sant'Alberto Hurtado di ottenerci la grazia di una gioia profonda al servizio di Dio e del prossimo, attraverso le sofferenze che questa dedizione impone.

Dom Antoine Marie osb

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