Blason  Abbazia San Giuseppe di Clairval

F-21150 Flavigny-sur-Ozerain

Francia


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8 aprile 2007
Risurrezione di Nostro Signore


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,

Al culmine della prima guerra mondiale, nel 1917, lo scrittore Anatole France, difficilmente sospettabile di simpatie cattoliche, scriveva: «L'imperatore austriaco Carlo ha proposto la pace, è il solo onest'uomo che si sia manifestato nel corso della guerra; non è stato ascoltato». Per spiegare la sua ricerca ostinata della pace, l'imperatore aveva confidato al suo capo di gabinetto: «Ne va della sicurezza e della serenità della Chiesa, come pure della salvezza eterna di molte anime in pericolo». Carlo I è stato beatificato il 21 ottobre 2004 da Papa Giovanni Paolo II.

Carlo di Asburgo, primogenito dell'arciduca Otto e di Maria Giuseppa di Sassonia, nacque il 17 agosto 1887 a Persenbeug, nei pressi di Vienna (Austria). Il bambino è il pronipote dell'imperatore austriaco Francesco Giuseppe. Cresce sotto la vigilanza tenera ma senza debolezza della madre, donna molto cristiana. Quanto al padre, egli conduce una vita scandalosa. Carlo viene affidato a precettori cristiani che alimentano le sue ottime disposizioni. Ha un solo difetto: la timidezza.

Carlo fa la prima Comunione nel 1898, a Vienna: «Se non si sapesse pregare, si imparerebbe da questo signorino», commenta uno degli astanti. Il ragazzo frequenta il liceo pubblico dei Benedettini scozzesi e lì le sue qualità si sviluppano: franchezza, carità, tenacia, modestia. Se la sua salute può prestarsi a una certa inquietudine, l'arciduca Carlo non fa che progredire nei campi intellettuale e spirituale. Ha una condotta irreprensibile, ma è comunque allegro e molto amante della musica. Nel 1905, abbraccia la carriera militare, di regola per un Asburgo. L'anno seguente, perde il padre, che muore inaspettatamente con grande devozione e serenità. Egli diventa allora il secondo nell'ordine della successione al trono, dopo lo zio, Francesco Ferdinando, che lo avvia agli affari dello Stato.

Aiutarci a vicenda a guadagnarci il Cielo

Nel 1908, Carlo viene nominato comandante di squadrone in Boemia. Uno della sua cerchia dirà di lui: «L'amore sincero del giovane arciduca per tutte le bellezze della natura rivelava un essere fondamentalmente buono che adorava il Creatore attraverso tutte le sue opere e lasciava presagire un uomo totalmente privo di diffidenza e di odio, che accoglieva chiunque a cuore aperto». Nel 1909, Carlo incontra la principessa Zita di Borbone-Parma, che ha cinque anni meno di lui; essa era stata educata presso le Benedettine di Solesmes. Ottiene dall'imperatore Francesco Giuseppe l'autorizzazione di chiederne la mano. Dopo la Messa di fidanzamento, Carlo sussurra a Zita: Ora dobbiamo aiutarci a vicenda a guadagnarci il Cielo». Preparato da un ritiro spirituale, il matrimonio viene celebrato il 21 ottobre 1911. Qualche tempo prima, nel corso di un'udienza concessa a Zita, Papa san Pio X predice ai fidanzati la loro prossima ascensione al trono. Avendogli la principessa ricordato che l'erede diretto al trono è Francesco Ferdinando e non Carlo, il Papa persiste nella sua stupefacente affermazione.

Nel 1912, Carlo serve in Galizia in qualità di capitano; si occupa attivamente delle truppe, onde migliorare il loro benessere materiale e morale. Il 20 novembre, Zita dà alla luce un figlio, Otto; sei anni dopo, nel giorno della prima Comunione dei primogenito, Carlo consacrerà la famiglia al Sacro Cuore. Nel febbraio del 1913, la famigliola si stabilisce nel castello di Hetzendorf, nei pressi di Vienna. Carlo vi conduce una vita ascetica; lavora fino a tarda notte. Si assoggetta a tutte le costrizioni della vita di ufficiale, senza mai servirsi del rango che è il suo per ottenere favoritismi.

All'inizio del 1914, l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono, confida a Carlo: «Sono convinto che morirò assassinato; la polizia lo sa». Infatti, la massoneria ha condannato a morte Francesco Ferdinando, ostacolo al suo disegno di distruggere l'impero cattolico austroungarico. L'accanimento degli ambienti massonici a distruggere l'ultimo impero cattolico europeo non può sorprendere. I gruppi massonici, anche quando si pretendono spiritualistici, hanno una visione del mondo chiusa a tutto quel che è soprannaturale e rifiutano la nozione di rivelazione divina e quella di dogma; per questo, la massoneria si è costantemente opposta alla Chiesa cattolica. Un massone altolocato riconosceva, nel 1990, tale antagonismo fondamentale: «La lotta che si svolge attualmente condiziona l'avvenire della società. Essa oppone due culture: l'una fondata sul Vangelo e l'altra sulla tradizione dell'umanesimo repubblicano. E tali culture sono fondamentalmente opposte. O la verità è rivelata e intangibile, di un Dio all'origine di tutte le cose, o essa trova il suo fondamento nelle costruzioni dell'Uomo, sempre rimesse in questione perchè perfettibili all'infinito» (Paul Gourdeau). Il 26 novembre 1983, l'allora Cardinale Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha precisato: «Il giudizio negativo della Chiesa sulle associazioni massoniche rimane invariato, perchè i loro principi sono sempre stati considerati come inconciliabili con la dottrina della Chiesa, e l'adesione a dette associazioni rimane vietata dalla Chiesa. I fedeli appartenenti alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione».

«Sotto la tua protezione...»

Francesco Ferdinando è lungimirante, e il nipote Carlo concorda con la di lui visione delle cose: vuol riformare l'impero nel senso del federalismo, per dare a ciascuno dei popoli che lo compongono una più vasta autonomia. Ma il 28 giugno 1914, viene assassinato a Sarajevo, da un cospiratore serbo. Carlo diventa l'erede diretto della duplice monarchia di cui il prozio Francesco Giuseppe è tuttora imperatore. Il 19 luglio 1914, il Consiglio austroungarico della Corona manda alla Serbia un ultimatum, ed esige un'inchiesta per trovare i colpevoli dell'attentato. Il rifiuto parziale di tale ultimatum provoca lo scoppio di una guerra europea. Carlo intuisce che il conflitto sarà terribilmente micidiale. Ma esegue lealmente gli ordini del prozio e parte per il fronte. Ha fatto incidere sulla sciabola la seguente invocazione a Maria: «Sub tuum præsidium confugimus, sancta Dei Genitrix» («Ci rifugiamo sotto la tua protezione, o santa Madre di Dio»). L'Italia dichiara la guerra all'Austria nel maggio del 1915. Nominato colonnello, Carlo viene inviato nel Trentino, dove riporta una serie di vittorie. Non è a cuor leggero che combatte contro gli Italiani, visto che sua moglie è una principessa italiana. Nel giugno del 1916, nominato colonnello generale, riesce ad arrestare un'offensiva russa in Galizia. Le relazioni con certi ufficiali tedeschi, che combattono sullo stesso fronte, si rivelano difficili. Sdegnato dall'utilizzazione di gas tossici, che è diventata una pratica corrente sul fronte francese, Carlo ottiene, dopo aver parlamentato con i Russi, che nessuno dei due campi ne faccia uso. Rifiuta altresì che siano bombardate le città.

Nel novembre del 1916, Francesco Giuseppe muore devotamente, dopo aver regnato per 68 anni. Carlo di Asburgo diventa imperatore d'Austria e re apostolico di Ungheria. Ha ventinove anni. In un manifesto pubblicato il giorno stesso, dichiara: «Farò tutto quel che sarà in mio potere per eliminare nei più brevi termini gli orrori e i sacrifici che la guerra porta con sè, e per procurare al mio popolo i benefici della pace». Il 22 dicembre, Carlo fa redigere proposte di pace dal ministro Czernin, proposte accettate a fior di labbra dal suo alleato, l'imperatore germanico Guglielmo II: esse saranno respinte dalle potenze dell'Intesa (Francia, Gran Bretagna, Russia, Italia). Il 30 dicembre 1916, a Budapest, Carlo cinge la corona che santo Stefano aveva ricevuto da Papa Silvestro II, nel 1001. Tuttavia, confida: «Esser re, non è soddisfare un'ambizione, ma sacrificarsi per il bene di tutto il popolo». Poco più tardi, Guglielmo II dà l'ordine di scatenare la guerra sottomarina a oltranza. Il sovrano austriaco rifiuta di sostenere tale offensiva, che, diretta contro navi mercantili, provocherà la morte di numerosi civili. Non riesce a sopportare il pensiero dei combattimenti atroci che, in tutta l'Europa, hanno già causato milioni di morti, e questo per obiettivi irrisori. Carlo sottolinea: «Non basta che sia io solo a volere la pace. Bisogna che tutto il popolo e tutti i ministri mi sostengano!». Ora, la stampa non cessa di eccitare il bellicismo del popolo attraverso comunicati trionfanti, mentre nasconde la verità sulla situazione dell'impero dove la miseria del popolo si accresce di giorno in giorno.

Accanimento per la pace

Nel marzo del 1917, Carlo chiede ai cognati Sisto e Saverio di Borbone-Parma, che combattono nell'esercito francese, di mettersi in contatto con i governi dell'Intesa. L'imperatore affida loro una lettera, in cui dichiara che l'Austria è pronta a rinunciare a varie esigenze formulate nel 1914, relative, in particolare, alla Serbia. In pari tempo, propone di lasciare la Galizia alla Germania, in compenso della restituzione alla Francia dell'Alsazia e della Lorena. È prevista altresì una transazione con l'Italia. Ma l'intransigenza delle varie parti in causa fa fallire questo tentativo di pace. Una seconda proposta di Carlo all'Intesa fallisce, come anche quella di Papa Benedetto XV, sostenuta con entusiasmo da Carlo. I ministri massoni francesi e italiani da un lato, e gli ufficiali di stato maggiore tedeschi dall'altro, hanno voluto la guerra a tutti i costi. Tale rifiuto avrà causato, nel solo esercito francese, la morte di 300 000 soldati.

Fin dall'avvento al trono dell'imperatore, vengono orchestrate contro di lui campagne di calunnie, perfino a proposito dei suoi costumi, mentre è di una serietà e di una temperanza incontestabili. D'altro canto, viene tacciato di bigotteria. Infatti, l'imperatore assiste quotidianamente alla Messa e fa la Comunione; recita assiduamente il rosario ed è con piacere che visita i santuari dedicati alla Santa Vergine. Nella sua intensa vita spirituale, trova la forza di cui ha bisogno per assumere le sue pesanti responsabilità. Si fa passare Carlo anche per incapace, mentre si è dimostrato un ottimo ufficiale. Parla sette lingue; la sua capacità di lavoro è straordinaria e possiede lo spirito di sintesi ad un grado singolare. Molto meglio dei suoi collaboratori, egli ravvisa il pericolo mortale in cui si trova l'impero. Nella primavera del 1917, rifiuta energicamente di permettere a Lenin, che vive in esilio in Svizzera, di attraversare i suoi Stati per andar a propagare la rivoluzione in Russia, piano machiavellico concepito dallo stato maggiore tedesco. Carlo ha capito che Lenin è potenzialmente pericoloso per tutta l'Europa; il bolscevismo, lo intuisce, non si accontenterà di rovinare la Russia, ma invaderà tutto. Tuttavia, Lenin riuscirà a raggiungere la Russia, attraversando la Germania in un treno speciale.

Nel caos della disfatta

Nell'impossibilità di concludere la pace con i paesi dell'Intesa, Carlo è costretto a continuare una guerra che esecra, al fine di evitare, nei limiti del possibile, la sciagura che causerebbe ai suoi popoli il crollo dell'impero. Nell'ottobre del 1917, l'Austria riporta sull'Italia la vittoria di Caporetto. L'imperatore non si lascia inebriare dal successo, conquistato a prezzo del sangue versato, e che non risolve nulla. I poteri costituzionali, che non sono illimitati, lo costringono a lasciare le mani libere ai parlamenti bellicisti ed allo sleale ministro Czernin, che gioca la carta della «pace per mezzo della vittoria», vale a dire per mezzo della guerra. A Baden, in una casa qualsiasi, l'imperatore conduce una vita di lavoro. Il suo cibo è quanto mai scarso, talmente ha orrore del mercato nero che imperversa ovunque. Dal canto suo, Zita si consacra corpo e anima ai feriti ed agli orfanelli, creando opere assistenziali. Il popolo, nella stragrande maggioranza, non si lascia trarre in inganno ed acclama la coppia imperiale nel corso dei viaggi di quest'ultima.

Nel gennaio del 1918, nei suoi «quattordici punti», che si ispirano agli obiettivi della massoneria, Wilson, il presidente degli Stati Uniti, proclama la necessità, per la futura pace, di riorganizzare l'Europa centrale e balcanica secondo il «principio delle nazionalità». Questo significa lo smantellamento dell'impero austroungarico a favore di piccoli Stati-nazione. Tale concetto utopistico, ispirato dai socialisti cechi Benes? e Masaryk, è all'origine dei conflitti che dilanieranno l'Europa centrale fino al giorno d'oggi. Carlo prova, invano, a far intendere ragione alla Casa Bianca. Ad ovest, le ultime offensive tedesche del maggio e giugno 1918 sono arrestate e seguite, in luglio, da una controffensiva dell'Intesa. La Germania, nelle settimane seguenti, si ripiega e, dopo lo scoppio della rivoluzione a Berlino, deve chiedere l'armistizio, che verrà firmato l'11 novembre. La disfatta tedesca provoca, di contraccolpo, la secessione delle nazionalità slave dell'impero austroungarico. Il parlamento ungherese proclama la caduta degli Asburgo. Il 2 novembre, l'imperatore è costretto a chiedere l'armistizio all'Italia. Gli ambienti politici lo spingono ad abdicare al trono, ma egli non si riconosce il diritto di disporre di un'autorità ricevuta da Dio. Sottoposto a pressioni assillanti, abbandona l'esercizio del potere, il 12, a Vienna, ma senza abdicare. Poi si ritira nel castello di Eckartsau, dove viene immediatamente sottoposto a sorveglianza della polizia. Nel marzo del 1919, la «repubblica austriaca» proscrive Carlo I, che protesta contro la violenza fattagli e riafferma la propria legittimità di fronte ad un potere nato dall'insurrezione.

L'imperatore si stabilisce con la famiglia a Prangins, nei pressi di Ginevra, in Svizzera. Da lì, incoraggiato da Papa Benedetto XV, Carlo si sforza di risalire al trono di Ungheria. Forse allora potrà – è la speranza del Santo Padre – riformare una federazione di Stati cattolici nell'Europa centrale. Il 25 marzo 1921, Carlo lascia la Svizzera e si reca clandestinamente in Ungheria. L'ammiraglio Horthy, capo dello Stato dal 1920, si è proclamato reggente e si dice leale nei riguardi del suo re. Di origine calvinista, in realtà è ateo e detesta la tradizione cattolica degli Asburgo. Il giorno di Pasqua, a Budapest, Carlo viene ricevuto da Horthy, che tergiversa, adduce a pretesto mille difficoltà e fa di tutto per aizzare le potenze estere, per impediere la restaurazione della monarchia. Carlo, nel frattempo, si ammala; i suoi seguaci gli propongono di riprendere il potere con le armi, ma egli rifiuta, per evitare l'effusione di sangue. Viene ricondotto in Svizzera manu militari a bordo di un treno speciale.

Un nobile e fermo rifiuto

Egli si reca a varie riprese al monastero benedettino di Disentis, dove cerca nell'orazione la forza di cui ha bisogno. In occasione di uno di tali soggiorni, l'imperatore rivela a due monaci che personalità altolocate in Francia e in Ungheria gli hanno promesso di facilitare la restaurazione della monarchia in Ungheria, e anche in Austria, a condizione che egli «acconsenta ad introdurre nei suoi Stati la scuola neutra ed il matrimonio civile con il suo corollario, il divorzio». Carlo ha opposto un rifiuto categorico. L'imperatore non ha nessuna ambizione personale, ma, nel giorno dell'incoronazione, ha giurato davanti a Dio ed al popolo ungherese di dedicarsi al bene di coloro la cui guida gli è stata affidata dalla divina Provvidenza. Non sopporta di vedere il paese abbandonato ad una cricca, mentre il popolo vive nella miseria. Il 21 ottobre 1921, accompagnato dall'imperatrice Zita, Carlo fugge e parte in aereo da Zurigo. Atterra all'ovest dell'Ungheria e marcia alla volta di Budapest, facendo aderire alla sua causa i reggimenti che incontra. Ma l'ammiraglio Horthy, facendo credere all'esercito che Carlo è ostaggio di comunisti cechi, attacca le forze imperiali. Carlo ordina allora il cessate il fuoco. Sequestrato, rifiuta di abdicare, per fedeltà al giuramento prestato in quanto re incoronato.

I paesi dell'Intesa stimano indesiderabile quest'Asburgo e s'incaricano della sua espulsione. Il 31 ottobre, Carlo e Zita vengono imbarcati su una nave britannica che scende il corso del Danubio fino al Mar Nero. Poi, una nave romena li porta a Costantinopoli. Essi ignorano la sorte dei figli, rimasti in Svizzera. Quando il capitano del vascello gli confessa che si parla di trasferirlo ad Asunción, isolotto sperduto in mezzo all'Atlantico del sud, Carlo freme ed esclama: «Ma allora non potremo mai rivedere i figli!». Tuttavia, ben presto sorride e dice con voce rasserenata: «Quanto sono pusillanime! Non possono mandarci che nel posto scelto da Dio». Il 19 novembre 1921, la nave approda a Funchal, capitale dell'isola portoghese di Madera, che sarà – così hanno deciso gli Inglesi – il luogo d'esilio dell'ex imperatore. Un appannaggio annuo è stato previsto dalle «Nazioni alleate» per le necessità dell'esule, ma esso non verrà mai versato. Si suppone che Carlo sia ricco, ma egli è povero. Deve pertanto ricercare un alloggio poco oneroso. Sceglie la villa Quinta, situata a 600 metri di altitudine, ma la scelta si rivela infelice: d'inverno, il clima è insalubre a causa della nebbia. Il 2 febbraio 1922, dopo molte difficoltà, Zita finisce col condurre i figli a Madera.

«Il Signore farà quel che vorrà»

Papa Benedetto XV dà a Carlo la facoltà di avere una cappella domestica, dove dimora il Santissimo Sacramento, e di far ivi celebrare la Messa, preziosa consolazione per lui. Nelle settimane che seguono, l'ascensione spirituale di Carlo suscita l'ammirazione della moglie. Venuto a sapere che corrono voci malevole sulla sua cattiva salute, l'imperatore esclama: «Non vorrei morire qui»; ma subito dopo sorride e aggiunge: «Il Signore farà quel che vorrà». Ha sempre più la sensazione che Dio gli chiederà di offrire la propria vita per la salvezza dei suoi popoli e confida a Zita tale sua idea, precisando: «... e lo farò!» In lui, non vi è nessura ribellione contro gli eventi o contro le persone. Un testimone dirà: «Non voleva mai aver l'aria di un martire; non ha mai condannato coloro che l'avevano tradito, e se si sparlava di essi davanti a lui, li difendeva».

Il 9 marzo, l'imperatore si raffredda dopo esser salito a piedi da Funchal alla sua villa. Il 17, ha 39° di febbre e tossisce. Il 21, la febbre sale a 40° e si dichiara una bronchite, che degenera in congestione polmonare. Carlo non ha ancora 35 anni, ma è moralmente e fisicamente indebolito dalle gravi prove subite negli ultimi anni. Nel corso dei giorni seguenti, la polmonite si aggrava. Gli ultimi giorni dell'imperatore sono quelli di un santo. Malgrado l'estrema stanchezza, assiste alla Messa celebrata quotidianamente nella sua stanza. Il 27 marzo, chiede di ricevere l'Estrema Unzione e, assolutamente lucido, fa una confessione generale. Fa venire il primogenito, Otto, che ha soltanto nove anni: «Voglio che sia testimone. Gli servirà d'esempio per tutta la vita; bisogna che sappia cosa deve fare in un caso come questo un re, un cattolico, un uomo». Il 29, Carlo è vittima di due crisi cardiache; in privato, confida: «Non è forse un'ottima cosa avere una fiducia illimitata nel Sacro Cuore? Altrimenti, il mio stato sarebbe insopportabile». Un po' più tardi, dichiara: «Devo soffrire molto, perchè i miei popoli possano ritrovarsi tutti insieme». Il sabato 1° aprile, vuol pregare, ma l'infermiera gli consiglia di dormire. Risponde: «Devo pregare talmente tanto!». Nel corso della mattinata, il suo stato diventa disperato. Tuttavia, può ricevere la Santa Comunione, in viatico. Il Santissimo Sacramento è esposto nella stanza del moribondo che mormora: «Offro la mia vita in sacrificio per il mio popolo», poi: «Mio Salvatore, sia fatta la tua volontà!». A mezzogiorno e venticinque, dopo aver detto «Gesù, Maria, Giuseppe», esala l'ultimo respiro. L'imperatore e re lascia una vedova che aspetta l'ottavo figlio.

Malgrado l'apparente insuccesso della sua vita, Carlo 1° ha reso un'ammirevole testimonianza di conformità alla divina Provvidenza nella sventura. Per questo, la Chiesa lo ha proposto quale esempio per la beatificazione. Gli si può applicare il seguente brano del libro della Sapienza: Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, e nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti, parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, e la loro partenza da noi una rovina; ma essi sono nella pace... Per una breve pena, riceveranno grandi benefici; perchè Dio li ha provati, e li ha trovati degni di sè (Sap. 3, 1-5). «Fin dall'inizio, l'imperatore Carlo concepì la sua carica come un servizio santo dei suoi popoli. La sua preoccupazione principale fu quella di seguire la chiamata del cristiano alla santità anche nell'azione politica... Che egli sia un esempio per noi tutti, e soprattutto per coloro che hanno oggi in Europa la responsabilità politica» (Giovanni Paolo II).

Dom Antoine Marie osb

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